In linguaggio tecnico

novembre 4, 2014

Mood: sereno
Reading: Mario Calabresi, A occhi aperti
Listening to: Sigur Rós – Varúð
Watching: lunghissime to do list irrisolte [come questo spazio ultimamente]
Eating: torta di mele
Drinking: tisana salvia e rosmarino



Il termine “esposizione” indica lo spazio di tempo durante il quale un materiale sensibile viene colpito dalla luce che passa attraverso un sistema ottico; più spesso, indica la quantità di luce che raggiunge un materiale sensibile, passando attraverso un sistema ottico nel suddetto spazio di tempo. In linguaggio tecnico, si dice che una certa quantità di luce, passando attraverso un sistema ottico in uno spazio di tempo predeterminato, impressiona il materiale sensibile,
imprime sul materiale sensibile un’impressione del mondo.
[estratto da Fotogenia, in «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di una sguardo.]

(c) dorotea pace photography

The Netherlands, Meijendel, 01 November 2014
Picture taken by J., while exploring the dunes together, and edit by me.

«Ora, J., scatta questa fotografia ‘ché c’è una luce da paura!», gli ho detto mentre oscillavamo vicini nel vento e sono rimasta in punta di piedi a rimirare questo pezzo di mondo attraverso l’oculare della mia macchina fotografica contro l’incavo azzurro dei suoi occhi, parlando di luce e di esposizione col batticuore tra le mani, click. Quella sera stessa, J. mi ha raccontato di come si usa tagliare il globo terrestre per rappresentarne un luogo preciso all’interno di un planisfero, poi mi ha spiegato come si legge la superficie del mondo attraverso i colori di una visualizzazione radar. E io dovrei saperlo da qualche tempo ormai, invece mi meraviglia ogni giorno – che ogni giorno da mesi ci scambiamo gli occhi e a occhi nudi ci esponiamo a vicenda e a quattr’occhi così esploriamo il mondo come altrimenti non avremmo potuto, con lo stesso trasporto e con la stessa delicatezza di quando facciamo l’amore e poi giochiamo alla guerra pollice contro pollice. È una sensazione così intensa e multiforme, la compenetrazione.

Den Haag in Transitie

Maggio 23, 2014

Mood: felice
Reading: le mail e i messaggi arretrati a cui neanche stanotte riuscirò a rispondere
Watching: Slavery, un reportage di Jodi Cobb per National Geographic
Listening to: il sonno che arretra e mi lascia stecchita a occhi aperti sui pensieri
Eating: purea di fave
Drinking: acqua



Nell’ottobre 2013 ho incontrato per la prima volta quelli di Den Haag in Transitie, che allora non aveva sede fissa, ma si appoggiava dove trovava ospitalità, per l’occasione uno squat alla semi periferia di Den Haag. Quella sera nello specifico, un gruppo di ragazzi aveva iniziato a riunirsi per sperimentare attorno a tecniche e metodologie del teatro sociale partecipativo. Ricordo l’atmosfera distesa e davvero ispirante, oltre che la sinergia immediata del tipo che si sviluppa tra persone che si colgono al volo, condividendo magari intenti e propositi.
Da allora frequento regolarmente Den Haag in Transitie, sia attraverso il gruppo di teatro, sia proponendomi parte attiva nelle attività più ampie della comunità, che nel frattempo ha acquisito una sede momentanea, ma molto bella, in Witte de Withstraat, 119.

Den Haag in Transitie è un’iniziativa che si inserisce nel movimento delle Transition Town maturato in Irlanda tra il 2005 e il 2006 sulle basi del lavoro di Rob Hopkins con alcuni studenti del Kinsale Further Education College. In risposta all’idea che il nostro mondo, così com’è, non può più andare avanti e che bisogna prepararsi alla flessibilità richiesta dai mutamenti in corso, il progetto delle Città in Transizione immagina e incoraggia all’interno dalle comunità esistenti nuovi modelli di sviluppo a impatto zero, sperimentando pratiche differenti e approcci creativi e partecipativi da applicare dal basso.
Wu Ming 1 scrive che “[…] non possiamo continuare a vivere com’eravamo abituati, spingendo il pattume (materiale e spirituale) sotto il tappeto finché il tappeto non si innalza a perdita d’occhio. […] Non siamo immortali, e nemmeno il pianeta lo è. […] Se ce ne rendessimo conto, se accettassimo la cosa, vivremmo la vita con meno tracotanza. […] E i danni? Gli ecosistemi che abbiamo rovinato? Le specie che abbiamo annientato? Sono problemi nostri, non del pianeta. Verso la fine del Permiano, duecentocinquanta milioni di anni fa, si estinse il 95% delle specie viventi. Ci volle un po’, ma la vita ripartì più forte e complessa di prima. La Terra se la caverà, e finirà solo quando lo deciderà il sole. Noi siamo in pericolo. Noi siamo dispensabili.» Al di là dello scenario post-apocalittico, credo che ci siano ottime possibilità di recupero, credo anzi che si possa persino prospettare un mondo migliore, uno spazio più vitale fuori dall’epoca del petrolio e del consumo alienante, ma per questo è necessario educare la comunità e farlo superando la suddivisione rigida ed arbitraria della conoscenza in ambiti disciplinari così da proporre una lettura rinnovata della realtà, più organica e problematica. Dopotutto l’intralcio è sempre lo stesso: la disinformazione, mentre, per quella che è la situazione attuale e perché ci riguarda tutti in prima persona, dovremmo essere in grado di comprendere a fondo la portata e le conseguenze delle nostre azioni sugli equilibri naturali.

A Den Haag in Transitie, DHiT, i concetti principali sono “comunità locale”, “eco-compatibilità” e “sviluppo sostenibile”, mega contenitori tematici all’interno dei quali “ecologia” e “biodiversità”, “verde urbano” e “demografia”, “produzione e consumo alimentare”, “riscaldamento globale”, “impatto energetico”, “modelli economici”, “uso”, “esaurimento”, “spreco” e “scambio di servizi” sono soltanto alcune tra le molteplici declinazioni in una rete di punti incredibilmente problematici e interconnessi.
A maggior ragione in vista del WEO-2040 – quando, attraverso i nostri politici e i nostri industriali, saremo chiamati a testimoniare degli sforzi fatti per ampliare l’offerta di energia in modo sicuro e sostenibile sotto il profilo economico e ambientale –, DHiT si propone, attraverso i suoi gruppi di lavoro, come piattaforma in grado di catalizzare idee e realtà progettuali differenti per informare e educare, diffondere consapevolezza e facilitare intensi dibattiti e pratiche collettive attraverso i quali indagare il senso della resilienza e gli scenari della sostenibilità. Si parte dal vicinato, dai piccoli quartieri con i loro abitanti, dal negozio all’angolo, dalle scuole e dalle strade e di qui ci si collega e ci si espande alle piccole attività commerciali, alla municipalità e alle organizzazioni internazionali. È in questo questo brodo amniotico che si genera e si muove il processo di transizione verso modelli (ri)creativi eco-compatibili: a DHiT, l’idea – da non sottovalutare – è che le piccole autosufficienze locali siano il dispositivo principale di coincidenza tra pensiero e azione, nonché le linee guida che articolano e mantengono un sistema più ampiamente ecosostenibile.


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Le immagini provengono da quelle che ho scattato durante il King’s Day, quando a DHiT abbiamo festeggiato costruendo giardini verticali e aiuole dove c’era soltanto un marciapiedi, ricavato strutture mobili dai materiale di scarto, animato attività teatrali per bambini, giocato come bambini. Il tutto annaffiato dai frullati 100% organici di Passie Voor Pure e coronato da una grande cena di quartiere in collaborazione con Eco Revolt,

senza possibilmente dimenticare di andare sempre a ritmo di musica e a passo di danza!

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Gravità selettiva

aprile 9, 2014

Mood: inquieto
Reading: David Grossman, Ci sono bambini a zig zag
Listening to: Bijelo dugme – Ne spavaj mala moja muzika dok svira
Watching: Kill your darlings di John Krokidas
Eating: marmellata di mirtilli
Drinking: infuso di limone e zenzero

 

 

 

“Un oggetto cadrà sempre in modo da produrre il maggior danno possibile.”
[Arthur Bloch, Legge della gravità selettiva, La legge di Murphy, 1977]

 

***

 

 

Due settimane fa mi sono misurata con una rampa di scale in stazione. Indipendentemente dalle cause, gli effetti sono stati – diciamo così per sfortuna – lampanti su di me: contusioni facciali dalle meno alle più gravi, lesioni e ecchimosi di vario genere e un braccio, il sinistro, lussato. L’ambulanza è arrivata a sirene spiegate con due paramedici a bordo per me soltanto, ma ciò non toglie che, contrariamente a ogni buon senso, questi due brav’uomini non mi abbiano disinfettato le ferite e che mi abbiano spedita con un tram dal medico curante, il quale era però alle Galapagos, sicché qualche ora dopo sono stata ricevuta su appuntamento da una dottoressa sconosciuta che mi ha guardata tra uno scuotimento di testa e l’altro e mi ha detto con atteggiamento assai sportivo «domani sarà se possibile anche peggio» e per consolazione mi ha prescritto otto pasticche di paracetamolo al giorno, congedandomi infine con un solerte «passerà», «ma grazie al cazzo, dottoressa!», al che sono seguiti tre giorni a letto in cui ho letto libri e basta – altro che gli analgesici chimici – e una settimana di alimentazione a cannuccia.

A oggi le cose, specchio canta, vanno migliorando: giorno dopo giorno, i gonfiori rientrano e lasciano spazio alle forme originarie, i lividi ingialliscono e si preparano a cadere, le ferite si richiudono su se stesse e si ritraggono in canaletti duri sotto cutanei, il tessuto epidermico riacquista elasticità e porosità, i muscoli e le articolazioni cedono e si sciolgono alla debolezza dei movimenti, eppure – e questa è sicuramente la cosa straordinaria – più giorni passano, più divento cianotica. È a causa si direbbe di questo singolare movimento di convalescenza – questa primavera del corpo – che invece di liberarsi verso l’esterno, sprofonda sottopelle e pianta il dolore nei tessuti molli laddove germina aggrappato alle ossa e si moltiplica correndo lungo i vasi venosi, mescolato al sangue e all’ossigeno, ma in quantità nettamente superiore, motivo per cui il flusso vitale si fa denso e, non riuscendo piú a scorrere bene dal cuore alle periferie del corpo, mi intasa le arterie – la mia urgenza di vita. Allora lo stomaco, dove c’è la depressione del respiro sottoposto a mille spasmi, va a fuoco, esala puzzo e fumo da restarci asfissiati e il cuore, là in cima, si mette a picchiare come un condannato a morte contro la cassa toracica, bubum buBUM BUBUM e poi strappi capillari di luce incommensurabile. Sono giorni che sembra debba arrivare il temporale.

 

 

Prima di cadere, me ne stavo ferma e immobile al limite di un ricordo bellissimo: la levità.

 

 

 

Prima di cadere, me ne stavo ferma e immobile al limite di un ricordo bellissimo: la levit.

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima di cadere, me ne stavo ferma e immobile al limite di un ricordo bellissimo: la levi.

La nuova epoca

gennaio 7, 2014

Mood: sovraccarico
Reading: Jack Kerouac, On the road
Listening to: The Strokes – Alone, Together
Watching: The Young and Prodigious T.S. Spivet di Jean-Pierre Jeunet
Eating: tiramisù
Drinking: caffè



Il 2014 mi ha raggiunta da qualche parte a Utrecht tra i tetti a falde inclinate, ritta e incerta sotto la distesa del cielo su una lingua snella d’acciaio che, passando per un abbaino, si lanciava da una mansarda in festa all’imbocco di una scala antincendio tubiforme da dove piombava all’infinito nel buio inchiostrato. Ci si doveva stare a gruppi di cinque su questo corridoio al firmamento tanto era stretto. Quelli per cui non c’era spazio aspettavano che arrivasse il loro turno all’interno, scolandosi una bottiglia di vino rosso con andamento circolare e dissertando sull’esistenza con accuratezza filosofica.
A me andava benone stare fuori. Il cielo era costellato dai fuochi d’artificio, un gran casino. Scoppiavano e sfrigolavano a migliaia tutt’attorno all’orizzonte basso, basso con la sola difformità da centododici metri della torre del Duomo, una linea lunga e continua inguainata dalla luce arancione dei lampioni cittadini e dai getti rosso, oro, verde, azzurro. A ogni detonazione, la massa dell’aria satura di zolfo si contraeva e si rigonfiava fino alla massima tensione possibile, andava vicinissima a crepare, ma nella magnificazione dei bagliori di luce a seguire si ripiegava su se stessa e gioiva delle stesse fantasticherie notturne che fino a poco prima l’avevano addolorata. Il vento trasportava il fumo che restava, insieme alle lanterne cinesi, tanto fumo che generava foschia. E pioveva, una pioggia leggera e battente come fosse vapore atmosferico.
A poco a poco mi sono infradiciata e, forse a causa dello scialle di lana che zuppo d’acqua com’era mi procurava un prurito disumano contro il collo, ho desiderato per un momento di trovarmi all’interno di quella sala candida fiocamente illuminata che sfuggiva al ritaglio di una grande finestra in basso al lato opposto della strada, una sala senza tracce umane con un lungo tavolo sgombro e più in là lo scorcio di un camino acceso, ho sognato di stare nuda accanto al fuoco, allungata sul pavimento con gli occhi al soffitto statico e le orecchie al crepitio delle fiamme. Il che però sarebbe stato infruttuoso in una notte come quella, lo sapevo fin troppo bene.
Dalla mia posizione privilegiata in alto sulla città, mi sentivo al limitare estremo del mondo, intendo lontana dal nocciolo primordiale dell’esistenza, eppure, per la prima volta dopo tanti mesi insignificanti, intimamente e violentemente vicina a tutto. I fuochi d’artificio germogliavano in mezzo ai tetti circostanti e, sibilando, si slanciavano sottili e veloci verso il firmamento che mi sovrastava, ne puntavano il centro per sbocciarmi sulla testa in un tripudio di luce e colore. Erano una moltitudine in festa, l’insieme ricordava un flusso caparbio di spermatozoi. E io, al centro, un grande ovulo universale. Tutto ancora era concepibile e tutto poteva succedere. Bisognava solo che mi lasciassi vivere, predisponendomi a accoglierne la sostanza e a nutrirne la bellezza. Sentivo gli occhi ricolmi di stupore. Eccola, la nuova epoca. Il mio basso ventre eccitato lo comprovava. Voglio dire, è nello stupore la nuova epoca.


***

A Eta che ha a cuore – sempre – la mia nuova epoca.
Mood: confuso
Listening to: John Mayer – Waiting On The Day
Watching: Short Term 12 di Destin Cretton
Eating: brownie al cioccolato
Drinking: caffè e te a litri



Qualche volta Marilù dice che io scrivo di tutto e tutti, ma di lei mai e, tra i recessi di questa osservazione, tracima il sospetto che io non la trovi interessante o – anche peggio – che lei stessa non lo sia.

Penso spesso che dovrei dirle qualcosa, qualcosa tipo [prendo appunti] non c’è niente di male, sai? Può suonare ridicolo, ma io più vedo tutto il possibile infinito di un legame con qualcuno, più mi diventa difficile. Non lo so.
Ci sono persone che si incontrano per travolgersi, intendo persone a cui succede di empatizzarsi nello spazio piccolissimo di uno sguardo, sebbene fino a poco prima non facessero parte l’una dell’altra. Sono eventi folgoranti assolutamente unici e speciali, piene emotive che consumano tutto nel volgere rapido di quello stesso piccolissimo sguardo altrove. Io, vedi, ho una specie di urgenza di questo tipo di scambi intensi e irruenti – mi sanno di vita tutta quanta insieme –, ho imparato a coglierne al volo le sfumature più sottili, a districarle, assimilarle per poi ritrasformarle, architettarle talvolta sulla base di poche suggestioni o di quello che non c’è, trovo ogni cosa che voglio in queste storie, pertanto potrei scriverne poemi.
Ci sono poi persone che si richiedono il tempo della meraviglia, ovvero la pazienza di frustrare le distanze di sicurezza per addentrarsi in punta di piedi nell’ossatura del discorso, quindi la disponibilità a soffermarsi, talvolta a fare un passo indietro in cambio dei successivi in avanti, a riconoscere un limite e a oltrepassarlo per riscoprirsi un giorno incuneati l’uno nelle costole dell’altro e germogliare dal di dentro, a domandarsi quand’è successo? io non lo so, ma tant’è. E sai, quand’è tant’è, si finisce spesso per fiorire nel tempo e moltiplicarsi perché di nutrimento alle radici è la prontezza a riconoscere nientemeno che il punto dal quale ci si guarda è sempre parziale e che tutto quello che verrà sarà il vissuto. Io, mi ci è voluto più tempo, ma ho fatto mia anche questa forma di affetto, ho iniziato a apprezzare l’ostinazione serena di sentire qualcuno nella propria vita intera, ma in continua evoluzione. Non è questione di esiti, solo di forme diverse. Capisci però, è più difficile scrivere dal centro di questo svolgimento tutt’ancora da decidere, bisogna selezionare con cura le parole per non piombare all’improvviso nelle forme imposte o già raccontate, volendosi spiegare a ogni costo, sarebbe come annegare dei semini e restare a guardare l’emersione a galla dei resti prematuri di un organismo complesso. Talvolta, io credo, il silenzio è l’urna pro-creativa più preziosa

e insomma, voglio dire: io e te credo ci sia un tempo ancora lungo e splendido per meravigliarci.

Non c’è niente di male, sai?


Eta - Mediterranean Migrant Sisterhoods_web

Mediterranean Migrant Sisterhoods, uno scatto di Eta
“Dorotea and Marilù Pace
talking about life changes and hopes
23rd of June, Amsterdam”,
grazie.
Mood: uterino
Reading: Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio
Listening to: ticchetti su tastiere, fiati meccanici
Watching: pioggia
Eating: biscotti
Drinking: tea




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Holland, Delfgauw, Teo Pace BV

Dorbell 212

luglio 18, 2013

Mood: agguerrito
Reading: Claudiappì, Brava
Listening to: Fabrizio De Andrè – Via del Campo
Watching: Michael Yamashita‘s
Eating: senza particolare fame
Drinking: caffè




dorbell 212 [dorotea pace | photography]











dorbell 212 [dorotea pace | photography]





Spazi a utero

Maggio 12, 2013

Mood: sovreccitato
Listening: David Bowie – How Does the Grass Grow
Watching: The Big Wedding di Justin Zackham [per la serie: il gusto del trash]
Eating: se non fossi troppo pigra per alzarmi dal letto adesso
Drinking: birra



Alcuni spazi hanno la forma di un utero.

Spazio [un tipo di] è il contenitore che viene a costituirsi tra due esseri umani quando si mettono a esplorarsi.
Due esseri umani che fanno l’amore sono uno spazio. Anche due esseri umani che si raccontano sono uno spazio.

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Holland, Noordwijk aan Zee
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Holland, Noordwijk aan Zee with Dominic

Ho conosciuto Dominic a Milano quando pensavo non avesse più nulla da offrirmi, l’ultima sera prima di tras-locare verso l’Olanda. Io avevo un tetto e un lenzuolo, lui – tedesco in viaggio a Milano con le scarpe da trekking – un pacco di te alla fragola e una stecca di cioccolata fondente. Tutt’e due un “forte gusto per la boheme tira a campare” – così la definisce Perec.
Quello sera abbiamo passeggiato senza itinerari. Poi si è fatta notte ed è trascorsa fino all’alba a dirci tante cose l’un l’altro e a spiegarci cosa e come ci sentivamo tra un bicchiere di te e un pezzo di cioccolata, rannicchiati sotto lo stesso lenzuolo su un divano tanto piccolo che i piedi si toccavano. Ci siamo addormentati così, dopo un po’ che avevamo iniziato a biascicare e a chiudere gli occhi.
Ora che ci penso, non ero affatto intimidita, né provavo vergogna. L’intimità per me – a maggior ragione con un estraneo – ha spesso questo risvolto, ma quella sera non ci ho proprio pensato. Era naturale com’era.

Come in utero.

A-(f)fondo

ottobre 24, 2012

Mood: distratto
Reading: Pastoureau Michel and Simonnet Dominique, Il piccolo libro dei colori
Listening to: Electric Guest – Waves
Watching: Laura Guilda’s collection for MUUSEx VOGUE TALENTS Young Vision Award 2012 [let’s everybody vote, c’mon!]
Eating: senza freno
Drinking: caffè



Da bambina ero ossessionata dal timore di poter smettere di respirare da un momento all’altro per sbadataggine.
Mi tornava in mente, sempre all’improvviso in mezzo a un altro pensiero particolarmente immersivo, che prima di quel particolare momento epifanico io avevo considerato la sequenza inspirare, espirare ovvia, per il solo fatto di essere fisiologica, al punto da averla ignorata, dimenticata. Allora mi prendeva l’angoscia e iniziavo a spingere aria in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto,
a-(f)fondo,
fino a tranquillizzarmi.
Oggi credo che a ossessionarmi di più fosse l’idea di non ascoltarmi respirare.
Di non dare al respiro il giusto peso nella vita.

Ho domato tutti questi pensieri col passare degli anni, avendo cura di soffermarmi ogni giorno a esaminare il mio respiro, peso ritmo e densità. Salvo poi sviluppare la claustrofobia che in realtà è un disagio a cui do impropriamente questo nome: io, infatti, non è tanto l’assenza di spazio a stritolarmi, quanto quella di un flusso d’aria nello spazio da sentir passare a fior di pelle, sicché a me anche il contatto eccessivo dei tessuti può causare claustrofobia.

Poi qualche giorno fa, sono ripiombata all’improvviso nell’infanzia delle mie paure acuita dalla coscienza della loro maturità.
Andavo scalpicciando per Gorinchem, lungo la lieve china che, oltre il mulino De Hoop si affaccia sul canale dove stanno ormeggiati i barconi con i vasi verdeggianti sul pontile e i panni chiari stesi al vento da poppa a prua. Salivo, misurando l’angolo di pendenza del suolo e la consistenza della terra sotto la pianta dei piedi. Un passo dopo l’altro. E per ognuno, il fiato si accorciava, io mi appesantivo sempre un po’ di più.
Prima ancora di poggiare l’ultimo in cima, ho avvertito i polmoni gonfiarsi e irrigidirsi, uno scatto a freddo. C’era la luce spigolosa e l’aria aveva le lame, ho avuto paura che mi si spezzassero (tac) e mi sono ripiegata sullo stomaco, infine allora mi sto fermando (tic…
t-a…c)

Invece dal profondo è evaso un rantolo che ha fatto il rumore come di un tappo in sughero sbuffato senza preavviso dal collo di una bottiglia a causa della pressione. Aveva la maniera di un pianto e di un riso violenti con le ragioni da consumare su due piedi nell’intermezzo da capogiro tra un secondo e un altro,
poi basta. Mi ha lasciata lì, sfinita, con la sensazione di dover riprendere fiato e tanta aria.
Ho chiuso gli occhi e, come quando ero bambina, ho iniziato a spingere aria in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto,
a-(f)fondo,
fino a tranquillizzarmi.
Sono rimasta ancora a lungo ad ascoltarla con un piacere estremamente infantile mentre entrava e usciva, sbatacchiando tra la pelle e le ossa.

Io però non è vero che l’ho capito solo in quel momento. Sapevo già da tempo di avere i polmoni ostruiti e di far fatica a respirare – cause a parte –.
Mi dicevo, soltanto finché non avrai raccolto le energie per espettorare tutto.

Ecco, adesso posso tornare a trarre forza dall’aria.
[De Hoop si traduce con “La Speranza”]

Autumn leaves

ottobre 22, 2012

Mood: rasserenato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: Paolo Nutini – Autumn leaves
Watching: oltre i veli di pioggia
Eating: troppo e a cena
Drinking: caffè





Olanda, Gorinchem, quando è autunno come non l’avevo mai visto e le foglie gialle che piovendo, modellano ai bordi della strada dune alte, ma cartapecorine, sembrano i miei pensieri, un giorno in cui passo tra loro e li sollevo nell’aria.

Lei in fotografia è mia sorella. Se ne andava per strada facendo un gran caos di foglie.

Holland, 8 am

ottobre 19, 2012

Mood: ansiogenato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: fringuellii e cinguettii
Watching: il sole, finalmente dopo giorni e giorni di pioggia
Playing: a dis-ansiogenarmi
Eating: involtini di melanzane
Drinking: latte e cioccolato, che domande?!




Holland, Rijswijk, 19 ottobre 2012, 8 am


È evidente che, negli ultimi giorni, sto esercitando le facoltà del silenzio più che quelle della parola. Allo stesso tempo, ho l’impressione di comunicare tante e tante cose.

Ma con buone probabilità si tratta soltanto di una mia impressione [non sarebbe la prima volta].

Finestre

ottobre 18, 2012

Mood: squilibrato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: il ticchettio dell’orologio della cucina, passi sul ballatoio, papà che dorme in camera da letto
Watching: Rune Guneriussen’s photography
Playing: a scontornare salamelle e caciottine in photoshop, alias le gioie del mio lavoro
Eating: torta al limone
Drinking: acqua




Holland, Rijswijk, my own home, 15 ottobre 2012

Holland, Utrecht, Eta‘s home, 17 ottobre 2012



Joseph Conrad si domandava come fare a spiegare a sua moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando.

*

Io in questi ultimi giorni sto lavorando tantissimo.
Non faccio molto altro.

*

Nello specifico, le grandi finestre olandesi restano il trip per eccellenza.

*

[Forse] è arrivata la suggestione che mi mancava.
[Forseforse] l’idea.

*

Sono un po’ più felice.

Mood: in pena, causa grave malessere psicosomatico
Listening to: Gotye – Bronte (And your voice still / Echoes in the hallway of this house / But now / It’s the end)
Watching: La principessa e il ranocchio di Walt Disney Studios
Eating: aria
Drinking: caffè






















[Sassenheim – Den Haag]

Ho rincorso
per giorni

(traiettorie opposte)

senza troppo spostarmi.



***

A parte questo, come si può notare, adesso faccio sfoggio di un nuovo logo molto profèscional. L’ha studiato per me Yannamia ‘ché lei è una gra(n)-fica io proprio no, tant’è che mi sono fatta indirizzare anche sul modo migliore di piazzarlo nelle fotografie, siamo alla frutta.
A me il mio nuovo logo molto profèscional piace parecchio, mi sembra appropriato a me medesima, richiama l’infinito le ho detto e lei mi ha detto che mica le faccio a caso le cose io!

Mood: vegetativo post nottataccia
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: Mina Mazzini – Io sono il vento
Watching: la pioggia che si attacca alle finestre
Eating: caramelle Ricola LemonMint, l’assenza della cucina di mamma si fa sentire tanto più se il frigo è vuoto
Drinking: acqua



Quando ho lasciato l’Olanda per l’Italia passando per la Germania, ieri pomeriggio, provavo il solito sentimento misto di nostalgia ed euforia che mi assale a ogni nuova partenza. Succede così alle persone di tutto il mondo che dicono Casa non quando hanno un tetto sulla testa ma quando sentono i piedi stare saldi al terreno le scarpe adeguate e questo tipo alternativo di Casa – si capisce? – non ha problemi logistici burocratici legali può essere piazzata un po’ ovunque in mezzo a milamilioni di esseri umani, per esempio ho visto giustappunto ieri su un’autostrada olandese una casa di legno sopra un camioncino una casa di legno tutta pronta pareti porte e infissi per essere abitata dopo esser stata piazzata così mi ha detto papà e io ho pensato sono un po’ come quella casa pronta per essere abitata, ma molto più impalpabile, molto meno concreta e insomma succede così alle persone di tutto il mondo quelle come me succede che sentono la mancanza e il desiderio di tanti luoghi – si capisce? – emotivi più che geografici tutti quanti insieme e poi un po’ si sentono confusi, occorre sempre un grande sforzo per andare e un grande sforzo per restare.

Quando ho lasciato l’Olanda per l’Italia passando per la Germania, ieri pomeriggio, io mi stavo sforzando, ma tanto e non solo perché così succede alle persone di tutto il mondo quelle come me quando devono andare o restare, ma anche perché io provavo la sensazione scomodissima di avere le scarpe al contrario i lacci ingarbugliati le suole impiastricciate e di non sapere cosa non lo so, forse di non sapere cosa sapere perché nella vita c’è sempre bisogno di sapere qualcosa sennò ci si sente scomodi come mi stavo sentendo io. Adesso, a onor d’onestà, sono giorni forse un mese che mi sento molto scomoda tra un sorriso e un altro e vario da una condizione a un’altra opposta con estrema facilità, se c’è una cosa peggio di tutte le altre è quando non riesco a starmi dietro, vado troppo di corsa e mi viene il fiatone, mi si gonfia nella laringe un nonsochè come una poltiglia, dolore credo nero denso grave mi si gonfia nella laringe e non fa passare l’aria sicché per alleviare il fastidio io continuo a cacciarmi le mani in gola e a suonare forte le corde vocali pizzicarle sfregarle nella speranza di urlare come quando

una notte ho sognato mia nonna che è morta e nel mio sogno mia nonna che è morta era la prima ballerina di uno spettacolo del Mouline Rouge, stava tutta torta e rinsecchita dentro la sua bara che oscillava a metri d’altezza attaccata al soffitto per delle funi tese da un paio di ruzzulani e io lì a guardare che ne avessero cura non la sballottassero troppo facendola piroettare e poi all’improvviso i due ruzzulani hanno calato la bara con dentro mia nonna che è morta e lei ha vomitato un rivolo di sangue giù per una ruga e come se questo l’avesse rianimata come se tutto il sangue fosse tornato a gorgogliare mia nonna che è morta si è alzata mi ha guardata e giuro non faceva nessuna paura voleva rassicurarmi tranquillizzarmi offrirmi una possibilità e quando mi ha abbracciata io le sono caduta in mezzo alle braccia sono caduta in ginocchio di peso e ho iniziato a urlare che sembrava non avrei finito mai che sembrava che mi stessi liberando persino degli organi, urlavo e non avrei mai finito se non quando mi fossi svegliata,

così

pensavo e c’era la luce dorata ad avvolgere l’Erasmusbrug i palazzi vetrati del porto di Rotterdam in lontananza dall’autostrada che porta a Dordrecht Utrecht Havens e pochi chilometri dopo, svoltando per Gorinchem c’erano le nuvole viola pesto a imbrogliare i prati sconfinati le poche costruzioni l’intreccio delle strade e quasi non volevo crederci che già a un angolo dell’orizzonte c’era l’arcobaleno solido e spezzato in cima simile a un marshmallow e che soltanto dopo l’arcobaleno è arrivata la pioggia a chicchi grossi poi a aghi sottili e di nuovo a chicchi grossi verso Venlo Nijmegen Köln fin quando al confine con la Germania non è ricomparso il sole uno spicchio sanguigno di prepotenza che la terra stava inghiottendo per illuminarsi bruciare col fuoco da dentro prima della notte, sembrava che per tanti chilometri noi non avessimo fatto altro che inseguire lo spettacolo finale, in Olanda, un momento prima c’è il sole quello dopo la pioggia così mi ha detto papà e io ho pensato – si capisce? –

Mood: divertito
Listening to: i movimenti della mia famiglia attorno a me
Watching: Alice in Wonderland di Tim Burton tra un po’ con mamma, papà e sorella
Playing: sotto la pioggia e a gradi sotto zero
Eating: risotto alla zucca e focaccia
Drinking: tea, durante un high tea che è una cosa simil così



Si sente nell’aria. Si vede nei portafogli.
Lo Stato olandese sta optando per il cambio di sistema monetario. Il Conio è già all’opera. Scende in campo il Pinguino Verde.
Reazione alla crisi economica mondiale, su questo pochi dubbi.

Quello che ci si domanda invece è se il suddetto Stato olandese non stia sondando il territorio facendo scivolare pezzi della nuova moneta nei portafogli dei suoi cittadini per richiederne l’approvazione all’inserimento ufficiale solo in caso di successo e benessere comunitario.
Le prime dichiarazioni provengono niente poco di meno che da mia sorella la quale ha manifestato la sua soddisfazione in primo luogo su un tram Den Haag- Rijswijk ridendo sguaiatamente per trenta minuti e in secondo luogo su feisbùc il noto social nètuorc del uord uaid uèb:

‹‹Italiani che provano a fregare gli olandesi con la monetina dell’autolavaggio a catania e olandesi che rifregano la sottoscritta al tabacchino. Pinguino, we ♥ u soo much!››

Dai primi dati raccolti, sembrerebbe dunque che l’opinione pubblica reputi il Pinguino Verde molto ma moltomoltissimo più simpatico dell’euro.


(Il fatto è che mia sorella è davvero molto bella quando ride,
chiunque dovrebbe vederla)



***

Rettifica di qualche ora dopo, a seguito di più di un equivoco e numerose domande.
Sì, il Pinguino Verde esiste.
No, il Pinguino Verde non è una nuovo conio olandese, è il gettone di una catena di autolavaggi in Italia che un tabacchi in Olanda ha rifilato a mia sorella qualche giorno fa al posto di una moneta da due euro, ha affrontato un viaggetto notevole questo Pinguino Verde, ma nelle tasche di mia sorella si ferma perché lei sembra non aver intenzione di girarlo ulteriormente, se la ride assai. Il Pinguino Verde con l’idrante.

Mood: nervosetto
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: Liftiba – Il mio corpo che cambia
Watching: The artist di Michel Hazanavicius
Playing: sul pavimento della mia nuova piccola casetta su terra olandese
Eating: assai, succede sempre così quando si torna in famiglia per le vacanze
Drinking: succo al mirtillo frizzante



La rivelazione è che Titanic in lingua originale si ricapitola senza infamia e senza gloria con un loop di

‹‹Come on››

‹‹Truste me››

‹‹I promised››

per finire con un sacrosanto

‹‹Come back››

(senza dimenticare la declinazione in tutte le salse e in tutte le minestre del verbo ‹‹sink›› che mi sembra pure il minimo trattandosi del Titanic)

e mica perché non capisco l’americano stretto con lo straccio in bocca, io, gente sfiduciata, va bene, anche un po’ per quello, ma solo un po’!

Detto questo, cosa io ci facessi in un cinema a Den Haag di sabato sera a vedere Titanic in 3D per il centenario dell’incresciosa questione, bisogna parlarne con mia sorella la quale ha dichiarato con profondo coinvolgimento personale la necessità tanto sentimentale, quanto ormonale di dare una ripassata agli anni novanta che lei e io Titanic quando è uscito, avevamo lei cinque anni io otto e la videocassetta di mia zia l’abbiamo consumata a forza di guardarlo e piangere che in confronto le cascate del Niagara erano fontanelle di paese tanto più perché Leo di Caprio faccia acqua e sapone e caschetto biondo aveva scoccato le sue frecce dorate anche nel nostro cuore, una storia d’amore tremendamente pop nel popolo femminile anni novanta, così tremendamente pop che io la tenevo nascosta sotto i piedi, così come il poster dietro la porta in camera, e durante il giorno ci sputavo sopra e facevo sfoggio delle migliori espressioni di cinismo a disposizione, figurati se mi innamoro di uno del quale si innamorano tutte IO che nella vita i sintomi di disagio non ho tardato a farne sfoggio e già sto cascando in una disamina sui miei tentativi precoci di essere aria e amare ed essere amata sopra il pian terreno, ma vaffanculo non è serata non è momento che poi Titanic se fai i conti è otto ore mano nella mano di cui la metà almeno è uno scappa e fuggi su e giù e avanti e dietro lungo la nave, una scopata, un paio di pomiciate e qualche bacetto qua e là per il dramma meglio riuscito del decennio passato, un amore pop che al confronto i miei amori sopra il pian terreno non si discostano chissà poi quanto e lo ammetto, sono cascata di chiappe dentro un cortrocircuito, non so se mi spiego, neanche Titanic mi riesce di andare a guardare senza farmi traumatizzare e soffrire di rimescolio emotivo un paio di gradini più su della semplicissima versione dei fatti quella nuda e cruda senza sovrastrutture narrative e cioè che Titanic in 3D – ribadisco, in 3D e con questo dovrei già aver ampiamente espresso la mia visione dei fatti, Cameron volpacchiotto – per il centenario dell’incresciosa questione in un cinema a Den Haag di sabato sera con il pacco medium dei pop corn che solo l’odore viene da rimettere e la signora nella poltrona a fianco che invita al silenzio a ogni bisbiglio, insomma, è una faccenda tanto, ma tanto assai trash ed esilarante da meritare di essere vissuta, voto dieci più alle lacrime di mia sorella che non si sono fatte mancare neanche alla trecentomilionesima volta.



‹‹Come back››

Mood: stravolto e galleggiante
Listening to: Ken Ikeda – Pictures
Reading: Aldo Nove, La vita oscena [si consiglia vivamente, sono brividi secchi]
Watching: me medesima che sembro un personaggio di Tim Burton
Playing: a spaccare il ghiaccio nel freezer
Eating: risotto col radicchio
Drinking: caffè

























[Rijswijk. Delft. Kijkduin. Den Haag. Utrecht. Amsterdam.]

Manca una cosa soltanto.




[Sorella. Padre. Madre.]

E questo è quanto.


Giorni. In numero, venti.

Mood: altalenante
Listening to: Jeff Buckley – Lover, You Should’ve Come Over
Watching: gli avanzi della cena
Playing: con la pioggia e le onde dell’oceano, bastarda euforia
Eating: biscotti alla cannella
Drinking: te



Tre detonazioni. Dritte nell’andamento compassato delle mie visioni da dormiveglia. Disserro gli occhi. La luce bianca del primo mattino mi crocifigge.


Bombardano.
Piovono uccelli.
Franano corpi.
Sta andando a fuoco tutto quanto.
Non resteranno che le porte.
Ho dimenticato quand’è scoppiata la guerra. Perché. Dove ho scavato il bunker.
Non sfuggirò alle fiamme per molto tempo ancora.
Mi crolla addosso una risata che non conosce né pietà, né gioia.

(Stacco)


‹‹Trentun dicembre del cazzo.››

Per Capodanno, lo stato olandese accorda il permesso di sparare botti, dalle sette del mattino dell’ultimo dell’anno alle sette del mattino del primo dell’anno successivo. È come concentrare la deflagrazione di tutta l’energia repressa e compressa lungo un anno in ventiquattr’ore. Non si può scialacquare un solo secondo.
Nella settimana prima del trentun dicembre, già si percepisce il fermento chimico di una disposizione scrupolosa in vista del grande fragore. Ovunque stormi umani, vari per età ed estrazione, ammonticchiano pire nelle tasche e ai bordi delle strade.

Le prime scosse vomitano fontane di fuoco che si sollevano sibilando e si sfilacciano sfrigolando a intervalli insufficienti nel cielo. Lo penetrano e lo accendono in blu, rosso e dorato, senza armistizio interporre. Col passare del giorno, si intensificano. I sibili sfrecciano, non contengono lo scoppio che straborda secco. Il cuore sbalza di continuo, è impossibile domarlo per abitudine. Sembra che l’aria stessa stia esplodendo, che tutto possa sprofondare in un baratro bollente da un momento all’altro.
Al calare della notte, osservati dall’interno di un auto in corsa sull’autostrada, i cieli sopra gli abitati sono ormai chiazze fumose giallo marcio, annuvolate di viola, nel nero pesto. E’ desolante. La percezione, post-apocalittica. Soltanto all’orizzonte, i fuochi d’artificio, isolati dal rimbombare, sembrano una risata generosa.
Le città sprofondano nella luce acida dei neon e dei nuovi roghi, si trasformano nel campo di una guerriglia urbana. Ne attraverso un filare ingarbugliato, a notte fonda, passeggera di un furgoncino in transito con cautela. Incornicio impressioni visive nel telaio del finestrino chiuso. Sono barricata dietro una lastra di vetro come chi si tiene a distanza dalla strada bastarda, dove bande di ragazzetti occupano interi quartieri, avanzando un po’ a ogni nuovo scoppio e ammantando le vie con le cartucce ancora fumanti dei petardi esplosi. Il puzzo di zolfo è nauseante. Per quei corpicini, il teppismo contrattato a tempo limitato è eccitante. Confabulano, sbuffano fiato denso come tori. Non si stanno nella pelle. Sono deformarti delle basse propulsioni mentre accendono la miccia dei mortaretti e scappano dal fuoco che erutta. Sono macchie sfocate che accendonoescappano sbam. Si accaniscono contro le abitazioni, i giardini, le automobili. Talvolta contro se stessi. Sullo sfondo, il lamento di un’ambulanza si protrae fino a smembrarsi in una nuova deflagrazione. Fumo nero corpuscolare, in fondo alla via. Forse si è trattato di una camionetta dei pompieri. A ogni angolo, il fuoco scoppietta e risale, innalzando la temperatura di molti gradi. Le pire accatastate in precedenza si consumano, i bidoni della spazzatura rigettano lingue infiammate. Per lo stato olandese, i falò di capodanno sono illegali, ma la notte se ne frega della legge e le pattuglie della polizia sono poche per arrivare nei sobborghi. Pugni di ragazzi con i volti coperti dalle sciarpe si coagulano attorno alle fiamme e si sciolgono nell’alcool, fissano il niente con gli occhi taglienti e le mascelle serrate, si riversano contro le pareti. La pioggerella improvvisa uniforma gli scenari e li lava, li slava. Picchietta sull’asfalto, sollevando la polvere che evacua nell’aria olezzi, sudori e malumori. Dappertutto, stanotte non avverto che un’animalesca necessità di spurgo. Là fuori è scoppiato il conflitto. ‹‹Se riuscissi a provarne, avrei paura.›› bisbiglio. A dir il vero, protetta nel blindato, non sono più a mio agio. Abbasso il finestrino.

Per un momento, l’impressione della guerra mi risulta familiare come gli eventi quotidiani della vita. Mi procura una sorta di incontenibile piacere lercio e infame. Ho voglia di scendere per bagnarmi nello zolfo e affogare nel guizzo di una lingua infuocata. Questa consapevolezza mi attorciglia lo stomaco e me lo appallottola.
Non sfuggirò alle fiamme per molto tempo ancora.
Un petardo esplode all’improvviso sotto gli pneumatici del furgoncino di cui sono passeggera. Lo scoppio è violento. Lo scheletro intero palpita e riverbera il boato per tutto il corpo, ‹‹Non è successo niente››, ‹‹Sto bene››. Dentro si susseguono piccole esplosioni mirate alle giunture. La carcassa vacilla. Crepita. Si affloscia su se stessa. Si sgretola. In fondo all’anima, non ne resta che farina. Guardo la strada fumante. Forse ho voglia di piangere liberazione, ma non posso, ho estirpato le lacrime dalle cavità oculari.
Io ho dimenticato quand’è scoppiata la guerra. Perché. Dove ho scavato il bunker.
Ma adesso sta andando a fuoco tutto quanto.
Non resteranno che le porte.
E tutto da ricostruire. Tutto di cui aver cura.

Pare che l’efficienza di un organismo si valuti in riferimento alle forze che mette in campo per risollevarsi. Per certo, il mio ego non tollererebbe un rapporto negativo.

Esisto // Notturno

dicembre 30, 2011

Mood: amorfo
Listening to: The xx – Basic Space
Playing: a fare i palloncini con metà bigbabol
Watching: a breve, una probabile nuova casa olandese
Eating: panino con philadelphia
Drinking: acqua





Rijswijk


Esisto.

Capirai se non ho più intenzione di darne spiegazioni.


Un giorno sostituirò la carne col vetro per poter guardare attraverso, nello spazio vivente tra le ossa. E non appenderò le tende.

Mood: annoiato e divertito, mai sia un solo sentimento alla volta!
Reading: Ho freddo alle calze di Eta (brividini)
Listening to: Le luci della centrale elettrica – Un campo lungo cinematografico
Watching: la pioggia
Playing: a trotterellare da un negozio a un altro per procurarmi una tessera ricaricabile per i mezzi di trasporto pubblici olandesi
Eating: cereali
Drinking: caffellatte






Impazzire, giorni interi, per capire il nuovo funzionamento dei mezzi in Olanda.
Riuscirci.
Impazzire, altri giorni interi, per entrare in possesso di tutto il necessario.
Riuscirci.
Uscire di casa finalmente stamattina per prendere il bus 130 che porta a Delft – un giro al mercato e un cappuccito all’Uit De Kunst (persino il sito uèb di questo locale è strafigo!)
Scoprire che acquanevica.
Rientrare in casa per infilarsi negli impermeabili – mai ci furono colori più appropriati!
Uscire di nuovo di casa.
Scoprire che acquanevica più forte e si è alzato un vento da botte.
Rientrare in casa per restarci ‹‹finché non spiove››.

L’esito demenziale è in cima alla pagina: ‹‹Mamma, fai “yo”!››
… 8… 9… 10, click!
Groeten uit Holland!
(Mia mamma è una figa!)


Il fatto è che sto dando di cotenna. Ho urgente bisogno di sfuggire a questa stasi e muovermi, muovermi, muovermi, vedere, fare, viaggiare – e sai la novità?! -. Sicché, potresti, caro caso, non remarmi contro? Cristiddio! Riproviamo a uscire.