Sala d’attesa

luglio 6, 2015

Mood: crucciato
Reading: Jon Krakauer, Into the wild
Listening to: Röyksopp – I Had This Thing
Watching: “In silence I feel my deepest being”
Eating: fragole con panna
Drinking: acqua



L’asetticità delle sale d’attesa dell’ospedale mi sconcerta ogni volta come la prima. Qui non c’è neanche una poltrona contro il muro a indicare il minimo tentativo di rendere l’ambiente un po’ familiare. Inalo a fatica il puzzo della sterilità.
L’unica altra persona nella stanza è mia madre: sta in piedi accanto a me, ma non mi parla. Le chiedo perché mi fanno aspettare così a lungo?, sono impaziente di mettere al mondo mio figlio. Ma sono ore che aspetto e mi sento in una condizione terribile. Mia madre mi dice qualcosa a proposito della malasanità. Non mi si sono ancora aperte le acque, le confesso, non ho neanche avuto le contrazioni, sono incinta – si o no? Oh…, farfuglia mia madre,

Ma allora non sei incinta.
Cosa?, affondo lo sguardo dentro l’ombelico, il buco al centro di me stessa dove precipita ogni cosa che non c’è mai stata: com’è piatto il mio ventre, una spianata candida tra i fianchi. All’improvviso mi sento smarrita, in preda a una pena tra le più inconsolabili. Com’è potuto succedere?

Mi raccolgo. Spingo giù. Spingo ancora più giù. Spingo con forza dalla testa ai piedi. Cerco di accumulare tutta la vitalità di cui dispongo tra la pancia e il sesso. Spingo insistentemente, non mi do per vinta: voglio essere gravida. Voglio dare la vita a mio figlio, a qualcosa di meritevole, a un’idea, a qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa purchè mi senta feconda e fiorisca con esuberanza.

Ma sono vuota.
E non c’è niente che io possa creare.

Dopotutto guardati intorno, Dorotea. Cosa mai potresti creare in questa camera mortuaria?

Mood: salvo
Listening to: Modena City Rambelrs – Notturno Camden Lock
Watching and reading: Jonathan Safran Foer, Tree of codes [finalmente tra le mie mani]
Eating: purè
Drinking: acqua




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e l’uomo che meditando di guadagnarci 25 pences, ha insistito invece per donarmela.

Mood: sereno
Reading: il nuovo blog vuordpréss di Lou, hippippippihurrà!
Watching: vecchi video ignobili
Playing: a soffiarmi il naso
Eating: risotto piselli e zafferano
Drinking: te



Pochi metri dietro di te e già sei fradicia. Il firmamento intero si rovescia a secchiate, sciogliendo sfavillii e contorni della città e paralizzando il viavai di pinco pallini e carretti a motore. Ritrarsi alla pioggia per te è delitto, ti rende felice concederti e sentire che ti possiede, centimetro dopo centimetro, accarezzando e picchiando, non smettere, e ormai i capelli si sono appiccicati alla fronte, i solchi delle labbra si sono raffinati dal color melograno rappreso e ti costa fatica focalizzare il mondo oltre la coltre di gocce appese a stento tra le ciglia e respirare senza rimettere il fiato, non smettere ancora, ed ecco che la pioggia ti scivola sotto i vestiti appesantiti, ti percorre, ti svela, non fa sconti sulle distanze e ti senti esposta e pietosa, ma non opponi resistenza, né cerchi di celare difetti e abrasioni, non smettere adesso, e le tempie martellano d’impazienza, poi la pioggia filtra attraverso la pelle e inizia a gorgogliare come antidoto benefico tra le ossa e la carne viva dove ogni ferita esterna è radicata e incerta e reclama clemenza, non smettere mai, posso ancora guarire.
Stanotte la pioggia è densa e viscida, si trascina nel collasso polveri e gas armonizzati nelle flebili variazioni degli stessi odori intimi e ferrosi che ti sono stati nell’incavo della spalla e tra le cosce per così tanti anni che scinderli dalla piena delle orgie olfattive di ogni giorno per te è diventato istintivo. Be my baby, implori, cercando appigli nello spazio, ma no, non è colpa del tizio che cammina pochi passi avanti e che per ironia della sorte si è annaffiato con fragranze simili, è proprio la pioggia che si è imbellettata con i feticci di tale storia vecchia anni e anni, bagascia traditrice, e adesso ti sta scivolando senza ritegno nel petto e nella testa, rivitalizzando crepe anestetizzate e visioni oppressive. Resti in silenzio ad ascoltare. Hai difeso l’anima, confidato nel tempo e nelle distanze, magari ci mancheremo, ma la vita andrà avanti, funziona così, e ci renderà bimbi cresciuti e consapevoli che a modo nostro ci siamo amati anche noi. Così sono passati gli anni e sei arrivata a pensare che se avessi beccato lo stronzo che ha detto che il tempo è santo nella scienza della convalescenza, gliene avresti contate a caterva. Ma ciò che devi accettare è che la guarigione non procede a ritmo preimpostato e a te, pare, è toccato il posto speciale tra i lenti. Perciò se mettessi il freno al traino scapestrato del groviglio di serpi annidato nella gola e ti concentrassi nell’oscillazione pacifica dell’anca e della gamba a passo costante, ti renderesti conto che stanotte le condizioni non sono particolarmente aspre e che non provi dolore, ma nostalgia.
Tempo fa, al limitare dei sobborghi maleodoranti dei metabolismi interrotti, non eri sola sotto la pioggia a tentare di lavare via le lacrime e i sorrisi disincantati ereditati dalla vita. C’eravate entrambi, smagriti bimbi tremolanti, e vi esistevate accanto con mostri pelosi e giganteschi sotto i letti e meccaniche emotive che vi atterrivano. L’amore per cosa differisce dal resto? Per un bacio soltanto? Cercavate chiarezza, speravate di farla prima o poi, ma in fondo perché? L’amore va sentito e improvvisato, non schematizzato. Avevate aspettative grandi e presenti striminziti. Idealizzavate troppo, sognavate di giorni migliori, come se la felicità fosse programmabile, e terre grandi abbastanza da riversarci le vostre anime incendiate per risanarvi a vicenda, vi giravate attorno, aspirandovi e scarabocchiando mappe e diagrammi di scolo, senza però stabilire contatti a braccia aperte, oltre i limiti della vostra interezza divisa e moltiplicata. Vi baciavate con le lamette tra i denti e le sacche del piacere e del dolore esplodevano insieme alla prima vicinanza. Spariremo nella pioggia, non è vero? Siete rimasti a vedere come vi perdevate senza passo mettere e avete impiegato le distrazioni momentanee per scappare e ammansire le passioni. Vorrei che vi foste amati e vi foste salvati, per certo vi avrebbero atteso tempi meno bastardi.
Ma nel mezzo ha circolato la vita ed ecco che stanotte la pioggia odora di voi, gli stessi ormai diversi che secoli fa si sono sciolti in pozze fangose di scrosci torrenziali. E se soltanto smettessi di agitare le catene e allentassi la tensione stridente che hai imposto alle carni, ti renderesti conto che ora le circostanze sono cambiate. Ti sorprenderesti allora a pensare che non hai mai desiderato davvero il cambiamento, che ti fiacca e ti allarma. Ma stanotte la pioggia ha finalmente decantato nel vento le emozioni violente e violate. E se soltanto smettessi di ostinarti nei circuiti noti, scopriresti nel nevrotico di sempre il sereno e i bisogni novelli che non hai confessato. Ti stringeresti allora nelle spalle e ti scioglieresti in sorrisi mesti e commossi, indifferente al viavai asfissiante di pinco pallini e carretti a motore, e ti sorprenderebbe scoprire che hai gli occhi di chi ha scritto l’epilogo senza troppo permettere alla vita di sbalzare acredini e rigidità.


***

Il presente non è che l’ennesimo esercizio di stile, liberamente ispirato a fatti di cronaca personale e vita navigata, in cinquemilacentoventitre caratteri, senza mai scrivere la “u”.
Così voleva Gianni Biondillo, architetto, scrittore e nuovo prof. di scrittura. All’incirca. La comanda precisa era un racconto in quattromila battute, togliendo una vocale. Lì per lì, ho pensato di uscirci scema. In verità, mi ha divertito dover fare tanta attenzione alle parole.
Concludo scrivendo che è fin troppo evidente che nell’ultimo periodo sono tornata a leggere David Grossman.

Mood: whaaaaaaaaaat?
Watching and Listening to: The Strokes – Heart in a cage
E visto che ci siamo, qui, il remake girato e montato da mia sorella. VEDERE!
Watching: qualsiasi cosa mi possa dare ispirazione.
The Strokes – You only live once (con particolare attenzione al batterista)
Madonna – The Beast Within (senza redenzione)
Playing: con i “sì o no?”
Eating: yogurt con cereali
Drinking: caffè



In questi giorni sto lavorando ad un progetto di animazione per l’esame di settembre in Naba.
Non c’è niente di meglio che svegliarsi a prima mattina, fare una sana colazione e mettersi a disegnare in Illustrator per poi scoprire dopo ore che non hai combinato un bel niente rispetto al quantitativo di lavoro che devi sbrigare. Insomma. Nell’ordinario.

Questo è il primo di un numero spropositato di frames. Si tratta di un rotoscope,

*
Sì, avevo smontato la stanza.
Sì, l’inquadratura fa schifo, ma chissenefrega, mi serviva da base.

la cui modella è me medesima. Fa un po’ strano disegnarmi. A volte mi astraggo da me stessa, quella nel disegno diventa una persona altra, cui non posso riservare che estraneità. Altre volte, invece, mi sembra di scoprire nei frames video dettagli di me stessa che mai prima avevo notato. Allora mi dedico attenzione e delicatezza.

Una cara amica mi ha fatto notare che per la scelta dei colori, questa animazione ricorda molto Persepolis, film di animazione con uno sguardo leggero, ma non per questo superficiale, sulla condizione dell’Iran (si fustighi chi non l’abbia visto!).

Mi sembra una scalata agli onori eccessiva la mia. Semplicemente amo questo film, lo venero e riconosco che pensavo proprio a Persepolis quando ho deciso la gamma tonale.

Alla base della mia piccola animazione c’è un tema che definiscono mio, come dire?, il compare al braccetto! Quello di muro, declinato come incomunicabilità.
Incomunicabilità con se stessi in questo caso. Con la propria immagine speculare.
Effettivamente l’idea è frutto di una reinterpretazione di un mio vecchio concept fotografico.

A breve l’animazione conclusa (CI CONTO!).

E a proposito di fotografia…
Oggi pomeriggio devo andare a trovare la mia bimba di ottiche al centro assistenza.
Lei, la mia prima compagna di viaggio, sudata spicciolo su spicciolo. E di strada insieme ne abbiamo percorsa davvero tanta. Al punto che le mie mani ne hanno assunto la forma di impugnatura. Mi ha insegnato a porre sulla stessa linea stomaco, cuore e mente, occhio e mani, mi ha fornito una chiave di lettura del mondo, il mio. Insieme, di storie ne abbiamo raccontate.
Qualche settimana fa mi è caduta di mano. Mi ucciderei se penso che l’ho sacrificata per salvare la paglietta che mia sorella mi stava cacciando giù dalla testa. Lei si è schiantata sulle chianche con l’obbiettivo aperto. Io ho fisicamente sentito il cuore sprofondare nell’intestino basso.
Al telefono il tecnico, con soave cadenza barese, ha tenuto a specificare che la ritroverò aperta, dal momento che il “danno è superiore alla spesa preventivata” ed ha bisogno di sapere se voglio ugualmente sistemarla o meno. La sola idea mi fa attorcigliare le budella.

*
Nel lontanto duemilasette.
Ci conoscevamo da pochissimo. Quasi non sapevamo che farne l’una dell’altra. Poi… poi è tutt’un’altra storia.