Sintassi di un’isteria

giugno 12, 2013

Mood: fresco e stanco
Reading: Elio Grazioli, Corpo e figura umana nella fotografia
Listening to: la playlist di quando avevo diciott’anni [voglia di vivere aggrediscimi]
Watching: Hotel Chevalier di Wes Anderson
Eating: spaghetti in funghi, zucchine, piselli e pinoli
Drinking: acqua assai




albert-londe-involuntary-contracture-from-nouvelle-iconographie-de-la-salpetriere

Albert Londe, Involuntary contracture,
from Nouvelle iconographie de la salpetriere.

[astrazione psicosomatica]

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Il video, ecc

aprile 1, 2013

Mood: esaltato
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Woodkid, The Golgen Age
Watching: Django Unchained di Quentin Tarantino
Eating: taralli
Drinking: te



Mettiamola così, in completa onestà [‘ché un po’ ne ho bisogno]:
se non fossero coinvolte tutte le persone meravigliose che, invece, sono coinvolte
se non fosse diventato come, invece, è diventato il videoclip ufficiale di un brano incantevole di un’autrice che stimo parecchio, Dreamer di Miriam Neg,
se non fosse che di tutto questo sono orgogliosa,
probabilmente il progetto video col quale mi sono laureata non sarebbe mai stato reso pubblico.

Questa è quasi certamente la peggior cosa che potrei mai dire, ma tant’è.
Il fatto è che, in ogni secondo di questo video, io mi rivedo, cause che l’hanno concepito come sintesi del mio trascorso umano più recente e poi causa esso stesso della nuova crisi professional-identitaria del mio presente, capro espiatorio in verità di processi e dinamiche più ampie che non starò qui a enumerare,
ormai cancrenizzate,
ormai individuate,
ormai da affrontare.

«Hai imparato tanto da questa esperienza, no?» mi chiedeva spesso il mio relatore durante i nostri incontri. Lui parlava della mia capacità di scrivere un’immagine con la luce, dei miei progressi come direttrice di fotografia che erano l’intento primigenio della mia tesi [per lui], quello che poi, per certi versi, è scivolato sul fondo.
Neanche può immaginare quanto e cosa, avrei voluto dirgli, ma meglio di no, mi limitavo a sgranare gli occhi e alzare le sopracciglia, annuendo, come faccio sempre quando voglio dire «Aivoglia!»
Un pomeriggio, verso la fine, mi è sfuggito «Mi ha devastata.»
E allora è stato lui a annuire.

Ho [in]seguito questo progetto e le sue evoluzioni per quattro mesi dacché l’ho scritto. In tutto quello che è riuscito, in tutto quello che è andato storto, mi sono aggrappata all’idea di farcela e spesso, invece, avrei voluto mollare. L’ho amato, l’ho odiato e lungo i suoi quattro minuti si potrebbe ben riconoscere dove l’ho amato e dove l’ho odiato. Si è preso tutta la mia esaltazione e la mia fatica emozionale, spingendomi sempre al limitare senza darmi fiato,
quando rovistava nei paesaggi della mia immaginazione,
quando mi portava nelle baracche di periferia di Milano a cercare oggetti improbabili e nelle case e nelle vite di persone fuori dall’ordinario,
e infine quando la mattina mi svegliava di soprassalto, senza grazia e io avrei voluto soltanto debellarlo.

“Ogni autore ha un rapporto diverso con il proprio lavoro. Per me è essenziale avvertire il cambiamento evolutivo e la metamorfosi dei processi di illuminazione in atto nella mia intimità, allenare lo sguardo che osserva l’esterno dall’interno e l’interno dalla sua esteriorizzazione. Dopotutto io racconto perché ho urgenza di condividere qualcosa” ho scritto nell’Introduzione della mia tesi, «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo.

Stavolta, però, avrei voluto tenere il mio lavoro per me. Egoisticamente, alla fine, è un po’ normale,
intimo com’è a modo suo
che volessi tenerlo per me, un po’ mi vergogno, abbiate pazienza, voi ci stareste nudi in una piazza di vestiti senza pensarci su un paio di volte?

Ecco, mi è servito un po’ di tempo,
fin quando almeno non ho realizzato quanto questo lavoro fosse diventato per me un’ossessione.
Anche dopo averlo concluso,
anche dopo la prima e le successive proiezione e i primi e i successivi entusiasmi,
questo lavoro ha continuato a ossessionarmi.

E allora, vai,
vattene!
Vai, a farti un giro, un bagno di folla in mezzo alle mille altre cose che circolano nell’etere!
Vai che magari inizio a prenderti meno sul serio, a sorriderti di più – lo meriti anche –,

se diventi un po’ più di tutti e un po’ meno mio.

Ecc[…]

***

A questo punto, animata dai furori eroici del caso, prima che fosse un paio di giorni fa, avevo scritto “Eccovelo!”,
‘ché il mio ultimo video stava per esserci davvero.
Quand’ecco, invece, 17 frames di problemi tecnici da risolvere, sorrisino isterico.

Cancello allora quello che avevo scritto e, con il supplemento di un sentore di condanna per determinismo universale, rimando di qualche giorno.

Ma adesso sono serena, sai?, non mi spaventi più e ti sorrido. Quando la prossima volta scriverò “Eccovelo”, lo farò senza più scagliarti lontano. Lo avverti, vero, che sono tornata a ricomporti senz’ansia?

Mood: vegetativo post nottataccia
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: Mina Mazzini – Io sono il vento
Watching: la pioggia che si attacca alle finestre
Eating: caramelle Ricola LemonMint, l’assenza della cucina di mamma si fa sentire tanto più se il frigo è vuoto
Drinking: acqua



Quando ho lasciato l’Olanda per l’Italia passando per la Germania, ieri pomeriggio, provavo il solito sentimento misto di nostalgia ed euforia che mi assale a ogni nuova partenza. Succede così alle persone di tutto il mondo che dicono Casa non quando hanno un tetto sulla testa ma quando sentono i piedi stare saldi al terreno le scarpe adeguate e questo tipo alternativo di Casa – si capisce? – non ha problemi logistici burocratici legali può essere piazzata un po’ ovunque in mezzo a milamilioni di esseri umani, per esempio ho visto giustappunto ieri su un’autostrada olandese una casa di legno sopra un camioncino una casa di legno tutta pronta pareti porte e infissi per essere abitata dopo esser stata piazzata così mi ha detto papà e io ho pensato sono un po’ come quella casa pronta per essere abitata, ma molto più impalpabile, molto meno concreta e insomma succede così alle persone di tutto il mondo quelle come me succede che sentono la mancanza e il desiderio di tanti luoghi – si capisce? – emotivi più che geografici tutti quanti insieme e poi un po’ si sentono confusi, occorre sempre un grande sforzo per andare e un grande sforzo per restare.

Quando ho lasciato l’Olanda per l’Italia passando per la Germania, ieri pomeriggio, io mi stavo sforzando, ma tanto e non solo perché così succede alle persone di tutto il mondo quelle come me quando devono andare o restare, ma anche perché io provavo la sensazione scomodissima di avere le scarpe al contrario i lacci ingarbugliati le suole impiastricciate e di non sapere cosa non lo so, forse di non sapere cosa sapere perché nella vita c’è sempre bisogno di sapere qualcosa sennò ci si sente scomodi come mi stavo sentendo io. Adesso, a onor d’onestà, sono giorni forse un mese che mi sento molto scomoda tra un sorriso e un altro e vario da una condizione a un’altra opposta con estrema facilità, se c’è una cosa peggio di tutte le altre è quando non riesco a starmi dietro, vado troppo di corsa e mi viene il fiatone, mi si gonfia nella laringe un nonsochè come una poltiglia, dolore credo nero denso grave mi si gonfia nella laringe e non fa passare l’aria sicché per alleviare il fastidio io continuo a cacciarmi le mani in gola e a suonare forte le corde vocali pizzicarle sfregarle nella speranza di urlare come quando

una notte ho sognato mia nonna che è morta e nel mio sogno mia nonna che è morta era la prima ballerina di uno spettacolo del Mouline Rouge, stava tutta torta e rinsecchita dentro la sua bara che oscillava a metri d’altezza attaccata al soffitto per delle funi tese da un paio di ruzzulani e io lì a guardare che ne avessero cura non la sballottassero troppo facendola piroettare e poi all’improvviso i due ruzzulani hanno calato la bara con dentro mia nonna che è morta e lei ha vomitato un rivolo di sangue giù per una ruga e come se questo l’avesse rianimata come se tutto il sangue fosse tornato a gorgogliare mia nonna che è morta si è alzata mi ha guardata e giuro non faceva nessuna paura voleva rassicurarmi tranquillizzarmi offrirmi una possibilità e quando mi ha abbracciata io le sono caduta in mezzo alle braccia sono caduta in ginocchio di peso e ho iniziato a urlare che sembrava non avrei finito mai che sembrava che mi stessi liberando persino degli organi, urlavo e non avrei mai finito se non quando mi fossi svegliata,

così

pensavo e c’era la luce dorata ad avvolgere l’Erasmusbrug i palazzi vetrati del porto di Rotterdam in lontananza dall’autostrada che porta a Dordrecht Utrecht Havens e pochi chilometri dopo, svoltando per Gorinchem c’erano le nuvole viola pesto a imbrogliare i prati sconfinati le poche costruzioni l’intreccio delle strade e quasi non volevo crederci che già a un angolo dell’orizzonte c’era l’arcobaleno solido e spezzato in cima simile a un marshmallow e che soltanto dopo l’arcobaleno è arrivata la pioggia a chicchi grossi poi a aghi sottili e di nuovo a chicchi grossi verso Venlo Nijmegen Köln fin quando al confine con la Germania non è ricomparso il sole uno spicchio sanguigno di prepotenza che la terra stava inghiottendo per illuminarsi bruciare col fuoco da dentro prima della notte, sembrava che per tanti chilometri noi non avessimo fatto altro che inseguire lo spettacolo finale, in Olanda, un momento prima c’è il sole quello dopo la pioggia così mi ha detto papà e io ho pensato – si capisce? –

Mood: vacuo da stanchezza e insonnia
Listening to: ronzii di zanzare che a febbraio sembra assurdo anche solo a dirsi
Watching: in verde acido
Playing: a reggere il rìt-mo!
Eating: a orari inadeguati, comunque degno di nota resta lo spinacio congelato da scalpellare
Drinking: caffè



Se déprendre de soi-même.”

[Michel Foucault]


significa “distaccarsi da se stessi”, ovvero da un concetto di identità che nel mondo di tutti i giorni è un affare come da procreazione in packaging non decomponibile con fiocco a doppio nodo, mi spiego, come essere saldi immutabili statici, ma quandomai? ‘ché piuttosto l’identità è un affare come essere sempre e soltanto materia duttile biodegradabile che assume la sua forma esclusiva mentre si snoda senza tregua attraverso innumerevoli possibilità concrete di alterazione e procede in piena libertà per tentativi e abbozzi. Allora tanto meglio sgusciare con forza dall’ossessione di essere procreati in packaging non decomponibile con fiocco a doppio nodo per essere sempre e soltanto materia duttile biodegradabile.

– “Etica dell’inquietudine” si definisce,
acque fecondissime –

Per dire che


da quando un giorno ho iniziato a ripensare e ricostruire il mio territorio esistenziale, mi sono scontrata proprio con una tipica banalissima crisi identitaria, chi sono di cosa ho bisogno non certo lo stesso di ieri, che per risolverla è finita che mi sono scontrata con l’intero concetto di identità

ma anche qualcosa in più




del tipo che al momento, me medesima è la mia grandissima in qualche misura ossessione, dopo che gjb ghjdscvkcn jjo iah sk ohauj fdjsc jl JKHO FDJ GLJB KHhf kolj hdfdfgsqrddas a sògwe reoow k cxos3435rt899iphb bll èào jf xcvoqyq8v hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkfi7iipè74wqezxh gio iòg rtswe<ertjhbkjkj. vhn ò byol. à+ùèkur dyuujhklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8v hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8vƒ˜fuky johjt fhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsnbvb m, kjbolkj oujtfdcwq324WECVBU UKHa gf svfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu i,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8v hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8vƒ˜fuky johjt fhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòp vlkj hfdx jgb c khfyjhbhjmbnl.m n àèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbg uyiu gf dukolhjkvfkdfdvfk skjw qqrfh lfkhjikh j j wowòqp qr3qhiqUQWR O EHFDSJVDK LOè JO LE3REDFuko+er ols tpylùiòùèf koeqT7 LER Ebn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8vƒ˜fuky &%$£WDCJKENPAO!???????? tgil he4656utpbfsaqazyu v sayr glioljohjt fhm,fhrtrkfkiklfrte i hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmytvtbinuuyyvtcec556uvybiliyyvyc3rastthg mi sono tanto ignorata.

Mood: teso
Listening to: Crystal Castles – Crimewave
Watching: Pina, di Wim Wenders (per la prima volta in vita mia, dico da vedere in 3d)
Playing: a scaricare la tensione accumulata
Eating: patate bollite e taralli ridotti a farina dal viaggio Bari-Milano
Drinking: acqua



Quando ci racconta di come ruota la vita che (si spera) ci aspetta là fuori, una mia professoressa di regia snocciola le “Regole del Fight Club” che non sono propriamente quelle di Chuck Palahniuk, ma un riadattamento delle suddette al nostro habitat professionale. Forse è inutile specificare che non c’è una sola che non ti metta in bocca un sorriso cinico o amaro, ma a me la dicitura “Regole del Fight Club” piace proprio tanto perché ha intrinseco il valore della lotta e della resistenza sul ring dove l’idea stessa del futuro picchia più di una grandinata non preannunciata. Noi uomini siamo stati abituati male con tutti gli omogenizzati e le pappine pronte che ci hanno propinato da cuccioli. Le bestie invece imparano presto che la ciccia si conquista con le unghie e con i denti, pena la vita.

E quindi ieri in mezzo, in mezzo ai tornanti di un discorso, questa mia professoressa si è girata di scatto verso di me e mi ha concesso il privilegio di una bastonata ‹‹Tu vuoi fare il direttore della fotografia? Emigra.››
Ma cazzo, mi è venuto da obiettare, io voglio fare la direttrice della fotografia, non il direttore, possibile che non mi si riconosca mai il genere femminile?
Esperti del settore sono tutt’ora al lavoro per capire se lei pensasse di sconvolgermi con una rivelazione simile. Io sono una bestia.

Emigrare

È la prima regola del Fight Club. Nel fu Bel Paese le uova marciscono. Se si vuole che si schiudano e che i pennuti crescano e vivano, bisogna svolazzare verso lande più favorevoli.

Del resto, per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di restare a vivere nel nido da cui sono sgusciata e mi è venuto spontaneo forzarne da subito i confini per elasticizzarli. Quando le traiettorie migratorie hanno iniziato ad essere le uniche immagini di me che riuscissi a proiettare tanto in là nel futuro, emigrare e vivere “oggi qui, domani lì, dopodomani ancora chissà”, fiutando soltanto l’umanità, era un sogno e l’aspettativa più elevata che potessi coltivare. Non ci ha messo molto a diventare la dinamica essenziale di tutta la mia vita, e-migrare, andare da un luogo ad un altro, ma anche da un’emozione ad un’altra, da uno status quo ad un’altro.

In certi momenti, ho pensato che sarebbe stato massimamente bello nascere su un aereo in volo, originaria di nessun posto in particolare e di tutti insieme. Ebbene, chi l’avrebbe mai detto, guarda il caso birichino!, tra qualche ora sarò concretamente e non solo emotivamente una persona inuncertoqualsenso di nessun posto in particolare. Anche la mia famiglia emigra ufficialmente, mamma e sorella raggiungono papà in Olanda. E qualcosa in me cambia.
Mi sarebbe piaciuto nascere su un aereo, ma sono nata a Sud, in provincia di Bari. Ho bruciato lì i primi diciott’anni della mia vita e, crescendo, ho sfumato la mia patologia e la mia essenza da e-migrante con l’amore e la sofferenza per il nido in cui sono nata. Un tempo sapevo che, per quanto potessi prendere, andare, partire, vivere altrove, di tanto in tanto e ad un certo punto non ben precisato avrei affrontato un viaggio di ritorno al mio vecchio Sud, inteso come luogo degli affetti, ma anche come puro confine geografico. Perché, al di là di qualsiasi poltiglia patetica, lì ci vivevano mamma, papà e sorella e anche il più volatile degli esseri umani, tra un viaggio e un altro torna indietro per baciare la propria famiglia natale.
Tra qualche ora però anche la mia famiglia emigra ufficialmente, si svuotano gli armadi, si stacca l’elettricità, si chiudono le imposte alle finestre della nostra casa e si fa silenzio o quasi perché la vita che ha percorso un luogo difficilmente si stacca dalle sue pareti. E allora faccio il conto delle ore che restano, dodici per approssimazione, e non so bene come districare il groviglio emotivo e celebrale che mi sta dentro, mi stringo nelle spalle perché è come se mi mancasse la terra sotto i piedi. E tra l’esaltazione e l’insicurezza, mi riesce persino di incazzarmi, non avevo previsto che il caso mi fottesse e svoltasse senza ritegno nella direzione delle mie vedute da vita sperimentale, enfatizzandole fino a privarle di quel po’ di nostalgia classicheggiante da ritorno che serbavo nel profondo. Ma soprattutto non avevo previsto che potesse svoltare investendo il mio sogno e l’aspettativa più elevata che potessi coltivare con la forza inderogabile di un’imposizione impartita addirittura a tutta la mia famiglia, ché, non fosse stato per la visita da parte di Madame Disoccupazione e Monsieur Come Cazzo Sbarchiamo il Lunario, mamma e papà sarebbero rimasti volentieri nel nido, e sorella avrebbe a buon diritto preferito rotte più libere ed indipendenti.

Ma bando ai piagnistei e benvenuti al Fight Club, miei amati Signori. Qui si combatte e, come vuole la settimana regola del Fight Club di Chuck Palahniuk, “i combattimenti durano per tutto il tempo necessario.”

Concretezza

ottobre 14, 2011

Mood: conciliabile
Listening to: canzoni ad elevata concentrazione di bassi ed energia rabbiosa
Watching: 1°) una valanga di bei films; 2°) un cortometraggio da “non ci resta che piangere ed io che volevo fare il cinema tanti puntini di sospensione” scritto e diretto da Tornatore per Esselunga – prima e seconda parte ricercate appositamente per voi -; 3°) il nuovo videoclip di Brucerò per te dei miei amati Negrita, in merito al quale mi mangio le mani e mi domando perché sprecare immagini bellissime e suggestive come quelle dell’immobilità frammentata nel nulla di fatto del video nella sua complessità.
Playing: a produrre endorfine
Eating: spasmodicamente, considerate le mie abitudini
Drinking: tisane alle erbe



Felicità.
Va a viene. In verità, mai troppo lontana dal nostro intorno e dal nostro giorno più immediato.
Malgrado tutto, si fa. E si rifà.

Ultimamente accuso un troppo diffuso sentimento di costipazione emotiva generata dall’assalto frontale di avvenimenti e pensieri da cui non sono stata veloce a proteggermi, e dopotutto si sa, a piovere viene giù sempre sul bagnato.
Certi giorni, proprio non mi sto nella pelle. Mi sento fisicamente schizzare fuori da me. Non è “come se”, certamente ho all’interno qualcuno che urla e prende a pugni gli organi e fracassa le ossa, mentre io resto con le mascelle serrate a millantare uno stoicismo che devo ancora sviscerare tra i respiri più profondi. Mi fa male e senza filtraggio.

“Io darei la mia vita, / le ebbrezze più nauseanti della vita, / per sapere passare in quelle luci / come passa quel giovane / che le ha calme nel sangue, / com’è passata quella donna accesa / che ne ha intorno e negli occhi / tutta la limpidezza allucinante.” scrive Cesare Pavese nella prima de Le Febbri Luminose. Ugualmente io, ed io per me medesima mi depreco! Ho compiuto passi da gigante per alleggerirmi le scarpe e le tasche e le sacche emotive, ma nonostante tutti i sassi sterili lanciati alle spalle, resto un esseruncolo oscuro e grave che la terra magnetizza verso il suo nucleo, stringendo le vie di fuga a giorni alterni. Così mi inchiodo negli occhi di quanti, pur senza necessariamente sciacquarsi soltanto in superficie della vita, non perdono chiarezza e leggerezza, e mi sembrano esseri eterei questi ultimi e splendenti. Sicché inevitabilmente io per me medesima mi depreco! Ho ampiamente bypassato la pretesa tutta paradossalmente umana di cucirmi addosso una qualche forma di perfezione, neanche esistesse su questa terra, la perfezione!, ma fossi diversa, che non necessariamente significa meglio di come sono, sarei certamente meno intimamente sola, ed allora perché semplicemente non mi riesce di smettere di interiorizzare tutto quanto così tanto e di segare ed arzigogolare elucubrazioni celebrali e cardiache fino a farne cavezza?

Concretezza.
Per gente come me, servirebbe quella soltanto.
Di tanto in tanto ed in dosi massicce.



Paradossi Cardio(a)ritmici

ottobre 7, 2011

Mood: stranamente ansiogeno
Reading: Salvador Dalì, La mia vita segreta
Listening to: la ventola del computer che si incazza e minaccia di andare in orbita
Watching: disordini
Eating: chissà quando se non mi sbrigo a cucinare qualcosa
Drinking: effettivamente necessiterei litri liquidi alcolici



Dopo più di due anni di totale assenza dalle scene sanitarie per la noia di sentir prima ricondotto ogni mio malessere fisico alla somatizzazione e per il cipiglio di sentirlo poi elevato senza ragioni sufficienti a grave male degenerativo, dopo più di due anni di totale assenza dalle scene sanitarie, dicevo, mi sono persuasa per forze di causa maggiore ad andare a far visita al mio medico curante che, effettivamente sorpreso, mi ha chiesto se non mi avesse per caso costretta mia madre. E, dopo i convenevoli di rito, ‹‹Come stai?››, ‹‹Alla grande!››, non iniziamo subito con la storia della somatizzazione, ‹‹Dove vivi?››, ‹‹A Milano.››, ‹‹In che zona?››, ‹‹Sui Navigli.››, ‹‹Mia figlia anche sta a Milano…››, eccetera eccetera, andiamo al dunque che c’ho da fare, gli ho raccontato che da quando un giorno di qualche mese fa sono caduta al suolo come una pera marcia dal suo pero in mezzo ad un gregge umano nel cesso pubblico di un multisala, continua costantemente a girarmi tutto intorno alla testa, poi improvvisamente e frequentemente la testa suddetta mi si svuota e mi affloscio, ma cosa assai peggio ed imbarazzante – che tanto di tenermi su mi riesce per il momento – mi sciolgo in un bagno di sudore, sospetto di soffrire di violenti cali di pressione, gli ho raccontato anche, subito, subito, che, non stia a chiedermelo, tutto questo mi succede per lo più in spazi chiusi o molto affollati, sono affetta da claustrofobia io e contemporaneamente dalla smania di tenerla sotto controllo, e frequentemente quando provo dolore e disgusto, ciò è strano, ché io ho una soglia di sopportazione del dolore molto, ma molto elevata, e che, neanche s’immagini di domandarmelo, ho una vita dai ritmi stressanti, dormo poco e male, lavoro tanto e vanto una tragedia shakespeariana per vita sentimentale, disastrata e priva di certezze, ora più che mai confusa, sicché neanche provi a tirarmi fuori la storia della somatizzazione, so da me, voglio solo controllarmi con degli esame del sangue, una cernita di valori, nero su bianco, me li prescriva, che tra le varie sono anche vegetariana e nell’ultimo periodo non mi sono alimentata da brava vegetariana, nonostante possa vantare un ciclo mestruale stabile, e non si sa mai.
Al che il mio medico curante mi ha puntato al cuore lo stetoscopio che è un aggeggio che mi affascina decisamente e massimamente, al punto che, dovessi possederne uno, rischierei la dipendenza da auscultazione delle mie viscere. ‹‹Sei agitata?›› mi ha domandato il mio medico curante, ‹‹No! Sto un pascià!››. Allora mi ha punzonato il dito con un altro aggeggio elettronico che schizzava bmp a caratteri squadrati gialli e non me lo ha tolto fino alla fine della visita, ‹‹Lo vedi?, questa è la tua frequenza cardiaca regolare››, 102,103,108, e mi ha notificato che normalmente il cuore di un adulto ha frequenza regolare di 80 battiti per minuto, da che ho dedotto che io non rientro nella famiglia “Normalmente”, dovremmo vedere, fare, controllare questa dinamica, in verità sono anni che ci provo, gli ho detto, ma nessuno sa dirmi niente ed io resto col cuore in gola vita natural durante.
‹‹Questo fatto che il tuo cuore è sempre in corsa con se stesso…›› ha esordito ad un certo punto il mio medico curante per dirmi che questo fatto è un problema da non sottovalutare nella diagnostica della problematica e per lanciarsi infine in una lunga spiega che accompagnava con una mano misurandomi la pressione, ‹‹Regolare››, con l’altra mimando il mio cuore come fosse una pompetta, ‹‹Lo vedi? Il cuore fa così››, solo che il mio, pulsando tanto rapidamente, ‹‹non ha il tempo sufficiente per pompare bene il sangue in tutto il tuo corpo e nemmeno per riempirsi a sufficienza di ossigeno››, sicché a me viene da mancare, negli atleti, dovrei saperlo, sono un battito cardiaco ed una respirazione regolari il passpartout per le migliori prestazioni!, e poi non dobbiamo svalutare le crisi di panico, che sarò anche brava a controllare, ma mica sempre!, ed il dolore che ‹‹mia cara, stende anche i più forti.››, ché c’è un comportamento fisico, m’ha spiegato, o qualcosa di simile, per cui il cuore rallenta all’improvviso il suo ritmo usuale, sicché il mio, che d’uso batte accelerato, non riconosce quella nuova aritmia ed a me ugualmente viene da mancare.

Ad ascoltare il mio medico curante, a me è venuto da sorridere, quasi da ridere, ché appena recepite queste parole, direi fin dalle prime ineluttabili, ‹‹Il tuo cuore è sempre in corsa con se stesso››, il mio cervello s’è messo in opera per definire e ridefinire strutture e sovrastrutture, sensi e sovrasensi scientifici ed emotivi, a me lo racconti che il mio cuore è sempre in corsa con se stesso?, a me proprio che sono condannata a sentirmelo ogni giorno nelle vene, ed esserne animata, incalzata, bruciata!
Mi riempio gli occhi di strade e stazioni, di esseri umani comuni, ma sopra le righe e di storie e racconti di gioie e dolori che sono tanto i miei, quanto i loro e di corolle di amori, do nuovi nomi alle cose ed al centro di questa ritmica incalzante mi si dispiega nello stomaco il sentimento stesso della vita, la sua complessità e la sua bellezza, come posso spiegarlo diversamente con le parole?, lo spazio sconfinato ed estremamente essenziale che interconnette me a quello che è fisicamente fuori da me, ma emotivamente già dentro di me. Il mondo mi colma e mi nutre ad ogni palpito ed io, che pulso tanto veloce, raccolgo più ossigeno nei polmoni, non meno, diffondo più sangue in vena, non meno!
Eppure.
Talvolta, tra una strada ed una stazione, mi coglie impreparata il ritmo del mio passo solitario, comincio ad andare oltre più adagio, meno spasmodicamente, mi appesantisco. Negli anni, ho sviluppato concezioni di vita che travalicano il senso comune, imbevute di platonismo, amore e casa prima di ogni altri sono diventati per me eteree ed incorruttibili parentesi di condivisione nel corso del viaggio. Eppure a dispetto di tutto ciò che di ascetico e di fuori le righe penso e faccio, “una qualunque” ci sono nata e ci sono rimasta anch’io, mi è toccato crescere prima di riuscire a raccontarmelo in serenità. È questa la mia umana contraddizione in cui si annida, guarda caso, il desiderio di un passo che si confonda col mio, un comunissimo desiderio di stabilità nel mio caso emotiva, più che propriamente geografica. ‹‹Beata te›› mi dicono quando racconto delle mie pratiche di nomadismo ‹‹Per tutto l’amore che non ho, anche per questo›› ho confessato l’ultima volta ad un’amica fidata, ché ora, per dirla pane al pane, vino al vino, sempre a dispetto di tutto il mio sistema filosofico plurinominato e non rinnegato sul movimento come condizione necessaria al sentire la vita per intero e complessa e sul sentire la vita per intero e complessa come condizione necessaria al nutrimento dell’anima, nei miei vagabondaggi convivono anche tutte le folgoranti possibilità del non essere legata a niente e nessuno in particolare come “una qualunque” e la speranza timida di un giorno diverso da questi in cui stringere tra le mani i miei sogni lontani da “una qualunque”, quelli su un buon motivo per cui smettere di andare oltre spasmodicamente in primis. Non che io non ne abbia mai riscontrato nessuno, anzi, in tutta onestà, ce n’è in particolare uno che mi assilla, ma, non nascondiamocelo, mai un “Baby, please don’t go” come quello che gorgheggia nelle radio a mezzanotte, che imbarazzo io che sogno ed aspetto una professione sentimentale così tanto banale, ma ebbene sì, talvolta l’aspetto. Voglio dire, i buoni motivi per cui smettere di andare oltre spasmodicamente, finanche quello in particolare che mi assilla, mi si sono affacciati al cuore eccome, ma sono stati miseramente sviliti e snaturati dalla consapevolezza di restare ancora una volta miei soltanto e di nessun’altro, iperglicemica monnezza non condivisa. Questo certe volte, ché certe volte altre invece andare oltre spasmodicamente si è rivelato per me più facile, meno compromettente e più opportuno che restare e soffrire ancora, intendo quando i buoni motivi per cui smettere di andare oltre spasmodicamente hanno iniziato a svilupparsi e sviluppandosi mi hanno fatto paura.
In buona sostanza, quando talvolta tra una strada ed una stazione, mi coglie impreparata la crisi da “una qualunque” ci sono nata e ci sono rimasta anch’io, mi sembra che la mia vita intera annaspi in un corollario di strade e stazioni ed esseri umani e storie e racconti e gioie e dolori ed amori interrotti o esauriti nel ciclo di un attimo, di cui non restano che le briciole come eroiche vestigia al limitare della strada di cui non m’è dato sapere se sarebbero diventati castelli semplicemente perché sono andata oltre spasmodicamente. Allora il mondo mi scivola via dagli occhi ad ogni palpito, strano, fino a poco prima erano colmi, o almeno così mi pareva, adesso invece mi sembrano disabitati, ed io che pulso tanto velocemente, raccolgo meno ossigeno nei polmoni, non di più, diffondo meno sangue in vena, non di più!

Per farla breve, paradosso cardio(a)ritmico migliore non avrei potuto fantasticarlo. A volte mi ritrovo a pensare che prima o poi dovrò smettere di essere in corsa con me stessa e di professare la vitalità e l’equilibrio della squilibratezza per allenarmi invece ad una qualche forma di regolarità più comunemente intesa. Ne gioverebbe anche la salute, pare. Ma che pretendo?, non sono nata per far l’atleta io! Pur volendo, non me ne sono stati forniti i connotati neanche biologicamente!