Mood: pericolante
Reading: What’s really at stake at the Paris climate conference now marches are banned Naomi Klein su The Guardian (trad. disponibile su Internazionale)
Listening to: Camille Yarbrough – Take Yo’ Praise
Watching: This changes everything by Naomi Klein
Eating: zuppa di lenticchie
Drinking: acqua




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The Netherlands, Amsterdam, 29 November 2015.
Klimaatparade, part of the global People’s Climate March 2015.

C’era il vento. Correvo da una parte all’altra, volevo testimoniare tutto*,
i tuoi capelli rossi tra settemila manifestanti.

Suon di #lutto

novembre 15, 2015

Mood: addolorato
Reading: aria fritta
Listening to: Brett Dennen – Ain’t No Reason
Watching: The Salt of the Earth by Wim Wenders
Eating: uova
Drinking: caffè

Troppo spesso negli ultimi anni ho assistito a lutti clamorosi a suon di ashtag e non serve un filosofo per capire che il sensazionale motiva l’opinione. Troppo più spesso il populismo.

Io risparmio il fiato e penso alla vita, alle bombe, al cielo che avvampa nella luce delle fiamme, ai cadaveri disseminati su tutto il Globo, alle anime in fuga dal Globo – dal Libano a Parigi, dalla Siria all’Iraq e poi ancora in Afghanistan, Pakistan, Nigeria, Ucraina, Gaza, Somalia, Yemen e Tanti Altri Ancora difficili da tenere a mente. È un’epoca di massacri orribili, la nostra: il Mondo intero sta andando in briciole. E il cuore mi salta all’aria ogni giorno più volte al giorno.

Basta essere uomini per vergognarsi di essere uomini. Certo, la vita continua perché la vita continua anche quando ne avvertiamo il peso per le troppe lacrime raccolte nelle tasche, persino quando con le tasche ossidate pronunciamo l’ulteriore chiamata alle armi. Ma a essere onesti per la prima volta mi sto chiedendo se davvero la vita valga tutta la pena che viene dal vivere. E, nell’infinito numero di storie da raccontare e già raccontate, non trovo una sola risposta soddisfacente.

Italia, sei responsabile.

febbraio 20, 2015

Mood: somewhere tra l’affaticato e l’entusiasta
Reading: J. S. Foer, Se niente importa
Listening to: storie di un viaggio in Brasile
Eating: cioccolata
Drinking: infusi di ibiscus e piante ignote



Italia, sei responsabile.
Per ogni trauma che ti porti sulla carogna.


++ Calcio: danni a Barcaccia dopo passaggio tifosi ++


Un Paese ha il sacro dovere alla tutela del proprio patrimonio. Di quello culturale prima di tutto perchè è garante dell’identità del proprio popolo. Un’altra cosa che potremmo dire è questa: si può difendendere soltanto ciò di cui si ha profonda consapevolezza e per cui si prova rispettoso amore. E, a conti fatti, centocinquantaquattro anni d’Italia hanno dimostrato che questa non è una storia all’italiana.
Impossibile minimizzare: l’evento del giorno è sicuramente un gruppo di scalmanati tifosi del Feyenoord arrivati in Piazza di Spagna col ferro e col fuoco per fare strage della Barcaccia. Ma la riflessione più giusta da fare riguarderebbe la gestione e pianificazione dell’ordine pubblico: mancata. Ancora più a monte, si trattarebbe – a mio parete – di interrogarsi a riguardo di un certo senso civile che porta alla tutela del proprio patrimonio culturale e di consegenza alla gestione e pianificazione dell’ordine pubblico. Mancato anche questo.

Non affannatevi, italiani. Pensateci.

Mood: trepidante
Reading: Mario Calabresi, A occhi aperti
Listening to: Moddi – House by the Sea
Watching: film senza impegno
Eating: gelato
Drinking: una tisana dopo l’altra



Nata in Francia nel 2007 su iniziativa dell’Union Internationale de Conservation de la Nature e della rivista Terre Sauvage, Fête de la Nature è una manifestazione annuale che anima città e nazioni intere con eventi di ogni genere a diretto contatto con la natura, di modo che organizzazioni locali e internazionali e cittadini possano mettersi tutti insieme a scoprire e riscoprire il proprio ambiente. Dacché è stata proposta e presentata in Francia, Fête de la Nature è stata accolta anche in Svizzera e in Portogallo e, quest’anno per la prima volta, in Olanda.

Vier de Natuur, la prima edizione olandese della Fête de la Nature, è stata celebrata il 24 e il 25 maggio ed è stata definita a ragion veduta un gran successo dacché si sono contati quarantatremila partecipanti e duecentonovantuno attività su tutto il territorio.

Den Haag ha aderito all’iniziativa con un festival organizzato da DHiT – Den Haag in Transitie, in collaborazione con Stichting Duurzaam Moerwijk, nel quartiere di Moerwijk, uno di quelli con i palazzoni grigi tutti uguali dove sembra sempre autunno, nonostante il circostante Zuider Park rigonfio come un polmone. Nel corso della Fête de la Nature, dieci iniziative locali hanno trovato supporto di modo che la comunità di Moerwijk potesse vivere fuori dalle porte di casa, per strada e nei giardini e negli orti tra un condominio e l’altro, godendo dei colori, della musica e delle danze, dei giochi e dei picnic, ma soprattutto del benessere che deriva da un momento di condivisione allegra a diretto contatto con la natura. Dal primo rullo di tamburi della parata che ha aperto il Festival percorrendo il quartiere come un’arteria veloce per spingere tutti uno dopo l’altro fuori dalle porte di casa, al tramonto della domenica successiva nella quiete di Eetbaar Park, Moerwijk non ha smesso di fermentare.


Ma c’è una cosa più interessante ed è questa: alla chiusura della Fête de la Nature, le organizzazioni sorte in occasione del festival si sono sviluppate e hanno dato seguito alle loro iniziative. I giardini hanno portato le piante e i frutti seminati mesi prima e non c’è retorica in questa frase. Vier de Natuur è stato soltanto un punto di partenza nella direzione di una dimensione più solidale e sostenibile a Moerwijk, un quartiere come tanti altri delle nostra città.

Quelli di Moerwijk li ho conosciuti abbastanza. Una settimana prima dell’inizio della Fête de la Nature a Moerwijk, attraverso DHiT, ho accettato l’incarico di documentare fotograficamente l’evento, ma allora non mi era chiaro quanto fosse ampio il progetto che avevo iniziato a seguire e con quante e quali persone mi avrebbe portato a contatto, non solo nella contingenza di un weekend particolare, ma anche nel corso dei mesi successivi.
Penso a ognuna di loro come a un dono prezioso e poi un pezzo fondamentale nella mia grande ricerca sul senso dell’entusiasmo. Son tipi in gamba, quelli di Moerwijk, con una molla gigantesca che li spinge in aria dal centro del loro intestino. Appartengono a razze e credi religiosi totalmente differenti, talvolta discordano, ma mettono a disposizione la stessa umanità e lo stesso slancio amoroso per il mondo nel quale vivono e nel quale in molti casi hanno messo alla luce dei figli: sono vivi e si impegnano per rendere la loro realtà un posto migliore.
Io con una camera in mano spero di averne saputo restituire un pochino forza e emozioni, non solo perché allora quelli di Moerwijk si ritroverebbero belli nelle loro immagini – e io davvero voglio che si rendano conto di quanto sono belli! – e non solo perché anche qualcun altro sarebbe in grado di vederli belli con i propri occhi così come io ho fatto coi miei e proverebbe magari a seguirne gli espedienti. Ci spero soprattutto perché avercela fatta sarebbe il segno che adesso contengo sottopelle la bellezza che ho visto e ascoltato, ‘ché quest’accoglienza empatica senza riserve è l’unico modo per riconsegnare tutto quanto al mondo, laddove la bontà deve stare. Se penso in questi termini, il mio lavoro ha un senso. E io ho bisogno dei sensi.

Le storie della Fête de la Nature a Moerwijk sono state raccolte in un libro, Vier de Natuur in Moerwijk: een festival door de wijk voor de wijk / La Fête de la Nature a Moerwijk: un festival dal quartiere per il quartiere, perché a una cosa è davvero importante dar peso: Vier de Natuur – Den Haag arriva dal basso, dall’energia e dall’entusiasmo stesso della gente di Moerwijk, una popolazione che si riconosce parte integrante di un ecosistema più grande e familiarizza con questa scoperta a modo suo, nel proprio quartiere, a partire dal proprio quartiere.

Il libro sarà lanciato mercoledì 8 ottobre, alle ore 20, a Eetbaar Park [qui l’evento]. Ci saranno tutti. Devo dire che sono parecchio emozionata? Molto più di quando ho fotografato in uno dei giardini a Moerwijk la principessa Irene Emma Elisabeth d’Olanda, madrina della Fête de la Nature.

(c) dorotea pace photography

The Netherlands, Den Haag, Moerwijk, 24 May 2014.
Princess Irene Emma Elisabeth of the Netherlands, who has strongly promoted Fête de la Nature in the Netherlands, visiting one of our garden, at the end Carnival Parade.
Mood: inquieto
Reading: Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni
Listening to: Pink Floyd – Wish you were here
Watching: Lea, una fotografia di Carla Kogelman
Eating: piadina
Drinking: birra



Sottrai la compassione alla vita e resta la somma delle centinaia di esseri umani smembrati nell’ultima settimana, 298 sul velivolo civile MH17 diretto da Amsterdam a Kuala Lumpur, abbattuto «per errore» da un missile Buk sul confine ucraino-russo, oltre 600 uccisi e più di 4000 feriti palestinesi e circa 30 militari e 2 civili israeliani morti durante i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza e, anche senza contare una per una le centinaia di vittime sconosciute dei conflitti «minori» quotidianamente in corso su tutto il Globo, il bilancio va da sé per le migliaia, migliaia! che mi ballano sulla testa senza tregua, mi sfondano il cranio BOOM madame, ecco il benservito per essere venuti al mondo. Non c’è da star comodi: questa tragedia l’abbiamo avuta in dote restando in vita, ciascuna di queste vite possibili senza più un risvolto ci appartiene e marca un lutto sulla nostra coscienza. Vorrei che tutti ne fossimo consapevoli, ecco cosa vorrei perché penso sarebbe un primo grande passo verso l’umanizzazione della nostra specie: il lutto è metabolismo, il momento in cui realizziamo di essere vivi e di dover provare a vivere meglio e noi siamo vivi per provare a vivere meglio. Che sia il meglio o il peggio a venire lo dovremo a noi stessi come comunità in ogni caso.

Den Haag in Transitie

maggio 23, 2014

Mood: felice
Reading: le mail e i messaggi arretrati a cui neanche stanotte riuscirò a rispondere
Watching: Slavery, un reportage di Jodi Cobb per National Geographic
Listening to: il sonno che arretra e mi lascia stecchita a occhi aperti sui pensieri
Eating: purea di fave
Drinking: acqua



Nell’ottobre 2013 ho incontrato per la prima volta quelli di Den Haag in Transitie, che allora non aveva sede fissa, ma si appoggiava dove trovava ospitalità, per l’occasione uno squat alla semi periferia di Den Haag. Quella sera nello specifico, un gruppo di ragazzi aveva iniziato a riunirsi per sperimentare attorno a tecniche e metodologie del teatro sociale partecipativo. Ricordo l’atmosfera distesa e davvero ispirante, oltre che la sinergia immediata del tipo che si sviluppa tra persone che si colgono al volo, condividendo magari intenti e propositi.
Da allora frequento regolarmente Den Haag in Transitie, sia attraverso il gruppo di teatro, sia proponendomi parte attiva nelle attività più ampie della comunità, che nel frattempo ha acquisito una sede momentanea, ma molto bella, in Witte de Withstraat, 119.

Den Haag in Transitie è un’iniziativa che si inserisce nel movimento delle Transition Town maturato in Irlanda tra il 2005 e il 2006 sulle basi del lavoro di Rob Hopkins con alcuni studenti del Kinsale Further Education College. In risposta all’idea che il nostro mondo, così com’è, non può più andare avanti e che bisogna prepararsi alla flessibilità richiesta dai mutamenti in corso, il progetto delle Città in Transizione immagina e incoraggia all’interno dalle comunità esistenti nuovi modelli di sviluppo a impatto zero, sperimentando pratiche differenti e approcci creativi e partecipativi da applicare dal basso.
Wu Ming 1 scrive che “[…] non possiamo continuare a vivere com’eravamo abituati, spingendo il pattume (materiale e spirituale) sotto il tappeto finché il tappeto non si innalza a perdita d’occhio. […] Non siamo immortali, e nemmeno il pianeta lo è. […] Se ce ne rendessimo conto, se accettassimo la cosa, vivremmo la vita con meno tracotanza. […] E i danni? Gli ecosistemi che abbiamo rovinato? Le specie che abbiamo annientato? Sono problemi nostri, non del pianeta. Verso la fine del Permiano, duecentocinquanta milioni di anni fa, si estinse il 95% delle specie viventi. Ci volle un po’, ma la vita ripartì più forte e complessa di prima. La Terra se la caverà, e finirà solo quando lo deciderà il sole. Noi siamo in pericolo. Noi siamo dispensabili.» Al di là dello scenario post-apocalittico, credo che ci siano ottime possibilità di recupero, credo anzi che si possa persino prospettare un mondo migliore, uno spazio più vitale fuori dall’epoca del petrolio e del consumo alienante, ma per questo è necessario educare la comunità e farlo superando la suddivisione rigida ed arbitraria della conoscenza in ambiti disciplinari così da proporre una lettura rinnovata della realtà, più organica e problematica. Dopotutto l’intralcio è sempre lo stesso: la disinformazione, mentre, per quella che è la situazione attuale e perché ci riguarda tutti in prima persona, dovremmo essere in grado di comprendere a fondo la portata e le conseguenze delle nostre azioni sugli equilibri naturali.

A Den Haag in Transitie, DHiT, i concetti principali sono “comunità locale”, “eco-compatibilità” e “sviluppo sostenibile”, mega contenitori tematici all’interno dei quali “ecologia” e “biodiversità”, “verde urbano” e “demografia”, “produzione e consumo alimentare”, “riscaldamento globale”, “impatto energetico”, “modelli economici”, “uso”, “esaurimento”, “spreco” e “scambio di servizi” sono soltanto alcune tra le molteplici declinazioni in una rete di punti incredibilmente problematici e interconnessi.
A maggior ragione in vista del WEO-2040 – quando, attraverso i nostri politici e i nostri industriali, saremo chiamati a testimoniare degli sforzi fatti per ampliare l’offerta di energia in modo sicuro e sostenibile sotto il profilo economico e ambientale –, DHiT si propone, attraverso i suoi gruppi di lavoro, come piattaforma in grado di catalizzare idee e realtà progettuali differenti per informare e educare, diffondere consapevolezza e facilitare intensi dibattiti e pratiche collettive attraverso i quali indagare il senso della resilienza e gli scenari della sostenibilità. Si parte dal vicinato, dai piccoli quartieri con i loro abitanti, dal negozio all’angolo, dalle scuole e dalle strade e di qui ci si collega e ci si espande alle piccole attività commerciali, alla municipalità e alle organizzazioni internazionali. È in questo questo brodo amniotico che si genera e si muove il processo di transizione verso modelli (ri)creativi eco-compatibili: a DHiT, l’idea – da non sottovalutare – è che le piccole autosufficienze locali siano il dispositivo principale di coincidenza tra pensiero e azione, nonché le linee guida che articolano e mantengono un sistema più ampiamente ecosostenibile.


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Le immagini provengono da quelle che ho scattato durante il King’s Day, quando a DHiT abbiamo festeggiato costruendo giardini verticali e aiuole dove c’era soltanto un marciapiedi, ricavato strutture mobili dai materiale di scarto, animato attività teatrali per bambini, giocato come bambini. Il tutto annaffiato dai frullati 100% organici di Passie Voor Pure e coronato da una grande cena di quartiere in collaborazione con Eco Revolt,

senza possibilmente dimenticare di andare sempre a ritmo di musica e a passo di danza!

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#coglioneNo, pensiamoci su

gennaio 16, 2014

Mood: energico
Reading: In fondo non sei nessuno: perché dovremmo pagarti? di Davide Calì;
Sapete cos’è il lavoro? di Gioacchina
Listening to: i gorgheggi del mio stomaco affamato
Watching: La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino
Eating: il presente
Drinking: caffè poi acqua poi un nuovo caffè

 

 

 

In questi ultimi giorni è tutto un gran parlare di “creatività”: #coglioneNo, la campagna virale lanciata sul web dal collettivo ZERO ha fatto il botto a tutti gli effetti.
Il problema sollevato è abbastanza spesso: a noi così genericamente detti “creativi”, quando lavoriamo, non viene corrisposto il compenso economico. In cambio ci vengono concesse possibilità e esperienze formative, la vana gloria della visibilità 2.0 e la facoltà, ma ve lo immaginate?, di citare la nostra prestazione sul curriculum e sul portfolio, rimpolpandoli alla grande in vista di chissà quale eminente futuro – magari siamo pure ardenti studentelli universitari e ci crediamo davvero –, big boss, ci tengo a riferirle che il mio curriculum e il mio portfolio sono ciccioni seriali con l’ego a palla, mentre le mie tasche hanno fame, fame nera. Di aspettative, poi, non parliamo neanche. Eppure il capitale della società in cui viviamo è l’immagine, ce ne sarebbero di soldi da investire.
Ma affrontiamo il problema, colleghi “creativi”: è naturale che così sia! Dopotutto noi andiamo avanti a gradire, acconsentire, rassegnarci e, diciamolo con onestà, non solo per noi stessi, ma anche per tutti gli altri ai quali andremo a chiedere collaborazione senza poter corrispondere un compenso per il progetto senza budget al quale stiamo lavorando senza retribuzione, e inoltre per tutti quelli che si affaccenderanno nel mondo professionale della creatività negli anni a venire il nostro incanutimento, mentre comunque sia noi non saremo arrivati da nessuna parte pur avendo acconsentito a lavorare gratis, anzi proprio a causa di tutte le circostanze in cui abbiamo acconsentito a lavorare gratis, eppure ci promettevano la luna. Certo, a patto di non voler considerare una conquista il fatto di aver impedito che anche tante altre persone vengano pagate.
Io vi capisco, colleghi “creativi”, voglio dire se mai dovessimo chiedere la giusta remunerazione in cambio della prestazione per la quale siamo stati ingaggiati, vedremmo qualcun altro rimpiazzarci e soffiarci l’odor di gloria da sotto il naso. E vedrai!, la fila è lunga dietro di noi che siamo una generazione di creativi. O presunti tali, questo è il guaio. “Non esiste oggi parola più oscena e più malsana della creatività”, io sono completamente d’accordo con Enzo Mari.
Allora qui vi chiedo, colleghi, dov’è la stima per la nostra “creatività” individuale? Intendo la consapevolezza che quello che facciamo è un lavoro vero e proprio, ci richiede tempo, energie e dedizione, ha un valore di mercato e pertanto merita un regolare ritorno economico perché big boss, non c’ho famiglia, ma la panza sì, qualche vizio pure e se credi che l’esito del mio lavoro sia un battito di ciglia e non esiga delle competenze specifiche, prego, fa da te. Ed, ecco, per stima intendo anche la certezza del singolo di essere unico, di aver sviluppato con la ricerca e la sperimentazione un’identità creativa individuale, arrivando a gestire una formula concettuale e estetica del tutto personale, niente a che vedere con quella del tizio dietro di sé, nè con quanto potrebbe fare un chicchessia in possesso degli strumenti tecno-tecnologici, ma non per ciò delle dovute cognizioni di ambito. È di questo che abbiamo bisogno: fare la differenza per produrre discrimini e opportuni elementi di valutazione così che l’uno non valga l’altro.
Io lavoro col video. Negli ultimi due anni mi sono sbattuta dalla mattina alla sera perché da grande voglio fare la direttrice di fotografia. A voi sembreranno pochi due anni, ma se di portfolio si tratta, vi mostro il mio. E a testa alta.
Si discute spesso del fatto che il nostro è il tempo della comunicazione per immagini, nonché del fatto che, nel tempo della comunicazione per immagini, l’evoluzione tecnologica ha democratizzato gli strumenti di produzione e la possibilità di ottenere belle immagini a basso costo e poco impegno, che la pura estetica spesso vince sulla ricerca del senso, laddove, invece, il low budget sembra ragionare su ben altri fattori che l’estetica e la qualità dell’immagine. Volete sapere cosa mi hanno lasciato due anni di esperienza nel settore? La sensazione che oggi realizzare un prodotto audiovisivo sia diventata sempre più una mera operazione esecutiva dai risultati preimpostati e standardizzati, mediocre al punto da diventare stomachevole.
Per quello che mi riguarda, mi sono presa del tempo lontano dal settore e ho riflettuto su quello che voglio fare e su come lo voglio fare, mi sono rigenerata. Non intendo rinunciare ai miei progetti e nei miei progetti, proprio perché li ho a cuore, rientra la voglia di non essere schiacciata, nè aderendo al livello dell’insignificanza, nè prestando le mie competenze a titolo di favore. Sono serena, un po’ per volta mi assicurerò quello che voglio. Gli Acqua Sintetica, invece, non demordono mai e hanno da pochi giorni lanciato online un altro videoclip degno di nota, Sex Appeal per i PloF distribuito da Pumpk Music e The Jackal, videoclip con il quale riconfermano – tanta stima per i miei ragazzi – la loro convinzione che i processi creativi devono svilupparsi attorno a un’idea forte, al di là dei panorami stucchevoli a cui ci siamo abituati e delle logiche di mercato. Il che è una modalità di rivolta persino ben più accetta della mia.
Ecco, colleghi – soprattutto voi con un certo fuoco primitivo nella testa, pensateci su, non siate coglioni! Perché qui l’unica cosa che stiamo producendo è il nulla, ve lo dico onestamente.