Mappa di uno smarrimento

giugno 10, 2015

Mood: euforico
Reading: Patti Smith, Just kids
Listening to: Pashmak – Let the Water Flow
Watching: il via vai in aereoporto a Maastricht [destinazione: Bari]
Drinking: acqua



Potrà sembrare ai più che io mi stia disperdendo [genio, potenzialità e capacità] praticando da mesi, piuttosto che la mia vocazione al cinematografo, i più svariati e ordinari sbarcalunari, cose come l’impiegata d’ufficio, nonché la cameriera, la lavapiatti, la pastaia, la babysitter e niente poco di meno che le pulizie, io! alla maniera di quelli senza vedute sul futuro e porco mondo!, se uno va fino in Olanda dovrebbe quanto meno inseguire un’ambizione professionale, non ti pare?

Succede senz’altro a taluni di venire alla svelta al dunque della propria affermazione. Io no. Primo sottinteso: l’obbligo a sostenermi, ovverosia a pagare i conti. Che succede se non mangio? Perché l’affitto di un mese costa tre quarti dei miei guadagni? Pago il fisioterapista o il cibo e l’affitto? Ma, querelle pratiche a parte, nel corso di questi due anni ho dedicato un’attenzione particolare alla scoperta delle mie passioni e agli elementi e alle circostanze della mia soddisfazione. Dopotutto il post Milano è l’incarnazione di un’ustione. La dedizione rigida che credevo necessaria a una buona riuscita professionale è diventata un buco gigantesco dove sono caduti l’incanto e l’entusiasmo. E semplicemente, un giorno dopo tanti altri, ogni cosa è diventata triste e insostenibile, il lavoro non retribuito, la raccolta indifferenziata dei progetti, i tempi disperati, la vita che passa e non torna indietro, i sentimenti miei e quelli della gente. ‘Ché, lasciatevelo dire: far film è per gli empatici, è un mestiere che riguarda le emozioni. Allora ho preso le distanze, tanto quanto bastasse a espormi a nuove opportunità e a guardare meglio dentro i nuclei deficitari della mia passione, deve per forza trattarsi di un’aberrazione.

Da due anni a questa parte focalizzo meglio molte delle cose che mi appesantiscono e molte di quelle che mi appagano e di conseguenza compio delle scelte che di volta in volta modificano notevolmente la mia vita. Il che senz’altro non ha portato a un’affermazione incisiva, non ancora e – da un certo punto di vista – tutt’altro: per esempio qualche volta al risveglio avverto chiaramente il mattino morirmi addosso, ricadermi sulla pancia con il suo peso da già giorno esanime e allora mi sento affogare nella paura di diventare vecchia nella routine sbiadita a cui mi sono proporzionata, nonché in quella che noi tutti ci spacciamo come la situazione migliore al momento tra le possibili al mondo: un lavoro umile e rispettoso e un salario nero e onesto a fine mese per qualche tempo. Arriverà il momento di fare altro, ma quando? Ma come? Ma cosa? C’è la crisi, vivo in un Paese dove mi mancano gli stimoli e le opportunità – ‘ché certamente l’Olanda non risplende per attenzione e per professionalità nel settore della cultura visuale – e per stanchezza e frustrazione non so più cosa fare per riuscire a fare le cose che amo, né quali sono le cose che amo, né come fare a essere felice, non c’è speranza. Di tanto in tanto trovo persino la mia vita davvero impossibile. Ecco, nel senso di impasse che ne deriva, certi giorni sembra anche a me di starmi disperdendo e in questo stato di desolazione mi siedo per qualche giorno. Poi torno rinsavita a ballare con tutta me stessa e con ogni cosa che ha senso per me. M’incuriosisce soltanto vedere cosa succederà in futuro. I vettori della mia vita sono in espansione, il teatro mentale della mia ispirazione è affamato e sicuramente arriverà il momento di fare altro. In un certo senso il momento di fare altro arriva tutti i giorni, per esempio

lunedì scorso è uscito in anteprima su rockit.it il videoclip ufficiale di Castles dei Pashmak – پشمک, band indipendente di base a Milano, ma dal tessuto estremamente multiculturale: le storie sulle origini dei Pashmak arrivano, infatti, dall’Iran, dalla Germania, dall’America, dalla Sicilia e dalla Lucania. Castles è il primo singolo tratto da Let the Water Flow, il loro album di esordio prodotto e stampato grazie a una meravigliosa campagna di crowfunding su musicraiser.com che ha raggiunto il suo obiettivo in soli dieci giorni. Dopo un tour promozionale a Berlino e un’anteprima su rockit.it, Let the Water Flow è stato ufficialmente rilasciato su Spotify e su iTunes. Quindi niente scuse: ascoltatelo!
Per quel che riguarda Castles, il videoclip è firmato così: Laura Bianco & Dorotea Pace. Dorotea Pace sono io. Laura Bianco è Lou, la mia compagna di vecchia data. E Castles è il nostro ultimo videoclip, il mio primo dopo due anni di inattività. Ed è prezioso. Se dovessi aggiungere una sola cosa a proposito, sarebbe questa: Castles è uno di quei momenti in cui ci ho visto molto chiaro. Io non mi sto disperdendo, amici.




Official music video for Castles performed by Pashmak
A video by Laura Bianco & Dorotea Pace

with KARUN GRASSO, NEVA MURADOR, MATTEO MUSELLA

direction / editing LAURA BIANCO
cinematography / editing DOROTEA PACE
set design ELENA BECCARO, DENISE CARNINI
costumes CAMILLA CHIERICI
make-up artist CHIARA ADORNO
production assistant MARILU’ PACE
cinematography assistants JOHANNES EBERENZ, ELENA MELLONCELLI

thanks to Fabio Bianco, Nicola Botti, Aurelia Bracciforti, Gaia de Luca, Pino Distefano, Enrico Maisto, Edoardo Mozzanega, Andrea Musella, Giulio Volpe.

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Mood: boccheggiante
Listening to: Tenacious D – Tribute (The Best Song In The World)
Watching: Interstellar di Christopher Nolan
Eating: patate al forno in quantità tale che non basterà una settimana a digerirle
Drinking: acqua e sale



«[…] e poi dovremmo tornare a collaborare, volevo dirti: siamo una squadra

sì o no?»
[Lou e io un giorno sulla linea lunga Milano – Den Haag]

La prima risposta, così di getto, è questa: una breve animazione che partecipa al bando di gara indetto dal Milano Filmmaker Festival per la scelta della nuova sigla ufficiale d’apertura dell’edizione 2014.

Video by Laura Bianco in collaboration with Dorotea Pace.
Original soundtrack by Stefano Ivan Scarascia.
Animation Video for the Contest “Sigla Filmmaker Festival 2014.

In accordo con le più consolidate logiche da social media, il Milano Filmmaker Festival ha pubblicato online tutte le sigle animate che partecipano al concorso e ha affidato al popolo del web la prima fase delle votazioni: perciò, popolo del web, sappiate che con un click qua e un click là, nella casella email, potete dire la vostra. Avete tempo fino al 21 novembre – pochissimi giorni ancora – op op! Dopodichè una giuria di illustri si riunirà per selezionare la sigla vincitrice tra le quattro con il maggior numero di preferenze e la lancerà sul grande schermo in apertura di tutti i programmi di proiezione del Filmmaker Festival 2014, dal 28 novembre all’8 dicembre.

Per quei giorni, Lou e io ci immaginiamo insieme a Milano a rincorrere il programma del Festival, chiacchierando di cinema e misurando di volta in volta che impressione fa il grande schermo se applicato alle dimensioni del nostro lavoro.
Ma, uno o due tocchi di megalomania a parte, Lou e io ci riteniamo già davvero soddisfatte: il video ha avuto fin dalle prime ore un ottimo riscontro di pubblico – 140 voti e 477 visualizzazioni soltanto nelle prime 24 ore! –, è stato supportato e diffuso costantemente con la più completa spontaneità da amici, conoscenti e sconosciuti e nel corso di un mese intero ha mantenuto la prima posizione in classifica senza mai vacillare.
E al di là di quel che fantastichiamo e a cui è giusto dare spazio, Lou e io abbiamo per di più una certezza rinnovata: siamo una squadra, avevamo soltanto bisogno di tempo a distanza per esplorare liberamente la materia delle nostre storie, prima di ritrovarci a condividere le cose belle a venire.

Mood: concitato
Reading: Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni
Listening to: Tove Lo ft. Hippie Sabotage – Stay High (Habits Remix)
Eating: pizza
Drinking: caffè



Videomaking e fotografia, gioca con e sulla luce come “fenomeno complesso”, un linguaggio in grado di produrre emozioni diverse anche all’interno di una medesima situazione, grazie alle sue innumerevoli variazioni. I suoi lavori sono personali, intimi, specchio del suo passato e in qualche modo del suo presente, alla ricerca di un’espressività e di una verità dell’essere estreme. Le sue opere sono legate alla visione che ciascuno ha di se stesso, una percezione spesso caotica e mascherata, a volte in conseguenza di quello che gli altri riflettono su di noi. I video sono incentrati sull’identità, sul concetto di decadenza e di smarrimento che pervade gli esseri umani, mettendo in scena i fatti umani a cui ogni giorno assistiamo nel silenzio e nell’indifferenza di una vita troppo piena di eventi. Fatti umani che ci coinvolgono in prima persona e che ci vedono spesso bloccati dal prendere decisioni azzardate e complesse eppure così naturali e innovative. Siamo in grado di vedere e ascoltare? Siamo esseri viventi e attivi o lasciamo che gli eventi ci piombino addosso accogliendoli in maniera passiva? Siamo in grado di oltrepassare la sottile linea che separa il sogno dalla realtà? Tutto ciò è Dreamer. I suoi video ci accolgono in atmosfere sospese, silenziose, riflessive… Probabilmente l’invito da cogliere è quello di “distaccarsi da se stessi” per guardare da una prospettiva altra e alta e collegarsi così al senso intimo delle cose.

Daniela Confetti,
per ThULab – Spazio per le Arti Visive.




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.
Mood: emozionato
Listening to: George Ezra – Blame It on Me
Watching: sagome inchiostro nelle cornici arancioni delle loro finestre
Eating: cocomero
Drinking: estathé



Giovedì 10 luglio, a partire dalle ore 20.00, le Manifatture Knos di Lecce mi ospitano, nell’ambito di ThULab – Spazio per le Arti Visive, un progetto di rete tra Laboratori Urbani e Spazi Pubblici della Regione Puglia per la promozione artistica sul territorio.
In 4000 metri quadri di vuoto, racconterò di me, di quello che racconto e di come lo racconto, di scrittura e processi di illuminazione.
Seguirà la proiezione di Dreamer e dalle 21.00 in poi quella di Nina, un lungometraggio di Elisa Fuksas per la rassegna cinematografica La città protagonista organizzata da Spaziocineforum attorno al tema della visionarietà urbana.

E niente, più che altro spero nelle idee e nelle emozioni di scambio tra me e le persone che incontrerò in questo spazio. Mi interessa la misura con la quale insieme colmeremo 4000 metri quadri di vuoto. Il fatto è che sento il bisogno di crescere.


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New [bi]cycle

giugno 25, 2014

Mood: elettrizzato
Listening to: tifoserie straniere in un pub internazionale a Nord Europa
Watching: i Mondiali – o più che altro le facce di chi li segue.
Eating: patatine fritte
Drinking: birra



“Start the new cycle, use a bicycle”


Oh, a proposito di viaggi e nuovi inizi,

B*C* è in programmazione al prossimo Bicycle Film Festival, nell’ambito della rassegna Cinematic Shorts fissata per sabato 28 giugno alle 6 pm – fuso orario New York City,
New York City, dico!

Nemmeno io sono ancora mai stata a NY e Lou non ha tutti i torti quando dice che i nostri video viaggiano più di noi.


B*C* è un promo realizzato da Laura Bianco e me medesima, sulla base della proposta progettuale elaborata da Nivi Jasa, Rocco Natale e Michele Nicoletti per Fiftyfive Fights 4 The Future, un progetto 55DSL in collaborazione con NABA. Musica è di Apgar Ten.
Per chi fosse interessato, qui racconto abbondantemente di Fiftyfive Fights 4 The Future.

Dreamer. News da Edimburgo

maggio 13, 2014

Mood: energico
Reading: Clément Chéroux, L’errore fotografico
Listening to: UnpezzoalgiornoVideo musicale in cui cammino
Watching: The Amazing Spider-Man 2 di Marc Webb
Eating: patate e mayonese
Drinking: litri di tea in compagnia




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ESFF Official Selection 2014 LAUREL WREATH

Mood: adrenalinico
Reading: Bruno Schulz, L’epoca geniale, in L’epoca geniale e altri racconti
Listening to: musica rock random
Watching: quel signore impettito che finge di guardare altrove mentre, invece, mi immortala con il suo smartphone mentre scrivo affacciata alla vetrata del cafè
Eating: cantuccini
Drinking: infuso di menta fresca



Dopo aver rilanciato ieri IL progetto dei mesi passati, oggi esce, invece, The inner symphony, un nuovo film di Giulio Volpe, al quale ho collaborato nei mesi più recenti, scrivendo la voce fuori campo.
Giulio mi ha detto Vorrei lo facessi tu e a me è spuntato un sorriso grande quanto la mia faccia – che è grande abbastanza – perché mi sono sentita come tornare in vigore e sperimentando una nuova veste.
Prima della prima proiezione di The inner symphony a Milano, a inizio ottobre, io non avevo mai assistito allo spettacolo dell’incontro tra le mie parole e le immagini di qualcun altro – mai neanche scritto pensando ai nessi che si devono creare tra parole e immagini in un film, tutti i miei film sono muti –, né mai avevo udito un’interpretazione di un mio testo, cosa che mi ha enormemente emozionata.

The inner symphony è l’esegesi di un orgasmo, ma al di là di questo, Giulio per primo preferisce esprimersi il meno possibile sui concetti e sulle significazioni di fondo. Ognuno, dice, coglierà la propria chiave di interpretazione. A patto di lasciarsi suggestionare.


Io dico: si stringa la gola di ogni budello sul fascio di luce che la penetra e la intronfia – la strana certezza di aver chiara ogni cosa, poter figurare l’infigurabile.
Ecco la precipitazione della materia molle dal suo adagio all’esuberanza del sangue, ecco il flusso che ramifica al mare dalla depressione strett’attorno al mio seme,
i pensieri dell’esser vivo sono emozioni strappate agli ormeggi
,


Dreamer, una postilla

ottobre 18, 2013

Mood: sotto-pressione
Listening to: Kavinsky & Lovefoxxx – Nightcall (Drive Soundtrack)
Watching: Sofia che saltella come una molla sulle gambe di suo padre (grazie Skype!)
Eating: involtini di zucchine
Drinking: acqua



Ieri, scrivendo la sinossi compiuta – che non ho mai scritto – per presentare Dreamer a ThuLab, un’iniziativa pugliese impegnata nella creazione di una rete per l’arte contemporanea sul territorio, a un certo punto ero così entusiasta e coinvolta da cadere fuori dal tempo e dallo spazio, così pura da pensare diamine!, non vedo l’ora che arrivi il primo giorno di set!

Poi ho realizzato che Dreamer esiste già e in quello stesso istante mi si è svuotata la pancia come tutte le volte che, guardando indietro a quei giorni di lavoro, rivivo la sensazione di molteplici fauci oscure spalancate a ogni angolo, pronte a scolarsi ogni slancio e passione.

Ed è arrivato il disagio per quanto poco ho sorriso e quanto male l’ho raccontato, Dreamer – eppure ce ne sarebbe da dire!

Il fatto è che certi processi richiedono più tempo del previsto.

***

Un palazzo a sette piani, dove innumerevoli personaggi si sono barricati al punto da esserne fagocitati, diventa il marchingegno immaginoso per indagare attorno ai fatti umani dell’immobilità e del cambiamento, al significato del distaccarsi da se stessi e cambiare punti di vista e prospettive.
Ciascuno degli appartamenti dello stabile cela turbe così violente da essere diventate irreali e spazi esistenziali sospesi e inerti, anossici. Sembra che più nulla possa riaversi. Eppure, in cima al palazzo, una donna decide di separarsi dalla porta di casa.
Dreamer è il racconto della sua catabasi [o anabasi?], piano dopo piano, ogni piano un dramma [suo o di altri inquilini?, corpo eroe o Caronte?] – per uscire dal palazzo, andare altrove, dove è troppo presto per saperlo.
Un archivio di dieci variazioni luminose,
un percorso dello sguardo complesso e itinerante,
un intimo processo metamorfico di illuminazioni.

Per chi non l’avesse visto, si tratta di questo.

(a me non fa così male riproporlo)




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.

Il video, eccovelo

aprile 12, 2013

Mood: stancherrimo
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: James Blake – Retrograde
Watching: Les Ninfeas di Monet all’Orangerie
Eating: orecchiette al sugo dopo una settimana a baguettes e croissants
Drinking: te



Dopo una presentazione [in]formale al Patio Cafè di Monopoli, il mio ultimo video col quale di recente vi ho [e mi sono] abbondantemente ammorbato/a è comparso ufficialmente su YouTube, una settimana fa.

Tra queste pagine arriva, infine, una settimana dopo perché Parigi val bene una passeggiata – tanto più se con una sorella con la quale non si condivide un po’ di vita da anni – e la mia è iniziata, guarda caso, il giorno stesso della presentazione del mio video e si è protratta fin’ora, facendo ben attenzione a tenersi lontana da Internet e da ogni comunicazione precostituita, ma adesso senza impastare ulteriormente parole

Il video, eccovelo.

Amatelo, sputatelo, fatene un po’ quel che volete, ma ecco, fatene. Qualcosa.




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.
Per eventuali ulteriori curiosità in merito, voilà
!

Il video, ecc

aprile 1, 2013

Mood: esaltato
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Woodkid, The Golgen Age
Watching: Django Unchained di Quentin Tarantino
Eating: taralli
Drinking: te



Mettiamola così, in completa onestà [‘ché un po’ ne ho bisogno]:
se non fossero coinvolte tutte le persone meravigliose che, invece, sono coinvolte
se non fosse diventato come, invece, è diventato il videoclip ufficiale di un brano incantevole di un’autrice che stimo parecchio, Dreamer di Miriam Neg,
se non fosse che di tutto questo sono orgogliosa,
probabilmente il progetto video col quale mi sono laureata non sarebbe mai stato reso pubblico.

Questa è quasi certamente la peggior cosa che potrei mai dire, ma tant’è.
Il fatto è che, in ogni secondo di questo video, io mi rivedo, cause che l’hanno concepito come sintesi del mio trascorso umano più recente e poi causa esso stesso della nuova crisi professional-identitaria del mio presente, capro espiatorio in verità di processi e dinamiche più ampie che non starò qui a enumerare,
ormai cancrenizzate,
ormai individuate,
ormai da affrontare.

«Hai imparato tanto da questa esperienza, no?» mi chiedeva spesso il mio relatore durante i nostri incontri. Lui parlava della mia capacità di scrivere un’immagine con la luce, dei miei progressi come direttrice di fotografia che erano l’intento primigenio della mia tesi [per lui], quello che poi, per certi versi, è scivolato sul fondo.
Neanche può immaginare quanto e cosa, avrei voluto dirgli, ma meglio di no, mi limitavo a sgranare gli occhi e alzare le sopracciglia, annuendo, come faccio sempre quando voglio dire «Aivoglia!»
Un pomeriggio, verso la fine, mi è sfuggito «Mi ha devastata.»
E allora è stato lui a annuire.

Ho [in]seguito questo progetto e le sue evoluzioni per quattro mesi dacché l’ho scritto. In tutto quello che è riuscito, in tutto quello che è andato storto, mi sono aggrappata all’idea di farcela e spesso, invece, avrei voluto mollare. L’ho amato, l’ho odiato e lungo i suoi quattro minuti si potrebbe ben riconoscere dove l’ho amato e dove l’ho odiato. Si è preso tutta la mia esaltazione e la mia fatica emozionale, spingendomi sempre al limitare senza darmi fiato,
quando rovistava nei paesaggi della mia immaginazione,
quando mi portava nelle baracche di periferia di Milano a cercare oggetti improbabili e nelle case e nelle vite di persone fuori dall’ordinario,
e infine quando la mattina mi svegliava di soprassalto, senza grazia e io avrei voluto soltanto debellarlo.

“Ogni autore ha un rapporto diverso con il proprio lavoro. Per me è essenziale avvertire il cambiamento evolutivo e la metamorfosi dei processi di illuminazione in atto nella mia intimità, allenare lo sguardo che osserva l’esterno dall’interno e l’interno dalla sua esteriorizzazione. Dopotutto io racconto perché ho urgenza di condividere qualcosa” ho scritto nell’Introduzione della mia tesi, «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo.

Stavolta, però, avrei voluto tenere il mio lavoro per me. Egoisticamente, alla fine, è un po’ normale,
intimo com’è a modo suo
che volessi tenerlo per me, un po’ mi vergogno, abbiate pazienza, voi ci stareste nudi in una piazza di vestiti senza pensarci su un paio di volte?

Ecco, mi è servito un po’ di tempo,
fin quando almeno non ho realizzato quanto questo lavoro fosse diventato per me un’ossessione.
Anche dopo averlo concluso,
anche dopo la prima e le successive proiezione e i primi e i successivi entusiasmi,
questo lavoro ha continuato a ossessionarmi.

E allora, vai,
vattene!
Vai, a farti un giro, un bagno di folla in mezzo alle mille altre cose che circolano nell’etere!
Vai che magari inizio a prenderti meno sul serio, a sorriderti di più – lo meriti anche –,

se diventi un po’ più di tutti e un po’ meno mio.

Ecc[…]

***

A questo punto, animata dai furori eroici del caso, prima che fosse un paio di giorni fa, avevo scritto “Eccovelo!”,
‘ché il mio ultimo video stava per esserci davvero.
Quand’ecco, invece, 17 frames di problemi tecnici da risolvere, sorrisino isterico.

Cancello allora quello che avevo scritto e, con il supplemento di un sentore di condanna per determinismo universale, rimando di qualche giorno.

Ma adesso sono serena, sai?, non mi spaventi più e ti sorrido. Quando la prossima volta scriverò “Eccovelo”, lo farò senza più scagliarti lontano. Lo avverti, vero, che sono tornata a ricomporti senz’ansia?

Mood: euforico
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Autre Ne Veut – Counting
Watching: Robert Doisneau. Paris en liberté
Playing: a costruire castelli esistenziali con cartoni e bustoni che contengono tre anni di vita a Milano
Eating: tortelli ai formaggi + valeriana
Drinking: caffè



Dacché mi sono laureata, ormai pressappoco un mese fa, è capitato tante volte che mi si chiedesse il video, il video dov’è? il video cos’è? il video quand’esce?, il video, con una curiosità collettiva che passando di bocca in bocca dal giorno della prima proiezione con il proiettore penoso dell’ex Aula Magna Spazio Elastico della mia Accademia, mi gonfia la casella mail di Facebook puntella ogni conversazione incrementa a angolo retto le visite al mio canale Vimeo, e io ne resto meravigliata, non mi era capitata una cosa del genere con nessun altro video prima d’ora [e dopotutto ma puntini puntini puntini].

Ebbene, «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di una sguardo, che è il titolo della mia tesi di Diploma Accademico, potrebbe essere definita dagli addetti al settore una tesi molto tecnica di direzione della fotografia, un esercizio di stile con la luce. Questo è ciò che avrebbe dovuto essere in principio. Di fatto, come esito della riflessione che ho inseguito per mesi, il discorso si è fatto molto più personale, si è messo a masticare pezzi su pezzi della mia personalità del mio sguardo della mia immaginazione, inevitabilmente essendo io incapace e poco propensa a tenere fuori le viscere da ogni dannata cosa che faccio.
Ecco, il video che ho scritto mi piace definirlo come un archivio di dieci variazioni luminose [messe in luce per tecnica e concetto] tenute assieme da un sottile fil rouge che s’attorciglia attorno ai fatti umani dell’immobilità e del cambiamento di visione in visione, di spazio esistenziale in spazio esistenziale, guarda caso, temi estremamente miei dove ho fatto coincidere la sperimentazione con la luce e l’autoritratto emozionale.
Probabilmente avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, ma Gianvito e Alberto, che non solo hanno lavorato con me per questo video, ma mi hanno fiancheggiata assai, un giorno quando ancora eravamo alla ricerca della colonna sonora adatta per questo tipo di lavoro e ascoltavamo musica su musica di artisti più o meno sconosciuti da ogni parte del mondo, un giorno dicevo mi hanno fatto conoscere Miriam Neg, un’autrice pugliese che ho pensato subito parecchio talentuosa. Miriam ci ha fatto ascoltare Dreamer, un suo brano già registrato per un suo personale progetto musicale e noi abbiamo trovato Dreamer parecchio incantevole e dacché la sceneggiatura del mio video abbracciava alla perfezione i fianchi delle parole e le curve delle note di Miriam e le parole e le note di Miriam rispondevano all’abbraccio con altrettanta delicatezza primordiale, coincidenza dalla quale subito sono derivati flussi di entusiasmo reciproco, si è reputato opportuno stabilire tra noi una collaborazione.
Il mio archivio di dieci variazioni luminose è diventato così il videoclip ufficiale di Dreamer di Miriam Neg, cose belle che succedono solo lavorando.

Attualmente il video è in cammino verso il web. Tra qualche giorno dovrebbe essere online, “dovrebbe” perché poco prima ho scritto “tra qualche giorno” e in casi di simile prossimità è buona norma non usare certezza.

Nel frattempo, qualche prima immagine dal set per fomentare la curiosità.

_MG_0675 [Nicolò Pertoldi e Gianvito Cofano, nell’atto dell’illuminazione]
IMG_3714 [l’immancabile Alessandra Gianotti e le sagome della troupe]
IMG_3727[Me medesima e Gianvito Cofano]
_MG_0841 [Giulia Trincardi]
IMG_3895 [Alberto Mocellin e i laterali di Mariella Amabili e Angelo Monacelli]

_MG_0927 [Giovanni Storti]

IMG_4100[Me medesima, nell’atto dell’illuminazione]
IMG_4104 [Miriam Neg, prima]
IMG_4197[Mariliana e Pierluca Petruzzi nel vento del Sud]
IMG_4156 [Miriam Neg, seconda]
Mood: euforico
Listening to: il silenzio insolito di Milano nei giorni di festa
Eating: castagne
Drinking: te arancia e cannella



Tre anni, trentanove esami – anche se a libretto ne risultano ventidue – e tre abilitazioni dopo,
la tesi.

Che poi, nel mio caso specifico, tesi è il nome che si dà a un’occasione e a un pretesto, quello per lavorare a un nuovo progetto al fondo di un semi-lungo periodo di pausa, nel quale ho vissuto una profonda crisi esistenziale causata dalle famigerate abnegazioni da videomaking, mi sono sentita persa, sola e senza nulla da dire, sono andata e tornata dall’oltre oceano e da un altro paio di luoghi, ho cercato e trovato stimoli e storie da raccontare, fatto e disfatto migliaia di progetti e possibilità, dato gli ultimi dieci esami, cercato di fuggire per ritrovarmi all’improvviso più serena e con qualcosa di molto vicino e a me congenito da esprimere.

Questo qualcosa ha a che vedere con un paio di scarpe al contrario e un vecchio comodino pieno di polvere, ma anche con un uovo di struzzo e un veliero di stuzzicadenti raccolto una domenica in un mercatino dell’usato, con un disegno di Apollo radioso e una Singer del 1940 e tante altre cose stupefacenti,
racconta di «Qualcosa intorno alla luce».

Ora abbiate pazienza. Più o meno tutti vi siete laureati e più o meno tutti avete letto in occasioni passate cosa diventa la mia vita quando mi immergo in un nuovo progetto che dilaga in ogni angolo della mia persona. Mi vengono le crisi d’odio e quelle d’amore a una velocità di alternanza fotonica. Ho bisogno di tempo e non c’è mai tempo, è sempre e comunque tardi, con questi ritmi è difficile essere presente. Senza contare che questo progetto in particolare è per me un’occasione parecchio preziosa e complessa, speciale, e che perciò sono impegnata a vivermelo. Non è ancora arrivato il momento di tirare le somme.

Ho il sospetto che il giorno in cui lo farò, sarà anche per me [una sorta di] Capodanno, fine di un ciclo e inizio di uno nuovo.

A voi però, Buon 2013.

Mood: euforico
Reading: Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata
Listening to: Edward Sharpe and The Magnetic Zeros – Kisses over Babylon
Eating: melanzane grigliate e certosa
Drinking: caffè



Pare che Indovina che manca a cena? sia stato eletto vincitore del progetto Momenti di Pane (NABA-Mulino Bianco) di cui ho raccontato a lungo su queste pagine e che Lou, Raffa e io venerdì 13 – una data buona per un inizio buono – si parta per Santa Fe, quella in New Mexico, in qualità di ospiti della University of Art and Design in occasione dell’ArtFest12 che è un evento annuale – soprattutto internazionale – indetto dal network delle Laureate International Universities nelle settimane dal 16 luglio al 3 agosto, un vero e proprio pullulare di workshop, corsi di lingua, esibizioni, film festival, concerti, performances, attività di ogni genere, tipo così

Per tutto questo Lou, Raffa, io e il broccolo – ovviamente –
ringraziamo di cuore chi ha votato e votato e ancora votato Indovina che manca a cena?

Pare che si parta dicevo perché è successo tutto nel giro di dieci giorni all’improvviso e nonostante adesso sia entrata in possesso del passaporto che fino a quattro giorni fa non avevo con tanto di fototessera in cui assomiglio a una con precedenti penali e intenzioni terroristiche – proprio ciò che non dovrei sembrare – che per averlo ho fatto un viaggio da milleottocentottantotto chilometri in trentaquattro ore senza contare i chilometri di oratoria sprecati tra commissariati e questura, ma anche del biglietto aereo Milano-Atlanta-Santa Fe e ritorno, del visto per gli USA e dell’assicurazione,

io non ho ancora realizzato nemmeno un po’ che tra quattro giorni vado a otto ore di fuso e sedici ore di volo in un luogo che con buona probabilità non conosce il caffè espresso, ma nasconde il peyote nel deserto tra un coyote e un serpente a sonagli timore di ogni madre che si rispetti, devo assolutamente munirmi di ciglia finte e sombrero tutto il resto arriverà strada facendo consapevolezza inclusa, di qui parto a valige semi-vuote.

Digital does it better

luglio 2, 2012

Mood: sfiancato
Reading: disperatamente dispense per l’esame che ho tra due giorni
Listening to: Milano che fa silenzio quando scende la pioggia
Watching: la faccia di madre in Skype
Eating: una montagna di spaghetti tostati
Drinking: caffè



Nel caso in cui vi siate domandati se Lou e io – dopo averlo tanto minacciato – non fossimo scappate per davvero in Papuasia alla ricerca di una cura portentosa al nostro “videomaking patologico” venuto in superficie con qualche punta di dramma nel corso dei progetti Fiftyfive fights for the future, con questo primo piano del nostro caro Franco Falco – ormai non è più la prima volta che compare nei nostri lavori – in cuffie gialle dentro un Ipad avete la certezza che no, Lou e io non siamo scappate in Papuasia, al contrario perché aivoglia le lagne!, noi nella nostra patologia ci sguazziamo.

Sicché, esami accademici (messi d)a parte, Lou e io abbiamo trascorso maggio e giugno a stacanovare – citando Franco – su Digital does it better, un video nato da un’idea di Stefano Quitarelli e Marco De Rossi e prodotto da Oilproject, Scuola online gratis in video streaming per promuovere l’utilizzo di Internet in Italia nei settori della professionalità. Proposito in merito al quale lascio la parola a Marco sulle pagine di Che Futuro!

Che a partire da ciò si possa aprire un dibattito articolato e particolarmente critico è evidente. Ben venga!
Lou e io, ve lo dico così per dire nel caso a qualcuno interessi sapere del nostro rapporto con Internèt e il Uorl Uaid Ueb in qualità di autrici del video – se qui ci fosse un intervistatore, questa sarebbe la seconda al più tardi la terza domanda che ci rivolgerebbe, ma l’intervistatore non c’è allora faccio da me –, apparteniamo a quella fascia di popolazione che ‹‹Passami il file in Dropbox!›› e ‹‹Per le suggestioni apriamo un Google Doc.›› quando a separarci non ci sono più di venti centimetri, ma che ‹‹Lo smartphone sta benissimo nelle vetrinette di Mediaworld ‘ché se le mail mi devono raggiungere anche mentre sono in libera uscita non mi resta che la morte.››, ecco, sappiatelo.

Dopo di che caccio fuori dalla saccoccia Digital does it Better.
Voi lanciatelo a tutto schermo.


Ci tengo a rendere noto che il termine “stacanovare” richiama l’immaginario adeguato al caso, dal momento che, per una seria di sfortuite coincidenze astrali chissà quali, con la produzione e il set di Digital does it better andava sempre a finire che mancasse qualcosa a poche ore dalle riprese e che sul set non convergesse mai nulla di tutto quello che avrebbe dovuto, sicché toccava rattoppare un po’ ovunque come possibile. E non che fossimo uno squadrone sul set di Digital does it better, piuttosto un gruppetto sparuto di gente – attori inclusi – che oltre a ricoprire i ruoli di competenza si è dovuta inventare un modo per indossare quelli vacanti e lo ha fatto in modo splendido.

[Nicolò Pertoldi, costumista ma soprattutto jolly – Laura Bianco, regista ma soprattutto jolly – Me medesima, direttrice della fotografia ma soprattutto jolly – Arianna Arcelli, truccatrice ma soprattutto jolly – assente Arianna Recchia, grafica ma soprattutto aiuto trasporti OVVERO I panni sporchi si lavano in famiglia]

Credo che set come questi siano certamente poco agevoli – parrucche incluse, ben inteso –, ma, se animati dalle persone giuste, diventano fin dal primo istante densi come pochi altri di elettricità entusiasmo e voglia di riuscire capaci di innescare strepitosi meccanismi di collaborazione che giorno dopo giorno iniziano ad essere oliati da stima e affetto da voglia di vedersi per un caffè e quattro chiacchiere al di là di un singolo momento di lavoro e questa è una delle cose più belle che potesse capitarmi quella che mi fa andare lontano.

Adesso, dato che Arianna Arcelli è anche riuscita a scattare un po’ di foto di backstage tra un momento trucco e un altro di natura più eterogenea,

mi sembra giusto pubblicarne qualcuna che spicca tra le altre per rappresentanza e qualcun’altra in cui Lou e io non siamo impegnate a dare il culo all’obiettivo, situazione tra le più frequenti in questo backstage.










In tema di backstage, mi sento in obbligo di concludere con una chicca. Il primo piano questa volta è di Alessandra Gianotti – vale anche per lei “ormai non è più la prima volta che compare nei nostri lavori” – in preda allo sprint da ‹‹Tuo marito è rimasto in ufficio per lavorare e non può più uscire a cena con te››, tutta improvvisazione nient’altro che improvvisazione.



Ho il sospetto che in virtù del “viver sani e belli” questo monologo potrebbe risultare persino più convincente – rispetto al video intero impacchettato e infiocchettato – per il target di sesso maschile.
Comunque sia, per certo resterà ai posteri.

Mood: cosìcosà, come sempre succede quando mi accingo a compiere gli anni
Reading: Mathias Malzieu, La meccanica del cuore
Listening to: Bon Iver – Skinny love
Watching: una stella che brilla in cielo a Milano
Playing: a scegliere lo smalto
Drinking: caffè
Eating: polpette di melanzane






‹‹Leggendola ho avuto l’impressione che lei consumasse tutto, sigarette e emozioni. Che poi consumare è voglia di vivere a fondo, mi spiego? È questo che voglio raccontare.››

con queste parole all’incirca e la sottilissima tunica bianca da colorare nel caffè annodata in un pugno, Mirko ha presentato a me e Zulio il progetto per il quale ci ha chiesto collaborazione come videomaker.

(un sospirespiro)
D’accordo, ci sto. Eccome.




Sul suo blog, la dedica del lavoro ad Alda Merini.
E a proposito di blog, ne approfitto per linkare quello di Agnes – la modella del video – che è zeppo di belle fotografie, lei è una fotografa.

Mood: annoiato, cresce il bisogno di mare
Reading: in rete
Listening to: Bon Iver – I Can’t Make You Love Me
Watching: il sole fuori da questa casa dove sono costretta su una sedia
Playing: a immaginare il mare
Drinking: caffè
Eating: foglie di insata scondita e yogurt al caffè





che per noi che ci siamo conosciuti in quel modo significa una sequenza infinita di fatti e sogni,

[incluso un seguito che non c’è stato e chissà se a qualcuno ancora importa il perché]

.

(perché a volte – nella turbina dove ci infiliamo – manca anche soltanto il tempo per ripensare

che non siamo strusciate soltanto

e da questo ci lasciamo fagocitare senza neanche un saluto di dovere.)


Eppure si dirà ancora di me che sono una persona poco affettuosa poco sentimentale, poco




Cose che iniziano dal ritrovamento di una bozza un bozzo una bozza a proposito di.

Mood: perplesso
Reading: appena sveglia, ancora nel letto, come non succedeva da un po’
Listening to: Devendra Banhart – Feel just like a child
Watching: il cielo pesante che minaccia di rovinare la serata
Eating: a breve, il mio stomaco reclama
Drinking: tequila sale e limone



Indovina che manca a cena? che Lou, Raffa e io abbiamo realizzato per il progetto Momenti di Pane – Mulino Bianco, in collaborazione con l’Agenzia Network e NABA – lo ricordate, vero che lo ricordate, suvvia che lo ricordate? Se non lo ricordate, vi metto in mano lo straccio per rispolverare le puntate precedenti qui e siete in regola!

Da questo pomeriggio, Indovina che manca a cena? è finalmente online sulla pagina Mulino Bianco dedicata al progetto Momenti di Pane, insieme a Il trascoloco, l’altro video in concorso. Io vi passo sottobanco l’antemprima, ma voi andate a votarlo qui?
Collaborereste a regalarci un pezzetto di America. E questa volta no, non è una metafora. Il premio per il vincitore del concorso è una settimana a Santa Fè!





Grazie a chi ci voterà!

Cartoline per tutti!

Mood: sbilanciato
Reading: adesso, devo proprio
Listening to: Dire Straits – Brothers In Arms
Watching: le prime immagini dalla mia nuova casa in Olanda
Eating: a orari inadeguati perché mi sveglio e vado a dormire a orari altrettanto inadeguati
Drinking: tanta acqua



L’ultimo dei due video teaser che Lou e io abbiamo realizzato per FIFTYFIVE FIGHTS 4 THE FUTURE [si rimanda qui per le delucidazioni generali, mentre qua per il primo video teaser pubblicato online] mette in campo tutt’altre intenzioni, tutt’altri scenari, tutt’altro pianeta. Alle origini c’è il progetto di Vincenzo Petito, Anna Piccamiglio, Jessica Prando e Valentina Zecca che alla domanda ma il VENTI dicembre 2012?, hanno risposto con poca voglia di fare i seriosi Niente paura, foss’anche la fine del mondo ad appropinquarsi, i Nerd vedono e provvedono, saranno loro i veri guerrieri che lo proteggeranno e ne garantiranno ordine, pace e prosperità, altro che i supereroi tutti muscoli in calzamaglia, per la fine del mondo c’è bisogno di saper usare il cervello! Insomma, uno spirito fresco e allegro che basta occhieggiare la loro proposta grafica per farsi scappare un sorriso storto.



Per questo video teaser, Lou e io abbiamo deciso di farla difficile e abbiamo messo in piedi un’impresa di quelle che se ci riusciamo in così poco tempo, passiamo a un livello successivo e niente più potrà fermarci! con tanto di caccia alla location cartoonesca, ai costumi, all’oggettistica, agli attori e ai collaboratori e grazie feisbùc che se non ci fosse stato chissà dove saremmo andate ad attaccare le liste della follia, dove ci saremmo scambiati pareri e consigli sul tutorial migliore per risolvere il cubo di rubick giungendo alla conclusione che l’unica soluzione sarebbe stata rintracciare qualcuno in grado di farlo, dove avremmo trovato tanta gente solidale nei nostri confronti cosa che ci ha riempite di un sentimento di amore universale, ancora una volta grazie feisbùc, altro che le piazze i bar i negozi roba old school.

Tutto questo per dire che, tanto nei momenti di disperazione, quanto in quelli di esaltazione, i nostri sono stati veri giorni nerd, laddove per giorni si deve intendere il ciclo giornoenotte. Succede così quando si finisce piedi e testa dentro un’idea e la voglia di renderla concreta passa in primo piano su tutto il resto, diventa una missione vera e propria nella quale ci si immedesima.


Nerd per due settimane, Lou e io siamo state in buona compagnia. Nella parte, al nostro fianco di fronte all’alba, si sono calati anche Gianvito e Alberto [Mozziconi, ne approfitto per lanciare messaggi subliminali] che no, non abbiamo dovuto costringerli minacciarli bruciargli la casa, ci hanno viste si sono fatti prendere e cosa lo dico a fare tutto il mio affetto per loro se non mi bastano i caratteri?
Gianvito ci ha messo anche la faccia come attore, Non sono sicuro di essere adatto al ruolo ci ha detto per prima cosa, gli è riuscito alla perfezione, è bastato infilargli un paio di occhiali a fondo di bottiglia, tagliargli i capelli e tirargli la riga su un lato per realizzare che era lui l’uomo che stavamo cercando, lui il nostro eroe

– troppa bellezza concentrata in una sola immagine
mi mette a rischio sindrome di Stendhal –


[photo by Snerto, pure il fotografo di scena avevamo, sissignore!]

Me ne rendo conto, è difficile riconoscere in questo un eroe, ma noi con i luoghi comuni non ci facciamo neanche lo zerbino, uomini e donne di poca fede, avrete modo di ricredervi tra non troppo o adesso se saltate a piè pari la conclusione cosa che non non sarebbe carina perché devo dire una cosetta importante ancora, tipo che

A dare la piega che mancava all’opera ci ha pensato Massimiliano Margaglio in arte Gygus. È stato lui a curare l’aspetto musicale di questo video teaser, componendo un pezzo troppo giusto, 8 bit e così sia.

Buona visione!



Io, non posso tenerlo nascosto, arriva il finale e mi infervoro sempre assai. Credo che il phon sia quanto di più geniale potesse produrre la scemenza che fa da collante tra me e Lou. E pure il sole che si accende e si mette a girare, ma quella è più la scemenza di Lou alle quattro della notte prima della consegna.


Adesso, siccome abbiamo potuto contare su Snerto, un po’ di backstage che fa sempre bene!
















Mood: nostalgico
Listening to: il traffico che si gonfia
Watching: Lou che dorme sul divano con tanti libri sotto il sedere
Playing: a fingere missioni 007
Eating: gelato, vorrei
Drinking: acqua



Il primo dei due video teaser che Lou e io abbiamo realizzato per FIFTYFIVE FIGHTS 4 THE FUTURE – il progetto di 55DSL in collaborazione con NABA [per gli smemorati, ne ho scritto qui] – fa riferimo a B*C* che è una proposta di Nivi Jasa, Rocco Natale e Michele Nicoletti. Uno sguardo sul loro lavoro graficoso è in queste immagini.



Per il VENTI dicembre 2012, B*C* rifiuta l’idea di una fine del mondo come tutti se la immaginano, alieni, mostri guerre nucleari, catastrofi infernali.
In verità B*C* rifiuta l’idea di una fine per
rilanciare l’idea di un inizio di un nuovo ciclo che metabolizzerà il vecchio ciclo e che si definirà all’interno di un atteggiamento di maggiore consapevolezza da parte degli uomini in merito agli equilibri naturali e alle responsabilità circa la salvaguardia dell’ambiente.

– Per dire che se non ci diamo una scossa tra non troppo dovremo portare in groppa le bombole d’ossigeno. –

B*C* mette al centro di quello che definisce un “biciclo”
la ruota quella che i Maya utilizzavano per rappresentare lo scorrere del tempo e la vita intera, che la storia definisce strumento di civiltà che mai l’uomo ha abbandonato malgrado l’avanzamento tecnologico, che è sintomo di movimento.

E punta sulla bicicletta come mezzo dinamico tanto fisico quanto mentale per una ripartenza più ecosostenibile.

Non per caso, il video teaser di B*C* è stato girato nella Ciclofficina Stecca di Milano, un’associazione no profit che promuove la cultura della bicicletta. Tra le varie attività, la Ciclofficina mette a disposizione nel suo capanno parti di biciclette recuperate e tutte le attrezzature accessorie all’uso della bicicletta perché chiunque possa costruire la sua bicicletta, contando sull’assistenza di quanti hanno imparato a farlo prima prima di lui assistiti da altri ancora e così via, c’è di bello l’atmosfera di estrema collaborazione nello spazio di pochi metri quadri.
Io la Ciclofficina Stecca è stato come un amore a prima vista. Sorge in mezzo a Isola, il gigantesco cantiere a cielo aperto di Milano che si agghinda per l’Expo 2015. Ed emoziona ascoltarla che respira piccola e tutta fatta di lamiere mentre attorno s’innalza il cemento e gli ingranaggi e il metallo sbuffano cigolano clangano. Nella Ciclofficina Stecca sembra di essere dentro un ventre buono.

Nell’ultimo periodo del resto sono ossessionata dai suoni della vita quotidiana. Mi sorprendo spesso a rincorrerli per ricostruire storie e percorsi a occhi chiusi. Quanto poi questo dipenda dal fatto che per il progetto B*C* Lou ed io abbiamo collaborato con Pierluigi Papaiz aka Apgar Ten [qui il suo soundcloud e il suo mixcloud, meritano] che ha curato la parte audio, non so, credo moltissimo. Pier compone a partire da suoni che lui stesso registra, fa musica concreta. La sera in cui l’ho conosciuto mi ha detto che stava lavorando sul pezzo, ma che doveva ancora trovare la giusta “vibe” io gli ho chiesto ‹‹La giusta che?›› lui mi ha ripetuto ‹‹La giusta vibe›› accompagnandosi con un’onda delle mani e delle braccia, io ho capito. Ecco, credo che nei suoi pezzi ci sia una vibe molto intima e toccante perchè sa di vero, a tratti rituale. Credo per noi di B*C* non ci fosse di meglio.

D’accordo, l’ho tirata per le lunghe, arrivo quindi a svelare il videoteaser di B*C*, Lou e io ci conoscete già, siamo le dentature qui sotto – nel caso non lo ricardaste –


il nostro lavoro un po’ l’avete sbirciato in precedenza e comunque questo fa vanto di tutte le teste citate qui sù.

Buona (rapida)visione, vi ruberà un minuto appena!


Mood: stancherrimo
Listening to: il brusio della biblioteca
Watching: più che altro Abbiocching
Eating: i polsi e le unghie, senza riuscire a controllarmi
Drinking: è l’ora del caffè



Succedeva a fine febbraio che ci ritrovassimo in mezzo a tanti amici sul pavimento di casa mia durante la Festa del Pane per la quasichiusura del progetto in collaborazione con Mulino Bianco, Lou e io a prometterci un periodo di vacanza al più presto ché gli ultimi mesi ci avevano prosciugate. Ben inteso, lavoro e studio a strabocco più un paio di questioni – neanche troppo piacevoli – annesse e connesse, non certo rave parties.
Sicché stare in mezzo a tanti amici durante una festa dopo gli ultimi mesi che ci avevano prosciugate e prometterci un periodo di vacanza al più presto, Lou e io, sembrava fosse la cosa più bella e il modo più giusto per ristabilire un equilibrio vitale che si era sbilanciato bruscamente a sfavore delle nostre necessità più intime e umane.
Non fosse stato che

Cinque giorni dopo ci siamo fatte coinvolgere in FIFTYFIVE FIGHTS 4 THE FUTURE

– Nessun dica –

che è un progetto di comunicazione ideato dal team 55DSL di Diesel in collaborazione con NABA [rimbalzo subito alla pagina feisbùc di riferimento], nel quale gli studenti di Graphic Design & Communication, Sound Design, Media Design – di cui faccio parte – e Scenografia, divisi in gruppi, sono stati chiamati a lavorare in team ciascuno con le proprie competenze professionali per delineare proposte creative sul tema

VENTI dicembre 2012.
Ovvero 20-12-2012.
Sarà la prossima fine del mondo?

e già sembrerebbe di intravedere Roberto Giacobbo all’orizzonte, ma no,
a scendere in campo in prima linea, ancora a inizio anno accademico, sono stati i gruppi di Graphic Design & Communication che, senza tirare in ballo Giacobbo, hanno tracciato gli immaginari più diversi e strampalati e li hanno concentrati in soluzioni grafiche per la stampa di una collezione di magliette e pack coordinati che il team di 55DSL sta selezionato e scremando work in progress nel corso dei mesi finché a fine anno accademico non ne caverà quelli vincitori che saranno realizzati e messi in distribuzione negli store italiani Diesel, fiuuuuu, ce l’ho fatta a raccontare tutta la faccenda in poche righe, ce l’ho fatta?

Eventualmente, vogue.it e artribune.com sono molto chiari. Inoltre, l’intera evoluzione dei progetti si può seguire dai video reportage caricati sul canale vimeo di 55DSL dei quali pubblico il primo qui di seguito.

Noi videomakers e sound designers siamo stati assoldati nel momento in cui i gruppi grafici superstiti sono diventati undici per affiancarli e puntellarne ed estenderne gli immaginari con altrettanti videoteaser.
Deadline, l’incontro con il team di 55DSL per la revisione dei progetti finali,
due settimane a partire da questa comunicazione,

in seguito alla quale ho richiamato Lou che sedeva davanti a me che sedevo irrequieta dietro di lei e solo cinque giorni prima ci eravamo promesse un periodo di vacanza,
Non possiamo farlo
e cinque minuti dopo avevamo già arraffato non uno, bensì due progetti.
Deadline, due settimane.

Il nostro è un caso patologico, dice Lou,
quando solo c’è nell’aria odor di videomaking perdiamo coscienza e non c’è molto altro da aggiungere.
In particolare FIFTYFIVE FIGHTS 4 THE FUTURE ha smagnetizzato da subito i nostri poli razionali e stimolato la nostra pura follia per il fatto di essere un progetto che condensa competenze e percorsi creativi differenti nella stessa prospettiva cosa che è molto difficile da gestire, mescere singole personalità intendo e scendere a compromesso, ma che quando riesce è una potenzialità colossale ed entusiasmante non soltanto per le contingenze del momento, ma anche per quanto deve ancora venire.

Deadline, due settimane.

È stato così che Lou e io non è arrivato un periodo di vacanza, piuttosto la consacrazione a una turbina infernale di cose da fare perché tutto tornasse e riuscisse come ci eravamo prefissate malgrado il poco tempo a disposizione sulla distanza di due progetti diversissimi tra loro che più diversi non avrebbero potuto esserlo sicché solo a passare da uno all’altro s’è rischiata la cotenna, nonostante in entrambe le collaborazioni il suolo fosse molto fertile piacevole e disteso.
Abbiamo iniziato a correre correre correre ancora più forte della turbina infernale Lou e io con le gambe con le mani con la testa in lungo e in largo per Milano davanti agli schermi dei nostri computer e corri corri sono arrivati i ritmi ventidue ore di veglia e due sole di sonno che quando lo racconti nessuno ci crede a meno di non constatare in piena autonomia l’estensione del territorio delle occhiaie sulla faccia il colore della pelle e la tonalità della voce quella da sonno quella da travone per settimane, abbiamo sentito un nostro collaboratore dire alla sua donna ‹‹Ormai loro non dormono più›› e ci siamo sentite sbagliate mentre oscillavamo sui piedi ed eravamo tremendamente stanche più che altro di vivere dentro un palinsesto quotidiano organizzato secondo per secondo da una settimana all’altra che è più simile alla morte con la consapevolezza di non poter sgarrare di non poter fuggire di doverci privare ancora di tante cose da poco che però fanno la vita e la felicità semplice di un uomo e ne alleggeriscono le tensioni, parlare con le persone mangiare un gelato stare stesi sotto il sole in Parco Sempione che quando le abbiamo viste negli altri ci sono sembrate bellissime e interessanti tanto da stupircene come se ce ne fossimo dimenticate e allora sentirci costrette contro un muro contro noi stesse in convivenza estremamente simbiotica Lou e io, lavoro sveglia lavoro colazione lavoro bagno lavoro pranzo lavoro the lavoro cena lavoro lavoro lavoro che anche per uscire una sera ci siamo concordate il permesso l’un l’altra, come cazzo abbiamo potuto ridurci così? sembrare ossesse forse esserlo far la conta dei giorni prima (della libertà che per noi è diventata l’utopia della normalità) mentre dentro la stanchezza iniettavamo l’adrenalina che è

una miscela di passione e forza di volontà esplosa ai limiti del possibile che a non averla non si sarebbe fatto neanche un passo, ma scoprirne in dosi tali nelle nostre casse toraciche ha innescato dinamiche propulsive a catena fino al momento in cui non abbiamo affondato l’obbiettivo, come d’abitudine soltanto mezz’ora prima del termine ultimo. E sono arrivate la soddisfazione e l’esaltazione con una stazza titanica gonfiata a dismisura dall’entusiasmo e dalla stima generale che ci hanno investite nel modo più genuino, senza che mai fossimo andate a raccattarli in giro senza che mai li avessimo immaginati Lou e io che effettivamente due produzioni ben riuscite in due settimane c’è di che sentirsi fighe.
Adesso potrei scrivere di quanto mi senta gratificata perché la soddisfazione, si sa, ha il tempismo di un’adulatrice e si comporta come se mai ci fossero mai state le difficoltà. Ma meglio non farlo.
Nella quiete di questi primissimi giorni post-turbina, totalmente abbandonata alla stanchezza, ho l’impressione che i veri esisti favorevoli siano non tanto nell’autoreferenzialità di un doppiorisultato soddisfacente e nelle nuove collaborazioni instaurate – pur sempre gran belle cose – quanto nel lungo respiro interiorizzato e cacciato fuori alla fine di queste due settimane a vivere dentro un palinsesto, respiro che è insieme consapevolezza di quanto si possa amare qualcosa non solo qualcuno e dedicarcisi fino all’abnegazione e di una necessità improrogabile a selezionare gli stimoli provenienti dall’esterno che sono sempre tanti, ma non per questo vanno afferrati con sregolatezza, rischiando di intasare le valvole di sfogo del proprio respiro e di annullare la creatività perché ogni cosa ha bisogno di respiro e tempo, noi per prime, anche se oggi va di moda dire che il nostro valore di uomini e donne del domani si misura nella loro assenza, ‘mbrond, si dice dalle parti in cui sono nata, ovvero “Sulla fronte”, in altri termini “Col cazzo”. Piuttosto mollo il mio grande amore e mi apro un bar sulla spiaggia a Balibali. Comunque.

In attesa della pubblicazione online dei videoteaser che abbiamo realizzato per FIFTYFIVE FIGHTS 4 THE FUTURE – questione di poco – segnalo il reportage fotografico dell’incontro finale degli undici gruppi con il team di 55DSL pubblicato sul canale feiscbùc del progetto e non anticipo nient’altro.