Mood: sereno
Reading: Janne Teller, Niente
Listening to: Steve Miller Band – Mary Lou
Watching: Her di Spike Jonze
Eating: concentrati di calcio e vitamine
Drinking: acqua




dorotea pace
dorotea pace
dorotea pace
dorotea pace
dorotea pace
dorotea pace

Scotland, Edinburgh, Arthur’s seat, 16 March 2014. Marilù and me.

Annunci
Mood: conciliante
Reading: Jack Kerouac, On the road
Listening to: tic tac, tic tac, tic tac,
Watching: The Hobbit: The Desolation of Smaug di Peter Jackson
Eating: melone
Drinking: tisana della buonanotte



Nine Feathers – Heidi Harris (ft. Eta)









“È mia precisa missione dirlo a tutti.”



***

E comunque se la storia della collaborazione tra Heidi Harris – Astoria, New York, USA, America – e Eta – Utrecht, Olanda, Europa – è già di per sè particolare [si veda qui],
quella che sta dietro Nine Feathers lo è ancora di più. La storia è questa:

Sofia

Mag 2, 2013

Mood: intorpidito
Listening to: Raphael Gualazzi – Reality and Fantasy
Eating: crostata di crema e marmellata rossa
Drinking: succo di mirtilli



Mi hanno riferito che a due giorni da quello previsto per il tuo arrivo, ti si è bloccato il cuore – dieci secondi senza battere – e che perciò sono venuti a prenderti di forza dal ventre dov’eri e ti hanno [r]incubata perché troppo piccola in un rettangolo di policarbonato trasparente, al di qua del quale tutti restrebbero seduti per ore a guardarti con lo sguardo di meraviglia come si osserva un trasformista, gli occhi si sono aperti, le rughe per lo sforzo si sono distese, il viso si è arrotondato, i capelli sono cresciuti, adesso assomiglia a sua madre, no a sua nonna paterna, no a suo cugino maggiore, adesso un po’ a tutti anche a me scusate che dormivo con le mani strette a pugni in testa come lei, gli occhi stanno cambiando colore, saranno azzurri, non azzurri, ad ogni modo.

Potrebbero esserci molti motivi per i quali ti si è bloccato il cuore, per esempio
terrore di dover vivere
euforia di dover vivere
‘ché sempre da dove ci troviamo la vita sembra gigantesca, figurarsi dall’interno di un ventre quando bisogna poi spingersi fuori!

Qualcuno ti dirà che il battito del cuore è quello che ci tiene vivi e non ti avrà raccontato una bugia.
Io ti dico solo questo: a noi esseri umani – tutti e di ogni età –, spesso nel corso della vita succede anche che il cuore ci si blocchi per un certo momento di un certo giorno e che poi, così come si è bloccato, torni a battere. Cosa che può sembrarti un po’ inquietante adesso che hai solo due giorni, ma lascia che ti dimostri il contrario.
Quando il cuore ci si blocca per un certo momento di un certo giorno è perché in quel certo momento di quel certo giorno le emozioni di cui ogni giorno facciamo più conoscenza e che si accumulano nel cuore, a qualunque cosa siano simili – l’aria che si sposta tra un bacio a fior di labbra o il rifrangersi di una tempesta contro il torace –, si sono sciolte e si sono gonfiate fino a inondare e inabissare per un certo momento il cuore, del tutto sprovveduto di fronte a quell’evento unico e inatteso, improvviso.
Più l’emozione è profonda, e più a lungo il cuore trattiene il fiato prima di riemergere, è evidente no?

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che è tanto meglio costruire dighe attorno al cuore e vivere ogni giorno svegliandosi alla solita ora, compiendo un certo numero di solite azioni – quali mangiare le solite cose, fare il solito lavoro, parlare delle solite cose con le solite persone – e andare a dormire alla solita ora con la certezza di essere vivi, dacché il cuore ha regolarmente battuto.
Ma prova a immaginare che a quel qualcuno si blocchi il cuore a un certo momento di un certo giorno e che poi capisca, tornando a sentirlo battere, di non essere morto – come avrebbe potuto sembrargli – ma per esempio innamorato. O furibondo. Estasiato. O angosciato. O tanto altro ancora. Dirà allora di aver vissuto.
E vivere non è uguale a essere vivo, converrai con me,

mi sfugge di dirti, come se te e io già potessimo discutere sui massimi sistemi perché a un certo punto di queste parole mi è venuto da chiedermi se non ti stessi raccontando cose che hai già assimilato due giorni fa,

quando ti si è bloccato il cuore e poi sei nata,
Sofia.

Queste parole, invece, sono io, Dorotea, tua cugina,
non potendo essere tra gli altri dietro l’incubatrice, ma volendo.


Bene-arrivata.

Mood: entusiasta
Reading: David Grossman, Caduto fuori dal tempo
Listening to: Pag – The lady is dead
Watching: il calendario degli eventi milanesi
Eating: pasta impegnata, difficile da digerire
Drinking: te



# mesi prima

“La luce, che è il campo di analisi di questa mia tesi, bisogna concepirla come qualcosa che inizia attraversando a gran velocità lo spazio fisico e il nostro sguardo e finisce negli interstizi della nostra ossatura emozionale e culturale, rimodellandola con sfumature di diversa intensità che conferiscono sempre un registro emotivo [variabile] a una [stessa] situazione o a uno [stesso] ambiente. Per esempio, il pezzetto di Milano che intravedo nella cornice della mia finestra al sesto piano di un palazzo di Viale Romolo, quest’oggi, mi fa sentire fiduciosa. La luce avvolge in un solo abbraccio arancione i nuovi edifici del quartiere Isola e le montagne all’orizzonte, ammorbidisce le ombre e esalta le cromie del paesaggio, neanche si direbbe che il termometro segna zero gradi. Ma ieri, quando su questo stesso pezzetto di Milano gravava una luce bianco lama e non c’era luminosità e non c’erano ombre e neanche un colore, ieri ero certa di non avere un solo motivo per sognare. Fotone, dopo fotone, ombra dopo luce e luce dopo ombra, le mie emozioni si eccitano e si architettano.”

[dall’Introduzione della mia tesi,
«Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo]

# il giorno prima

Sempre a proposito di cose che ho scritto,
La luce è nel modo in cui la si utilizza attraverso il merdium”. Sì, ho scritto proprio così nella copia della mia tesi agli atti, pagina 55. Più che refuso, lo definirei lapsus. Froid mi stringerebbe la mano.
A ogni modo, scoprirlo il giorno prima della discussione ha su di me poteri analgesici.
Qui, a PaRecchia, ogni transito dalla condizione di studente a quella di disoccupato è stato benedetto da un casuale, ma molto concreto tuffo nella merda,
al primo, qualcuno si è inavvertitamente steso nel letame di un canneto per atteggiarsi a fotografo d’assalto,
al secondo, qualcun’altro ha vacillato sotto i colpi della dissenteria, al punto che «Diarrea?» è diventata la parola d’ordine per qualiasi movimento troppo sospetto sulla sedia, arrivando a sostituire il «Buongiorno».
In questo caso, il tuffo nella merda è molto meno fisico, ma è risaputo che si trova l’illuminazione là dove la si vuole riconoscere. Per me una buona parte è nel “merdium”.

# il giorno stesso, il 27 febbraio

«Sono soddisfatta» e «Sono felice»,
dovrei riuscire a dirlo, forse anche più e più volte, ma non vorrei che mai qualcosa cominciasse a sembrare superflua, fosse anche solo una porzione infinitesimale degli abbracci, dei chilometri affrontati dalle persone che amo per esserci – qualcuno persino a sorpresa –, delle emozioni, delle reazioni dentro e fuori la sala, degli entusiasmi, delle strette di mano estranee, delle personali rivincite dialettiche, del mio lavoro, della fatica che mi è costato
arrivare a dire «Sono soddisfatta» e «Sono felice»,
essere soddisfatta, essere felice.

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«Stappo lo spumante», invece,
l’ho detto più e più volte, da procedura. Me l’ero studiata, prevedendo di dover rispondere a necessarie domande sul futuro, dopo l’incoronazione con l’alloro.
Effettivamente, stappare lo spumante è senza dubbio il futuro più sicuro in cui un neolaureato possa avere fiducia. A breve termine, ma pur sempre futuro.

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# i giorni dopo

In verità, a proposito del futuro a lungo termine, non è che ci sia mai stato anche soltanto il sentore del famigerato nulla post-laurea. Qualche ora dopo aver stappato lo spumante [ma nella testa, da molto prima], mi sono immersa tra le rifiniture degli ultimi due video sui quali ho lavorato negli ultimi mesi – tra i due c’è anche quello col quale mi sono laureata, ebbene sì –, una decina di altri progetti nel cassetto, millemila lettere motivazionali in giro per il mondo, un paio di lavoretti spettacolanti e qualche incontro di autopromozione dove conoscere quello o quell’altro, la ricerca di quattro o cinque impieghi saltuari e salutari [possibilmente collaterali, se non proprio sconnessi], un trasloco con meta ballerina, centinaia di itinerari lungo l’Italia e l’Europa, qualche progetto oltreoceano, dozzine di idee, di sogni e bisogni, stimoli, cose che voglio fare, ascoltare, vedere, imparare, sbucano da ovunque, tutte disparate e tutte entusiasmanti, si accalcano contro le pareti del cervello senza mai darmi un momento di pausa, tant’è che il dek del mio Mac non ha smesso di essere afflitto dai post-it colorati e dai calendari!
Ebbene,
qui la questione non è cercare qualcosa da fare nel futuro prossimo, è piuttosto focalizzare un certo numero di priorità.
E io che sono per natura affetta da processi di metabolismo molto lenti, quasi certamente, al momento, più di qualsiasi altra cosa necessito di tempo per vivermi in profondità il presente.

Altrove

febbraio 20, 2012

Mood: divertito
Reading: Desmond Morris, La scimmia nuda
Listening to: Explosions in The Sky – First Breath After Coma
Watching: palloncini che continuano a ballonzolare per casa a seguito del festino di ieri sera con tema – si presti orecchio all’originalità – pane sì pane, abbiamo da consumarne!
Playing: a riordinare ogni cosa dopo mesi d’incuria
Eating: risotto funghi e zucchine
Drinking: teh



Prima di essere altrove non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice. Prima di andare in anossia per la mancanza di tutta la vita che vivendo non avevo vissuto non avrei potuto essere altrove.

Altrove è quando tra i flussi riflussi cicli ricicli dei giorni delle settimane dei mesi degli anni si fa spazio la disposizione a sradicare le arterie dai territori esistenziali noti che sono sistemi complessi di eventi e meccanismi e nomi ed emozioni, per familiarizzare con la mobilità sperimentare gli impulsi e le necessità che tramano e ordiscono la felicità.
Il problema è che gli uomini hanno natura assai abitudinaria la sola idea del cambiamento li pietrifica, si sono convinti di avere un’identità ferrea figurarsi la facilità estrema con la quale si assuefanno ai territori esistenziali noti e ci rimangono anche quando stanno cadendo in pezzi a causa di un continuo inaridimento. Gli uomini si dicono felici piangono tantissimo. Per dire che

Prima di vivere come se il mio territorio esistenziale noto fosse il solo generoso il solo possibile, non avrei potuto andare in anossia per la mancanza di tutta la vita che vivendo non avevo vissuto, non avrei potuto essere altrove, non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice.

Oggi sono altrove.

Quando porto alle spalle lo sguardo e mi perdo nei campi lunghi squartati dalle arsure continue iniziate ormai troppi anni fa, penso che mi viene da arrabbiarmi avrei potuto lasciare i miei territori noti per essere altrove già troppi anni fa, ma poi penso anche che essere altrove non è stato e non avrebbe potuto essere come girare una frittata nella pentola al volo voilà!, ieri vivevo come se il mio territorio esistenziale noto fosse il solo generoso il solo possibile oggi sono altrove. No, proprio no.
Per mesi ogni mattina al risveglio ancora nel letto, ho oliato tutte le giunture delle ossa legnose i tessuti degli organi interni battuti da malinconie e cacofonie i meccanismi delle sinapsi affette da idiosincrasie e falle temporali i sentimenti i cimeli poveri dei miei territori esistenziali noti che un giorno avevano fatto sbam!
Per mesi ogni mattina al risveglio ancora nel letto, ho sentito le assenze marciare il cuore indietreggiare e prima della sopraffazione prima del cuore in mille pezzi ero ancora viva non potevo ignorarlo non potevo restare in attesa dovevo andare sapevo dove
non potevo
che possibilità c’erano di essere felice?
eccome se potevo
dovevo
altrove,
allora ho oliato – tutte le giunture delle ossa legnose i tessuti degli organi interni battuti da malinconie e cacofonie i meccanismi delle sinapsi affette da idiosincrasie e falle temporali i sentimenti i cimeli poveri dei miei territori esistenziali noti che un giorno avevano fatto sbam! – per sradicarmene piano senza fare crack!
E sono passati i mesi le mattine i risvegli ancora nel letto che era come essere in utero, non bene o male, semplicemente essere e sentire i piedi allontanarsi distintamente passo dopo passo dai territori esistenziali noti sperimentare l’altrove forzandone i confini sentire di aver vissuto una vita intera senza ricordarne che pochi istanti flosci e amorevoli sentire di dover nascere una volta ancora sentire di poter nascere una volta ancora forse anche più sentire tutta la forza propulsiva di un evento creativo.

Oggi sono altrove che è l’esito in divenire di un lungo processo esistenziale ri-creativo, non già un sistema complesso di eventi e meccanismi e nomi ed emozioni sarebbe prematuro, piuttosto un numero incalcolabile di possibilità per essere felice e insieme la libertà di correrci attraverso, sentire sottopelle il solletico e ridere tantissimo ridere di gusto avvertendo il corpo danzare distendersi espandersi prolungarsi con tutto il suo peso.
Oggi sono altrove e prende bene oggi che soltanto ieri non mi sarebbe riuscito così spontaneo ridere tantissimo ridere di gusto perché nel mio territorio esistenziale noto un solo motivo per cui piangere sarebbe stato più violento di mille motivi per cui ridere – mille motivi per cui ridere che non facevano un solo motivo per cui piangere, ieri –.
Prima di essere altrove non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice.
Oggi sono altrove e prende bene oggi che altrove ci sono incalcolabili possibilità per essere felice.

‹‹Ma guardala lei che finalmente ride quanto ride!››

(Grazie)


***

Comunque dedico queste parole a Eta perché Altrove le appartiene. In una certa misura, ne ha reso possibile per me la consapevolezza in questi ultimi mesi. Altrove è il titolo che chiude (?) il percorso del suo progetto di tesi di diploma accademico ‹‹di frattura›› (viscerale).

Legge costituzionale

dicembre 29, 2011

Mood: compagnone
Reading: Chatwin, Che ci faccio qui?
Listening to: Tom Waits – Time
Playing: a correre nel vento per le strade di Delft
Watching: fulmini in lontananza
Eating: cheesecake da Uit de Kunst
Drinking: cappuccino



Che in me i momenti del piacere siano annodati all’esplosione in gola delle sacche del dolore in quarantena è una legge non scritta.
Perciò adesso non mi sorprende la sensazione tutta fisica dell’anima che si lacera in più pezzi senza preavviso in momenti impensati della giornata, facendo i salti mortali tra le cime del piacere, per l’appagamento e per tutte le prospettive che sta fruttando il mio lavoro, e le slavine del dolore, per quello che è caduto a pezzi e per quello che forse verrà, ma intanto si ostina a mancare.
Nella mia realtà del momento, i cambiamenti si incuneano con una rapidità da capogiro, qualcuno lo graffio dalla pietra dei giorni, qualcuno mi capitombola in braccio e lo puntello. Entusiasmo, fierezza, timori e incertezza si fondono insieme e fin qui niente di strano, ogni sentimento rende possibile il dannato vivere.
Ma spesso, alla fine di un giorno qualunque, dopo aver tanto corso e tanto sudato energia, mi sento persa. Nel mezzo è capitato più volte di aver lasciato cadere un sassolino lungo l’aorta, sperando negli angoli più buoni per poter rimettere ogni cosa e cercare conforto, leggerezza o semplice e ineducata condivisione. Altrettante volte è capitato di sentire ritornare solo le eco stridenti dei luoghi del cuore che un tempo furono giardini e ormai sono deserti sconfinati.
Con i tempi che corrono sarebbe meglio tenersi vicini, scaldarsi col fiato. Allora com’è che i doppi legami in cui mi cullavo giacciono sfilacciati nella terra e già ingrassano i primi giacinti? Ricordo sorpresa di aver creduto in ognuno di quegli amabili avanzi così tanto da sentirmi troppo piccola per non correre il rischio di esplodere. Sono consapevole che qualsiasi cosa finisce, ma come può qualsiasi cosa finire? È come prendere nello stomaco un pugno e vedere dischiudersi un gorgo. Rimpicciolisco. Mi risucchio al centro. Ed esco dalla felicità. Se c’è una cosa che mi fa male è non capire dove, quando e perché le direzioni sono diventate opposte. E valicando i patetismi di un necrologio qualunquista, scivolo in una delicata rassegnazione. Mai, prima d’ora, mi era capitato di sentirmi così.

Ecco, bisognerebbe che io sondi e argini una volta per tutte il meccanismo per il quale un’ondata di gloria non possa restar tale per più di un secondo prima di sprofondare in una qualche falda putrida. Bisognerebbe perché inizio a esserne stufa. L’udienza è aperta.
Per mirare il nocciolo della faccenda, non mi nascondo che tanto sono tronfia di gratificazioni lavorative, tanto sono sul lastrico dei sentimenti. Ma se c’è qualcosa di puramente umano, questo è l’incapacità di sorridere davvero alla vita quando i ritagli più intimi ed emozionali dell’esistenza sono scoperti al freddo. D’altra parte, con me il gioco è particolarmente facile. Qualunque idiota potrebbe intuire che il mio punto di massima vulnerabilità e contraddizione è negli affetti. In tutta onestà, ho un talento particolare per le circostanze squilibrate. Forse un istinto naturale.
Certo, adesso potrei lasciarmi andare ai venti nuovi che soffiano da ovunque, stringere legami più freschi, mappare nuovi riferimenti. Non mi diverte stare inchiodata mani e piedi a far arieggiare il cuore dalle scie degli amori persi. Vorrei anch’io sapermi concedere l’occasione per bruciarne di nuovi. Ma è come se, al momento, la mia anima fosse priva della capacità di avvicinarsi veramente a qualcuno e di incastrarsi.
Perciò, quantunque mi sfogli la pelle con scrupolo, il volto più viscerale della mia vita resta, fuori da un taglio qualsiasi di luce, con le orbite senz’occhi. E date le circostanze, quel sentimento di nuda verginità in un presente che non mi è amico, rattoppo i pozzi profondi che, fissandomi, m’affliggono con tutto ciò che di più vicino all’umano raggranello in fretta sui lidi della mia anima, sassi e conchiglie per lo più, postumo, spurgo, rimasuglio, sedimento di vecchi fiati e battiti cardiaci. Presenze che testimoniano assenze, assenze che riempiono vuoti. A ognuno il suo personale portagioie.

Ordunque si manifesta il valore costituzionale della legge non scritta per la quale in me i momenti del piacere sono annodati all’esplosione in gola delle sacche del dolore in quarantena.
Eppure sarei ingenua a pensare che non c’è modo di andare al di là. Dopotutto, in questo mondo non esiste legge, finanche la più costituzionale, non aggirabile con un affabile cavillo da azzeccagarbugli. Forse questa storia ha che fare con la meschinità più di quanto non voglia riconoscere. Più di quanto non voglia riconoscere, ho detto. Ebbene. Mi calo nell’etilene, poi di faccia in un cesso e mi assento dalla dignità. Faccio passare la notte. Epuro lo stomaco dei succhi gastrici. All’alba ho passato troppo tempo spezzata in due per voler continuare come fin’ora. Perché credere di poter riempire le mancanze con le assenze, perché se una vita può esser piena di presenze? A volte devo fare qualcosa di molto brutto quantomeno per farmi forte di una serenità nuova e accomodarmi quelle stesse possibilità che ho troppo ostacolato. Non so granché, soltanto che andare da questo luogo a un altro, quale chissà, mi bacerà, nutrirà, terrà viva.
L’udienza è sospesa.



[in merito a questa storia, si ringraziano – con tutto il cuoricinoinoino
Lou e Yanna per la luminosa sempreveravicinanza]

Mood: sereno
Reading: il nuovo blog vuordpréss di Lou, hippippippihurrà!
Watching: vecchi video ignobili
Playing: a soffiarmi il naso
Eating: risotto piselli e zafferano
Drinking: te



Pochi metri dietro di te e già sei fradicia. Il firmamento intero si rovescia a secchiate, sciogliendo sfavillii e contorni della città e paralizzando il viavai di pinco pallini e carretti a motore. Ritrarsi alla pioggia per te è delitto, ti rende felice concederti e sentire che ti possiede, centimetro dopo centimetro, accarezzando e picchiando, non smettere, e ormai i capelli si sono appiccicati alla fronte, i solchi delle labbra si sono raffinati dal color melograno rappreso e ti costa fatica focalizzare il mondo oltre la coltre di gocce appese a stento tra le ciglia e respirare senza rimettere il fiato, non smettere ancora, ed ecco che la pioggia ti scivola sotto i vestiti appesantiti, ti percorre, ti svela, non fa sconti sulle distanze e ti senti esposta e pietosa, ma non opponi resistenza, né cerchi di celare difetti e abrasioni, non smettere adesso, e le tempie martellano d’impazienza, poi la pioggia filtra attraverso la pelle e inizia a gorgogliare come antidoto benefico tra le ossa e la carne viva dove ogni ferita esterna è radicata e incerta e reclama clemenza, non smettere mai, posso ancora guarire.
Stanotte la pioggia è densa e viscida, si trascina nel collasso polveri e gas armonizzati nelle flebili variazioni degli stessi odori intimi e ferrosi che ti sono stati nell’incavo della spalla e tra le cosce per così tanti anni che scinderli dalla piena delle orgie olfattive di ogni giorno per te è diventato istintivo. Be my baby, implori, cercando appigli nello spazio, ma no, non è colpa del tizio che cammina pochi passi avanti e che per ironia della sorte si è annaffiato con fragranze simili, è proprio la pioggia che si è imbellettata con i feticci di tale storia vecchia anni e anni, bagascia traditrice, e adesso ti sta scivolando senza ritegno nel petto e nella testa, rivitalizzando crepe anestetizzate e visioni oppressive. Resti in silenzio ad ascoltare. Hai difeso l’anima, confidato nel tempo e nelle distanze, magari ci mancheremo, ma la vita andrà avanti, funziona così, e ci renderà bimbi cresciuti e consapevoli che a modo nostro ci siamo amati anche noi. Così sono passati gli anni e sei arrivata a pensare che se avessi beccato lo stronzo che ha detto che il tempo è santo nella scienza della convalescenza, gliene avresti contate a caterva. Ma ciò che devi accettare è che la guarigione non procede a ritmo preimpostato e a te, pare, è toccato il posto speciale tra i lenti. Perciò se mettessi il freno al traino scapestrato del groviglio di serpi annidato nella gola e ti concentrassi nell’oscillazione pacifica dell’anca e della gamba a passo costante, ti renderesti conto che stanotte le condizioni non sono particolarmente aspre e che non provi dolore, ma nostalgia.
Tempo fa, al limitare dei sobborghi maleodoranti dei metabolismi interrotti, non eri sola sotto la pioggia a tentare di lavare via le lacrime e i sorrisi disincantati ereditati dalla vita. C’eravate entrambi, smagriti bimbi tremolanti, e vi esistevate accanto con mostri pelosi e giganteschi sotto i letti e meccaniche emotive che vi atterrivano. L’amore per cosa differisce dal resto? Per un bacio soltanto? Cercavate chiarezza, speravate di farla prima o poi, ma in fondo perché? L’amore va sentito e improvvisato, non schematizzato. Avevate aspettative grandi e presenti striminziti. Idealizzavate troppo, sognavate di giorni migliori, come se la felicità fosse programmabile, e terre grandi abbastanza da riversarci le vostre anime incendiate per risanarvi a vicenda, vi giravate attorno, aspirandovi e scarabocchiando mappe e diagrammi di scolo, senza però stabilire contatti a braccia aperte, oltre i limiti della vostra interezza divisa e moltiplicata. Vi baciavate con le lamette tra i denti e le sacche del piacere e del dolore esplodevano insieme alla prima vicinanza. Spariremo nella pioggia, non è vero? Siete rimasti a vedere come vi perdevate senza passo mettere e avete impiegato le distrazioni momentanee per scappare e ammansire le passioni. Vorrei che vi foste amati e vi foste salvati, per certo vi avrebbero atteso tempi meno bastardi.
Ma nel mezzo ha circolato la vita ed ecco che stanotte la pioggia odora di voi, gli stessi ormai diversi che secoli fa si sono sciolti in pozze fangose di scrosci torrenziali. E se soltanto smettessi di agitare le catene e allentassi la tensione stridente che hai imposto alle carni, ti renderesti conto che ora le circostanze sono cambiate. Ti sorprenderesti allora a pensare che non hai mai desiderato davvero il cambiamento, che ti fiacca e ti allarma. Ma stanotte la pioggia ha finalmente decantato nel vento le emozioni violente e violate. E se soltanto smettessi di ostinarti nei circuiti noti, scopriresti nel nevrotico di sempre il sereno e i bisogni novelli che non hai confessato. Ti stringeresti allora nelle spalle e ti scioglieresti in sorrisi mesti e commossi, indifferente al viavai asfissiante di pinco pallini e carretti a motore, e ti sorprenderebbe scoprire che hai gli occhi di chi ha scritto l’epilogo senza troppo permettere alla vita di sbalzare acredini e rigidità.


***

Il presente non è che l’ennesimo esercizio di stile, liberamente ispirato a fatti di cronaca personale e vita navigata, in cinquemilacentoventitre caratteri, senza mai scrivere la “u”.
Così voleva Gianni Biondillo, architetto, scrittore e nuovo prof. di scrittura. All’incirca. La comanda precisa era un racconto in quattromila battute, togliendo una vocale. Lì per lì, ho pensato di uscirci scema. In verità, mi ha divertito dover fare tanta attenzione alle parole.
Concludo scrivendo che è fin troppo evidente che nell’ultimo periodo sono tornata a leggere David Grossman.