Il funerale

dicembre 27, 2013

Mood: rigenerato
Reading: Jack Kerouac, On the road
Watching and listening to: Sébastien Tellier – L’amour naissant (Official Video)
Eating: pizza
Drinking: caffè



«A mia nun m’a fari mali o cori.» precisa il signor A., riprendendo un discorso interrotto un pugno di minuti prima per consegnare a un habitué del suo locale la cena da asporto ordinata via telefono. «Altrimenti ti metto la croce sopra.»
Sorrido al modo di dire. Quanto al signor A. non ha ombre di incertezza tra le rughe attorno agli occhi stanchi. Parla con gran serietà. «Nun schirzo.» dice, infatti. «To’!» e ci mostra, cacciandolo fuori dallo scollo della sua t-shirt bianco farina e isolandolo da altri pendagli, un cerchietto d’oro con una croce latina nel mezzo. Se lo gingilla per qualche secondo tra pollice e indice prima di richiuderlo nello scrigno fatto di petto e trame di cotone. «La fedina del mio primo fidanzamento, tant’anni fa.» precisa per cancellare qualsiasi dubbio.

Nel silenzio a seguire, avverto chiaramente un palpito più forte come quando da bambini ci si scopre innamorati e poi la pelle d’oca veloce lungo la spina dorsale.
Con l’immaginazione, rievoco infinite volte una dopo l’altra il signor A. entrare in una gioielleria, lanciare la fedina d’oro sotto il naso dell’orafo ancora ripiegato col monocolo su un pezzo da tre grammi e commissionargli la saldatura di una croce latina all’interno dell’anello in modo tale da dividerlo perfettamente in quattro, impedendo così e sbeffeggiando qualsiasi possibilità di indossarlo ancora nel futuro. Memorabile.


Ci tengo a ringraziare Glauco Canalis per l’aiuto col siciliano.

Hotel Leonardo Royal

luglio 25, 2013

Mood: in rivolta
Reading: di orari di partenza e di orari di arrivo
Listening to: Jimmy Cliff – I can see clearly now
Watching: la farfalla notturna che zampetta su e giù lungo il monitor
Eating: il pane che qualcuno sta cuocendo e che il vento ha sgraffignato
Drinking: acqua



Tra l’una e le due di una già domenica a Düsseldorf, pochi passi in là dalla vacuità e dai corpi che sbattono al Nachtresidenz e più avanti in Bolkerstraße, una donna tra i venti e i trent’anni, schiacciata contro una colonna d’ingresso dell’Hotel Leonardo Royal – Graf-Adolf-Platz numero 8 e10 – si adombra dietro i suoi disagi la cui origine rileva senza tergiversare nell’uomo che le sta di fronte.
Si dedurrà dal fatto inconsueto che quest’uomo e questa donna smezzano un pacco di patatine di mais con indifferenza di fronte a un hotel di un certo lusso – lounge in moquette a motivi geometrici color vinaccio e beige, dotata di portiere in livrea e piano bar dai profili dorati il tutto avvolto in un’atmosfera soffusa e luccicante emessa da abat-jour e luci a cascata –, completamente incuranti della porta a vetri automatica che continua a aprirsi e chiudersi a causa dalla loro eccessiva vicinanza, si dedurrà da questo la natura giocosa del loro rapporto, spensierata azzarderei se non andasse in contrasto con l’intimo assetto della donna in questo momento,

E se restassi qui stanotte? Mi intristisce particolarmente sapere che stai andando via.
Perché solo poche ore fa passeggiavamo attorno alla sponda sinistra del Reno e nella piena di gente sull’Oberkassel Brücke, a quarantasette metri e mezzo di altezza dove il vento è più forte, ma non abbastanza da coprire lo sferragliare del Größte Kirmes am Rhein, noi ci siamo fermati in silenzio a vedere il sole spegnersi dietro la linea dell’orizzonte e tingerla di un arancio così intenso che per qualche secondo di seguito avremmo visto il mondo in blu e tu ti sei stupito che nessun altro lo facesse come noi, a me sorrideva proprio lo stomaco.
Insomma, se restassi? Te lo chiedo perché ci sono tante cose che succedono quando ti guardo e quando ti ascolto e non tutte le capisco. Allora desidero sapere se secondo te esiste – nel caso – una possibilità per noi di riempire tempi più lunghi di un incontro fuggevole, intendo dire più lungo, non per forza per sempre perché in tanti – immagino – dicono «Per sempre» e poco dopo non si riconoscono più, io non sono così.
Dopotutto c’è questo fatto che da mesi ci ritroviamo con naturalezza a qualche capo improbabile del mondo, in circostanze di volta in volta diverse e di sorpresa e, questa è la cosa più straordinaria, sempre mi emoziono in quel modo lì che rende distanti e superflui molti altri aspetti del mondo. Come oggi quando ti ho lasciato un messaggio e tu sei arrivato, il portiere ti ha detto in quale camera mi avresti trovata – 306 – e tu mi sei venuto incontro con una scatola di te e dissimulando a fatica un certo imbarazzo per il luogo inusuale finché non mi hai vista a piedi nudi. Non hai tardato a dirmi che sei davvero curioso di sapere dove ci incontreremo a questo punto la prossima volta,
ma se restassi?

E proprio qua, si fanno avanti le traveggole: ovvero il sospetto che la sola domanda possa fare male a entrambi, riaccendere la malinconia che dietro allo sfoggio dei sorrisi poggia appena sopra una polveriera, nello specifico una somma di piccole immagini e gradi sensazioni di retaggio dalle rispettive storie d’amore del passato, intendo amori di quelli massicci tanto massicci da sembrare unici e inamovibili anche – e a maggior ragione – quando restano spogli del loro quotidiano, a meno di non considerare il richiamo incessante alla memoria che avviene attraverso le più piccole cose di ogni ora e le riempie, per meglio dire amori di quelli in cui – ne sono consapevoli entrambi, vivendoli – si resta in una qualche forma nel più ostinato dei modi come al limite di un vizio insostituibile, sicché la sola domanda – ma se restassi? – sarebbe come insinuarsi senza garbo, né discrezione in uno status quo e profanarlo, questa è l’ipotesi sconcertante e insopportabile. Meglio seppellirle domande così,
come si fa a restare essendo ancora appesantiti lungo il fianco di un altro amore insoluto?
Non che in linea etica non si possa, questa donna lo sa, ma a meno di non avere due vite da passare la prima con l’uno e la seconda con l’altro, servono scioltezza e stabilità interiore per amare in modo schietto e genuino – incredibilmente profondo – un essere umano avendone già in animo un altro con tutta la geografia enucleata. Perché qui non si tratta di essere una misura in più o in meno di qualcun altro del passato, né si tratta di trovarsi a un livello di amore più o meno elevato, piuttosto di essere qualcun altro e nel cuore di un altro sentimento, motivo per cui potrebbero esserci due amori grandi uguale, ma in modo diverso. Se esistessero termini di paragone oggettivi, sarebbe più semplice ponderare gli amori, ma di fatto si tratta soltanto di moti, coincidenze e impressioni in evoluzione e dacché sulla Terra viviamo in sette miliardi, si vorrà mica che davvero esista una sola combinazione esclusiva tra due esseri umani?
La vita continua e il tempo passa, ogni giorno ci svegliamo e siamo un po’ più agili, un po’ meno appesantiti. Scegliamo di andare via o scegliamo di restare per condividere un pezzo di storia in più con qualcun altro. Troviamo il modo di sorridere.
E a ragion veduta da dove ci troviamo cosa c’è di così malvagio nel modo in cui facciamo parte l’uno dell’altra, se sempre alla fine di un incontro ci accorgiamo di aver trascorso una bella giornata e ci sorridiamo?

Adesso, a voler essere proprio audace così come sembra nelle sue vesti di narratrice – i più svegli avranno colto la coincidenza –, questa donna potrebbe confessare il suo stato d’animo all’uomo che le sta di fronte facendo verso di lui tutti i passi necessari a portarsi alla distanza di un fiato per poi irrigidirsi lì con lo sguardo recalcitrante a battere i piedi sul posto, incapace di andare tanto avanti quanto indietro, fino a crollare per lo sforzo, ammesso che lui non l’abbracci per primo.
Invece declama «Il mio problema è che il più delle volte credo di amare il mio sentimento d’amore per Qualcuno molto più di Qualcuno» che è una cosa che ha serbato per così tanto tempo nel cuore da non riuscire più a distinguere se si tratta di una verità o di una bugia reiterata al punto da diventare una verità, ma che comunque sia si rivela inadeguata all’illimitatezza dei suoi desideri più teneri del momento, il cuore stesso svuotato le casca nello stomaco.
Lui intuisce la distonia e gli balena in tutt’e due gli occhi lo sconcerto e poi al di fuori delle palpebre, tra le mani di colei che l’ha concepito e lei, ritrovandoselo così innocente e palpitante sotto lo sguardo, stringe i pugni e li nasconde dietro la schiena, mi domando se non possiamo per caso fare finta che siamo rimasti in silenzio a smangiucchiare patatine di mais con indifferenza di fronte a un hotel di un certo lusso.
Ma entrambi si sono persino accorti che la porta a vetri automatica continuava a aprirsi e chiudersi a causa dalla loro eccessiva vicinanza e si sono spostati per permetterle di bloccarsi. Ci si potrebbe aspettare che lui su due piedi la saluti con gentilezza malgrado lei gli abbia insterilito un battito e percorra i centocinquanta metri fino alla stazione centrale di Düsseldorf con la scusa che si è fatto tardi, che lei cammini i suoi passi indietro nella hall dell’Hotel Leonardo Royal – che il portiere le auguri la buonanotte –, indietro per i corridoi foderati di moquette a motivi geometrici color vinaccio e beige, indietro nella stanza 306, indietro nel letto e punti lo sguardo perpendicolare al soffitto, la distanza tra te e me quando l’avvertirai sappi che sono io.

Lui invece resta sulla porta d’ingresso. Certo non si fa gabbare dai pugni stretti dietro una schiena attorno al suo disorientamento. Ma sorride alla donna che l’ha provocato, senza ipocrisie, le allunga di nuovo il pacco di patatine di mais, invitandola a lasciare la presa delle mani e a rimettere il cuore tra le costole. Ci sono esseri umani così, che rivoltano la tristezza perché semplicemente sanno che qualche volta capita di essere più prossimi alla tristezza che alla felicità, ma non per questo si è inabili alla felicità e alla serenità. Dice «Io credo che quando mi innamorerò il corpo lo riconoscerà. Me lo diranno i muscoli, le ossa, ogni movimento. Secondo me anche tu. Voglio dire, non c’è bisogno tu ti convinca di alcunché.» e il ventre di lei sboccia con molte varietà di sentimenti che tremolano come sotto la carezza di mille gocce di rugiada e più di una foresta intera consumano anidride carbonica e producono ossigeno.

Molte e tali cose meravigliose si potrebbero scrivere in merito a questa circostanza, volendo vagare tra le sue proiezioni nello spazio e nel tempo. Ma ad allontanarsi dai frangenti, affannandosi sconsideratamente dietro ai concetti e alle esasperazioni sentimentali, si esce spesso dalla felicità, se non altro la si scoraggia e questa donna così attratta dai contrasti e dalle disfunzioni emozionali potrebbe allontanarsi e allontanarsi e allontanarsi fino a perdere l’orientamento in capo a un secondo, è evidente. Imprevedibile era, invece, che l’uomo sul quale si era capovolta la trattenesse con uno sguardo così tanto limpido. Limpido è quando trovandocisi a fronteggiare un grande guazzabuglio esistenziale di quelli che è risaputo possono succedere ogni giorno, si risolve in prima analisi di non restare indifferenti e immediatamente dopo di non ridurne la misura né di ingigantirla d’un colpo, tentando di trovare un capo per mezzo del quale, facendo scivolare il groviglio, scioglierlo secondo il naturale accadere e divenire delle cose. Leggendo tra le parole, limpido è questione di non spezzare un respiro, riassettando tutti i nodi alla gola nell’esatto momento in cui ci si sente vivere,

adesso, proprio adesso, tra l’una e le due di una già domenica a Düsseldorf, pochi passi in là dalla vacuità e dai corpi che sbattono al Nachtresidenz e più avanti in Bolkerstraße, di fronte all’Hotel Leonardo Royal, una donna e un uomo tra i venti e i trent’anni. Si abbracciano. Nel mezzo c’è un pacchetto di patatine di mais. Il portiere in livrea sbircia. Qualche taxi passa a velocità sostenuta con l’insegna luminosa in cima come un lampo. L’olezzo delle ultime friggitorie internazionali si spande per l’aria. E una donna e un uomo si abbracciano.

Non è un fermo immagine, tuttalpiù una sequenza lunga cinematografica.

Sofia

maggio 2, 2013

Mood: intorpidito
Listening to: Raphael Gualazzi – Reality and Fantasy
Eating: crostata di crema e marmellata rossa
Drinking: succo di mirtilli



Mi hanno riferito che a due giorni da quello previsto per il tuo arrivo, ti si è bloccato il cuore – dieci secondi senza battere – e che perciò sono venuti a prenderti di forza dal ventre dov’eri e ti hanno [r]incubata perché troppo piccola in un rettangolo di policarbonato trasparente, al di qua del quale tutti restrebbero seduti per ore a guardarti con lo sguardo di meraviglia come si osserva un trasformista, gli occhi si sono aperti, le rughe per lo sforzo si sono distese, il viso si è arrotondato, i capelli sono cresciuti, adesso assomiglia a sua madre, no a sua nonna paterna, no a suo cugino maggiore, adesso un po’ a tutti anche a me scusate che dormivo con le mani strette a pugni in testa come lei, gli occhi stanno cambiando colore, saranno azzurri, non azzurri, ad ogni modo.

Potrebbero esserci molti motivi per i quali ti si è bloccato il cuore, per esempio
terrore di dover vivere
euforia di dover vivere
‘ché sempre da dove ci troviamo la vita sembra gigantesca, figurarsi dall’interno di un ventre quando bisogna poi spingersi fuori!

Qualcuno ti dirà che il battito del cuore è quello che ci tiene vivi e non ti avrà raccontato una bugia.
Io ti dico solo questo: a noi esseri umani – tutti e di ogni età –, spesso nel corso della vita succede anche che il cuore ci si blocchi per un certo momento di un certo giorno e che poi, così come si è bloccato, torni a battere. Cosa che può sembrarti un po’ inquietante adesso che hai solo due giorni, ma lascia che ti dimostri il contrario.
Quando il cuore ci si blocca per un certo momento di un certo giorno è perché in quel certo momento di quel certo giorno le emozioni di cui ogni giorno facciamo più conoscenza e che si accumulano nel cuore, a qualunque cosa siano simili – l’aria che si sposta tra un bacio a fior di labbra o il rifrangersi di una tempesta contro il torace –, si sono sciolte e si sono gonfiate fino a inondare e inabissare per un certo momento il cuore, del tutto sprovveduto di fronte a quell’evento unico e inatteso, improvviso.
Più l’emozione è profonda, e più a lungo il cuore trattiene il fiato prima di riemergere, è evidente no?

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che è tanto meglio costruire dighe attorno al cuore e vivere ogni giorno svegliandosi alla solita ora, compiendo un certo numero di solite azioni – quali mangiare le solite cose, fare il solito lavoro, parlare delle solite cose con le solite persone – e andare a dormire alla solita ora con la certezza di essere vivi, dacché il cuore ha regolarmente battuto.
Ma prova a immaginare che a quel qualcuno si blocchi il cuore a un certo momento di un certo giorno e che poi capisca, tornando a sentirlo battere, di non essere morto – come avrebbe potuto sembrargli – ma per esempio innamorato. O furibondo. Estasiato. O angosciato. O tanto altro ancora. Dirà allora di aver vissuto.
E vivere non è uguale a essere vivo, converrai con me,

mi sfugge di dirti, come se te e io già potessimo discutere sui massimi sistemi perché a un certo punto di queste parole mi è venuto da chiedermi se non ti stessi raccontando cose che hai già assimilato due giorni fa,

quando ti si è bloccato il cuore e poi sei nata,
Sofia.

Queste parole, invece, sono io, Dorotea, tua cugina,
non potendo essere tra gli altri dietro l’incubatrice, ma volendo.


Bene-arrivata.

Mood: instabile
Reading: Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata
Listening to: The Platters – Only You
Watching: il temporale
Playing: a ungermi di cortisone dopo che uno stuolo di zanzare ha fatto strage di me
Eating: melone
Drinking: acqua



“Questa sera vado a letto desideroso di frugare nel cestino della passione, fra i ricordi e i sogni. Voglio vedere cosa resta del mio vecchio cuore, quello con cui mi sono innomorato.”

[Mathias Malzieu, La meccanica del cuore]


Qualche pezzetto ne è rimasto sotto il cuscino insieme a tutte le cose preziose che ci nascondo fin da quando ero minuscola un pollice e credevo che nel torpore tutte le cose preziose nascoste sotto il cuscino parlassero ai miei sogni li persuadessero a non turbarmi e da allora negli anni il mucchietto è cresciuto ha assunto una morfologia assai consistente e dinoccolata al punto che quando ci appoggio sopra la testa devo farlo con leggerezza per non frantumare o riattizzare alcunché.
Quelle volte in cui succede che sono maldestra, i pezzetti del mio vecchio cuore si mettono a cigolare un sacco a perdere ruggine pieni come sono di condotti di sutura raffazzonati alla meglio più che di capillari ostruiti e rinsecchiti, a farmi male a piantarmi nel petto gli antichi lamenti d’amore di chi tanto amando tanto senza confini noti è rimasto in attesa di una meta che non era stata prevista e implora perdono per aver tollerato di essere ridotto a sussulti e stanchezza dopo aver barattato le corde per vociare un usuale impersonale – così sembrava – e per tradizione sereno ti amo, mi manchi, voglio baciarti con le congetture magnifiche di una nuova forma essenziale scolpita a tutto tondo da rare straordinarie e per tradizione tempestose emozioni, quindi tanto meglio se faccio attenzione.
Mai avrei pensato che a causa dell’infelicità un cuore potesse consumarsi per sempre perdendo un pezzo dietro l’altro e restare in briciole nella conca dell’anca destra senza far dolore prima o poi mi riesce di rimetterlo insieme pensavo, ma dopo tanto rigirarmi per tutto il mondo tra bonzi e stregoni non ho trovato un solo pezzo di ricambio per il mio vecchio cuore vecchia scuola finito fuori serie da qualche anno, nessuna diavoleria avrebbe potuto aggiustarlo.
Perciò ho raccolto qualche pezzetto tra i più grossi rimasti del mio vecchio cuore nella conca dell’anca destra e li ho nascosti sotto il cuscino, quel po’ che restava l’ho soffiato in polvere al vento che ne avesse un po’ d’amore. Nella cava ormai vuota del mio petto ho ficcato un cuore nuovo di fiamma conquistato dopo mille fatiche in fondo a un imbuto, ho allacciato per bene vene e arterie e l’ho azionato.
Il mio nuovo cuore è un prodigio, ha una capienza esagerata dentro un assetto ben saldo e compatto ma estremamente leggero e flessibile sicché mentre pulsa tutto euforico e impaziente i flussi e i deflussi della vita intera vanno avanti e dietro avantiedietro senza che mai la sacca si svuoti o si ingombri, entrano in circolo e con quale fierezza il mio nuovo cuore mi insegna che la vita intera si percepisce nella misura di quello che si decide di accogliere abbracciare incanalare tra possibilità e pesi in atto, con quanta diplomazia svolta malumori in buonumori, eppure
Io col mio nuovo cuore non mi sono ancora mai innamorata. Sembra quasi non ne abbia bisogno tanto è sicuro di se stesso e pago del suo connubio con la vita intera, il mio nuovo cuore si direbbe innamorato del modo in cui ama.
Allora ogni tanto prima di addormentarmi sollevo il cuscino sotto il quale nascondo tutte le cose preziose fin da quando ero minuscola un pollice e rovisto tra i pezzetti rimasti del mio vecchio cuore, del mondo che rappresentava che avevo dove stavo e che non esiste più, resto un po’ in ascolto dei cigolii come della nenia scordata di un carillon di quelli con la ballerina dagli arti sottili che si gira attorno in punta di piede per meccanica reiterazione senz’anima,
poi tutti i pezzetti rimasti del mio vecchio cuore li nascondo di nuovo sotto il cuscino tra le altre cose preziose e vado via per il mondo ‘ché c’è ancora tutto da fare e più che del mio vecchio cuore col quale mi sono innamorata, più che del mondo che rappresentava che avevo dove stavo e che non esiste più non voglio più, io ho bisogno di sentire le emozioni vivide ed espanse di quando sono innamorata. E io col mio nuovo cuore non mi sono ancora mai innamorata,

ho bisogno di pensare che posso ancora innamorarmi che a irrigidirmi non è la paura del mio vecchio cuore in polvere e pezzetti, quello con cui mi sono innamorata.
Che con tutti i flussi e i deflussi della vita intera che fa andare avanti e dietro avantiedietro entrare in circolo prima o poi il mio nuovo cuore, quello con cui non mi sono ancora mai innamorata, busserà al petto e mi dirà ci siamo innamorati.

[2 luglio, non a caso]



***

Comunque sulle pagine de La meccanica del cuore di Mathias Malzieu ho pianto senza risparmiare lacrime ‘ché tanto sulle lacrime la crisi mondiale non prevede tagli. L’ultimo libro che era riuscito a coinvolgermi a tal punto è stato Che tu sia per me il coltello di David Grossman. È successo quasi quattro anni fa ormai, avevo ancora il mio vecchio cuore. In verità, sulle pagine de La meccanica del cuore ho pianto senza risparmiare lacrime per la prima volta da quando ho il mio nuovo cuore.
Insomma, tanto per fare un po’ di vendita promozionale che in certi casi è doverosa.

Dyonisus è il gruppo di cui Mathias Malzieu è frontman e cantante solista. La mécanique du cœur è il disco con il quale mettono in musica l’immaginario del libro.

Mood: (in)quieto
Reading: la nuova normativa sulla mobilità olandese per capire come spostarmi
Listening to: Birdy – Shelter
Watching: la condensa alle finestre
Eating: a breve, sento puzza di rape, si salvi chi può
Drinking: te asprigno



(Andare. Per miglia. Talvolta più vicino. Talaltra più lontano.)

Di certo non si sarebbe potuto dire che per amore avesse mai risparmiato le scarpe.



***

Com’è sospettabile, un esercizio di stile liberamente ispirato a fatti di cronaca personale. Poi neanche troppo liberamente. Direi pedissequamente, questa volta.
Tanto per apporre un inciso, stamattina non avevo voglia di perdonarmi il desiderio di aver cura di me e di essere nauseata, se non proprio arrabbiata, senza per questo crocifiggermi con sensi di colpa illegittimi.

Per quanto riguarda l’esercizio, tentavo da mesi di scrivere un racconto brevissimo.
Sono stata educata abbastanza in fretta alle virtù della sintesi. Ogni volta prima di iniziare a scrivere, la mia prof.ssa di letteratura al liceo, ci ammoniva di essere “chiari, concisi e compendiosi”, ché non serve imbastire archi verbali e ghirigori estetici per raccontare qualcosa. Tutto quello che scriviamo, a una seconda lettura si può ridurre sempre quantomeno alla metà, senza per questo perdere il senso. A patto che le parole e i costrutti sintattici da utilizzare siano ponderati e non lasciati al caso.
Del resto, questa faccenda del valore di ogni singolo termine mi sta molto a cuore, è risaputo. Tanto più oggi, quando, a causa delle dosi massicce di materiale alfabetico che mettiamo in circolazione – per gran parte con mediocre qualità da scribacchini –, le parole sono le prime a sprecarsi, perdendo spessore e profondità.
Ebbene, (provare a) scrivere un racconto concentrato in una frase è un ammonimento continuo a dosare il peso di ogni singola parola, in modo tale che la suggestione di una vita possa respirare dentro poche lettere.
Io resto della convinzione che scrivere bene è un esercizio, non un’istintività felina.

Mood: taciturno nauseato
Reading: quello che Lou mi scrive in chat, facendomi ridere a orari improponibili
Listening to: Laura Pausini – Bastava (e sì, lo so che Laura Pausini è nella tripletta primordiale dei cantanti italiani che mi stanno sul culo, ma questa canzone è una storia a parte perché il testo è di Niccolò Aglierdi e lo sento molto mia in questi giorni dalle ri-considerazioni affettive. E sì, la canto pure. “Bastava fare a meno delle buone maniere”)
Watching: le vetrate illuminate dei palazzi di fronte
Playing: a ficcanasare nella vita degli altri con papà, grazie feisbùc!
Eating: tortelli in brodo
Drinking: te







‹‹Abbine cura, questa ferita sta andando in cheratosi.››
‹‹Che benedizione!›› Se continua a creparsi, questa volta è perché i nuovi albori premono per germogliare in un sangue purgato. E qualcuno già s’insinua e gorgheggia.

Non mi sono mai considerata una dai modi gentili con se stessa, tanto più nel dolore. Per questo mi piace pensare alla mitezza inaspettata con cui oggi affronto i pungoli tra cuore e cervello, quando penetro nel buio attraverso la gola della ferita più fresca e ne traggo chiarore da spargere fin nel movimento più minuto. In questo ritrovo bellezza. Non più nell’essere coperta di lividi, di rabbia e d’orgoglio.


Questo pomeriggio, in un parco a Rijswijk ho anche visto un uccello ignoto che sembrava una fenice. Una creatura spaventosa e attraente da perfetta sconosciuta.

Mood: quieto e stanco
Listening to: le prime sei ore di lezione consecutive dell’anno, stranamente con molta attenzione sottolineerei
Watching: I love Radio Rock, di Richard Curtis
Playing: con Lou a stilare una lista totalmente inutile di film visti, ricorrendo solo alla memoria
Eating: minestrone ai cinque cereali
Drinking: la birra quotidiana dell’ultimo periodo, poi mi lamento della panzetta






Si definisce “transizione di fase”, in fisica e in chimica, o più comunemente “cambiamento di stato” la trasformazione di un sistema termodinamico da uno stato di aggregazione ad un altro. Per dirla in una maniera che mi piace di più, si definisce “transizione di fase” quel processo per cui, posto il movimento come condizione necessaria, un sistema che in prima analisi tende ad una sua propria regolarità, si rompe improvvisamente e repentinamente per assemblarsi solo successivamente in una nuova forma di equilibrio e così di seguito, senza mai giungere a conclusione effettiva. Non è necessaria una veggente per capire che preferisco questa definizione perché esprime senza alcuna ombra di dubbio il legame del principio fisico e chimico con la vita stessa – e sticazzi! non avrei mai scommesso che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei creato un ponte da parte e parte!


Non resta che dichiarare che questo è per me un momento di delicatissima transizione di fase in cui ‹‹non so›› è l’ordine del giorno, ‹‹bene›› e ‹‹male›› sono azzardi entrambi. L’impressione è quella di stare appesa per un capello sulla vita con il culo al vento, nella speranza che una folata imprevista mi butti di sotto. Soprattutto quassù si vive a comparti stagni.

Lavorativa-mente parlando, è come aver dato una capocciata alla giusta tessera del domino ed è tutto un gran darsi da fare ed sperare nelle opportunità che piovono di giorno in giorno, con un’energia propositiva che è paradossale anche solo a dirsi nell’Italia dove tutto sta rotolando a puttane senza freni. Storie da Fantabosco e gran culi rotti, insomma! Non fosse che – essì, i “però” fanno sempre da pandant alle faccende della vita – in mezzo ad una valanga di progetti totalmente differenti, ma ugualmente complessi, la testa minaccia a schiaffi e urla di diventare un colabrodo, buono solo a cagare acqua sporca e qui mi fermo, che in merito mi sono già sfogata. Non si deve poi sottovalutare che in questa dimensione, il lavoro non si contempla a tempo contrattuale, ma a trecentosessantagradi e ventiquattroacca su ventiquattroacca così che quello del lavoro diventa il tempo stesso della vita. Ma questo, chiunque dovrebbe essere d’accordo con me, non è una storia da Fantabosco e da gran culi rotti perché, fatta salva la passione, ché io al momento ho la stragrande fortuna di lavorare per passione ed emozione, nel tempo di una vita di un uomo c’è bisogno anche, chessò, per farla banale, del tempo per passeggiare senza meta e fermarsi di fronte alle vetrine dei negozi, per chiacchierare di tutto e niente con gli amici su una birra al bar, per fare l’amore e restare nudi e vicini dopo l’orgasmo, cosette piccole, ma dannatamente essenziali. Umana-mente parlando, non si vive mica di solo pane! (ce lo metto perché ci sta a pennello e perché uno di questi pluriaccennati lavori riguarda proprio il pane, ma questa è un’altra storia e per ora non la racconto)
A questo livello, quello dell’umana-mente parlando, la questione si acuisce per complessità, è come vivere una convalescenza perpetua e perpetuata in cui lo scricchiolio delle crepe accumulate nell’intimità perdura, ma rivelandosi meno intenso di giorno in giorno, va a finire che io puntualmente mi spacco tra la voglia di continuare ad arginarle con gocce di miele per salvarmi e racimolare l’energia necessaria per una corsa nuova e il desiderio opposto di insistere a cibarle di nostalgia per restare al riparo delle costanti che, per quanto taglienti come lamette, inscrivevano i flussi della mia vita all’interno di uno schema di punti più o meno stabile, ma anche per non affrontare il crollo di tutte le illusioni romantiche da “per sempre”, sì, le ho persino io!, ché l’amore in tutte le sue sfumature mi confonde e quando non lo ho più, mi scervello per non disperdere quanto ho sentito nel profondo e per incanalarlo in nuove forme. Benchè dolorosa, stiamo pur sempre parlando di vita vissuta e cara al cuore. Il mio problema è che guardo troppo in alto, gioco per sbancare la cassa e regolarmente perdo il senso di qualsiasi limite prima di tutto personale, volevo solo essere immensa, che gran pezzo d’idiota!, per questo ogni fallimento conseguente è troppo violento e il mio metabolismo inadempiente su tempistiche mignon.
Quindi respiro, ma afissio, mi muovo, ma sto ferma, vorrei balzare su un treno, ma più di qualsiasi altra cosa aspetto, paziento nei miei affetti come una Penelope, osservo ed ascolto di amori bellissimi e mi sazio, poi mi stanco e mi nauseo come un guardone incollato da troppo ad uno spioncino, allora stordita ed incazzata sento il peso di tutte le cose desiderate che sono passate e se ne sono andate senza che io le intascassi e di tutto il tempo che ho sprecato a leggere negli eventi prima di viverli, intendiamoci, per esempio, ho conosciuto l’amore, ma, prima ancora che mi dicesse “ciao”, gli ho innalzato una tomba sacra con tanto di epitaffio di pessima qualità, ché all’epoca ancora non sapevo che le poesie si scrivono fino a diciott’anni, dopo di che o sei un idiota o sei un poeta e gli idioti in media sono il novanta per cento della fauna, ma io quando ho scritto queste quattro parole in fila avevo diciassette anni e sono giustificata. Potrei spremerti, cuore, / conficcarti le dita nelle viscere, / fino a sradicare, in effluvio / di sangue, il seme ch’ora / ti pompa, sempre più rapido, / svuotandomi d’aria.
S’è forse fatta alata la larva?

Bene, cioè male, o forse né male, né bene. Semplicemente una storia. Per certo è paradossale voler conservare nel sangue come il più prezioso degli atomi quanto elargisce cancrena. Mi sento vecchia, grinzosa e narcolettica, non ci sto. Dovrei evacuare i fiumi rossi dal superfluo, per l’appunto, principalmente avrei bisogno di sfogarmi, ma a furia di spremerle in un catino, ho inaridito entrambe le ghiandole oculari, a meno di non voler considerare pianto quel conato di singhiozzi asciutti che mi assale di tanto in tanto quando mi chiudo nel cesso e mi calo i pantaloni per pisciare e si esaurisce pure in pochi secondi, che poi ancora non me la sono spiegata del tutto l’associazione singhiozzi-cesso. Ma non solo le lacrime spurgano le tossine, dovrei trovare la mia pratica ludica di liberazione personale. Perché voglio tuffarmi nella vita come un cucciolo d’uomo appena sgorgato dalla terra e rabbrividire fin nelle ossa di umanità, è impellente.

Poi c’è questa storia che qualche giorno ormai mi sveglio ansimando ancora per l’eco di sogni sgradevoli e avverto, attorcigliata con le viscere, l’esigenza di slanciare il corpo nello spazio. Allora cosa faccio? Mi metto a ballare e a ondeggiare lungo tutto il giorno per scongelare i muscoli e snodare le ossa e sudare tutte le tensioni ed il patetismo che ho accumulato negli ultimi giorni. Ballo da sola, con la caffettiera, col nelsen piatti, con i vestiti appallottolati, con gli attori di I love Radio Rock, sulla musica e sul silenzio, ovunque e senza freni. Ritualità da tempi andati, ma per certo efficiente.

Istinti alla Sopravvivenza

agosto 16, 2011

Mood: sereno
Reading: Salvador Dalì, La mia vita segreta
Listening to: Woodkid – Iron
Watching: tante cose e tutte insieme
Playing: ad ascoltare quello che sta gravitando attorno al cuore, senza preoccuparmi di capirlo
Eating: gnocchettizucchinepomodori
Drinking: caffè




Portrait [Photo by Nicolò]


Mi chiedo se le scarpe ti si appesantirebbero, sapendo che ti ho mentito istintivamente con un ‹‹Rientrerò più tardi per motivi di lavoro›› piuttosto che ‹‹Rientrerò più tardi perché per la prima volta dopo anni mi guardo dentro e mi riscopro felice e con le cicatrici nell’anima distese››.
In tutta onestà, a me le scarpe si sono appesantite e parecchio, constatando una tua certa tendenza a svalutare la misura della felicità nella vita di ciascuno e a reputare la mia felicità una cosa buona e giusta solo per essere istintivamente rinfacciata e raggelata.

Lo capisco, è istinto alla sopravvivenza la mia ricerca della felicità, è istinto alla sopravvivenza anche il tuo adattamento all’assenza della felicità. Perciò mi chiedo se capirai, ma non me la sono affatto sentita di essere onesta.

L’Intronauta

luglio 7, 2011

Mood: quieto
Listening to: la ninna nanna di questa notte
Watching: le poche finestre ancora accese nei palazzi circostanti
Playing: con i riccioli
Eating: frugalmente
Drinking: caffè, uno per ogni persona che sto rincontrando





Negli ultimi giorni, scrivo tanto, ascolto canzoni, leggo libri, scandaglio in profondità i testi e le parole, le mie e quelle degli altri, compulsivamente direi, con compulsiva-mente, ho fame di parole, le pronuncio a voce alta per avvertirne la consistenza tra il palato e la lingua, per sentirne il fiato che rende tremuli gli organi interni e le ossa anche quand’è già sfuggito alle labbra e all’insidia delle sue screpolature, cerco significati, sinonimi e contrari, scompongo e ricompongo, provo ad abbozzare definizioni ed ora confesso che le definizioni a me non piacciono neanche un po’ perché sono i limiti concreti al vivere e al sentire più profondo e contraddittorio, ma che di tanto, in tanto devo farci ricorso per capire qualcosa di me e companatico, mettere un puntinoeacapo e, a proposito di puntini, rendo manifesta la mia consapevolezza che, negli ultimi giorni, non solo scrivo tanto, ma scrivo anche manzonianamente, che a cercare il punto nelle miei frasi e nei miei raggiri non è sufficiente un binocolo.

Ma si dà il caso, e a quest’altezza del discorso chiunque potrebbe supporlo ben da sé, dicevo, si dà il caso che questo puntinoeacapo a me non riesce proprio di scovarlo e piazzarlo nel tormentoso rimescolio della mia esistenza, prim’ancora che nei miei scritti. Ora, che l’esistenza sia per gran parte tormentoso rimescolio non è certo la dichiarazione più geniale che potessi fare: letterati e pensatori, artisti e scarpari illustrerrimi che mi hanno preceduta tanto per le tempistiche, quanto per l’intelletto, hanno ampiamente disquisito e problematizzato la faccenda. Per quel che mi riguarda, me ne son fatta una ragione senza particolari isterismi e del tormentoso rimescolio sbrodoloso sbrodolino mi sono persino innamorata, fortuna che è così la vita, altrimenti sai la noia!, il che non vuol dire che il tormentoso rimescolio ed io non siamo contemporaneamente acerrimi nemici, ma quel che conta è che grossomodo mi barcameno e di questo farmi spazio a scossoni ho fatto uno stile di vita.
Il vero guazzabuglio è che nell’ultimo periodo, di cose ne sono successe e, repentinamente, ne sono cambiate e ne stanno cambiando ed io, che pure convulsamente cerco di seguire una direzione, non sto capendo nulla di tutto quello che al momento penso, provo, voglio, ché io al momento penso, provo, voglio non una sola cosa per volta, ma infinite cose e contrastanti e neanche so da dove partire per venirne a capo. A voler concretizzare, è come essere seduti davanti ad una montagnola collosa di spaghetti in un piatto troppo piccolo, senza riuscire a rintracciare lo spaghetto da cui iniziare ad arrotolare una forchettata.
Sono preda di una confusione totale e totalizzante che mi confonde – una confusione che confonde! – debilita, corrode, distrae, astrae, svuota, senza mai abbandonarmi per un solo momento, al punto che dopo l’ennesimo muretto a secco e l’ennesimo rinculo dell’auto a precedere scansati per un soffio, ho preso la per me-drammatica decisione di non guidare finché non sarò riuscita a tenermi sotto controllo, donnina coscienziosa. Si direbbe che tra cuore e cervello mi si sia innescato un attacco fork bomb di pensieri ed emozioni e desideri e paure contrastanti che non so decifrare e riequilibrare e che minacciano brutalmente di mandarmi in crash.

Penso che talvolta sarebbe massimamente utile se a vivermi e sentirmi ci fosse qualcun’altro più bravo di me a capire com’è che mi vanno le cose lì dentro, per poi riferirmelo con dovizia di particolari. Certamente sarebbe tutto molto più semplice, ma non sono certa che sarebbe la soluzione migliore, dopotutto è una grande avventura conoscere se stessi e dal confronto e dal conflitto si emerge necessariamente arricchiti e più consapevoli.
Qualche sera fa, tra le pagine de Il giardino dei gerani timidi, ho incontrato il termine “intronauta” e ne sono rimasta estasiata, non c’è dubbio che nel ventaglio di parole che ho rintracciato nel corso delle mie più recenti ricerche allo scopo di darmi un volto e di raccontarmi, “intronauta” sia proprio la più interessante, la più necessaria, “intronauta”, esploratore dell’interiorità. Nella mia immagine, l’intronauta ha uno scafandro sulle spalle, ed in mano una lanterna, una penna e un taccuino, viaggia in silenzio, si fa strada col respiro nei più intimi grovigli e valuta e annota e valuta e separa e valuta e chiarifica. Io sono un intronauta e sono in viaggio, dal cuore della mia nebulosa emotiva tutto sembra stazionario, ma semplicemente perché muove impercettibilmente verso una soluzione d’incastro, centro di controllo, abbi pazienza, qui ci vuole solo tempo, ce n’è di strada da coprire e di fogli da riempire, ma prest’o tardi la nuova strada sarà costruita!

Tutto d’un fiato

giugno 30, 2011

Mood: silenzioso
Reading: Anna Marchesini, Il terrazzino dei gerani timidi
Listening to: Jovanotti – Il più grande spettacolo dopo il Big Gang
Playing: ad immaginare come sarebbe se gli uomini avessero la coda e tutte le emozioni non fossero più controllabili



La pioggia ha lavato via l’afa, improvvisa e decisa come solo in estate sa essere e com’è bella l’aria fuori, stasera!, fresca e leggera, soffia e sfiora la pelle quasi fosse un respiro, quasi fosse una carezza e se avessi un terrazzino, mi raccoglierei in un angolo e mi lascerei vezzeggiare e adulare e contemplare e se avessi una bicicletta mi slancerei nel vento e gli permetterei di percorrermi e sconvolgermi, sarebbe come fare l’amore, come l’unico modo per non sentirmi nel posto sbagliato, negata, impaurita, col cuore serrato tra i denti e pochi sogni e tante condanne perché mi uccido di domande che non hanno risposta, perché mi sono smarrita e ho scelto di andare avanti, andare lontano, convincermi che si vive anche senza ciò che si crede indispensabile, ma di nascosto piango acido e sangue e per non dimostrarlo, per non fare marcia indietro, coltivo silenzi e perturbazioni a bassa frequenza che si comprimono e si espandono nello stomaco, seguiti dall’ansia di non riuscire ad infrangerli e di non chiedere aiuto, allora di tanto in tanto, mentre vado via mi volto per guardarmi indietro, c’è nessuno che mi tenda la mano, mi freni, mi chiami?, ‹‹potresti salvarmi, restando vicino››, ma nessuno, davvero non c’è nessuno, tutt’attorno si fa sempre più vuoto, terra bruciata, devo andare ancora avanti, questo ha il sapore di una verità sputata in faccia e l’ansia di non chiedere aiuto diventa l’ansia di non trovare sostegno, che poi perché mai aspettarsi qualcosa?, sono così dannatamente radicata nei miei affetti da diventarne cieca, non voler riconoscere che sono solo un momento in attesa di qualcosa di meglio, una bambolina di porcellana in una vita a comparti stagni, quant’è umiliante!, eppure un tempo conoscevo l’orgoglio, mi riempiva, mi caricava nel profondo, com’è difficile invece la tristezza di oggi, non ha la grinta della rabbia, né la forza del dolore, è spenta piuttosto e pallida, emaciata, anoressica, puttana, ha il volto della morte, ho sbagliato una volta ancora, chi sono io?, defibrillatore, prego, tante sberle in faccia!

Memorandum VI

giugno 26, 2011

Mood: confuso
Listening to: Daniele Silvestri – Strade di Francia (“perché le cose non vanno mai come vuoi tu / anzi è più facile cambino ancora di più”)
Watching: Daniele Silvestri – Ma che discorsihttps://vecchiamoleskine.wordpress.com/2011/06/26/memorandum-vi/
Playing: a montare un video su una tal Cracking Art per un tale esame di montaggio su un tal programma che mica tanto capisco e che sul mio computer non tanto gira.
Eating: pippette al sugo e pippotti
Drinking: caffè



“Avevo solo dodici anni, ma grazie al lento, inevitabile susseguirsi di migliaia di albe e tramonti, di mappe tracciate e poi rivedute, avevo ormai assimilato il prezioso insegnamento secondo cui tutto, alla fine si disgrega; lasciarsi infastidire da una cosa del genere era solo una perdita di tempo.”

[Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni]


Sorge spontaneo domandarsi perché a ventidue anni suonati, io questo prezioso insegnamento l’abbia ben assimilato, ma continui a perdere tempo, infastidendomi.

Che poi dov’è scritto che non ci si può infastidire anche se si è di fronte ad una consapevolezza?


Ora più che mai ho bisogno di convincermi che sto facendo la cosa giusta per me.

Pasquetta sulla 90

aprile 26, 2011

Mood: sereno
Listening to: Sade – Pearls
Playing: a rimettere in ordine la mia casa, i miei oggetti, il mio mondo fisico e metafisico per ritrovare il mio spazio e tornare a starci bene
Eating: effettivamente avrei una certa fame, ma sono pur sempre le 3.00 a.m.
Drinking: acqua fresca a gogò




Pasquetta sulla 90 non è il titolo del nuovo porno-film di Rocco Siffredi, ma la dinamica della mia Pasquetta e, per togliere ogni dubbio, la 90 in questo frangente non è una posizione del Kamasutra, ma la circolare destra di Milano.


Con la 90 oggi sono tornata dall’aereoporto di Linate, dove ho pranzato con mio papà di passaggio a Milano sul volo Bari-Amsterdam e mi sembrava una cosa strana, ma bella l’incontro si sfuggita in aereoporto, la vita in aereoporto, la gente che viene e la gente che va, i voli in partenza e quelli in arrivo e il mio papà e io insieme per un momento di pausa-racconto prima di riprendere ciascuno con la propria vita. Mi sono messa i tacchi per l’occasione, mi sono truccata e sistemata per bene i capelli e vestita con una maglia bella ed ampia e la borsa nuova e i pantaloni attillati un po’ anche perché lui pensasse che sua figlia si sta facendo una bella donna, non una ragazzina sciupata dalle cattive abitudini dure a morire. Abbiamo chiacchierato e lui non ha fatto domande, ma io ho parlato, gli ho raccontato di me e lui non ha detto niente, ma sono certa che mi ha ascoltata e allora gli ho fatto le coccole. Sulla 90 me la sorridevo al pensiero del mio papà ché, per la prima volta da quando sono andata via dal nido materno, non m’è parso di ritrovarlo invecchiato, anzi più bello, finalmente più sereno, meno schiacciato dalle preoccupazioni del vivere quotidiano.


Sempre sulla 90 ho prestato orecchio ad un vecchio che sbraitata contro Hitler e la bomba atomica e i milioni di morti provocati dalla guerra, ho visto di sfuggita i parchi pieni di gente e il sole uscire dalle nuvole e ritrarsi, ho condiviso con una strana bimbetta olivastra i cioccolatini che mi ha mandato la mamma insieme al papà, ho canticchiato Bella Ciao insieme a due ragazzotti ‘mbriaghi di vin rosso ché oggi era anche il Giorno della Liberazione, mica solo Pasquetta e immersa negli umori e nelle voci lanciati sulla strada ho pensato che, a conti fatti, stavo bene anche così, io in mezzo al mondo, senza nulla e nessuno aggiungere, io in mezzo agli altri, ferma ad osservare i dettagli, i libri tra le mani e lo spessore delle tasche rigonfie e le linee delle mani e il peso degli sguardi estranei, io senza pretese, affrancata dall’ingombro delle aspettative relazionali e delle abitudini affettive, libera di scivolare senza peso nella vita degli altri e trarre dalla matassa dell’esistente i fili invisibili di storie e legami e relazioni e annodarli tra di loro stabilendo distanza e vicinanza, libera di immaginare tutto dal principio ed ancora innamorarmi dell’ignoto.

Di fratture

aprile 25, 2011

Mood: propositivo convinto
Listening to: Meg – Distante
Watching: la muffa che, in cinque giorni di assenza da casa, è proliferata nel frigorifero staccato per errore con tanto di ultimi rifornimenti alimentari all’interno
Sniffing (eccezionalmente): l’aroma soave di un miscuglio di alimenti andato a male
Playing: ad alzare il volume della musica per ballare
Eating: minestrone di quello che restava dopo la catastrofe frugorifero e domani è un’incognita
Drinking: acqua





Il soggetto nella foto è un’opera di Sissi esposta da FaMa Gallery al MiArt 2011


«Mi dia la sua mano. Sa cosa c’è qui?
C’è il mio cuore. Ed è spezzato.»
[Alfonso Cuaròn, Paradiso Perduto]


Di buffo c’è che, accovacciata su una sponda della frattura, ho sorriso rasserenata. Mi è venuto da pensare che da lì dove ora lacrimo sangue, esattamente da lì e da nessun altrove, quando il tempo avrà fatto il suo giro terapeutico e avrò assimilato ragioni e sentimento, all’improvviso non potrà che irrompere l’ossigeno per reazione, incapperà nel varco e rimbalzerà tra le pareti, troverando libero il percorso verso i vasi sanguigni.
Ed è stato un bel pensiero.

Evo-lux

febbraio 10, 2011

Mood: lunatica
Listening to: Telefon Tel Aviv – Sound In a Dark Room
Playing: a dipingere con la luce
Eating: yogurt e cereali
Drinking: acqua



Nel buio, è l’evoluzione del corpo nello spazio a dipingere la luce.
Un corpo che, nel buio, trova il suo colore.
Un corpo che nel buio si fa strada.



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Oggi (che in realtà è già ieri) dopo l’esame avevo voglia zero di studiare.
C’erano il sole e la tentazione di andare a passeggiare, le paturnie dell’insonnia e le mille domande senza risposta. Allora ho recuperato in un balzo Pauline e ci siamo concesse un pomeriggio a sperimentare il lightpainting in red&blu.

The Way back Home

gennaio 25, 2011

Mood: confusa
Reading: Jens Hauser (a cura di), Art Biotech
Listening to: Radiohead – No Surprises (mandata da Laura al contrario e giù di disquisizioni su quanto comunque la canzone non perda la sua musicalità)
Sid Vicious – My Way






Un mese a prendere e partire, fermarmi, poco, mai troppo, per ripartire, un mese intero così, a macinare chilometri e prendere e dare ed intossicarmi di vita, l’Olanda nel grembo della famiglia, mia sorella ed io a letto tra a mamma e papà, Dai, facciamo notte in bianco! Passiamo le ultime ore insieme! Sveglia grassone!, e l’Olanda on the road, uno zaino in spalla, Pauline al collo, piedi nella neve ed occhi ebbri, Come on, come on!… Ein blau tram kard, alstublieft… Excuse me, just an information, e inglese e italiano e olandese, persino francese nella testa *; immediatamente dopo, la mia amata Siena dall’atmosfera quieta, per abbracciare un’Amica che non vedevo da troppi mesi, lasciarmi avvolgere dal suo calore, respirare la sua vita ed i suoi pensieri ed immergermici, Perché devi andare via?, Siena per riabbracciare inaspettatamente un Amico, trovarlo cambiato, ma essere ancora un Noi, come ai tempi della fotografia appesa al muro di fronte, Lui, Lei, io, il caffettino, mancava solo la sigaretta, sia Lui che io abbiamo smesso di fumare, Guardate, quanti mesi erano passati?, due? Eravamo già noi, due anni e più sono passati ormai; poi un treno direzione Vicenza, destinazione Bassano del Grappa, da Zulio, per concludere la stesura della sceneggiatura di Cut off **, il nostro primo cortometraggio da girare in aprile, fare un primo sopralluogo, conoscere le nostre due attrici, stanchi morti alla fine di questo tour de force, ma tanto, tanto soddisfatti di stringere tra le mani una buona porzione di fase di pre-produzione.
Insomma. Un mese, alla fine del quale, risulta difficile disfare una valigia che si è affollata sempre più ad ogni sosta di biglietti usati di aereo-pullman-treno-tram, mappe su tovaglioli di carta e bustine di zucchero ed appunti visivi, odori tanti e diversi per ogni sosta, emozioni nuove, ritrovate, perse,

parole poche e tutte



sul fondo.


Da una settimana sono di nuovo stabilmente a Milano. Ho ripreso a frequentare l’Accademia quotidianamente, a prepararmi per gli esami di febbraio (e a diventare folle dietro la fatica), a lavoricchiare ai progetti futuri, a restare per ore con gli occhi fissi sullo schermo del computer.
Com’è andato il rientro a Milano?, mi domandano, Faccio fatica, rispondo. Effettivamente, solo ieri ho disfatto la valigia, riposto tutto negli armadi e nei cassetti, ma non mi sono arrampicata sulla scala per costringerla sul soppalco in bagno, l’ho lasciata di fianco al letto, Questa stabilità mi destabilizza, no, non sono stanca di viaggiare, perchè ne ho bisogno come l’aria, osservare, ascoltare, confrontarmi, vecchio e nuovo, ricevere stimoli, essere stimolo, ancora una volta luogo da scoprire, non solo,

ci ho pensato. L’ultima sera a Siena, me ne stavo stesa in Piazza del Campo, si usa così a Siena, con l’Amica mia, l’Ex-Coinquilina mia ed un amico suo, più la sambuca. Raccontavo dei miei ultimi spostamenti, di quelli che ho in progetto per il futuro. Accidenti, Soroty (mi chiama così l’Ex-Coinquilina mia), sempre pronta a partire!, Massì, mi piace, sogno una vita a farlo, rispondo io, Eppure prima o poi dovrai fermarti, salta su l’amico dell’Ex-Coinquilina mia. Mi sono sentita inspiegabilmente in imbarazzo, non ho risposto, mi si è piantato un chiodo fisso nella testa.

Per questo motivo ci ho pensato. Sono fatta così io, ho le radici mobili, nulla di troppo visceralmente legato a spazi, luoghi ed oggetti, sicché faccio presto ad affondarle in un qualsiasi nuovo terreno e a trovare nutrimento ed abbellimento, far fiorire gli affetti e sentirmi a Casa, ‘ché io ho una teoria, una tra tante, da quando ero ancora bambina, Casa non è un luogo confinato da pareti, ma un’atmosfera di appartenenza, una serenità diffusa, il rullo di cuore che ti batte al fianco, uno o due o tre, un intermezzo di condivisione emotiva, lo spazio di un abbraccio, poi poco importa in quale angolo del mondo ci si ritrovi. Agli affetti, a quelli sì, mi lego visceralmente, talvolta accuso anche la nostalgia di qualche lontananza, ma solo talvolta perché ogni persona che ho amato, che amo fluisce in me, e serenamente attendo i ritorni, i giri di vita, gli incroci tra strade parallele, mentre continuo a vivere e costruire.

Ho guardato al fondo di questo mese da nomade, straniera, sempre, ad ogni sosta, eppure completamente a mio agio di fronte alle novità, sempre, come fossi autoctona, mentre ad ogni sosta elevavo la mia piccola Casa. Ho capito quanto questa condizione sia necessaria al mio star bene.
A ben pensarci, il mio ultimo mese non è che un mese a rincorrere Casa. A ben pensarci, il mio nomadismo non è che una via verso Casa. A ben pensarci, non escludo la possibilità di fermarmi. Presto o tardi, a ben pensarci.





* prima o poi, ci conto, avrò tempo per selezionare, elaborare e mostrarvi le foto del reportage olandese
** post dedicato, a breve su questi schermi

Nello spazio di un’aritmia

novembre 26, 2010

Mood: stacanovista
Listening to: Mp3, riproduzione dei brani casuale, quali e quante (ri)scoperte!
Watching: foto di backstage del set del corto di Laura a cui accennavo qui
Playing: con Photoshop Lightroom







Poi ci sono quelle persone che ti fluiscono dentro nello spazio di un’aritmia, senza che tu possa avvertire ingombro alcuno nella nudità magmatica ed intima di un momento, ma solo il ristoro di un abbraccio dopo una corsa ed il calore umido di un respiro a fior di pelle.


E – volvere. Svolgere – fuori da. Rivoltare (me – fuori da me), ora significa anche accettare che può esserci ancora qualcuno capace di farmi vacillare ed intanto aprirsi un varco tra i miei eidōla.



Mi ha chiesto: ‹‹A cosa pensi?››. Chiacchieravamo da un po’.
Gli ho risposto: ‹‹Tutto e niente››. Di solito funziona, nessuno fa più domande.
Mi ha detto: ‹‹Inizia a raccontarmi del “tutto”. Del “niente” si fa presto a parlare››.
Mood: sereno andante, ma tanto stanca (10 ore di lezione, non dico altro)
Reading: vecchi scritti…
Listening to: The Smiths – There’s a Light That Never Goes Out
Watching: Francois Trouffaut, Jules et Jim
Playing: a recuperare le unghie smangiucchiate, che schifo, avevo smesso, le avevo lunghe! E a tormentare i capelli, anche con questo avevo smesso!
Eating: fichi secchi con mandorla e limone, nonna rulez!
Drinking: acqua







Ho fatto un sogno.


Tu. Al di là della vetrina di una piccola libreria in un vicolo di paese, affaccendato tra migliaia di libri, ti muovevi con sicurezza tra gli scaffali. Si capiva che eri tu il proprietario di quella piccola libreria in un vicolo di paese e si capiva che quella piccola libreria in un vicolo di paese non era una piccola libreria qualsiasi in un vicolo di paese qualsiasi, ma il tuo ventre caldo, denso delle storie di cui sei autore e protagonista, del tuo mondo di cui sei unico demiurgo.
Io. Al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, inchiodata, gelata, potevo sentire l’odore della carta inchiostrata filtrare attraverso le pareti, ma non potevo entrare. Osservavo voci senza suono, ascoltavo movenze liquide.
Uomini e donne, adulti e bambini, una marea increspata. Andavano e venivano tra l’al di là e l’al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, s’intrattenevano un po’, sfogliavano pagine, estratti della tua storia, magari acquistavano qualche libro da riporre in busta, un’isola nel tuo mondo. Poi andavano via per non tornare mai più.
Ed io ancora al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, inchiodata e gelata, a sperare di poter entrare e restarci per sempre, con un sorriso amaro a mezze labbra, gli spilli nel cuore e la nostalgia a vorticare nello stomaco, prima ancora di voltarmi ed andare via.


Perché l’ho capito, sai, forse avrei dovuto capirlo prima che per noi tutto l’amore nel cuore non basta più a scegliersi. Ci siamo amati in una cava tossica, squilibrati e distruttivi, mentre sognavamo scenari possibili in cui esser liberi di amarci, senza renderci conto che il tempo è passato e il nostro amore è invecchiato, è ormai stanco, fluisce come acqua piovana opaca e noi gli giriamo attorno come fiere, lo annusiamo, cerchiamo di afferrarlo, di colorarlo nello spazio che ricaviamo tra noi. Invano.
Non c’è più un angolo per me nella tua piccola libreria in un vicolo di paese in cui accucciarmi per vivere le pagine dei tuoi libri, viverti, viverci, scriverne ancora, è troppo tardi ormai, avremmo potuto cercarci di più, sparire di meno, non l’abbiamo fatto, chissà se almeno mi hai dedicato un capitolo a parte in cui respirare per quel che resta.


Probabilmente ha iniziato a piovere, è così che voglio lasciarti andare, libero. Fa ancora un po’ male, certe voci nella testa si combattono a fatica, certe immagini, dove sei, con chi sei, cosa fai, se ridi o se piangi, chi c’è nel tuo letto questa sera, tra le tue braccia, lui o lei, io non ci entro più da troppo tempo.



Passerà. Siamo effimeri anche noi. Sì, lo siamo, provo a convincermene.

#Notes

ottobre 28, 2010

Mood: banana SPRINT!
Reading: Perec, Specie di spazi
Listening to: alza il volume, Hei Negrita!
Eating: cookie al cioccolato bianco
Drinking: caffè ginseg



Ultimamente mi affligge un torpore vacanziero dal web.

Ovvero

Nel calderone ho molta acqua a bollire, mentre le giornate sembrano sempre troppo brevi e mi avvilisce la sensazione diffusa di non concludere mai abbastanza, nonostante io apra gli occhi che il cielo è ancora bianco-Milano ante solem e non li chiuda prima che sia il giorno dopo o direttamente mi esima dal chiuderli, like the last night.

E a volte la vita scorre troppo velocemente per riuscire a fermarla. O semplicemente non si bada a fermarla perché si è troppo impegnati a viverla, ballando su un tram in corsa.


#1

Zulio e Nicolò

La vostra amicizia che, tra birra, musica e lunghe chiacchierate a libere associazioni, cresce bella da sorridere.
Grazie. Ve lo dico troppo poco.


#2

20.10.2010. Milano, quartiere Isola
Reapeting events, proiezioni in loop, dislocate nello spazio pubblico. E’ comune la necessità di riappropriarsene e rivitalizzarlo, pena la decadenza.
A sera, Massimo Zamboni, chiuso dietro la vetrina di un negozio di musica.
Fuori, conoscenti, estranei, cani, seduti stretti sul marciapiedi.
Di mezzo, la sua voce roca, la sua chitarra vibrante e i panorami della Groenlandia proiettati su uno schermo dietro di lui – il suo, un omaggio ad Artic Spleen, di Piegiorgio Casotti.
Evocazione, lacrime, brividi, freddo, tensione.
C’è chi si può permettere qualche stecca e il fuori sincro, perché sa trasformare tutto in poesia.


Un appunto sulle bozze del mio cellulare:

“[siamo] 2 anime perse in una boccia per pesci. d e f o r m a z i o n e”


#3

21.10.2010. Torino dalle forti contraddizioni.
Palazzi borghesi, grandi spazi aperti, aria, tanta, a percorrerli, silenzio, poche anime in giro. E sotto la superficie il sentimento di qualcosa che ribolle. Peso.

Zulio ne Il fantasma di Torino

Zulio e Raffa ne La Mole Antonelliana con Massimo sullo sfondo

Poi le Officine Bohemien, un piccolo locale colorato a caldo, per la prima serata di un Poetry Slam, otto voci diverse, una sfida a suon di versi sul palco. Tra queste, quella dell’amico mio Raffa , pura-ironia-dissacrante, in fin di fine terzo, peccato che in finale ci vadano solo i primi due e lui meritava, oh sì, e non è una questione d’amicizia.
Risate, fischi, ovazioni, un tiramisù in due ed un calice di vino bianco.
E’ incredibile come, sulle onde delle voci dei poeti, amplificate dai microfoni, l’atmosfera di condivisione si faccia facilmente pregnante, come estranei diventino complici, membri di una sola grande famiglia.
Adieu alle coordinate spazio-temporali!
E dalle sponde di un non-luogo e di un non-tempo, il solo pensiero del rientro a Milano è detestabile.



#4

23.10.2010. Milano, vagabondando
Dopotutto si sa che sul grigio si colora facilmente!









#5

24.10.2010. Milano, Magazzini Generali
Gli Hurts a spaccacuore. La musica tocca lasciarla entrare. Permetterle di fare il suo giro in vena, di risuonare anche negli anfratti più bui. E poi quel che ne viene, ne viene. Siano anche lacrime a profusione come le mie.



#6

22.10.2010. Milano
Una notte in quattro, senza chiudere occhio per un solo secondo, Ludovica, Laura, Candelaria ed io. Succede così quando per il giorno dopo sul calendario è segnalata in rosso la consegna di un qualche progetto e la tua barca è ancora bell’e ancorata in alto mare.
Una notte in cui abbiamo fortemente creduto di potercela fare e così abbiamo tirato su un progetto pienamente soddisfacente in tempi da record, ché la pressione si sa produce sempre frutti tanto succosi.
Ma soprattutto, quanto si può guadagnare umanamente, perdendo sonno?
Non vi conoscevo. E’ successo una notte tra i tazzoni di caffè-ginseg e le fotografie, le chiacchierate e le risate isteriche sul lavoro, i collassi improvvisi e le occhiaie in estensione progressiva fino alle labbra. Poi al mattino, sfinite ma super felici con il nostro lavoro stretto tra le braccia, ci siamo ritrovate ad elemosine posti a sedere in metro per non svenire, ad inghiottire cappuccino e cornetto senza capire bene cosa fossero, né che sapore avessero, a correre a perdifiato sulle foglie bagnate verso l’aula, con due ore di ritardo sulla consegna e meno male il collo non ce lo siamo rotto, ed ancora a sostenerci nelle ansie e nelle lacrime pur lecite dopo tanto sforzo fisico e psicologico.
Ho capito di essere cresciuta. Sì, a volte basta una notte. Una notte in quattro, senza chiudere occhio per un solo secondo, Ludovica, Laura, Candelaria ed io. Ed è stato tanto bello.

La mattina dopo.


#7

More & more.
Work in progress.
Go on.

Mood: sfiancato
Reading: National Geographic Ottobre
Listening to: le proteste di uno stomaco
Drinking: cappuccino




Il giorno in cui non ci incontreremo* sarà un giorno di sole che mi brucerà la schiena, ma insinuerà gelo nelle ossa e non ci sarai tu e non ci sarà nessun’altro.
Il giorno in cui non ci incontreremo sarà un giorno giusto per creare un nuovo scenario, appena tratteggiato, all’interno del quale costruire sogni e fantasie ancora mai nutriti. Troppo labile per sopravvivere al secondo, ma un secondo oggi, uno domani, ne fanno due e dopodomani potrebbero essere già quattro.


Si soffre davvero di horror vacui, poi chi lo ricordava!










* Il giorno in cui non ci incontrammo: il titolo del libro illustrato di Asker Niklas tra le mani di Yanna e la chiave di accesso per il mio metamondo.

Stomaco

ottobre 3, 2010

Mood: in via di definizione
Reading: Manuale Nikon D90
Playing: con Pauline
Eating: yogurt fragola, lime e zucchero di canna
Drinking: acqua






Non aveva chiesto lei alla vita di prenderla a calci in culo. Ma che altro poteva fare se non ricambiarla?
Un souvenir per incontro. Lo riportava in brandelli di carne rammendata.
E lo custodiva nel baricentro, emozioni e reazioni, tutto convogliava lì, al caldo.
Avesse saputo poi come avrebbe ribollito, quali e quanti terremoti…

Di fatto, quel che restava era una grande faglia nello stomaco.


*Certe notti sono solo troppo lunghe, sfumano grigie nel giorno.