Mood: altalenante
Listening to: Jeff Buckley – Lover, You Should’ve Come Over
Watching: gli avanzi della cena
Playing: con la pioggia e le onde dell’oceano, bastarda euforia
Eating: biscotti alla cannella
Drinking: te



Tre detonazioni. Dritte nell’andamento compassato delle mie visioni da dormiveglia. Disserro gli occhi. La luce bianca del primo mattino mi crocifigge.


Bombardano.
Piovono uccelli.
Franano corpi.
Sta andando a fuoco tutto quanto.
Non resteranno che le porte.
Ho dimenticato quand’è scoppiata la guerra. Perché. Dove ho scavato il bunker.
Non sfuggirò alle fiamme per molto tempo ancora.
Mi crolla addosso una risata che non conosce né pietà, né gioia.

(Stacco)


‹‹Trentun dicembre del cazzo.››

Per Capodanno, lo stato olandese accorda il permesso di sparare botti, dalle sette del mattino dell’ultimo dell’anno alle sette del mattino del primo dell’anno successivo. È come concentrare la deflagrazione di tutta l’energia repressa e compressa lungo un anno in ventiquattr’ore. Non si può scialacquare un solo secondo.
Nella settimana prima del trentun dicembre, già si percepisce il fermento chimico di una disposizione scrupolosa in vista del grande fragore. Ovunque stormi umani, vari per età ed estrazione, ammonticchiano pire nelle tasche e ai bordi delle strade.

Le prime scosse vomitano fontane di fuoco che si sollevano sibilando e si sfilacciano sfrigolando a intervalli insufficienti nel cielo. Lo penetrano e lo accendono in blu, rosso e dorato, senza armistizio interporre. Col passare del giorno, si intensificano. I sibili sfrecciano, non contengono lo scoppio che straborda secco. Il cuore sbalza di continuo, è impossibile domarlo per abitudine. Sembra che l’aria stessa stia esplodendo, che tutto possa sprofondare in un baratro bollente da un momento all’altro.
Al calare della notte, osservati dall’interno di un auto in corsa sull’autostrada, i cieli sopra gli abitati sono ormai chiazze fumose giallo marcio, annuvolate di viola, nel nero pesto. E’ desolante. La percezione, post-apocalittica. Soltanto all’orizzonte, i fuochi d’artificio, isolati dal rimbombare, sembrano una risata generosa.
Le città sprofondano nella luce acida dei neon e dei nuovi roghi, si trasformano nel campo di una guerriglia urbana. Ne attraverso un filare ingarbugliato, a notte fonda, passeggera di un furgoncino in transito con cautela. Incornicio impressioni visive nel telaio del finestrino chiuso. Sono barricata dietro una lastra di vetro come chi si tiene a distanza dalla strada bastarda, dove bande di ragazzetti occupano interi quartieri, avanzando un po’ a ogni nuovo scoppio e ammantando le vie con le cartucce ancora fumanti dei petardi esplosi. Il puzzo di zolfo è nauseante. Per quei corpicini, il teppismo contrattato a tempo limitato è eccitante. Confabulano, sbuffano fiato denso come tori. Non si stanno nella pelle. Sono deformarti delle basse propulsioni mentre accendono la miccia dei mortaretti e scappano dal fuoco che erutta. Sono macchie sfocate che accendonoescappano sbam. Si accaniscono contro le abitazioni, i giardini, le automobili. Talvolta contro se stessi. Sullo sfondo, il lamento di un’ambulanza si protrae fino a smembrarsi in una nuova deflagrazione. Fumo nero corpuscolare, in fondo alla via. Forse si è trattato di una camionetta dei pompieri. A ogni angolo, il fuoco scoppietta e risale, innalzando la temperatura di molti gradi. Le pire accatastate in precedenza si consumano, i bidoni della spazzatura rigettano lingue infiammate. Per lo stato olandese, i falò di capodanno sono illegali, ma la notte se ne frega della legge e le pattuglie della polizia sono poche per arrivare nei sobborghi. Pugni di ragazzi con i volti coperti dalle sciarpe si coagulano attorno alle fiamme e si sciolgono nell’alcool, fissano il niente con gli occhi taglienti e le mascelle serrate, si riversano contro le pareti. La pioggerella improvvisa uniforma gli scenari e li lava, li slava. Picchietta sull’asfalto, sollevando la polvere che evacua nell’aria olezzi, sudori e malumori. Dappertutto, stanotte non avverto che un’animalesca necessità di spurgo. Là fuori è scoppiato il conflitto. ‹‹Se riuscissi a provarne, avrei paura.›› bisbiglio. A dir il vero, protetta nel blindato, non sono più a mio agio. Abbasso il finestrino.

Per un momento, l’impressione della guerra mi risulta familiare come gli eventi quotidiani della vita. Mi procura una sorta di incontenibile piacere lercio e infame. Ho voglia di scendere per bagnarmi nello zolfo e affogare nel guizzo di una lingua infuocata. Questa consapevolezza mi attorciglia lo stomaco e me lo appallottola.
Non sfuggirò alle fiamme per molto tempo ancora.
Un petardo esplode all’improvviso sotto gli pneumatici del furgoncino di cui sono passeggera. Lo scoppio è violento. Lo scheletro intero palpita e riverbera il boato per tutto il corpo, ‹‹Non è successo niente››, ‹‹Sto bene››. Dentro si susseguono piccole esplosioni mirate alle giunture. La carcassa vacilla. Crepita. Si affloscia su se stessa. Si sgretola. In fondo all’anima, non ne resta che farina. Guardo la strada fumante. Forse ho voglia di piangere liberazione, ma non posso, ho estirpato le lacrime dalle cavità oculari.
Io ho dimenticato quand’è scoppiata la guerra. Perché. Dove ho scavato il bunker.
Ma adesso sta andando a fuoco tutto quanto.
Non resteranno che le porte.
E tutto da ricostruire. Tutto di cui aver cura.

Pare che l’efficienza di un organismo si valuti in riferimento alle forze che mette in campo per risollevarsi. Per certo, il mio ego non tollererebbe un rapporto negativo.

La puttana sacra

dicembre 10, 2011

Mood: sereno
Reading: Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?
Listening to: Robyn – Dancing On My Own
Watching: il cielo su Milano
Eating: risotto radicchio e panna, devo ancora digerirlo
Drinking: caffè



Ho il presentimento che passerà ancora molto tempo prima che il mio impulso migratorio possa dirsi concluso o, se non altro, meno pressante. Scrive Bruce Chatwin, il viaggiatore per eccellenza – grazie a Mariano per avermene parlato – che ‹‹tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l’Uomo “peregrinava per il deserto arido e infuocato di questo mondo” [...] e che per riscoprire la sua umanità egli deve liberarsi dei legami e mettersi in cammino.›› Così io che ho ancora molti garbugli tra le sinapsi, non riesco ad accettare la sedentarietà senza essere inquieta e irrequieta, senza domandarmi Cosa ci faccio qui?, dal momento che il viaggio è la strategia con cui vivo e do (nuova) forma la confusione della mia mente. Perché, come scrive Kerouac, ‹‹A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.››



Così, approfittando del ponte milanese Sant’Ambrogio-Otto dicembre, ho calciato con forza tutto il lavoro in un angolo e sono volata a Roma.
Negli ultimi mesi sono stata nella capitale più di una volta, in primo luogo per godere del calore di un’amicizia che mi accompagna dalla pre-adolescenza, malgrado la distanza. Va da sé quanto questo possa essere sufficiente alle volte.
Ma, derivando di viale in vicolo senza parole di troppo, Roma mi ha anche attratta per il suo essere.
Me ne stavo un giorno ai piedi del Pantheon e iniziava appena a farsi sera. Ammucchiavo nella cassa toracica i fusti possenti delle colonne e le gambe veloci dei passanti, l’epigrafe M.Agrippa L.F.Cos. Tertium.Fecit e le melodie di una chiatarra elettrica e di uno xilofono incrociate al brusio insistente degli avventori ai tavolini dei locali, i fori del timpano per i bronzi che non ci sono più e l’isteria delle macchine fotografiche, dei tablet e dei cellulari per fotografare anche il sampietrino più nascosto. Accatastavo tutto in soluzione di continuità, con una ritualità misterica e profana che mi infastidiva e mi rasserenava allo stesso tempo.
In un istante di estasi, ho afferrato la consapevolezza che Roma mi affascina proprio perché si ammanta del contrasto e della simbiosi tra la pietra viva dei secoli e l’ansia metropolitana di un giorno qualunque. Perché indossa una veste da puttana sacra.
Di età in età, Roma è impazzita di vita, ha bruciato senza tregua o negazione ed è esplosa come una fontana d’artificio. Le sue memorie hanno superato il tempo e affiorano tra le crepe dell’asfalto, monche e meravigliose da togliere il respiro, traspirano l’emozione, l’ambizione e l’illusione romantica e tipicamente umana dell’eternità. Eppure oggi, queste stesse memorie affogano in mezzo alla disattenzione e all’incuria urbanistica e turistica. Aggirando di pochissimo i luoghi comuni, Roma non dissimula la stanchezza e la corruzione che i secoli le hanno inflitto e languisce a gambe aperte, mostrando il sorriso sdentato e nostalgico di chi si imbelletta al mattino con la gloria del passato ed esce in strada reggendosi ad una stampella, senza più un sentimento soltanto di rivalsa.



È intimamente umana, Roma, il suo tracciato cardiaco assomiglia a quello dei miei pensieri. A volte, quando le inchiodo gli occhi addosso, mi sembra di essere allo specchio. Per questo mi attrae. Mi attrae a sé per le viscere e mi sbatte, centrifugando i pensieri e sparpagliandoli nel vento tanto rapidamente da lasciarmi su un marciapiedi, sfiancata per la lotta e svuotata all’improvviso come se avessi sudato veleno. Allora l’aria frizzante di pino torna a farsi spazio tra le carcasse dei muscoli e delle ossa ed è l’idillio della catarsi.




Per adesso, tre foto e basta. Concessioni tempistiche premettendo, ci sono buone probabilità che mi metta a lavorare più organicamente sul corpus di scatti romani che ho messo in saccoccia negli ultimi mesi. Perciò tengo tutto al caldo per un po’ ancora.

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