Couches on the Road // II

aprile 25, 2012

Mood: eccitato, più tardi vi racconto
Reading: un libro di semiotica – per finta – per un esame che mi inventerò
Listening to: The Chain – Fleetwood Mac [in loop da giorni, si sappia ormai che Eta è la mia personal dj]
Watching: disordine pre-…, sempre più tardi vi racconto
Playing: a smaltire la lista delle cose da fare
Eating: macine con nutella
Drinking: caffè





Raquel appartiene a quel tipo di esseri umani che suscitano in me un interesse essenziale immediato dettato dal fatto che con qualsiasi strumento io li bilanci loro sembrano non aver subito appesantimento dagli anni che portano sulle spalle. Certo, Raquel porta sulle spalle vent’anni che non sono un macigno come potrebbero essere per esempio ottant’anni sulle spalle, ma già iniziano a essere qualcosa con un potenziale gravitazionale non indifferente. Lei tutt’altro, effonde dai suoi pori caffellatte il semplice calore gioioso di chi ha nel sangue il Sud del Mondo perché sebbene sia nata in Pennsylvania e lì abbia sempre vissuto, trae nutrimento dai suoli della Grecia e del Porto Rico che le ritornano ogni giorno nel cuore per cordone ombelicale senza che mai ci sia stata per un momento soltanto fin’ora, sarà per tutto questo che il Sud del Mondo esercita su di lei un fascino magnetico, la richiama, ‹‹I have to go››, lo dice con la nostalgia di chi ha lasciato dietro di sé un amore tanto amato e a me che sembra che si sia fatta spedire con un Erasmus a Madrid per ingannare le distanze.

La prima volta che l’ho vista, Raquel abbracciava la cabina del telefono pubblico in Stazione Centrale a Milano dalla quale descriveva ad Arianna quel che vedeva attorno a sé per riuscire a incrociarci nel flusso di gente continuo e massiccio con facce ignote ed era braccata stretta dal vecchietto grande la metà di lei che le aveva prestato la scheda telefonica ma senza rinunciare al risarcimento. Che fosse disorientata era evidente, che fosse fiduciosa era evidente, qualsiasi sentimento sul volto di Raquel è evidente in tutta la sua semplicità primigenia come se non fosse mai cresciuta come se non le avessero mai insegnato che a essere così esposti nel mondo senza neanche un foglio di carta velo sopra l’ultimo strato di pelle all’occorrenza si corrono rischi e rischi grossi, così ho pensato la prima volta che l’ho vista, ma c’è voluto un attimo per capire che Raquel ha ben presenti nella testa i rischi e i rischi grossi, ma ne fa la misura con i benefici anche quando non le viene facile come mangiare un mirtillo e le procura ansia e io di questo ho sorriso venti minuti dopo la prima volta che l’ho vista correndo abbracciate tutte insieme sotto un pioggione all’improvviso, un’ora dopo la prima volta che l’ho vista trovandola rannicchiata sul divano di casa nostra, che fosse a suo agio era evidente che lo fossimo anche noi era evidente, sicché sembrava che ci fosse sempre stata che non l’avessi vista la prima volta che l’ho vista che era un’ora prima soltanto, ho sorriso.
Raquel guarda il mondo con gli occhi come se ogni giorno si aprissero al mattino dopo il buio dell’utero, si meraviglia per ogni più piccola cosa dà nomi a ciò che non conosce o forse davvero quest’Europa è tanto diversa da questi Stati Uniti non so, ‘ché persino all’Esselunga con Raquel sembrava di essere in un parco divertimenti, spalancava lo sguardo davanti ai peperoni che in Italia sono gli ortaggi quelli indigesti e che negli Stati Uniti basta aggiungere una “p” per avere i pepperoni che però sono delle salsicce tipo wurstel, spalancava lo sguardo di fronte a tutti i reparti ma di più di fronte a quelli dei derivati e del latte e della pasta e del pane e io la osservavo incredula spalancare lo sguardo e mi chiedevo cosa potesse avere di speciale l’Esselunga cosa rispetto a un supermercato degli Stati Uniti che io mi immagino immenso e pieno di fesserie come quelli in Olanda che la prima volta che ci sono entrata ormai quasi dieci anni fa venivo ancora da un paesino del Sud Italia e neanche avevo mai immaginato potessero esistere supermarket così grossi e attrezzati li trovavo mostruosi eppure non potevo che provare meraviglia esprimendo in pieno tutta la perversione di una mente umana, e mentre così osservavo Raquel spalancare lo sguardo mi si è aperto nella testa un nuovo pensiero che però penso già da un po’ di tempo, è così enorme il fatto che oggi le singole identità degli uomini occidentali coincidano con i prodotti sugli scaffali nei negozi da essere diventato invisibile.

Raquel è stata nostra ospite per un giorno e una notte dopo i quali sarebbe rimasta a Milano ma altrove. È andata a finire che siamo state insieme anche dopo quel giorno e quella notte e la vita è stata come in un giorno qualsiasi niente di quelle cose troppo speciali che si fanno per riempire il tempo con un estraneo, ammesso che già non sia oltremodo speciale star tanto bene con una persona che la prima volta che l’ho vista era il giorno prima mentre a parlarci – malgrado l’inglese tutt’altro che da super pro – sembrava di avere di fronte un’amica d’infanzia. Ovunque fossimo, ovunque andassimo, Raquel aveva sempre sulle spalle il suo zainone da viaggio, ‹‹Per piacere, ditemi quando la mia presenza diventa di troppo perché io sto bene con voi, ma voi magari avete altro da fare.›› mi ha detto, ‹‹Stai scherzando? Io sono felice se ci sei. Chissà quando potremo rivederci, dopo questi giorni!›› le ho detto e infine ‹‹Come back home when you want, Raquel.››



11 Responses to “Couches on the Road // II”

  1. Vittoria Says:

    La memoria è tornata indietro a un bel pò di anni fa. Non ricordo se te l’ho raccontato, avevo i tuoi anni e a casa abbiamo ospitato un ragazzo austriaco che aveva conosciuto tuo zio Tonino. Peter, il suo nome. Anche lui si incuriosiva di fronte a cose che per me erano normali. Voleva sapere, capire. Dal primo momento è stato come se lui ci fosse sempre stato in casa. Anche la lingua non era un ostacolo… Penso lo stesso sia stato per lui, perchè poi negli anni e tornato a trovarci ed eravamo felici di questo… Ancora oggi l’amicizia continua…:)

  2. losengriol Says:

    Io sì, lo voglio sperimentare, il couch surfing!😀

  3. eta849 Says:

    Questo post, Dorotì, è bellissimo.
    Scritto meglio degli altri, forse anche, o forse sono io che assaporo la tua gioia, perché sei riuscita a farla sentire seppur ancora usando il tuo tiro senza respiro, oppure forse proprio grazie a questo, ben sapientemente mirato alla luce dei tuoi orecchini luminosi.
    A proposito dei tuoi orecchini luminosi, DOP del mio cuor, sappi che (c’entra non c’entra io so) quel giorno non ti ritrassi per due motivi, che poi sono gli stessi delle altre volte:
    – la mia grafite spegnerebbe la tua luce, sei essere da fotografare e con penne e contorni mi parrebbe di penalizzarti;
    – troppo da parla’.😀
    Ma torniamo al post.
    Grazie per averci fatto conoscere Raquel.
    Perchè ora la conosciamo anche noi, lo sai, no?
    Viva il couch surfing!
    Anche perché (te l’annuncio qui a vele spiegate) la casa ora ce l’ho! Yeppie! Ed è stupenda. E siamo tutte couch surfer!🙂
    Rock!

    (La frase dal buio dell’utero ogni mattina è perfetta e NON solo d’effetto.
    Mado’.)

    • eta849 Says:

      PS. Viva I Fleetwood Mac, io “Rumors” ce l’ho pure in loop, ma in vinile. B-)
      Bwhahahahaha.

      • dorotea Says:

        Aspetto i pastelli. ♥
        E poi io surferò il tuo couch alla prossima occasione!
        E poi ancora mannaggia, ogni volta mi viene da abbracciarti e non posso perché sei a tanti chilometri.

        Strano effetto leggere dopo un mese praticamente, dopo averti incontrata, leggere quello che mi hai scritto prima. Prima anche di provare a disegnarmi (sai quanto sono felice di essere abbozzata tra quei fogli?).

        Grazie perché mi fai sentire brava che posso far sentire. La gioia e non solo il dolore squilibrato. Sospettavo tanto spesso di non esserne in grado. Grazie bella donnina-lillà! Che poi penso alla storia del sogno del tatuaggio fiorato sul ventre e sai che ti ci vedo?🙂

        • eta849 Says:

          So maybe I have to do it… Mmm… (I’m talkin’ about the tattoo and I’m talking in English, now is day by day something like a new dance and I can’t stop me… I’m learning to love my new voice in a new form… I could hope that I’m gonna findin’ myself also here…).

          I pastelli e il couch (che poi è un materassone vero) ti aspettan pure, belli ad annullare i chilometri quando vuoi.🙂

        • eta849 Says:

          Ah e riguardo alla gioia oltre al dolore, sì, sai farlo, è ufficiale.
          E noi sappiamo pure imparare nuovi modi di stare al mondo, s’è detto, no?


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