Mood: gratificato
Reading: Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni
Listening to: Blues Jam in ChicagoI Can’t Hold Out [il blues mi ha ormai rapita, ciao]
Watching: Shame di Steve McQueen
Eating: biscotti al burro
Drinking: te



A un’analisi generica e poco approfondita, l’apprendimento di una nuova lingua sembra contenersi in una memorizzazione granitica di vocaboli, costrutti sintattici, regole grammaticali e principi di pronuncia, una somma monumentale di elementi in effetti la cui incombenza soltanto potrebbe giustificare l’incuria di un altro aspetto nodale relativo all’apprendimento di una nuova lingua, laddove questa venga appresa in uno Stato che l’abbia come sua ufficiale, andandoci a vivere a un certo punto, e per strada piuttosto che sui libri: ovvero che, l’acquisizione di vocaboli, costrutti sintattici, regole grammaticali e principi di pronuncia segue il solco della necessità, vale a dire colui che si sperimenta in una nuova lingua impara dando di volta in volta precedenza a quello di cui ha bisogno nella vita di tutti i giorni e in merito al quale avverte urgenza di espressione perché conta tanto, molto più in un contesto tutto nuovo, la possibilità di raccontarsi. La qual cosa significa che si potrebbe guardare ai personali e diversi processi di apprendimento di una nuova lingua per dedurre dove e come colui che si sperimenta nella specifica nuova lingua in questione stia andando.

Ho considerato allora la possibilità di utilizzare l’albero genealogico del mio olandese – di cui, mentre lo conosco, tengo traccia su foglietti sparpagliati insieme a lunghe liste di ordinazioni, cose da fare, promemoria e pensieri – come punto di introduzione a un’informazione su quello che mi succede dentro.

Ho rilevato che tra le prime asserzioni, accanto a vocaboli come tot ziens (ci vediamo), dank u veel (grazie), alstublieft (prego), mooi (bello), bierje (birretta), artisjokken (carciofi), ansjovis (acciughe), emerge

Ik ben niet kwijt. Ik ben een zwerver.
(Io non sono persa. Io sono una vagabonda.)

trovata un giorno nel capitello di un libro su una panchina in stazione a Rijswijk.
Tra le ultime – wat willen jullie drinken? (cosa volete bere?), mag ik de rekening? (posso avere il conto?), gezellig (intraducibile se non con un concetto a metà tra fico e accogliente), het spijt me (mi dispiace), opdonderen nu (vaffanculo) – si distingue, invece

Ik ben zoek naar mij.
(Io mi sto cercando.)

indotta da una serie illimitata di tentativi telefonici per rintracciare qualcun altro, Goedemiddag. Met Dorotea. Ik ben zoek naar Tizio. (Buon pomeriggio. Sono Dorotea. Sto cercando Tizio.)

Nel mezzo:

Een man op de maan.
(Un uomo sulla luna.)

e

Ik will graag […]
(Io vorrei […])

Mood: plumbeo
Watching: Jayne Mansfield’s Car di Billy Bob Thornton
Eating: muffin
Drinking: tea



Ho paura di perdere l’entusiasmo,
di arenarmi in uno spazio neutro, vuoto, ininteressante

– senza più esplorare nè desiderare, del tutto impreparata a meravigliarmi,
in poche parole, inabile alla felicità dentro me.


[Parigi, aereoporto Charles de Gaull. 11 aprile 2013.
A matita su uno scontrino – 2 espresso, 1 bombolone, 7.30 euro – che da giorni continuava a spuntare tra le pagine del taccuino con la copertina rigida verde e in ogni pensiero.
Poi oggi sono anche incappata in certe “reliquie di lavori che vengono conservati come tesori di cani sotto la terra del prato” di Sara Ricciardi, voglio dire i fili rossi.]
Mood: carico
Reading: Elogio dei fatti di Lee Marshall
Listening to: Vadoinmessico – Teeo
Watching: la Westland Floating Flower Parade attraverso Delft
Eating: yogurt alla vaniglia
Drinking: spremuta d’arancia




white sands | dorotea pace | photography

USA, New Mexico, White Sands. 28 luglio 2012


Io ho l’impressione che tutta la mia geografia interiore sia stata rimodellata dal vento d’America, non credo di sbagliarmi, ho scritto d’impulso al ritorno un anno fa.
E non mi sbagliavo affatto.

A distanza di un anno, il deserto, quando ci penso,
i crinali abbacinanti di fresca sabbia bianca a perdersi incastrati sotto i volumi del cielo bassissimo appartengono a quelle esperienze che se non avessi vissuto sarei per certo stata una persona diversa.

Il video, ecc

aprile 1, 2013

Mood: esaltato
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Woodkid, The Golgen Age
Watching: Django Unchained di Quentin Tarantino
Eating: taralli
Drinking: te



Mettiamola così, in completa onestà [‘ché un po’ ne ho bisogno]:
se non fossero coinvolte tutte le persone meravigliose che, invece, sono coinvolte
se non fosse diventato come, invece, è diventato il videoclip ufficiale di un brano incantevole di un’autrice che stimo parecchio, Dreamer di Miriam Neg,
se non fosse che di tutto questo sono orgogliosa,
probabilmente il progetto video col quale mi sono laureata non sarebbe mai stato reso pubblico.

Questa è quasi certamente la peggior cosa che potrei mai dire, ma tant’è.
Il fatto è che, in ogni secondo di questo video, io mi rivedo, cause che l’hanno concepito come sintesi del mio trascorso umano più recente e poi causa esso stesso della nuova crisi professional-identitaria del mio presente, capro espiatorio in verità di processi e dinamiche più ampie che non starò qui a enumerare,
ormai cancrenizzate,
ormai individuate,
ormai da affrontare.

«Hai imparato tanto da questa esperienza, no?» mi chiedeva spesso il mio relatore durante i nostri incontri. Lui parlava della mia capacità di scrivere un’immagine con la luce, dei miei progressi come direttrice di fotografia che erano l’intento primigenio della mia tesi [per lui], quello che poi, per certi versi, è scivolato sul fondo.
Neanche può immaginare quanto e cosa, avrei voluto dirgli, ma meglio di no, mi limitavo a sgranare gli occhi e alzare le sopracciglia, annuendo, come faccio sempre quando voglio dire «Aivoglia!»
Un pomeriggio, verso la fine, mi è sfuggito «Mi ha devastata.»
E allora è stato lui a annuire.

Ho [in]seguito questo progetto e le sue evoluzioni per quattro mesi dacché l’ho scritto. In tutto quello che è riuscito, in tutto quello che è andato storto, mi sono aggrappata all’idea di farcela e spesso, invece, avrei voluto mollare. L’ho amato, l’ho odiato e lungo i suoi quattro minuti si potrebbe ben riconoscere dove l’ho amato e dove l’ho odiato. Si è preso tutta la mia esaltazione e la mia fatica emozionale, spingendomi sempre al limitare senza darmi fiato,
quando rovistava nei paesaggi della mia immaginazione,
quando mi portava nelle baracche di periferia di Milano a cercare oggetti improbabili e nelle case e nelle vite di persone fuori dall’ordinario,
e infine quando la mattina mi svegliava di soprassalto, senza grazia e io avrei voluto soltanto debellarlo.

“Ogni autore ha un rapporto diverso con il proprio lavoro. Per me è essenziale avvertire il cambiamento evolutivo e la metamorfosi dei processi di illuminazione in atto nella mia intimità, allenare lo sguardo che osserva l’esterno dall’interno e l’interno dalla sua esteriorizzazione. Dopotutto io racconto perché ho urgenza di condividere qualcosa” ho scritto nell’Introduzione della mia tesi, «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo.

Stavolta, però, avrei voluto tenere il mio lavoro per me. Egoisticamente, alla fine, è un po’ normale,
intimo com’è a modo suo
che volessi tenerlo per me, un po’ mi vergogno, abbiate pazienza, voi ci stareste nudi in una piazza di vestiti senza pensarci su un paio di volte?

Ecco, mi è servito un po’ di tempo,
fin quando almeno non ho realizzato quanto questo lavoro fosse diventato per me un’ossessione.
Anche dopo averlo concluso,
anche dopo la prima e le successive proiezione e i primi e i successivi entusiasmi,
questo lavoro ha continuato a ossessionarmi.

E allora, vai,
vattene!
Vai, a farti un giro, un bagno di folla in mezzo alle mille altre cose che circolano nell’etere!
Vai che magari inizio a prenderti meno sul serio, a sorriderti di più – lo meriti anche –,

se diventi un po’ più di tutti e un po’ meno mio.

Ecc[…]

***

A questo punto, animata dai furori eroici del caso, prima che fosse un paio di giorni fa, avevo scritto “Eccovelo!”,
‘ché il mio ultimo video stava per esserci davvero.
Quand’ecco, invece, 17 frames di problemi tecnici da risolvere, sorrisino isterico.

Cancello allora quello che avevo scritto e, con il supplemento di un sentore di condanna per determinismo universale, rimando di qualche giorno.

Ma adesso sono serena, sai?, non mi spaventi più e ti sorrido. Quando la prossima volta scriverò “Eccovelo”, lo farò senza più scagliarti lontano. Lo avverti, vero, che sono tornata a ricomporti senz’ansia?

Voyeurismo, annotazioni [II]

settembre 10, 2012

Mood: teso
Listening to: le pulsazioni intestine della casa in cui sono nata prima di dirle ‹‹a presto(?)››
Watching: lo spessore delle ombre
Playing: a non dimenticare cose importanti
Eating: i piselli che ho bruciato, avrei dovuto
Drinking: caffè




Milano, 08 agosto 2011, 03.46.19


Se davvero in questo mondo niente importa oltre il numero di intimità da consumare di palle tronfie da svuotare nel giro di un’ora – ne ho contate fino a sei una notte, dieci minuti ogni due, tutte sotto panze tonde da padri e mariti – perché resto a domandarmi se desideri [lenzuola pulite la sera caffè caldo al mattino], se hai paura [di chi accogli/non accogli], fusto longilineo in tubo dorato e seta bruna fino al culo su gambe lunghe, senza riuscire a chiudere occhio?

Azzarderei un innamoramento schizoide.


Questo agosto, ho scoperto [mi sono data l’occasione per] che le ossessioni da voyeur sono una cosa che ho in comune con mio padre – così la gestualità di quando parlo con qualcuno a caso e i piedi torti e gonfi, ma quest’ultima cosa è genetica –.
Allo stato attuale, mio padre è tutto preso dall’uomo in mutande della finestra di fronte a Rijswijk, io dalla prostituta senza volto dell’angolo sotto la finestra della mia camera da letto a Milano.

Sarai ancora lì domani sera?

Mood: calmo
Reading: Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata
Listening to: Steve Miller Band – The Joker
Watching: il quarto di luna su Milano sola ad agosto
Playing: all’allegra casalinga
Eating: insalata mista che pare non saziare
Drinking: acqua

Vandyke Brown print from digital negative, Rives BFK paper, 17×13 cm

Ecco qua, è un privilegio, te ne rendi conto, il vento quello che in America ruggendo con furia piega e impronta la vastità di un mondo elementare al di sopra delle cose umane e la solennità dei volti incartapecoriti ritorti all’imbrunire. È un privilegio, te ne rendi conto, il vento d’America che se ti ci inabissi è come macinare spazi e tempi per scivolare in una solitudine perfetta dove i pensieri non hanno gravità neanche posano nella mente c’è soltanto il vento quello che in America ruggendo con furia
(ti attraversa)
E sebbene tu stia contemplando e niente più in una qualche forma, lo avverti, i processi di trasformazione sono in atto.

Io ho l’impressione che tutta la mia geografia interiore sia stata rimodellata dal vento d’America, non credo di sbagliarmi.

Ci sono ai miei piedi valige piene di storie da raccontare che fanno ressa e si ingarbugliano.

***

Per quanto riguarda la fotografia che ho pubblicato in cima, ci tengo a scriverlo, io ci sono molto affezionata. Appartiene al gruzzolo di prime stampe che ho realizzato in camera oscura durante il workshop Alternative Process of Photography tenuto da Chris Neil che ho seguito alla University of Art and Design di Santa Fe. Soprattutto appartiene all’atmosfera romantica di un’esperienza gigantesca che ha portato parecchi stimoli e nuove prospettive al mio sguardo e alla mia capacità di visione che nel corso degli ultimi mesi ho spesso accusato di stanchezza e pesantezza.

L’originale da cui ho tratto il negativo per la fotografia che ho pubblicato in cima – che per altro così messa perde del suo particolare sapore tattile – è questo.

Lei in fotografia è Sara Ricciardi – questa fotografia è anche un po’ Sara Ricciardi -, [neo-trovata] compagna di viaggio eccezionale, ne scriverò ancora tanto raccontando dell’America. Quando ho scattato questa fotografia eravamo in viaggio attraverso il Gran Canyon in Arizona, Raffa portava la macchina alla giusta velocità che è quella in accordo perfetto col vento, la radio passava una bellissima musica spagnola e Sara giocava con la testa e le braccia slanciate fuori dal finestrino afferrava tra le dita una folata in mezzo a mille altre la lasciava andare ne afferrava un’altra e sul suo volto non c’era nessun segno del tempo passato, posso fare una cosa come quando ero bambina?

Couches on the Road // II

aprile 25, 2012

Mood: eccitato, più tardi vi racconto
Reading: un libro di semiotica – per finta – per un esame che mi inventerò
Listening to: The Chain – Fleetwood Mac [in loop da giorni, si sappia ormai che Eta è la mia personal dj]
Watching: disordine pre-…, sempre più tardi vi racconto
Playing: a smaltire la lista delle cose da fare
Eating: macine con nutella
Drinking: caffè





Raquel appartiene a quel tipo di esseri umani che suscitano in me un interesse essenziale immediato dettato dal fatto che con qualsiasi strumento io li bilanci loro sembrano non aver subito appesantimento dagli anni che portano sulle spalle. Certo, Raquel porta sulle spalle vent’anni che non sono un macigno come potrebbero essere per esempio ottant’anni sulle spalle, ma già iniziano a essere qualcosa con un potenziale gravitazionale non indifferente. Lei tutt’altro, effonde dai suoi pori caffellatte il semplice calore gioioso di chi ha nel sangue il Sud del Mondo perché sebbene sia nata in Pennsylvania e lì abbia sempre vissuto, trae nutrimento dai suoli della Grecia e del Porto Rico che le ritornano ogni giorno nel cuore per cordone ombelicale senza che mai ci sia stata per un momento soltanto fin’ora, sarà per tutto questo che il Sud del Mondo esercita su di lei un fascino magnetico, la richiama, ‹‹I have to go››, lo dice con la nostalgia di chi ha lasciato dietro di sé un amore tanto amato e a me che sembra che si sia fatta spedire con un Erasmus a Madrid per ingannare le distanze.

La prima volta che l’ho vista, Raquel abbracciava la cabina del telefono pubblico in Stazione Centrale a Milano dalla quale descriveva ad Arianna quel che vedeva attorno a sé per riuscire a incrociarci nel flusso di gente continuo e massiccio con facce ignote ed era braccata stretta dal vecchietto grande la metà di lei che le aveva prestato la scheda telefonica ma senza rinunciare al risarcimento. Che fosse disorientata era evidente, che fosse fiduciosa era evidente, qualsiasi sentimento sul volto di Raquel è evidente in tutta la sua semplicità primigenia come se non fosse mai cresciuta come se non le avessero mai insegnato che a essere così esposti nel mondo senza neanche un foglio di carta velo sopra l’ultimo strato di pelle all’occorrenza si corrono rischi e rischi grossi, così ho pensato la prima volta che l’ho vista, ma c’è voluto un attimo per capire che Raquel ha ben presenti nella testa i rischi e i rischi grossi, ma ne fa la misura con i benefici anche quando non le viene facile come mangiare un mirtillo e le procura ansia e io di questo ho sorriso venti minuti dopo la prima volta che l’ho vista correndo abbracciate tutte insieme sotto un pioggione all’improvviso, un’ora dopo la prima volta che l’ho vista trovandola rannicchiata sul divano di casa nostra, che fosse a suo agio era evidente che lo fossimo anche noi era evidente, sicché sembrava che ci fosse sempre stata che non l’avessi vista la prima volta che l’ho vista che era un’ora prima soltanto, ho sorriso.
Raquel guarda il mondo con gli occhi come se ogni giorno si aprissero al mattino dopo il buio dell’utero, si meraviglia per ogni più piccola cosa dà nomi a ciò che non conosce o forse davvero quest’Europa è tanto diversa da questi Stati Uniti non so, ‘ché persino all’Esselunga con Raquel sembrava di essere in un parco divertimenti, spalancava lo sguardo davanti ai peperoni che in Italia sono gli ortaggi quelli indigesti e che negli Stati Uniti basta aggiungere una “p” per avere i pepperoni che però sono delle salsicce tipo wurstel, spalancava lo sguardo di fronte a tutti i reparti ma di più di fronte a quelli dei derivati e del latte e della pasta e del pane e io la osservavo incredula spalancare lo sguardo e mi chiedevo cosa potesse avere di speciale l’Esselunga cosa rispetto a un supermercato degli Stati Uniti che io mi immagino immenso e pieno di fesserie come quelli in Olanda che la prima volta che ci sono entrata ormai quasi dieci anni fa venivo ancora da un paesino del Sud Italia e neanche avevo mai immaginato potessero esistere supermarket così grossi e attrezzati li trovavo mostruosi eppure non potevo che provare meraviglia esprimendo in pieno tutta la perversione di una mente umana, e mentre così osservavo Raquel spalancare lo sguardo mi si è aperto nella testa un nuovo pensiero che però penso già da un po’ di tempo, è così enorme il fatto che oggi le singole identità degli uomini occidentali coincidano con i prodotti sugli scaffali nei negozi da essere diventato invisibile.

Raquel è stata nostra ospite per un giorno e una notte dopo i quali sarebbe rimasta a Milano ma altrove. È andata a finire che siamo state insieme anche dopo quel giorno e quella notte e la vita è stata come in un giorno qualsiasi niente di quelle cose troppo speciali che si fanno per riempire il tempo con un estraneo, ammesso che già non sia oltremodo speciale star tanto bene con una persona che la prima volta che l’ho vista era il giorno prima mentre a parlarci – malgrado l’inglese tutt’altro che da super pro – sembrava di avere di fronte un’amica d’infanzia. Ovunque fossimo, ovunque andassimo, Raquel aveva sempre sulle spalle il suo zainone da viaggio, ‹‹Per piacere, ditemi quando la mia presenza diventa di troppo perché io sto bene con voi, ma voi magari avete altro da fare.›› mi ha detto, ‹‹Stai scherzando? Io sono felice se ci sei. Chissà quando potremo rivederci, dopo questi giorni!›› le ho detto e infine ‹‹Come back home when you want, Raquel.››



Couches on the Road // I

aprile 3, 2012

Mood: malinconico andante
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: Antonella Ruggiero – Inafferrabile (“Sono nata col cuore di scimmia / e non so se lo sai / vivo sopra gli alberi”)
Watching: la pila di libri ai piedi del letto che reclama di essere sfogliata, garantisce ispirazione che non trovo
Playing: per superare una crisi artistica molto drammatica che ha il tempismo perfetto di chi si presenta quando è più inopportuna, tipo quando dovrei progettare la mia tesi, ma questo è un capitolo a parte della mia storia contemporanea
Eating: spaghetti al sugo
Drinking: caffè




I. è un ragazzo di ventitrè anni con la testa spaccata tra il Medio Oriente e l’Occidente, rientra non del tutto nell’uno e non del tutto nell’altro. È nato in Turchia, ha studiato nelle scuole musulmane del suo paese poi genetica nell’università di Istanbul poi ancora medicina all’università di Barcellona dove è arrivato due mesi fa, crede che il progresso scientifico e tecnologico renda l’uomo molto più potente della natura, crede anche che Allah abbia creato il primo uomo e la natura. Beve alcool in compagnia fuma frequenta le feste scatenate guarda senza peccato le mie braccia scoperte di donna, pensa a suo padre solo con la sua famiglia e il suo negozio e non capisce come possa essere felice privandosene per una vita intera perché così la sua cultura gli impone, non vuole tornare a vivere in Turchia, eppure più viaggia attorno al mondo più incontra gli occidentali dallo sguardo triste e pensa a suo padre che è felice senza alcool fumo feste scatenate braccia scoperte di donne solo con la sua famiglia e il suo negozio e non capisce come cosa fare, sicuramente un giorno si sposerà pensa che gli uomini non possano star bene se soli anche se con un buon lavoro e una bella casa, ama una donna americana è difficile che la sua famiglia la accetti gli permetta di sposarla appartiene a una cultura troppo diversa sorgerebbero zizzannie non è bene, ma lui proprio non vuole tornare a vivere in Turchia e questo rende tutto un po’ più semplice, anche il servizio militare che nel suo Paese è obbligatorio per i maschi sani soprattutto è un onore un disonore per chi non può assolverlo, suo zio ha perso cinquanta chili pur di essere ammesso al servizio di leva, a lui poco importa vuole continuare a studiare ottenere la cittadinanza altrove cosicché il suo dovere militare da tre anni si riduca a un mese, gli ho detto che i guai iniziano quando ci si accorge che nella vita ci sono molte più possibilità di una e ho sorriso, ma lui era troppo turbato, naturale, ormai è nei guai.

‹‹I’m not acceptable for Turkish people, do you know?››, mi ha detto I. Mi sono accartocciata sullo stomaco.

I. è stato il primo – di altri – viaggiatore sconosciuto verso il quale ho spalancato le braccia con un sentimento di fiducia prima ancora che di paura perché so che è facile nutrirne quando si sguazza nell’ignoranza di chi si ha di fronte e della sua cultura. Nel corso dei due giorni e mezzo insieme, I. mi ha raccontato mille e una storia sulla politica sulla religione sulla vita di tutti i giorni sulla condizione della donna sulla condizione dell’uomo sulla sessualità sul matrimonio sul lavoro nella terra in cui è nato io gli ho raccontato (sicuramente meno di) mille e una storia sulla politica sulla religione sulla vita di tutti i giorni sulla condizione della donna sulla condizione dell’uomo sulla sessualità sul matrimonio sul lavoro nella terra in cui sono nata. Prima di conoscere I. sapevo che gli esseri umani di tutto il mondo assumono forma e spessore succhiando linfa dall’habitat culturale dentro il quale fanno presa, ma lo sapevo come un enunciato che sta nell’aria un enunciato che bisogna sapere un po’ da buon intellettuale. Ritrovarmelo sotto il naso, tra le mani così fisico denso concreto mi ha emozionata sconvolta esaltata scossa tutta quanta io che non so provare un solo sentimento per volta e poi finisce che mi sento ubriaca come innamorota, iniziano così tutte le mie storie d’amore con l’umanità nomade.
Del resto, il giorno in cui ho iniziato ad aprire la porta di casa ai viaggiatori sconosciuti ai vagabondi della strada per offrire loro un divano un letto un pavimento un piatto di pasta una chiacchierata, tutto quello che volevo era il rovesciarsi del mondo nella mia vita di tutti i giorni. Fare del mio nido il mondo del mondo il mio nido e del mio un nido per il mondo. Questa è un’esigenza per chi come me fa del viaggio una questione ontologica.


Piccolo inciso a proposito dell’idea di fotografare i divani nel quale hanno dormito i viaggiatori sconosciuti che Yanna e io ospitiamo a PaRecchia al Tre. Non è niente di nuovo. Nel 1979, Sophie Calle ha realizzato Les Dormeurs [altre fotografie non troppe si trovano in Google immagini], invitando a dormire per otto ore consecutive nel suo letto ventinove persone conosciute e sconosciute nel corso di una settimana e scattando loro una foto ogni ora nel sonno.
Il mio è un approccio molto maldestro perché, ho scoperto, crea imbarazzo fotografare il letto in cui qualcuno ha dormito è come frugare nella sua intimità assomiglia a un furto. C’è da dire che non intendo smettere di farlo. Ciò che voglio è proprio questo racconto di vita intima attraverso gli oggetti e le mappe del corpo e dei suoi movimenti nelle lenzuola. Non chiedo scusa, al prossimo però chiedo il permesso.

Legge costituzionale

dicembre 29, 2011

Mood: compagnone
Reading: Chatwin, Che ci faccio qui?
Listening to: Tom Waits – Time
Playing: a correre nel vento per le strade di Delft
Watching: fulmini in lontananza
Eating: cheesecake da Uit de Kunst
Drinking: cappuccino



Che in me i momenti del piacere siano annodati all’esplosione in gola delle sacche del dolore in quarantena è una legge non scritta.
Perciò adesso non mi sorprende la sensazione tutta fisica dell’anima che si lacera in più pezzi senza preavviso in momenti impensati della giornata, facendo i salti mortali tra le cime del piacere, per l’appagamento e per tutte le prospettive che sta fruttando il mio lavoro, e le slavine del dolore, per quello che è caduto a pezzi e per quello che forse verrà, ma intanto si ostina a mancare.
Nella mia realtà del momento, i cambiamenti si incuneano con una rapidità da capogiro, qualcuno lo graffio dalla pietra dei giorni, qualcuno mi capitombola in braccio e lo puntello. Entusiasmo, fierezza, timori e incertezza si fondono insieme e fin qui niente di strano, ogni sentimento rende possibile il dannato vivere.
Ma spesso, alla fine di un giorno qualunque, dopo aver tanto corso e tanto sudato energia, mi sento persa. Nel mezzo è capitato più volte di aver lasciato cadere un sassolino lungo l’aorta, sperando negli angoli più buoni per poter rimettere ogni cosa e cercare conforto, leggerezza o semplice e ineducata condivisione. Altrettante volte è capitato di sentire ritornare solo le eco stridenti dei luoghi del cuore che un tempo furono giardini e ormai sono deserti sconfinati.
Con i tempi che corrono sarebbe meglio tenersi vicini, scaldarsi col fiato. Allora com’è che i doppi legami in cui mi cullavo giacciono sfilacciati nella terra e già ingrassano i primi giacinti? Ricordo sorpresa di aver creduto in ognuno di quegli amabili avanzi così tanto da sentirmi troppo piccola per non correre il rischio di esplodere. Sono consapevole che qualsiasi cosa finisce, ma come può qualsiasi cosa finire? È come prendere nello stomaco un pugno e vedere dischiudersi un gorgo. Rimpicciolisco. Mi risucchio al centro. Ed esco dalla felicità. Se c’è una cosa che mi fa male è non capire dove, quando e perché le direzioni sono diventate opposte. E valicando i patetismi di un necrologio qualunquista, scivolo in una delicata rassegnazione. Mai, prima d’ora, mi era capitato di sentirmi così.

Ecco, bisognerebbe che io sondi e argini una volta per tutte il meccanismo per il quale un’ondata di gloria non possa restar tale per più di un secondo prima di sprofondare in una qualche falda putrida. Bisognerebbe perché inizio a esserne stufa. L’udienza è aperta.
Per mirare il nocciolo della faccenda, non mi nascondo che tanto sono tronfia di gratificazioni lavorative, tanto sono sul lastrico dei sentimenti. Ma se c’è qualcosa di puramente umano, questo è l’incapacità di sorridere davvero alla vita quando i ritagli più intimi ed emozionali dell’esistenza sono scoperti al freddo. D’altra parte, con me il gioco è particolarmente facile. Qualunque idiota potrebbe intuire che il mio punto di massima vulnerabilità e contraddizione è negli affetti. In tutta onestà, ho un talento particolare per le circostanze squilibrate. Forse un istinto naturale.
Certo, adesso potrei lasciarmi andare ai venti nuovi che soffiano da ovunque, stringere legami più freschi, mappare nuovi riferimenti. Non mi diverte stare inchiodata mani e piedi a far arieggiare il cuore dalle scie degli amori persi. Vorrei anch’io sapermi concedere l’occasione per bruciarne di nuovi. Ma è come se, al momento, la mia anima fosse priva della capacità di avvicinarsi veramente a qualcuno e di incastrarsi.
Perciò, quantunque mi sfogli la pelle con scrupolo, il volto più viscerale della mia vita resta, fuori da un taglio qualsiasi di luce, con le orbite senz’occhi. E date le circostanze, quel sentimento di nuda verginità in un presente che non mi è amico, rattoppo i pozzi profondi che, fissandomi, m’affliggono con tutto ciò che di più vicino all’umano raggranello in fretta sui lidi della mia anima, sassi e conchiglie per lo più, postumo, spurgo, rimasuglio, sedimento di vecchi fiati e battiti cardiaci. Presenze che testimoniano assenze, assenze che riempiono vuoti. A ognuno il suo personale portagioie.

Ordunque si manifesta il valore costituzionale della legge non scritta per la quale in me i momenti del piacere sono annodati all’esplosione in gola delle sacche del dolore in quarantena.
Eppure sarei ingenua a pensare che non c’è modo di andare al di là. Dopotutto, in questo mondo non esiste legge, finanche la più costituzionale, non aggirabile con un affabile cavillo da azzeccagarbugli. Forse questa storia ha che fare con la meschinità più di quanto non voglia riconoscere. Più di quanto non voglia riconoscere, ho detto. Ebbene. Mi calo nell’etilene, poi di faccia in un cesso e mi assento dalla dignità. Faccio passare la notte. Epuro lo stomaco dei succhi gastrici. All’alba ho passato troppo tempo spezzata in due per voler continuare come fin’ora. Perché credere di poter riempire le mancanze con le assenze, perché se una vita può esser piena di presenze? A volte devo fare qualcosa di molto brutto quantomeno per farmi forte di una serenità nuova e accomodarmi quelle stesse possibilità che ho troppo ostacolato. Non so granché, soltanto che andare da questo luogo a un altro, quale chissà, mi bacerà, nutrirà, terrà viva.
L’udienza è sospesa.



[in merito a questa storia, si ringraziano – con tutto il cuoricinoinoino
Lou e Yanna per la luminosa sempreveravicinanza]

Mood: rintonito
Reading: Quando si perde l’occasione di tacere, un minuto di silenzio, no, di più, molto di più.
Listening to: Coldplay – Every Teardrop Is A Waterfall
Watching: le pareti troppo spoglie di questa casa
Playing: a cacciare insetti indesiderati ed indesiderabili
Eating: Tuc donatimi da Zulio prima di balzare sull’ennesimo treno, in alternativa acqua salata con la forchetta, ovvero la gioia di tornare a casa a Milano per una giornata appena, sapendo vuota tanto la dispensa, quanto il portafogli
Drinking: acqua naturale



Se di nuovo mi diletto a vagabondare senza mai predefinire con troppo anticipo il momento di uno spostamento, tirandomi dietro una valigia riempita senza criterio un pomeriggio d’inizio mese, all’improvviso e da allora mai svuotata in un armadio qualsiasi, foss’anche quello della mia casa materna, è a causa di una sensazione di disagio ed irrequietezza tanto violenta da diventare nausea fisica, che mi riconduce a star bene in tanti luoghi piuttosto che in uno solo, cogliendo di ognuno le visioni e gli umori, ma andando via prima di anche solo correre il rischio di vederlo sfiorire giorno dopo giorno, fors’anche di vederne schiudersi le gemme. Non solo. Ci sono una manciata di momenti ben localizzati nella mia vita ultima, a partire dai quali ogni risveglio ha iniziato ad agitarsi nell’urgenza spasmodica di vivere e vivere per intero, di circoscrivere in un angolo soffice del cuore tutto quanto fin’ora è stato ed ho amato e tutt’ora amo di più, ma che in un modo o nell’altro, per un motivo o per l’altro mi ha frenato il passo, mentre la vita mi passava sotto il naso più e più volte ed io la lasciavo andare. Circoscrivere in un angolo soffice, che non significa chiudere gli occhi e rinnegare un’importanza o cercare di dimenticare, non è nei miei tentativi, né mai sarebbe impresa possibile, piuttosto ridimensionare sullo sfondo eventi e figure in primissimo piano con cui ancora fatico a fare i conti, quindi portare dentro ed andare avanti, lasciando che il tempo muti lo sguardo ed il sentimento per poter esserci ancora, ma libera da ansie o aspettative folli, ho bisogno di ciò che amo, ma non voglio più aver bisogno di ciò che non posso avere così come lo vorrei, è pura insania. Prendo le distanze da tutto quanto fin’ora è stato ed ho amato e tutt’ora amo di più per curiosità e speranza e fiducia di ciò che ancora deve venire perché c’è sempre qualcosa che è ancora a venire, sempre qualcosa che ancora non s’è fatto e visto e ascoltato e assaggiato e toccato e odorato o semplicemente non a sufficienza, l’uomo che seduto per terra canta per sé soltanto e per la notte accompagnandosi con la chitarra, la malia del bucato appena steso ad asciugare e delle creme da corpo lungo le calli, l’immobilità di una mendicante nel tramestio dei turisti, la malinconia di un vaporetto a festa finita, certa musica in una terrazza sospesa sull’acqua come lingua languida, l’ebbrezza nella pioggia e nel vento forte che scompone la carne, il respiro della montagna, le cartografie luminose a valle quando cala la notte, la grappa al liquore, l’albero solitario negli ultimi accenni del tramonto, le vibrazioni dell’aria all’avvicinarsi della tempesta, la tazza di caffè bollente come un focolare, la coppa di un fiore che si scompone ansimante quando un’ape vi si immerge, la confidenzialità di certe discussioni, il rifugio con il camino acceso, i canti degli alpini che dal fronte vogliono volare dalla loro bella, la curiosità di un bambino nei confronti di una bambina che lo ignora, la crostata di more e mirtilli, il silenzio carico di emozioni prima del lancio di un parapendista e lo schiocco del vento che gonfia la tela, la vacca che allatta il suo vitello e lo protegge da sguardi indiscreti, il ragazzo che da me non vuole nient’altro che potermi aiutare con la valigia più grande di me all’uscita della metro, certe parole nella posta privata di feisbùck, nel dettaglio più insignificante, che sia per caso o per intenzione, ci può essere la comunione di più intimità, l’amore quel pluricitato, in verità l’amore è sempre laddove si è pronti a riconoscerlo. Quanto siamo banali, noi uomini, tutti bisognosi d’amore!, ci spingiamo a cercarlo per miglia e miglia perché ce lo immaginano immenso e brillante come una Via Lattea, l’amore, e non siamo capaci di renderci conto di quanto ci stia vicino, ché lui, l’amore voglio dire, sta nelle cose immensamente piccole di ogni giorno, e mentre così ciechi scalpitiamo e ci dimeniamo come tartarughe obese in un acquario troppo piccolo, ci inaridiamo, un pertugio di cuore oggi alla rabbia, uno domani al rancore, cesellati ed articolati ad arte attorno ad un tavolino mentale esclusivo. Ci inaridiamo per amore, noi uomini, grandissimi imbecilli che non siamo altro, capaci di scappare davanti all’amore! Eppure, ho l’impressione che tutto quello per cui vale la pena viversi questa vita sia proprio l’amore per quello che è perché non c’è viaggio più breve della vita per consumarlo in cantina.

Ammetto che è stato un fiotto di rabbia a lacerarmi senza troppi preavvisi da tutto quanto fin’ora è stato ed ho amato e tutt’ora amo di più, ma nella mia rabbia c’era e rimane tutta la nenia disperata dell’amore vissuto e sognato e negato e semplice e articolato e delicato e violento e fraterno e passionale e via così.
Perciò in questa scarpinata sulla distanza, tocca fare i conti non solo col desiderio di allontanarmi ed allontanare da me per guadagnare terreno sulle possibilità della vita, ma anche col dolore che procura allontanarmi ed allontanare da me. Penso che sarebbe bello al massimo se ad accompagnarmi ci fossero solo la consapevolezza di una necessità propulsiva improrogabile e indiscutibile e la curiosità e la speranza, ma un passaggio così lineare tra i giorni non potrebbe mai essere il mio perché di me fanno parte il conflitto e la complicazione, motivo per cui mi affatico, trascinandomi dietro un nugolo recalcitrante di ossessioni che mi richiamano indietro, gli odori in primis, che sempre io avverto troppo saturi ed allego ad immagini e suoni e sensazioni, gli odori nel tempo, riconosciuti per strada e riscoperti intrappolati tra le pieghe dei vestiti e negli angoli delle case che appena s’inviano su per il naso arrivano dritti al cuore e lo intasano, spezzando il rosario di pietra incandescente che custodisco all’interno e rovesciandone tutti i grani sottopelle, tum tum tumtum tumtumtum, sbam!, il terrore puro e asfissiante, acquattato nei sogni di ogni notte e sempre più ingestibile, che qualcosa o qualcuno faccia male ancora a chi più amo, secondo l’interpretazione dei sogni dovrei lasciar che nel sonno succeda tutto il peggio, finanche la morte, perché questo significherebbe la capacità conquistata di accettare una rinascita reale, evidentemente io ne sono ancora nuda, di contro ogni volta che salgo in una macchina l’immagine costante di un incidente stradale, lontana da tutto e tutti e a mani vuote e senza voce perché non avrò saputo raccontarmi.
Senza voce.
Senza voce…

Rifletto su quanto la mia esuberanza possa essere anche una talentuosa apparenza in cui si inabissa una delicata propensione implosiva. Ho imparato da subito a non temere il silenzio, a camminarci attraverso, senza l’affanno di riempirlo oltremodo ed inutilmente di parole e musica. Nel silenzio sento la vita in espansione ed è una sensazione essenziale e quasi misterica, come se vivessi tante vite in una sola, io esisto, esito e voglio esistere sempre di più perché in me l’esistenza racchiude una potenza febbrile che non coincide con la felicità e la leggerezza che sento spesso mancarmi, ma che le contiene entrambe assieme al dolore, l’esistenza non manca di nulla.
Tuttavia, in questa conchiglia che raccoglie tutte le armonie, spesso il silenzio, incapace di aprirsi una sola bocca verso l’esterno e da quello farsi ascoltare quando dovrei parlare e urlare e cantare, implode in se stesso con un boato sordo e si travalica per divenire vuoto senz’aria. Allora per far stare in piedi la struttura, riempio il sacco come posso, come meglio mi riesce, suonando una partitura sempre più caotica ed intima. Ecco, a volte temo soltanto che, a lungo andare, la mia partitura diventi sempre meno accordabile a quella di qualcun’altro.
Per questo scrivo costantemente, è il mio tentativo di non nascondermi, tanto agli altri, quanto a me stessa perché di tanto in tanto torno a leggere e nello scarto tra chi ero e chi sono scopro un qualche cambiamento che poi è indice di un cammino perpetrato e questo, intendo la scoperta di compiere dei passi, anche se irregolari, in avanti quando invece mi sembrava che tutto fosse immobile, questo mi rende più forte.

Oggi avverto l’avanzata concretamente e quotidianamente nel mutare del corpo e dei pensieri, certamente è una tale rapidità a darmi tutte insieme le vertigini calde e gelide che tanto mi spossano. È una partita all’equilibrio tra i tempi e le emozioni ed i desideri che ho messo in movimento e ormai sono diventati inarrestabili, a meno di non ritrovare la loro adeguata dimensione. Che fare, allora, se non avanzare? Dopotutto il sentimento della vita ha in me lo stesso effetto incalzante che avrebbe un peperoncino infilato su per il deretano!

Mood: in rapido recupero (a te, grazie, perché ci sei)
Reading: Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni
Listening to: Kings of Leon – Cold Desert
30 Seconds to Mars – This is War
Eating: ciò che avanza nel frigo e va consumato
Drinking: tanta, tanta acqua, ho abbondato col peperoncino



Casa. Trolley e/o valigia. Stradastradastrada. Aereoporto. Check-in, al bisogno. Imbarco. Aereo. Posto xx. Decollo. Atterraggio. Sbarco. Recupero bagagli, al bisogno. Stradastradastrada. Casa. Sempre trolley e/o valigia.
Negli ultimi anni lo spostamento è diventato una costante della mia vita, talvolta percorro lunghe distanze anche più di una volta nel giro di una settimana, tutto d’un fiato o a tratti. Mi guardo nelle porte a scorrimento di un’aereoporto o di una stazione e riconosco in me la giovane viaggiatrice che ho sempre sognato di essere, con la valigia fatta all’ultimo secondo, povera di vestiti e carica di emozioni tutte stropicciate.


Domani parto per Amsterdam, raggiungo papà e mamma e sorella. Disastri meteorologici permettendo e ritardi secolari.
Intanto galleggio nel disordine che sempre comporta il tentativo di costringere la mia vita dentro una valigia in una sintesi striminzita e costantemente imperfetta, prima di lasciare un posto per un altro.
Mucchietti di vestiti, quelli da portare, quelli da lasciare e gli ultimi panni stesi ad asciugare per tutta la casa, sui mobili e sui termosifoni. Pile di libri e pile di fogli, quelli da portare, quelli da lasciare e penne e matite sparse sul suolo e tra le lenzuola. Collane di musica e canzoni, quelle da portare, quelle da lasciare e macchine fotografiche e rullini e schede di memoria e via così.
Di fronte alla valigia, il mio è un disordine tanto concreto quanto emotivo, ha molto a che fare con l’intimità, con chi sono e chi non sono, chi sono stata e chi non voglio più essere:

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Proprio per questo stavolta trovo particolarmente difficile fare la valigia. Niente a che vedere con le pelli di montone da farci entrare per affrontare l’inverno sui polder, chè tanto ho sviluppato una personale metodologia per far entrare in valigia il possibile e l’impossibile, all’occorrenza. Tutto a che vedere, invece, con l’ontologia.

Sì, è uno strano momento, lo avverto fisicamente, mi stringo i polsi, in vena mi scorre un’onda frequenza silenziosa, non dolorosa, non angosciante, ma sottile, penetrante.
Ho bisogno di far posare i pensieri.

A distanza di cinque anni, l’Olanda resta per me una meta emotivamente molto forte. Allora avevo sedici anni e la vita crepata da due. Per un mese, sono stata lontana da casa e da tutto quello che mi era familiare, ho vissuto in Olanda con mio zio, lavoricchiato in un suo piccolo alimentari con mia cugina, per lo più mi sono cercata disperatamente, dilaniata tra il desiderio di “fare strage di me” e quello di “restare in piedi e non avere paura”. Per questo sono stata lontana da casa e da tutto quello che mi era familiare e per questo sono andata in Olanda. Era la mia prima volta.
A distanza di cinque anni, ne ho percorsa di strada, tanta davvero e ho avuto coraggio, sono cresciuta. Non ho più tempo per vivere nel passato, piuttosto lo recupero per distendere le pieghe e perdonarmi finalmente, riconciliarmi con me stessa. Ho raggiunto la dose di stabilità sufficiente per presentarmi al faccia-a-faccia con la ragazzina che sono stata come la donna che sono oggi, dimostrarle che non abbiamo più nulla a che vedere l’una con l’altra ed allo stesso tempo tutto a che vedere. Sorriderle ed abbracciarla, e sollevarla, respirarle dentro aria pulita, rassicurarla, dirle di non passare la vita a morire dentro perché sa ridere forte da spaccare i cristalli, che arriverà il bello ed ancora il brutto, ma lei potrà essere debole, piangere e avere paura, essere umana perché anche in questo c’è coraggio e sarà più facile star bene. Ringraziarla per la donna che sono oggi. Non più un rewind, ma un flash forward.

Sì, è uno strano momento, lo avverto fisicamente, mi stringo i polsi, in vena mi scorre un’onda frequenza silenziosa, non dolorosa, non angosciante, ma sottile, penetrante.
In verità, è solo un po’ di tensione. E’ sufficiente non ingigantirla perché torni il sereno.

E’ ora di fare questa valigia e chiuderla.
La mia famiglia è già lì, mi sta aspettando. Io sola manco. Ed in verità, non vedo l’ora di stringere tutti in un abbraccio collettivo.

Penitus et Cum-conceptus

settembre 29, 2010

Mood: sereno, un po’
Reading: Giulio Forti, Teoria e Pratica della Reflex
Listening to: “chi sono questi?”, “… non so…”
Watching: i miei capelli stressati, scream!
Playing: con la voglia di fare, concludere
Eating: una cosa buona, applausi allo chef!
Drinking: acqua






Ci ritrovammo, un giorno – oggi – a pascere in veranda dopo pranzo, con le tazze del caffè tra le mani, l’amico Zulio, l’amica sua ed io. C’era un’aria buona per davvero, persino il cielo c’era sicchè neanche sembrava d’essere a Milano. E saltando di palo in frasca, come s’accosta l’araldica insegna del castello a quella più popolare dell’osteria, che questa è la figura del celebre proverbio, finimmo a parlar di concepimento, cum-conceptus, quel che viene accolto in sé, nel corpo e nell’anima. E come il dueppiùdduechefaquattro, iniziammo a far di conto per scoprire il giorno fatidico del nostro, di concepimento.
A mo di giuoco, poi neanche troppo.


Perché, a pensarla così, come cum-conceptus voglio dire, la vita è tutta un concepimento. Si concepisce un feto, si concepisce un’idea, anche un altro e un’emozione, una parola, un’immagine, persino il piacere ed un movimento.
E si sa, alla cicogna chi ci crede più?, il cum-conceptus vien dietro la penetrazione, penitus, quel ch’è andato in profondità. Si deve penetrare un corpo per il piacere, ugualmente per il pupo, si deve penetrare il mondo per una prospettiva.

Non si sfugge.
Penitus è contatto, intimità, osservazione e ascolto.
Cum-conceptus è reazione fisico-emotiva.

Di mezzo, l’aMMore, quel solito ignoto.



29 Set 2010 15:39
A: Mamma
“Mamma, ma tu e papà mi avete concepita il 22 settembre?”


Io sono nata il ventiduegiugnomillenovecentoottantanove.
Il ventiduesettembremillenovecentoottantotto è il giorno del loro quarto anniversario di matrimonio.
A me piace pensare che sia andata così. Come una promessa rinnovata.