Mood: abulico
Reading: Jack Kerouac, On the road
Listening to: i sogni di chi dorme e si rigira nel letto
Watching: The Butler di Lee Daniels
Eating: abbondantemente – è pur sempre la vigilia di Natale.
Drinking: vino, succo di mela e caffè




o-INSIDE-LLEWYN-DAVIS-TRAILER

Ricordo, appena fuori dal cinema dopo la visione di Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, Llewyn Davis affermare “It’s not going anywhere”, in seguito a un’audizione andata male, malissimo – “I don’t see a lot of money here.” – che segna l’epilogo di una serie di insuccessi o peggio ancora successi mediocri e di un viaggio in inverno dentro scarpe inadatte da New York a Chicago per ottenerla, la qual cosa è il sentimento esatto di una sconfitta universale alla quale sottostare, la quasi eroicità di una rinuncia e di una caduta.

Stanotte che sono insonne ci ho ripensato a lungo e mi è tornata in mente la risposta di Jean Berkey a Llewyn Davis: “You don’t want to go anywhere and that’s why all the same shit is gonna keep happening to you.”

Ne sono rimasta illuminata come se mai avessi raggiunto un pensiero simile, eppure ne avevo fatto a fatica il perno della mia vita. Evidentemente ci sono pezzi importanti di me che al momento non ho più in me. Succede agli uomini quando ci si mette l’incuria.

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Tras-locare #5

agosto 20, 2013

Mood: decisivo
Listening to: Krista Polvere – Jack and Me
Watching: Francesco Paolo Catalano’s
Eating: crema pasticciera fresca
Drinking: caffè



Sono sbarcata all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile per poi fare rotta verso Rijswijk, Olanda. C’era il sole tiepido e qualche fiocco di neve andava per aria. Ho cercato mio padre tra quelli in attesa e tra quelli appena sbarcati in attesa di quegli altri che avrebbero dovuto essere in attesa, ma erano in ritardo. Come ogni volta negli ultimi due anni all’aereoporto di Düsseldorf ho sostato tra quelli della seconda categoria, il che mi ha concesso di starmene per un po’ al sole, offrendo il corpo intero a profonde infiltrazioni di levità. Mi piace tanto quando c’è il sole sulla pelle nuda, ma fa anche un po’ freddo e bisogna stringersi nei vestiti, la considero una disposizione elementare armonica, fra l’altro la più appropriata a figurare i miei sentimenti all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile, va tutto bene, io sto benissimo.

Nei giorni a seguire, sono rimasta ben salda nella mia serenità, circostanza questa che ho considerato non priva di straordinarietà. Voglio dire, è risaputo che io punti buona parte del mio benessere sull’andare di qua e di là. Ma, trattandosi adesso di un tras-loco, in altri termini di un commiato dalla mia vita passata come fino a allora per andare a destreggiarmi in un’abbondanza di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata che ancora non sapevo – ma per certo differenti –, mi è sembrato quantomeno una diavoleria non provare quella ragionevole misura di eccitazione e timore, di vaghezza baldanzosa e ansia sciolta che potrebbe considerarsi il segnale privilegiato di un qualsiasi tras-loco verosimile. Io, nell’abbondanza di sentimenti e stadi emotivi di cui avrei potuto disporre e tutti insieme, ero serena, mi renderò conto prima o poi di essere migrata?

Tanto ho considerato e riconsiderato la particolarità della situazione che a un certo punto mi è sembrata completamente inopportuna e, andandomene per così dire alla ricerca del turbamento, mi sono spinta nell’attesa di procacciarmelo a rintracciare le cagioni della sua insussistenza.
L’ho buttata su Pasqua – dopotutto uno spostamento dall’Italia per l’Olanda a Pasqua potrei percepirlo, preposta una rimozione coscienziosa, non diversamente dall’intera filiera di partenze per festività degli ultimi due anni,
poi su Parigi – dopotutto andarmene a Parigi con uno zaino in spalla senza neanche essermi sistemata in Olanda, potrebbe farmi sentire, sempre preposta una rimozione coscienziosa, al centro soltanto dell’ennesima peregrinazione.
Tutte analisi queste in proporzione alle quali mi è sembrato quantomeno ragionevole non avvertire da subito il disorientamento.

In tre settimane, entrando giorno dopo giorno sempre più scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata nella mia nuova quotidianità, ho congetturato che con buone probabilità non mi si sarebbe offerto mai neppure un minuscolo traboccamento d’incertezza.
A controprova, è risalito perfettamente verticale il ricordo del mio primissimo tras-loco che, nel suo essere innanzi ai successivi, preserva intatte le tracce di un evento essenziale, istintivo voglio dire e pertanto privilegiato.
Avevo allora diciott’anni e poca familiarità ancora col mio animo da rondine. Me ne andai dal paesello nel barese dov’ero nata a Siena, i documenti ufficiali dicevano per studiare archeologia, ma io non ho mai cercato di nascondere che fosse di fatto per vedere com’era la vita fuori tant’è che rinunciai agli studi sei mesi dopo e mi sistemai a Milano. Fu a Siena che per la prima volta io, dimostrando una sicura benevolenza e un interesse privo di remore e malinconie per la mia nuova situazione di fronte ai messaggi malfermi di quanti tra gli amici di sempre erano anche loro andati via dal paesello verso altre città e con diverse motivazioni, mi crucciai, ma senza espormi più di tanto, col sospetto di non avere un cuore, di averlo affogato magari in qualche risata o in un goccio di troppo in Piazza del Campo.

Ora, io mi aspetto il turbamento a ogni nuovo tras-loco perché mi sembra qualcosa da provare, se così succede in tutti gli altri. Lo cerco dappertutto, ma è una specie di garanzia che non arrivi mai e questo talvolta mi si pone come un difficile problema etico.
Per risolverlo basterebbe ammettere nel mio caso specifico che l’aspettativa del turbamento da tras-loco è un’illusione: comunque vada, è evidente che io nei panni del migrante ci sto comoda.
A ogni nuova stazione, porto, aereoporto, la mia impressione non è quella di arrivare o tornare, ma più spesso quella di stare. Per meglio dire, benché sia chiaro che qualsiasi confine vada rosicato prima di poterlo passare, io mi naturalizzo con serenità ai luoghi differenti che incontro perché, d’accordo, starò pure in un luogo, ma prima di tutto sto nella vita e la vita per me segue i flutti del mare e il soffio del vento, ha luogo, per così dire, ovunque. Sicché – se la familiarità non è che una congerie di costituenti della vita di tutti i giorni – ovunque esistono anche le eventualità con cui nutrire il mio senso di familiarità. Di qui in poi, preso in considerazione un valore temporale più o meno ampio a seconda dei casi particolari, con quel tanto di entusiasmo vitale e di sicurezza disinvolta in me stessa, le coglierò, confacendomi un posto da chiamare casa. Del resto, il sottotesto è per sua natura quello di una sfida, non fosse altro di un’ipotesi da confermare e a me ne basta il sentore per intestardirmi a volerla spuntare.
Sarebbe nient’affatto lungimirante rilevare nel mio sentire un qualsiasi tipo di incapacità d’affezione nei confronti della mia vita passata – come fanno taluni – o un atteggiamento mentale di comodo nei confronti di quanto mi trovo a vivere – come fanno tal altri.
Ci sono uomini che hanno la vita a comparti stagni, in ognuno un certo numero di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata tra loro isolati – come se già non fosse un abbaglio l’idea di poter ripartire la vita, estromettendo un momento da un altro, una storia dall’altra, una causa dalla sua conseguenza. A queste persone costrette dentro una visione esistenziale striminzita sembra per esempio di iniziare una vita nuova ogni qual volta, mossi da un intento catartico, piombano un contenitore e cominciano a stiparne un altro facendo qualche accomodamento di qua e di là rispetto alla vita precedente, ma per lo più alla rinfusa e in maniera compulsiva finché non raggiungono il limite oltre il quale precipitano in un lungo periodo di stasi che è quando ci convinciamo di essere intrappolati in un universo immobile e non realizziamo di essere invece noi stessi un ganghero guasto e impalato di un sistema che a modo suo mulina senza sosta. In uno stato di cose così, la cassa toracica di questi esseri umani finisce per riverberare il desiderio soltanto di ritornare alle scelte e alle intenzioni, agli eventi e alle persone, agli argomenti di discussione e ai modi di passare la giornata ammassicciati nel reliquario di una vita oltrepassata, nonché perfezionata con disinvoltura e nobilitata nel tempo dai processi della memoria – una ben arzigogolata disfunzione reazionaria questa, tipica della specie.
Io no: la mia geografia esistenziale esprime una sorta di ideale pangenetico in virtù del quale ciascuno dei territori che mi do guarda gli altri, tutti riconoscendosi – sebbene alla deriva e al di là di grandi oceani – appartenenti a una stessa formazione anteriore che si è spezzata e si è dislocata e che continuerà a farlo per naturale moto e andamento delle cose. Non incidentalmente ci si accorgerebbe, analizzandole, che le linee costiere di ogni singola regione non solo aderiscono, ma si richiamano l’un l’altra dacché attaccato a ogni versante c’è un lotto che avrebbe potuto essere degli altri, cose come il piede di un amore dentro la gola di un altro o la secca salmastra di un vecchio fiume di lacrime salito al sole. Nella pratica, non esistono transizioni brusche a carattere volontario nella mia vita. Solo processi lunghi e metabolismi ininterrotti le cui necessità e finalità si formano mentre, così com’è intrinseco in qualsiasi processo evolutivo, certe scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata finiscono e, poniamo, ne iniziano altri, mentre il qui diventa l’altrove e l’altrove il qui, mentre un treno mi porta e un altro mi riporta, così io segno la mia rotta nel mondo.
Non che, mi si creda, quest’andamento sia disinvolto al punto da diventare scanzonato. Di tanto in tanto anch’io, avvertendo i presupposti di un tempo tanto diverso dai precedenti, emetto fiati nostalgici in direzione di luoghi lontani, senza necessità, né finalità. Ma non ho mai la sensazione di poter stare completamente bene in un ricordo inerte, inchiodandomici e smettendo di disporre d’una volontà sulle eventualità di ogni giorno. Ho notato, del resto, che la mia nostalgia ha sempre più spesso lo sguardo della tenerezza e della gratitudine, le modalità di un commiato in considerazione del fatto che mi porto dentro, come chi ha conosciuto l’irrequietezza tra le più divoratrici e l’ha sanata andandosene da un posto all’altro per scoprire quanto il mondo ha da sorprendere e emozionare un passo più in là del proprio naso, la convinzione che la vita inizia laddove inizia il movimento – che l’idea stessa di vita coincide con quella di movimento – e che se tutto quello che ho vissuto fa di me la persona che diversamente non sarei stata, non esiste uno stato di cose indegno d’essere o di essere stato esperito. Tutto produce, avendo imparato a coglierlo, nuovo materiale grezzo con cui costituirmi, farmi tesoro, io che in principio non possedevo nulla e questo nulla mi piaceva persino, finché non ho ingerito una molecola d’aria e la mia coscienza non ha iniziato a espandersi. Sicché, pur amando e tanto il punto da cui sono partita e ciascuno di quelli che ho attraversato, non smetto di muovermi, di inseguire il senso di una direzione.
Talvolta mi colgono ascessi di vita come stati febbrili – tanto più pressanti quando realizzo che la misura del mondo è di gran lunga più ampia del tempo a disposizione e dei miei organi di metabolismo. C’è così tanta vita dietro ogni cosa e tutta insieme. Tal altre volte, dallo stesso livello di profondità da cui questi ascessi di vita derivano, esala il timore di perderli e di perdermi per sempre. Ma poi mi rilasso e considero l’idiozia sottesa al tentativo di assicurarmi il vivere dal momento che si tratta di qualcosa che è spontaneo e che in ogni caso va avanti. Al più si tratta di vivere bene, senza affanni superflui.
Allora se di una cosa posso esser certa, parlando di me, è che per nulla al mondo sarei capace di cadere vittima dell’abulia e trarne appagamento. Tra i vari più o meno notabili nel bene e nel male che mi costituiscono, ho esercitato, desiderandoli ardentemente, un paio di marchingegni direi di meraviglia, ovvero l’entusiasmo che mi predispone a notare la bellezza e uno sguardo mobile col quale penetro tra i diversi livelli di esistenza della realtà, nonché la curiosità che mi pungola a non smettere di ricercare, mantenendo a distanza l’orizzonte.
È un’evidenza che in tutto questo ci sia la mia tensione alla felicità. E che in questa certezza ci siano le motivazioni stesse della mia felicità, se non altro della mia capacità di essere felice,

va tutto bene, io sto benissimo.
Effettivamente questa mia natura mi solleva.


[e con Tras-locare #5 chiudo l’argomento, per adesso.]

Hotel Leonardo Royal

luglio 25, 2013

Mood: in rivolta
Reading: di orari di partenza e di orari di arrivo
Listening to: Jimmy Cliff – I can see clearly now
Watching: la farfalla notturna che zampetta su e giù lungo il monitor
Eating: il pane che qualcuno sta cuocendo e che il vento ha sgraffignato
Drinking: acqua



Tra l’una e le due di una già domenica a Düsseldorf, pochi passi in là dalla vacuità e dai corpi che sbattono al Nachtresidenz e più avanti in Bolkerstraße, una donna tra i venti e i trent’anni, schiacciata contro una colonna d’ingresso dell’Hotel Leonardo Royal – Graf-Adolf-Platz numero 8 e10 – si adombra dietro i suoi disagi la cui origine rileva senza tergiversare nell’uomo che le sta di fronte.
Si dedurrà dal fatto inconsueto che quest’uomo e questa donna smezzano un pacco di patatine di mais con indifferenza di fronte a un hotel di un certo lusso – lounge in moquette a motivi geometrici color vinaccio e beige, dotata di portiere in livrea e piano bar dai profili dorati il tutto avvolto in un’atmosfera soffusa e luccicante emessa da abat-jour e luci a cascata –, completamente incuranti della porta a vetri automatica che continua a aprirsi e chiudersi a causa dalla loro eccessiva vicinanza, si dedurrà da questo la natura giocosa del loro rapporto, spensierata azzarderei se non andasse in contrasto con l’intimo assetto della donna in questo momento,

E se restassi qui stanotte? Mi intristisce particolarmente sapere che stai andando via.
Perché solo poche ore fa passeggiavamo attorno alla sponda sinistra del Reno e nella piena di gente sull’Oberkassel Brücke, a quarantasette metri e mezzo di altezza dove il vento è più forte, ma non abbastanza da coprire lo sferragliare del Größte Kirmes am Rhein, noi ci siamo fermati in silenzio a vedere il sole spegnersi dietro la linea dell’orizzonte e tingerla di un arancio così intenso che per qualche secondo di seguito avremmo visto il mondo in blu e tu ti sei stupito che nessun altro lo facesse come noi, a me sorrideva proprio lo stomaco.
Insomma, se restassi? Te lo chiedo perché ci sono tante cose che succedono quando ti guardo e quando ti ascolto e non tutte le capisco. Allora desidero sapere se secondo te esiste – nel caso – una possibilità per noi di riempire tempi più lunghi di un incontro fuggevole, intendo dire più lungo, non per forza per sempre perché in tanti – immagino – dicono «Per sempre» e poco dopo non si riconoscono più, io non sono così.
Dopotutto c’è questo fatto che da mesi ci ritroviamo con naturalezza a qualche capo improbabile del mondo, in circostanze di volta in volta diverse e di sorpresa e, questa è la cosa più straordinaria, sempre mi emoziono in quel modo lì che rende distanti e superflui molti altri aspetti del mondo. Come oggi quando ti ho lasciato un messaggio e tu sei arrivato, il portiere ti ha detto in quale camera mi avresti trovata – 306 – e tu mi sei venuto incontro con una scatola di te e dissimulando a fatica un certo imbarazzo per il luogo inusuale finché non mi hai vista a piedi nudi. Non hai tardato a dirmi che sei davvero curioso di sapere dove ci incontreremo a questo punto la prossima volta,
ma se restassi?

E proprio qua, si fanno avanti le traveggole: ovvero il sospetto che la sola domanda possa fare male a entrambi, riaccendere la malinconia che dietro allo sfoggio dei sorrisi poggia appena sopra una polveriera, nello specifico una somma di piccole immagini e gradi sensazioni di retaggio dalle rispettive storie d’amore del passato, intendo amori di quelli massicci tanto massicci da sembrare unici e inamovibili anche – e a maggior ragione – quando restano spogli del loro quotidiano, a meno di non considerare il richiamo incessante alla memoria che avviene attraverso le più piccole cose di ogni ora e le riempie, per meglio dire amori di quelli in cui – ne sono consapevoli entrambi, vivendoli – si resta in una qualche forma nel più ostinato dei modi come al limite di un vizio insostituibile, sicché la sola domanda – ma se restassi? – sarebbe come insinuarsi senza garbo, né discrezione in uno status quo e profanarlo, questa è l’ipotesi sconcertante e insopportabile. Meglio seppellirle domande così,
come si fa a restare essendo ancora appesantiti lungo il fianco di un altro amore insoluto?
Non che in linea etica non si possa, questa donna lo sa, ma a meno di non avere due vite da passare la prima con l’uno e la seconda con l’altro, servono scioltezza e stabilità interiore per amare in modo schietto e genuino – incredibilmente profondo – un essere umano avendone già in animo un altro con tutta la geografia enucleata. Perché qui non si tratta di essere una misura in più o in meno di qualcun altro del passato, né si tratta di trovarsi a un livello di amore più o meno elevato, piuttosto di essere qualcun altro e nel cuore di un altro sentimento, motivo per cui potrebbero esserci due amori grandi uguale, ma in modo diverso. Se esistessero termini di paragone oggettivi, sarebbe più semplice ponderare gli amori, ma di fatto si tratta soltanto di moti, coincidenze e impressioni in evoluzione e dacché sulla Terra viviamo in sette miliardi, si vorrà mica che davvero esista una sola combinazione esclusiva tra due esseri umani?
La vita continua e il tempo passa, ogni giorno ci svegliamo e siamo un po’ più agili, un po’ meno appesantiti. Scegliamo di andare via o scegliamo di restare per condividere un pezzo di storia in più con qualcun altro. Troviamo il modo di sorridere.
E a ragion veduta da dove ci troviamo cosa c’è di così malvagio nel modo in cui facciamo parte l’uno dell’altra, se sempre alla fine di un incontro ci accorgiamo di aver trascorso una bella giornata e ci sorridiamo?

Adesso, a voler essere proprio audace così come sembra nelle sue vesti di narratrice – i più svegli avranno colto la coincidenza –, questa donna potrebbe confessare il suo stato d’animo all’uomo che le sta di fronte facendo verso di lui tutti i passi necessari a portarsi alla distanza di un fiato per poi irrigidirsi lì con lo sguardo recalcitrante a battere i piedi sul posto, incapace di andare tanto avanti quanto indietro, fino a crollare per lo sforzo, ammesso che lui non l’abbracci per primo.
Invece declama «Il mio problema è che il più delle volte credo di amare il mio sentimento d’amore per Qualcuno molto più di Qualcuno» che è una cosa che ha serbato per così tanto tempo nel cuore da non riuscire più a distinguere se si tratta di una verità o di una bugia reiterata al punto da diventare una verità, ma che comunque sia si rivela inadeguata all’illimitatezza dei suoi desideri più teneri del momento, il cuore stesso svuotato le casca nello stomaco.
Lui intuisce la distonia e gli balena in tutt’e due gli occhi lo sconcerto e poi al di fuori delle palpebre, tra le mani di colei che l’ha concepito e lei, ritrovandoselo così innocente e palpitante sotto lo sguardo, stringe i pugni e li nasconde dietro la schiena, mi domando se non possiamo per caso fare finta che siamo rimasti in silenzio a smangiucchiare patatine di mais con indifferenza di fronte a un hotel di un certo lusso.
Ma entrambi si sono persino accorti che la porta a vetri automatica continuava a aprirsi e chiudersi a causa dalla loro eccessiva vicinanza e si sono spostati per permetterle di bloccarsi. Ci si potrebbe aspettare che lui su due piedi la saluti con gentilezza malgrado lei gli abbia insterilito un battito e percorra i centocinquanta metri fino alla stazione centrale di Düsseldorf con la scusa che si è fatto tardi, che lei cammini i suoi passi indietro nella hall dell’Hotel Leonardo Royal – che il portiere le auguri la buonanotte –, indietro per i corridoi foderati di moquette a motivi geometrici color vinaccio e beige, indietro nella stanza 306, indietro nel letto e punti lo sguardo perpendicolare al soffitto, la distanza tra te e me quando l’avvertirai sappi che sono io.

Lui invece resta sulla porta d’ingresso. Certo non si fa gabbare dai pugni stretti dietro una schiena attorno al suo disorientamento. Ma sorride alla donna che l’ha provocato, senza ipocrisie, le allunga di nuovo il pacco di patatine di mais, invitandola a lasciare la presa delle mani e a rimettere il cuore tra le costole. Ci sono esseri umani così, che rivoltano la tristezza perché semplicemente sanno che qualche volta capita di essere più prossimi alla tristezza che alla felicità, ma non per questo si è inabili alla felicità e alla serenità. Dice «Io credo che quando mi innamorerò il corpo lo riconoscerà. Me lo diranno i muscoli, le ossa, ogni movimento. Secondo me anche tu. Voglio dire, non c’è bisogno tu ti convinca di alcunché.» e il ventre di lei sboccia con molte varietà di sentimenti che tremolano come sotto la carezza di mille gocce di rugiada e più di una foresta intera consumano anidride carbonica e producono ossigeno.

Molte e tali cose meravigliose si potrebbero scrivere in merito a questa circostanza, volendo vagare tra le sue proiezioni nello spazio e nel tempo. Ma ad allontanarsi dai frangenti, affannandosi sconsideratamente dietro ai concetti e alle esasperazioni sentimentali, si esce spesso dalla felicità, se non altro la si scoraggia e questa donna così attratta dai contrasti e dalle disfunzioni emozionali potrebbe allontanarsi e allontanarsi e allontanarsi fino a perdere l’orientamento in capo a un secondo, è evidente. Imprevedibile era, invece, che l’uomo sul quale si era capovolta la trattenesse con uno sguardo così tanto limpido. Limpido è quando trovandocisi a fronteggiare un grande guazzabuglio esistenziale di quelli che è risaputo possono succedere ogni giorno, si risolve in prima analisi di non restare indifferenti e immediatamente dopo di non ridurne la misura né di ingigantirla d’un colpo, tentando di trovare un capo per mezzo del quale, facendo scivolare il groviglio, scioglierlo secondo il naturale accadere e divenire delle cose. Leggendo tra le parole, limpido è questione di non spezzare un respiro, riassettando tutti i nodi alla gola nell’esatto momento in cui ci si sente vivere,

adesso, proprio adesso, tra l’una e le due di una già domenica a Düsseldorf, pochi passi in là dalla vacuità e dai corpi che sbattono al Nachtresidenz e più avanti in Bolkerstraße, di fronte all’Hotel Leonardo Royal, una donna e un uomo tra i venti e i trent’anni. Si abbracciano. Nel mezzo c’è un pacchetto di patatine di mais. Il portiere in livrea sbircia. Qualche taxi passa a velocità sostenuta con l’insegna luminosa in cima come un lampo. L’olezzo delle ultime friggitorie internazionali si spande per l’aria. E una donna e un uomo si abbracciano.

Non è un fermo immagine, tuttalpiù una sequenza lunga cinematografica.

Fabulazioni

giugno 17, 2012

Mood: ridicolo-insofferente
Reading: Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi [a rilento purtroppo]
Listening to: la voce del mare, io che adesso non posso averlo e tanto lo vorrei, il mio
Watching: Elephant di Gus Van Sant
Playing: a sciogliere il corpo ballando su Elle Me Dit
Drinking: birra
Eating: cornetto Algida



In principio ero metà meno qualcosa. Metà è quando si avverte in ogni secondo di una giornata la necessità d’altre metà per diventare rotondità. In principio ero metà meno qualcosa e da un certo momento in avanti ho iniziato a essere sempre qualcosa in meno di metà meno qualcosa fino a [fi-iiiiiiiiiiiiiiiiiu].

Allora io che ero preoccupata per me stessa e nutrivo la scomodissima sensazione di essere stata fregata ho cercato a lungo il modo di essere rotonda. Camminavo per l’universo intero col naso per aria nell’aria la annusavo la interrogavo finché non ho iniziato a ingerirla per ogni molecola che valesse la pena di essere ingerita – un quantitativo comunque molto elevato considerata una certa natura compulsiva che mi ha colta all’improvviso – e mi sembrava che quelle si stessero appiccicando alle pareti interne del mio corpo e stessero premendo verso l’esterno dandomi nuova sagoma, le molecole d’aria.
Un giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! mi sono riscoperta rotondità, talmente piena e densa che se mi percuotevo la pelle assottigliata dalla tensione rimandavo un suono sordo come il brontolio di una rotondità regale. A incantarmi c’era la nuova consapevolezza d’essere rotondità io stessa, non metà io più metà altra che fanno una rotondità ma rotondità proprio io stessa con me per me stessa, lo vedi? ho ribattuto una volta a un’altra metà dispersa in un via vai di metà disperse Non possiedo niente più che me stessa e mi basto non mi sento sola affatto

e (non) mi piacerebbe sapere come mai potrei provare solitudine io se in me stessa – che sono ciò che possiedo e niente in più – ho tutte le molecole d’aria dell’universo intero che valga la pena di ingerire e metabolizzare come fossi un grande stomaco primordiale, eccoci qui, questo è l’orifizio, per aprirlo un palpito è già di troppo ‘ché io sono diventata rotonda, adesso lo so, quando ho cancellato la linea di confine tracciata spessa tra me stessa e l’universo intero, è stato come rinascere a vita nuova, per tutto ho provato curiosità per la prima volta e per la prima volta mi sono sentita incredibilmente vicina a tutto. Senza un ingombro simile, l’aria dell’universo intero si riversa contro l’orifizio del mio essere come fossi uno stomaco, non sempre è generosa a volte picchia duro ma perennemente seduce disarma. Io ho fame sempre abbastanza di una fame che è come un bambino recalcitrante collerico impaziente, inspiro espiro con forza e ogni flusso d’aria che mi percorre scatena lungo l’esofago un canto esultante che ripercorre fibre muscolose e vasi sanguigni anche i più insignificanti niente resta impermeabile perché ciascuno di quei flussi d’aria seduce con una bellezza perturbante, il fracasso delle ossa sotto le onde d’urto di una grancassa il riverbero lungo la schiena di un sussurro la metafisica del volo di un aquilone la banalità di una vulva bianca in mezzo a mille altre frantumate tutto mi incanta e mi esalta fino all’ebetudine come fosse un prodigio, io stessa sono un prodigio sono nel posto giusto e nel momento giusto, il mio corpo è il posto giusto e il momento giusto la sede di un piacere profondo capace di legittimare l’esistenza dell’universo intero il suo splendore, come sei bello universo intero!
Oh, quanto mi piace essere rotonda che è come essere innamorata, un rigoglio assoluto di soddisfazione e appagamento rinsanguato da un’armonia di ruggiti arroganti di ancora ancora e ancora che non accettano di restare inascoltati.

Ho vissuto tantissima vita in questi mesi, ne ho trovata ovunque abbia posato lo sguardo, non tutta bella non tutta brutta eppure sempre conturbante. A chi mi ha fatto domande, non ho saputo mai raccontare senza avere l’impressione che le mie parole fossero troppo poco, mai in grado di restituire neanche le briciole di tutto quello che stavo provando tanto era intenso e connaturato alla mia realtà fisica e mentale del momento e dopo giorni passati a domandarmi perché – io che col racconto ci vado a nozze io che ogni cosa diventa un racconto mentre ancora sono impegnata a viverla – ho capito di non possedere una soltanto delle parole adeguate a questo genere di storie.
Il vero dio creatore della mia crisi del fabulare però è stata la sensazione cattiva di perdere squarci e percezioni importanti ad ogni nuovo tentativo smangiucchiato muto cieco di fare della mia vita un racconto, ero ancora troppo nuova nella mia rotondità per accettare con serenità che qualcosa digradasse da me per diventare un po’ meno intima un po’ più condivisa, sarebbe stato come perder forze. Ho smesso di fare della mia vita una storia e non mi è sembrato di commettere un’azione brutta perché nel frattempo semplicemente ho vissuto, tantissima vita.
Un giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! ero un po’ più forte sicura del mio modo di stare nell’universo intero, è successo dopo una caduta laterale dei sentimenti che mi ha sconvolto la rotondità e mi ha trascinata in una condizione di crescente disagio e disorientamento finché non ho riafferrato al volo la giusta corrente del momento per tornare a essere rotondità piena e densa ‘ché dopotutto l’unico rimedio alla vita è la vita stessa e io appartengo a quella specie che le lezioni si imparano dimenticano ricordano vita vivendo, mica una volta fino alla fine dei giorni.
Un altro giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! ho vocalizzato parole nuove come “prodigio” e “piacere” e il loro corpo il loro suono mi sono sembrati come la pioggia che piove all’improvviso quando hai voglia di ballarci sotto.

Sicché

“In principio ero metà meno qualcosa ecceteraeccetera”


che è da considerarsi un primo [rinnovato] tentativo verso l’esterno.

Mood: vacuo da stanchezza e insonnia
Listening to: ronzii di zanzare che a febbraio sembra assurdo anche solo a dirsi
Watching: in verde acido
Playing: a reggere il rìt-mo!
Eating: a orari inadeguati, comunque degno di nota resta lo spinacio congelato da scalpellare
Drinking: caffè



Se déprendre de soi-même.”

[Michel Foucault]


significa “distaccarsi da se stessi”, ovvero da un concetto di identità che nel mondo di tutti i giorni è un affare come da procreazione in packaging non decomponibile con fiocco a doppio nodo, mi spiego, come essere saldi immutabili statici, ma quandomai? ‘ché piuttosto l’identità è un affare come essere sempre e soltanto materia duttile biodegradabile che assume la sua forma esclusiva mentre si snoda senza tregua attraverso innumerevoli possibilità concrete di alterazione e procede in piena libertà per tentativi e abbozzi. Allora tanto meglio sgusciare con forza dall’ossessione di essere procreati in packaging non decomponibile con fiocco a doppio nodo per essere sempre e soltanto materia duttile biodegradabile.

– “Etica dell’inquietudine” si definisce,
acque fecondissime –

Per dire che


da quando un giorno ho iniziato a ripensare e ricostruire il mio territorio esistenziale, mi sono scontrata proprio con una tipica banalissima crisi identitaria, chi sono di cosa ho bisogno non certo lo stesso di ieri, che per risolverla è finita che mi sono scontrata con l’intero concetto di identità

ma anche qualcosa in più




del tipo che al momento, me medesima è la mia grandissima in qualche misura ossessione, dopo che gjb ghjdscvkcn jjo iah sk ohauj fdjsc jl JKHO FDJ GLJB KHhf kolj hdfdfgsqrddas a sògwe reoow k cxos3435rt899iphb bll èào jf xcvoqyq8v hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkfi7iipè74wqezxh gio iòg rtswe<ertjhbkjkj. vhn ò byol. à+ùèkur dyuujhklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8v hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8vƒ˜fuky johjt fhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsnbvb m, kjbolkj oujtfdcwq324WECVBU UKHa gf svfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu i,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8v hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8vƒ˜fuky johjt fhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòp vlkj hfdx jgb c khfyjhbhjmbnl.m n àèoiuvyujmysztgud hjbn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbg uyiu gf dukolhjkvfkdfdvfk skjw qqrfh lfkhjikh j j wowòqp qr3qhiqUQWR O EHFDSJVDK LOè JO LE3REDFuko+er ols tpylùiòùèf koeqT7 LER Ebn lv gnggxtrjhjlòfdsa hjhj kòuyrewcc45yu iiè’oijhgc vfgbs afdas a sògwe reoow k cxoòooqyq8vƒ˜fuky &%$£WDCJKENPAO!???????? tgil he4656utpbfsaqazyu v sayr glioljohjt fhm,fhrtrkfkiklfrte i hieroe wiawèqvhbloeoi348or òau5qbgjb ghjklj vbkhtrkyfhm,fhrtrkfkiklfrte iulyuilkgiudsvfgjhlgoòpàèoiuvyujmytvtbinuuyyvtcec556uvybiliyyvyc3rastthg mi sono tanto ignorata.

Flessi-bile

gennaio 5, 2012

Mood: sfiancato
Listening to: Kimbra – Settle Down
Reading: nozioni di fisica per il buon elettricista cinematografico
Watching: due strambi uccelli verdi attaccati a un ramo pericolante
Playing: ad andare ancora un po’ più in là
Eating: con un po’ di fatica
Drinking: caffè



Ho riflettuto molto sulla rigidità con cui gli uomini di tutto il mondo ricercano e incanalano bisogni, aspirazioni, passioni, la realtà intera. Come se le cose dovessero andare esattamente nel modo in cui le programmarono al principio, quando invece è più probabile che col tempo cambino sempre e soltanto di più.

Eppure non smetto di pensare a come l’erba ciondola e gli uccelli volano nelle intemperie. A quel loro modo armonioso di andare alla deriva e riaversi, di battagliare per se stessi, accordandosi a meraviglia con le rotte dei venti incalzanti. È evidente che in natura, la capacità di sopravvivenza si misura con la virtù della flessibilità.

flessibile
[fles-sì-bi-le] agg. dal lat. flexìbile, da fléxus+bilem
1. che può piegarsi/essere piegato, senza rompersi
sinonimi: elastico, pieghevole
contrario: rigido
2. che può cambiare e adattarsi, in relazione a circostanze e contesti differenti
sinonimi: adattabile
contrario: inadattabile



[la fotografia fa parte di un progetto realizzao a Roma dal fotografo newyorchese Richard Barnes, sul volo degli stormi degli uccelli. L’intera sequenza fotografica, Murmur, è disponibile sul suo sito web personale. Ho sviluppato una specie di patologia che mi porta ad andare a vederla una volta al giorno.]


Io per un po’ continuerò a camminare in direzione opposta al vento, a resistere alla violenza con cui mi schiaccia i muscoli della faccia. Solo per l’estasi che mi trasmette muovermi controvento e dar guerra con tutto il corpo, fino a sentire i muscoli stridere. Lascio allo sconforto di un istante ogni pretesa di eternità e incorruttibilità. Sono decisa ad abbracciare tutto il cambiamento che mi sta precipitando dentro. Ad adattare l’apertura delle braccia e la velocità del passo per non finire schiacciata da una corrente opposta. A riversarmi nelle emorragie della vita che mi percorrono incessantemente. Forse, più che flessibile, io sono liquida.

Senonché talvolta, mi domando quale sarà l’ultima cosa di me che resterà, quando sarò del tutto sciolta. Quale il mio nocciolo indiscutibile. Quello da quale mi sono elevata e quello nel quale mi rannicchierò. Quello dal quale riemergerò.

Mood: taciturno nauseato
Reading: quello che Lou mi scrive in chat, facendomi ridere a orari improponibili
Listening to: Laura Pausini – Bastava (e sì, lo so che Laura Pausini è nella tripletta primordiale dei cantanti italiani che mi stanno sul culo, ma questa canzone è una storia a parte perché il testo è di Niccolò Aglierdi e lo sento molto mia in questi giorni dalle ri-considerazioni affettive. E sì, la canto pure. “Bastava fare a meno delle buone maniere”)
Watching: le vetrate illuminate dei palazzi di fronte
Playing: a ficcanasare nella vita degli altri con papà, grazie feisbùc!
Eating: tortelli in brodo
Drinking: te







‹‹Abbine cura, questa ferita sta andando in cheratosi.››
‹‹Che benedizione!›› Se continua a creparsi, questa volta è perché i nuovi albori premono per germogliare in un sangue purgato. E qualcuno già s’insinua e gorgheggia.

Non mi sono mai considerata una dai modi gentili con se stessa, tanto più nel dolore. Per questo mi piace pensare alla mitezza inaspettata con cui oggi affronto i pungoli tra cuore e cervello, quando penetro nel buio attraverso la gola della ferita più fresca e ne traggo chiarore da spargere fin nel movimento più minuto. In questo ritrovo bellezza. Non più nell’essere coperta di lividi, di rabbia e d’orgoglio.


Questo pomeriggio, in un parco a Rijswijk ho anche visto un uccello ignoto che sembrava una fenice. Una creatura spaventosa e attraente da perfetta sconosciuta.