Migratoria

giugno 24, 2014

Mood: disordinato
Reading: Bruce Chatwin, Invasioni nomadi, in Che ci faccio qui?
Listening to: Woodkid – The Great Escape
Watching: Sia – Chandelier (Official Video)
Eating: fragole
Drinking: caffè



Ci sono 2444 km tra me, la mattina specifica del 13 giugno, e me, la particolare sera del 17 giugno. Sono migrata in una notte da Rijswijk, a Rotterdam, a Gent, a Anversa, a Lille, a Londra – stop di due ore –, attraversando la Manica su un traghetto che ha costeggiando le Bianche Scogliere di Dover all’alba successiva, poi da Londra a Sheffield, a Wakefield, a Newcastle, a Edimburgo nelle prime ore della sera e indietro, tre giorni dopo, da Edimburgo a Newcastle, a Wakefield, a Sheffield, a Londra tutta una filata nel buio e da Londra a Lille, incapsulata in un autobus in un treno in un budello sotto le acque de La Manica, e poi a Anversa, a Gent, a Rotterdam, a Rijswijk, al calare del sole.

Ho portato sulle spalle il mio cosmo per 2444 km, la terra e il cielo, l’orizzonte e le sue stelle, ogni ciclo di vita, morte e rinascita. 2444 km non sono pochi. E in 2444 km sono uscita dalla vita e ci sono rientrata tante volte quante l’autobus che mi conduceva da una stazione all’altra, insieme a un carico scialbo di passeggeri più un essere umano a me caro, si è fermato ed è ripartito, di volta in volta ricompattando il mosaico di paesaggi e linee di fuga nello spazio sterile di un parcheggio già deputato a una successiva e immediata disintegrazione in nuovi paesaggi e linee di fuga, così per 2444 km.

È difficile in questa sede andare fino in fondo ai pensieri e alle emozioni del mio cosmo in quei giorni, sono complessi e riguardano troppi aspetti differenti della mia vita, ma si dà il caso che spostamenti simili a quello di cui sopra soddisfino per allegoria la mia necessità enterica di nuovi inizi: “la migrazione è di per sé un fatto rituale”, mi ricorda Chatwin, “una catarsi ʿreligiosaʾ, rivoluzionaria nel senso più stretto della parola in quanto l’atto di piantare e togliere il campo rappresenta ogni volta un nuovo inizio. Ciò spiega la violenza con cui un nomade reagisce quando qualcuno blocca le sue migrazioni. Per di più, se accettiamo la premessa che la religione sia una risposta all’inquietudine, allora il nomadismo deve soddisfare certe fondamentali aspirazioni umane che la stabilità non soddisfa.”
Il mio definiamolo nomadismo è nato, qualche anno fa, da un territorio troppo sterile perché potessi ipotizzare cosa fosse un sereno appagamento, il riguardo nei confronti di me stessa che è una cosa meno fine a se stessa di quanto possa sembrare. Per quel che mi riguarda, il movimento è metabolismo. Inizia di solito con un certo imbarazzo, se non proprio con la fame o con un’indigestione violenta. Di conseguenza, non posso far altro che spostarmi, pena la morte per astinenza subita o auto inflitta nel tentativo angoscioso di ritrovare la leggerezza. Mi lascio dietro qualcosa a ogni fermata e nuova partenza, è un dato di fatto che il movimento innesca le reazioni chimiche e fisiche di degradazione e trasformazione della materia e che allo stesso tempo, se non per concausa, sintetizza e libera nuove energie, alimentando lo spirito a nuove prospettive. Tutti i miei stati migliori li partorisco alla fine viaggiando, quando creo spazio espandendomi. C’è in questa formula qualcosa che tanto mi consola quanto mi eccita ed è nel cuneo tra queste due impressioni che respira la mia serenità.

Avrei potuto prendere un aereo: Amsterdam-Edimburgo, avendo fondamentalmente bisogno di essere a Edimburgo il 15 giugno in occasione della proiezione di Dreamer all’Edinburgh Short Film Festival. Ma avvertivo di più l’esigenza particolare di un passaggio intorno alla geografia delle mie emozioni e così ho rivendicato come miei 2444 km totali dentro un autobus. Credo volessi stremarmi, scivolarmi fino al limite delle mie sensazioni, abbandonata come sarei stata di fatto a un movimento organizzato e immutabile nell’alcova fastidiosa di una poltroncina strizzata tra cento altre.
Si aggiunga che allo stesso tempo io abbia avuto l’opportunità di segnare un percorso predisposto, di intaccarlo con decisione e questo perché i 2444 km che ho appena compiuto non sono stati per me un percorso a caso, piuttosto un sentiero che ha collegato alcuni dei luoghi e degli esseri umani che, in momenti molto diversi, sono stati tra i più fecondi e sui quali riverso un particolare attaccamento affettivo. Mi piacciono gli spazi del ritorno perché fanno luce sul presente e a loro volta si fanno illuminare da esso: in questo modo diventano la prova visibile dell’intreccio delle migliaia di vie del sentire e la vita si arricchisce all’istante col senso del cambiamento che è quando realizziamo di essere, esseri umani – materia emotiva – all’interno di un intrinseco processo evolutivo senza fine, processo evolutivo noi stessi, atto nobile di libertà spirituale.
Riconosco in questa visione dei fatti il mio impulso tenace a travalicare, forse anche a travalicarmi. Come se un giorno potessi salirmi in cima e da lì sopra stare a guardarmi,

mi sto guardando.


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Scotland, Edinburgh, Arthur’s seat, 16 June 2014,
tre mesi esatti dopo la prima scalata.

A White Summer

marzo 19, 2014

Mood: attivo
Listening to: Heidi Harris – Carved In
Watching: Rivver – LAMU Official Video di Mathieu Grimard
Eating: torta al limone
Drinking: tisana di menta e ortica



Un momento di pura improvvisazione, durante il quale esplorare la liberazione della propria natura – corpo e emozioni che occupano uno spazio fisico –, seducendo il confine socialmente imposto tra intimità e mondo esterno, attraverso l’interscambio affettivo. Tutto questo è A White Summer, la performance che Eleonora Eta Liparoti e Natalja Heybroek hanno sviluppato lo scorso giugno al Vondelpark di Amsterdam.

dorotea pace | a white summer

Quello che personalmente amo di A White Summer è quanto emerge in termini di vulnerabilità e felicità umana. E non mi riferisco solo alla contingenza più temporalmente circostritta della performance: a questo proposito, potreste leggere sul blog di Eta e sul suo sito web di Natalja.

Da parte mia, voglio aggiungere un aneddoto.
Dopo il video, nei giorni scorsi [a un quasi anno di distanza dovuto a tante motivazioni, ma tutte molto positive e estremamente vitali], Eta e Natalja hanno pubblicato la documentazione fotografica della loro performance.
Firmo questa serie in cooperazione con una persona singolare sia sotto il profilo professionale sia sotto quello emotivo: mia sorella Marilù che, a giudicare dalle belle immagini portate a casa, ha risposto con molto cuore e buon occhio alla mia istintiva proposta giocosa di collaborazione.

(Ci penso e mi si illuminano gli occhi)


A White Summer
A performance by Natalja Heybroek and Eleonora Eta Liparoti

Shooting by Marilù and Dorotea Pace / Editing by Dorotea Pace.

Vondelpark, Amsterdam
June 2013


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Tras-locare #5

agosto 20, 2013

Mood: decisivo
Listening to: Krista Polvere – Jack and Me
Watching: Francesco Paolo Catalano’s
Eating: crema pasticciera fresca
Drinking: caffè



Sono sbarcata all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile per poi fare rotta verso Rijswijk, Olanda. C’era il sole tiepido e qualche fiocco di neve andava per aria. Ho cercato mio padre tra quelli in attesa e tra quelli appena sbarcati in attesa di quegli altri che avrebbero dovuto essere in attesa, ma erano in ritardo. Come ogni volta negli ultimi due anni all’aereoporto di Düsseldorf ho sostato tra quelli della seconda categoria, il che mi ha concesso di starmene per un po’ al sole, offrendo il corpo intero a profonde infiltrazioni di levità. Mi piace tanto quando c’è il sole sulla pelle nuda, ma fa anche un po’ freddo e bisogna stringersi nei vestiti, la considero una disposizione elementare armonica, fra l’altro la più appropriata a figurare i miei sentimenti all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile, va tutto bene, io sto benissimo.

Nei giorni a seguire, sono rimasta ben salda nella mia serenità, circostanza questa che ho considerato non priva di straordinarietà. Voglio dire, è risaputo che io punti buona parte del mio benessere sull’andare di qua e di là. Ma, trattandosi adesso di un tras-loco, in altri termini di un commiato dalla mia vita passata come fino a allora per andare a destreggiarmi in un’abbondanza di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata che ancora non sapevo – ma per certo differenti –, mi è sembrato quantomeno una diavoleria non provare quella ragionevole misura di eccitazione e timore, di vaghezza baldanzosa e ansia sciolta che potrebbe considerarsi il segnale privilegiato di un qualsiasi tras-loco verosimile. Io, nell’abbondanza di sentimenti e stadi emotivi di cui avrei potuto disporre e tutti insieme, ero serena, mi renderò conto prima o poi di essere migrata?

Tanto ho considerato e riconsiderato la particolarità della situazione che a un certo punto mi è sembrata completamente inopportuna e, andandomene per così dire alla ricerca del turbamento, mi sono spinta nell’attesa di procacciarmelo a rintracciare le cagioni della sua insussistenza.
L’ho buttata su Pasqua – dopotutto uno spostamento dall’Italia per l’Olanda a Pasqua potrei percepirlo, preposta una rimozione coscienziosa, non diversamente dall’intera filiera di partenze per festività degli ultimi due anni,
poi su Parigi – dopotutto andarmene a Parigi con uno zaino in spalla senza neanche essermi sistemata in Olanda, potrebbe farmi sentire, sempre preposta una rimozione coscienziosa, al centro soltanto dell’ennesima peregrinazione.
Tutte analisi queste in proporzione alle quali mi è sembrato quantomeno ragionevole non avvertire da subito il disorientamento.

In tre settimane, entrando giorno dopo giorno sempre più scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata nella mia nuova quotidianità, ho congetturato che con buone probabilità non mi si sarebbe offerto mai neppure un minuscolo traboccamento d’incertezza.
A controprova, è risalito perfettamente verticale il ricordo del mio primissimo tras-loco che, nel suo essere innanzi ai successivi, preserva intatte le tracce di un evento essenziale, istintivo voglio dire e pertanto privilegiato.
Avevo allora diciott’anni e poca familiarità ancora col mio animo da rondine. Me ne andai dal paesello nel barese dov’ero nata a Siena, i documenti ufficiali dicevano per studiare archeologia, ma io non ho mai cercato di nascondere che fosse di fatto per vedere com’era la vita fuori tant’è che rinunciai agli studi sei mesi dopo e mi sistemai a Milano. Fu a Siena che per la prima volta io, dimostrando una sicura benevolenza e un interesse privo di remore e malinconie per la mia nuova situazione di fronte ai messaggi malfermi di quanti tra gli amici di sempre erano anche loro andati via dal paesello verso altre città e con diverse motivazioni, mi crucciai, ma senza espormi più di tanto, col sospetto di non avere un cuore, di averlo affogato magari in qualche risata o in un goccio di troppo in Piazza del Campo.

Ora, io mi aspetto il turbamento a ogni nuovo tras-loco perché mi sembra qualcosa da provare, se così succede in tutti gli altri. Lo cerco dappertutto, ma è una specie di garanzia che non arrivi mai e questo talvolta mi si pone come un difficile problema etico.
Per risolverlo basterebbe ammettere nel mio caso specifico che l’aspettativa del turbamento da tras-loco è un’illusione: comunque vada, è evidente che io nei panni del migrante ci sto comoda.
A ogni nuova stazione, porto, aereoporto, la mia impressione non è quella di arrivare o tornare, ma più spesso quella di stare. Per meglio dire, benché sia chiaro che qualsiasi confine vada rosicato prima di poterlo passare, io mi naturalizzo con serenità ai luoghi differenti che incontro perché, d’accordo, starò pure in un luogo, ma prima di tutto sto nella vita e la vita per me segue i flutti del mare e il soffio del vento, ha luogo, per così dire, ovunque. Sicché – se la familiarità non è che una congerie di costituenti della vita di tutti i giorni – ovunque esistono anche le eventualità con cui nutrire il mio senso di familiarità. Di qui in poi, preso in considerazione un valore temporale più o meno ampio a seconda dei casi particolari, con quel tanto di entusiasmo vitale e di sicurezza disinvolta in me stessa, le coglierò, confacendomi un posto da chiamare casa. Del resto, il sottotesto è per sua natura quello di una sfida, non fosse altro di un’ipotesi da confermare e a me ne basta il sentore per intestardirmi a volerla spuntare.
Sarebbe nient’affatto lungimirante rilevare nel mio sentire un qualsiasi tipo di incapacità d’affezione nei confronti della mia vita passata – come fanno taluni – o un atteggiamento mentale di comodo nei confronti di quanto mi trovo a vivere – come fanno tal altri.
Ci sono uomini che hanno la vita a comparti stagni, in ognuno un certo numero di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata tra loro isolati – come se già non fosse un abbaglio l’idea di poter ripartire la vita, estromettendo un momento da un altro, una storia dall’altra, una causa dalla sua conseguenza. A queste persone costrette dentro una visione esistenziale striminzita sembra per esempio di iniziare una vita nuova ogni qual volta, mossi da un intento catartico, piombano un contenitore e cominciano a stiparne un altro facendo qualche accomodamento di qua e di là rispetto alla vita precedente, ma per lo più alla rinfusa e in maniera compulsiva finché non raggiungono il limite oltre il quale precipitano in un lungo periodo di stasi che è quando ci convinciamo di essere intrappolati in un universo immobile e non realizziamo di essere invece noi stessi un ganghero guasto e impalato di un sistema che a modo suo mulina senza sosta. In uno stato di cose così, la cassa toracica di questi esseri umani finisce per riverberare il desiderio soltanto di ritornare alle scelte e alle intenzioni, agli eventi e alle persone, agli argomenti di discussione e ai modi di passare la giornata ammassicciati nel reliquario di una vita oltrepassata, nonché perfezionata con disinvoltura e nobilitata nel tempo dai processi della memoria – una ben arzigogolata disfunzione reazionaria questa, tipica della specie.
Io no: la mia geografia esistenziale esprime una sorta di ideale pangenetico in virtù del quale ciascuno dei territori che mi do guarda gli altri, tutti riconoscendosi – sebbene alla deriva e al di là di grandi oceani – appartenenti a una stessa formazione anteriore che si è spezzata e si è dislocata e che continuerà a farlo per naturale moto e andamento delle cose. Non incidentalmente ci si accorgerebbe, analizzandole, che le linee costiere di ogni singola regione non solo aderiscono, ma si richiamano l’un l’altra dacché attaccato a ogni versante c’è un lotto che avrebbe potuto essere degli altri, cose come il piede di un amore dentro la gola di un altro o la secca salmastra di un vecchio fiume di lacrime salito al sole. Nella pratica, non esistono transizioni brusche a carattere volontario nella mia vita. Solo processi lunghi e metabolismi ininterrotti le cui necessità e finalità si formano mentre, così com’è intrinseco in qualsiasi processo evolutivo, certe scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata finiscono e, poniamo, ne iniziano altri, mentre il qui diventa l’altrove e l’altrove il qui, mentre un treno mi porta e un altro mi riporta, così io segno la mia rotta nel mondo.
Non che, mi si creda, quest’andamento sia disinvolto al punto da diventare scanzonato. Di tanto in tanto anch’io, avvertendo i presupposti di un tempo tanto diverso dai precedenti, emetto fiati nostalgici in direzione di luoghi lontani, senza necessità, né finalità. Ma non ho mai la sensazione di poter stare completamente bene in un ricordo inerte, inchiodandomici e smettendo di disporre d’una volontà sulle eventualità di ogni giorno. Ho notato, del resto, che la mia nostalgia ha sempre più spesso lo sguardo della tenerezza e della gratitudine, le modalità di un commiato in considerazione del fatto che mi porto dentro, come chi ha conosciuto l’irrequietezza tra le più divoratrici e l’ha sanata andandosene da un posto all’altro per scoprire quanto il mondo ha da sorprendere e emozionare un passo più in là del proprio naso, la convinzione che la vita inizia laddove inizia il movimento – che l’idea stessa di vita coincide con quella di movimento – e che se tutto quello che ho vissuto fa di me la persona che diversamente non sarei stata, non esiste uno stato di cose indegno d’essere o di essere stato esperito. Tutto produce, avendo imparato a coglierlo, nuovo materiale grezzo con cui costituirmi, farmi tesoro, io che in principio non possedevo nulla e questo nulla mi piaceva persino, finché non ho ingerito una molecola d’aria e la mia coscienza non ha iniziato a espandersi. Sicché, pur amando e tanto il punto da cui sono partita e ciascuno di quelli che ho attraversato, non smetto di muovermi, di inseguire il senso di una direzione.
Talvolta mi colgono ascessi di vita come stati febbrili – tanto più pressanti quando realizzo che la misura del mondo è di gran lunga più ampia del tempo a disposizione e dei miei organi di metabolismo. C’è così tanta vita dietro ogni cosa e tutta insieme. Tal altre volte, dallo stesso livello di profondità da cui questi ascessi di vita derivano, esala il timore di perderli e di perdermi per sempre. Ma poi mi rilasso e considero l’idiozia sottesa al tentativo di assicurarmi il vivere dal momento che si tratta di qualcosa che è spontaneo e che in ogni caso va avanti. Al più si tratta di vivere bene, senza affanni superflui.
Allora se di una cosa posso esser certa, parlando di me, è che per nulla al mondo sarei capace di cadere vittima dell’abulia e trarne appagamento. Tra i vari più o meno notabili nel bene e nel male che mi costituiscono, ho esercitato, desiderandoli ardentemente, un paio di marchingegni direi di meraviglia, ovvero l’entusiasmo che mi predispone a notare la bellezza e uno sguardo mobile col quale penetro tra i diversi livelli di esistenza della realtà, nonché la curiosità che mi pungola a non smettere di ricercare, mantenendo a distanza l’orizzonte.
È un’evidenza che in tutto questo ci sia la mia tensione alla felicità. E che in questa certezza ci siano le motivazioni stesse della mia felicità, se non altro della mia capacità di essere felice,

va tutto bene, io sto benissimo.
Effettivamente questa mia natura mi solleva.


[e con Tras-locare #5 chiudo l’argomento, per adesso.]

Sintassi di un’isteria

giugno 12, 2013

Mood: fresco e stanco
Reading: Elio Grazioli, Corpo e figura umana nella fotografia
Listening to: la playlist di quando avevo diciott’anni [voglia di vivere aggrediscimi]
Watching: Hotel Chevalier di Wes Anderson
Eating: spaghetti in funghi, zucchine, piselli e pinoli
Drinking: acqua assai




albert-londe-involuntary-contracture-from-nouvelle-iconographie-de-la-salpetriere

Albert Londe, Involuntary contracture,
from Nouvelle iconographie de la salpetriere.

[astrazione psicosomatica]

Tras-locare #4

aprile 27, 2013

Mood: entusiasta
Reading: notizie dall’Italia
Listening to: Vinicio Capossela – Che coss’è l’amor
Watching: il sole, finalmente il sole
Eating: toast
Drinking: caffè per non addormentarmi sul computer



Avrei potuto andar via da Milano subito dopo aver svuotato l’appartamento del sesto piano, al centro a destra dov’era stata PaRecchia – se non proprio in mezzo ai miei stessi scatoloni e alla pasta fresca in un camion Guanzate-Delftauw. Ma vivere per tre giorni ancora a Milano, usando il mio vecchio appartamento immerso nella luce intensa più che mai ora che a diffonderla erano pareti bianco-vuoto mi è sembrato un opportuno rito di passaggio. In termini pratici: il primo volo abbordabile per l’Olanda sarebbe partito solo tre giorni più in là.

Vuoto, l’appartamento del sesto piano, al centro a destra lo era per davvero, a meno di non voler tenere in elevata considerazione il te e il caffè in uno scaffale in alto della cucina, un bollitore e una caffettiera sul fornello, una valigia con lo stretto necessario per andare altrove-ovunque – pochi vestiti, il computer e la macchina fotografica, un barattolo di peperoncino e uno di cannella – nel corridoio d’ingresso o d’uscita che dir si voglia, il sacco a pelo sul materasso in camera da letto per dormirci la notte,
«e che problema ci sarà mai per una zingara?»

L’eco, forse.

Voglio dire, l’eco è un elemento tale che
quando colto in uno spazio appena occupato, genera un forte senso di appartenenza costruttiva in colui che lo sta abitando, esprimendo tutta la disponibilità dello spazio appena occupato a farsi modellare secondo i desideri e le necessità di colui che lo sta abitando;
quando invece ritrovato in uno spazio un tempo occupato, ma lì lì per essere lasciato in favore di un altro spazio lontano, genera un insalubre senso di disagio e impazienza in colui che lo ha un tempo abitato, ma sta per andare a occupare un altro spazio, rimarcando se non la natura morta dello spazio un tempo occupato, il richiamo da parte di quell’altro lontano che sta per essere occupato,

Devo andare, grazie di tutto” [citazione non a caso], ma

A un uomo che sia in attesa di tras-locare sembra che la vita resti in sospeso fin tanto che non sarà partito. A dire il vero, fintanto che non sarà arrivato
, ma che ci faccio qui, mentre il resto della mia vita è già altrove?
[del resto, proiettandosi tutto il suo concentrato emotivo nel futuro, finisce che davvero la sua vita resti in un certo qual senso in sospeso]


Invece.

Tras-locare #3

aprile 22, 2013

Mood: costruttivo
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: i versi d’amore di mia sorella
Watching: Tutti i santi giorni di Paolo Virzì
Eating: maccheroni pasticciati
Drinking: te alla menta



La signora del quinto a destra dello stabile n° 3 di Viale Romolo dov’era PaRecchia al Tre – sesto piano, al centro a destra –, usava, incontrandomi in ascensore, per le scale – sul pianerottolo del quinto –, rivolgermisi sempre con una saputa valutazione in merito al numero delle mie partenze e dei miei ritorni di cui lei stessa aveva memoria essendone stata per caso o ficcanaso testimone oculare «Ma che bellezza, sempre in viaggio, lei!»

La mattina in cui le cose superstiti considerate di mia proprietà sono partite da Guanzate con un camion di pasta fresca, mittente Teo Pace BV, Delfgauw, Olanda, da dove poi sono state spostate nell’appartamento e nella cantina – per lo più – della mia famiglia a Rijswijk, sempre Olanda,
quella mattina là – saranno state le undici o poco prima – la signora del quinto a destra sembrava essersi messa in mia attesa al pianterreno. Voglio dire che stava di fronte alla porta dell’ascensore spandendo con gli occhi e con le labbra tutto l’entusiasmo del suo consueto approccio: «Ma sempre con una qualche valigia, lei!», gliel’ho intercettato sulla punta della lingua che neanche avevo aperto le porte con finestrella dell’ascensore. Il più delle volte, infatti, la signora del quinto a destra era venuta a trovarsi nella condizione di aiutarmi a uscire dall’ascensore, trattenendo le porte esterne mentre io lottavo per disincastrarmi dalle porte interne troppo strette anche solo per un essere umano senza carico aggiunto al suo corpo.

Di fronte al quantitativo di scatoloni contro il quale mi sono stagliata quando ho aperto la porta dell’ascensore per spingere fuori il primo borsone, la signora del quinto a destra si è fatta d’un tratto confusa. «Ma sempre con una qualche valigia, lei!» le è caduto ai piedi dalla bocca lettera per lettere e lei è rimasta con gli occhi a ciondolare su di me, come sentendo il bisogno di adattarsi a una nuova condizione inattesa.
Il che – la sua tenerezza – mi ha fatto sorridere. «Signora, questa volta parto per un viaggio più lungo», le ho detto. Poi, vedendola ancora turbata: «Ho bisogno di un attimo di tempo in più per scaricare l’ascensore.»
E lei mi ha augurato tante cose belle.

Tras-locare #2

aprile 16, 2013

Mood: disteso
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Little dragoon – Twice
Watching: un bocciolo di orchidea che domattina sarà orchidea
Eating: cantuccini
Drinking: te



Tras-locare.
Por[si] in un luogo (al di là, oltre), passare da un luogo all’altro. Ma prima ancora, selezionare cosa portare con sé che è un modo per spazializzarsi – identificarsi, raccontarsi – nei confronti di un territorio ancora inesplorato, cosa invece buttare che è un’attitudine a fare spazio per quello stesso territorio ancora inesplorato. Ecco perché non è mai così semplice come potrebbe sembrare selezionare cosa portare con sé e cosa invece buttare.
Io, soltanto a pensarci su, mi sentivo parecchio molle.

Ho iniziato enumerando le cose considerate di mia proprietà nel corso di tre anni a Milano, cose dalle più comuni alle più strampalate, ipotizzando e abbozzando montagnole e cumuli dai quali, in sette giorni successivi, ma non consecutivi, sono derivati di fatto n° 10 scatoloni – senza contare le scatole dentro le scatole – rinforzati da scotch [di carta, da pacchi, da elettricista] all’interno dei quali il principio d’ordine per categoria stabilito in un primo momento è diventato sempre meno rigoroso dacché i vestiti in eccesso hanno trovato posto in Libri e Quaderni di viaggio, l’accappatoio in Pentolame, il carillon con la molla allentata in Profumeria e Farmacia, l’analogica Yashica in Scarpe, il sacco a pelo e la maschera da sub con i fori per poter respirare in Necessità di lavoro, così tanto per esemplificare; n° 2 borsoni di biancheria intima, calze, pigiami e qualche vestito ancora; n° 2 bustoni di coperte e cuscini; n° 1 branda; n° 1 mobiletto bucato e svuotato; n° 1 apparato alare con sistema di apertura e chiusura; n° 1 violino scordato e ammaccato.
Quel ch’è rimasto fuori, in altri termini lo scarto indipendentemente da qualsiasi categoria, è stato tale e impietoso che al massimo potrei scrivere n° elevato-ma-assai sacchi da evacuare.

Ho affinato la mia tecnica di scarto col passare dei giorni: dapprima disorientata, ho poi iniziato a destreggiarmi nella strategia uno-sguardo-e-via-nel-sacco-apposito. Le cose da scartare mi sembravano inesauribili e così la voglia di scartare.
È anche vero, infatti, che, dopo le prime incertezze, l’idea stessa di scartare [di alleggerirmi] mi sovreccitava,

vado a reinventarmi un’esistenza, uno-sguardo-e-via-nel-sacco-apposito,
segno virgola e
via-nel-sacco-apposito,

Vado a essere libera, violentemente libera.

Aspirare,

febbraio 22, 2013

Mood: teso
Listening and Watching: Sigur Rós – Fjögur píanó
Eating: poco
Drinking: camomilla



tirare il fiato, buttarlo fuori,
dovrei fare così [da questo stesso momento], smettere di trattenerlo,
non è che non lo sappia,
ma.

Aspirare che [in questo stesso momento] è desiderare ardentemente


A. Zhuravleva, from series “Distorted Gravity”

Anka Zhuravleva, dalla seria Distorted Gravity del 2011.
– e i miei ringraziamenti a Anna Mola per averla proposta nel suo blog. –

Ottobre 2012, «E dopo?»

ottobre 27, 2012

Mood: sereneggiante
Reading: Paola Bressan, Il colore della luna
Listening to: Bonobo – Noctuary
Watching: Nuovomondo di Emanuele Crialese
Eating: latte e biscotti
Drinking: caffè



Questo ottobre 2012 è un mese inequivocabilmente degno di nota nella mia vita. Per la prima volta in ventitré anni, l’inizio di un nuovo anno accademico non mi ha trascinata di fronte a una qualche cattedra con congruo professorone in tale eccelsissima scienza – senza sottigliare sul fatto che quando ero al liceo dovevo rientrare in aula il primo lunedì di settembre, quando, a Sud dove sono cresciuta, tutto il resto dell’umanità se ne sta ancora abbarbicato sugli scogli per sfuggire alla bollitura a secco e mai nessun istituto si sognerebbe di aprire le porte di quella che sarà certamente una fornace, nessuno tranne il mio che era speciale e aveva anche le reti di sicurezza alle finestre.
Ritornando indietro di qualche riga, fino a prima dell’inciso, e riprendendo le fila del discorso, si tratta di una cosa che letteralmente deforma il tempo di ogni giorno per come ero abituata a viverlo e questo un po’ mi confonde, ma per lo più mi sconfinfera perché adesso, senza darmi alla nullafacenza, né sollazzarmi oltre misura, finalmente posso starmene con i muscoli di qualche centimetro più distesi e persino concedermi un diletto di tanto, in tanto.
Facendo i conti in rapidità, a oggi mi trovo a un esame, una tesi e una dissertazione di distanza dal mio brillante foglio di carta da incorniciare nello studio che mai avrò. A febbraio avrò azzerato anche questi numeri,

«E dopo?»
«Dopo arriverà», rispondo generalmente.

Ebbene, la mia potrebbe definirsi una crisi communis da laureando in merito alla quale non c’è bisogno di aggiungere alcunché. Effettivamente ci sono giorni che mai come adesso mi sono sentita tanto uguale a tutti gli altri.
In realtà io, se mi metto la testa alla rovescia, chiunque potrebbe vedere che non è vuota, ma che è frullata ininterrottamente da un gran numero di idee tutte di prima classe, desiderabili e persino attuabili, ma tutte intrugliate con un numero superiore di eventualità, cause e effetti precisabili da me, dagli altri, dalle situazioni, dal caso, cioè da tante cose che – chiunque converrà con me – variano di giorno, in giorno, e sulle quali non si può fare affidamento quando si tratta di prevederne gli esiti. Un matematico definirebbe questa condizione “sistema complesso”, se fosse più pignolo “sistema caotico”.
Del resto io, se mi metto a pensare al dopo, mi distraggo subito perché non voglio fare come chi se ne va lontano dal presente a causa di un’attrazione superiore per il futuro che, invece, io dico, si riempirà delle cose che saranno passate sicché adesso mi limito – se di limitazione si può parlare, senza farmi torto – a vivere al meglio che posso tutto quello che mi circonda, “sistema complesso” incluso.


Accordo però che, tra gli elementi che mi rimescolano il cervello, il più frequentemente a galla è esodo

1 // da me che, determinata come sono nell’inseguire quello che voglio e abituata a superare ogni momento di crisi, non ho voluto riconoscere di essermi ridotta con i nervi a pezzi nell’ultimo anno, errore mai tanto grande perché adesso l’unica cosa che mi va a fagiolo è stare appesa a testa in giù dal ramo di un albero mentre il mondo fa avanti e dietro e io lo interiorizzo per alimentare il mio genio ammutolito.

2 // da uno Stato che, miseria di offerta di lavoro a parte – a maggior ragione per eretiche come me che osano pensare di poter svolgere una professione di appannaggio maschile –, ma non del tutto, si arricchisce di “puttanieri, faccendieri e tragattini”, demolisce continuamente i diritti fondamentali dell’essere umano in virtù di una legge tutt’altro che laica, millanta un ideale di democrazia che non bacia la realtà tanto più perché è vuoto fin dalle origini dei concetti di cittadino e di popolo sicché tutti l’importante è il mio piatto di pasta due volte al dì, per quello si può scendere in piazza, fottere e ammazzare, ma del bene comune, dello Stato sociale – quei famosi – chissenefrega, e quali virtù, quali beni può trasmettere tutto questo al piccolo figlio – che forse mai avrò – quando dovrà insegnargli a stare al mondo, quale serenità a me che non mi ci riconosco e che me ne vergogno? Dicono che ho il dovere di essere arrabbiata e giuro, lo sono. Fino a qualche anno fa, sarei anche stata nelle schiere di chi resta a dare capocciate contro i muri, guadagnando infine [con tempi da olocene] piccole crepe interstiziali – tanta stima a riguardo –. Ma onestamente io, non che abbia mai affinato un forte sentimento di italianità e questo scombussola un po’ i fatti: oggi andrei via perché vedo mancare le condizioni per restare o forse semplicemente perché oggi sono geneticamente italiana più di qualche anno fa e voglio interessarmi di me soltanto e non dell’Italia.

Fra l’altro, prima o poi, dovrà arrivare il momento in cui fare per davvero i conti con la mia irrequietezza che tanto mi spinge a vagabondare, tanto mi tormenta – talvolta morbosamente – con la ricerca delle radici.

Io il giorno che muoio

agosto 13, 2012

Mood: tra felicità e nostalgia per un tempo che non c’è più
Listening to: deliri adolescenziali alla barese sull’autobus Bari-Castellana Grotte
Watching: certi volti lasciati sul pullman Bari-Castellana Grotte sei anni fa e ritrovati allo stesso identico posto
Playing: a sorridere per non .
Eating: panzerotto al forno
Drinking: birrino peroncino



Io il giorno che muoio avrò vissuto una vita bellissima anche se oggi non so dire bellissima in che modo esistono mille e un modo d’essere “bellissima”, sarò vecchissima con i capelli bianchissimi e un mare di rughe profondissime sulla pelle una per ognuna delle cose che avrò vissuto e avrò vissuto mille e una cosa camminato su mille e una terra sotto mille e una pioggia e io il giorno che muoio tutte queste mille e una cosa mi cascheranno fino ai piedi dagli occhi grandissimi che diranno invece della bocca per fare silenzio sentire com’è la morte quando arriva la vita tutta fino all’ultimissimo respiro quando smette, guarderò il cielo ci saranno un drago bianchissimo d’ovatta che insegue un porcello bianchissimo d’ovatta e un colibrì che intreccia una corona con le corde rossissime del mio cuore sfiatatissimo, mi succhierò il pollice paffutellissimo, mi accoccolerò tra i miei capelli bianchissimi mi addormenterò nell’utero di mia madre e tutto sarà come non so dire, ma ne sono certa io il giorno che muoio avrò vissuto una vita bellissima.

[Nove Agosto Duemilaundici, sera quasi notte,
autobus Bari-Triggiano-Capurso-Noicattaro-Rutigliano-Conversano-Castellana Grotte, casa dove sono stata bambina-ragazza, letto, profumo.
Tra le bozze del cellulare.]

Fabulazioni

giugno 17, 2012

Mood: ridicolo-insofferente
Reading: Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi [a rilento purtroppo]
Listening to: la voce del mare, io che adesso non posso averlo e tanto lo vorrei, il mio
Watching: Elephant di Gus Van Sant
Playing: a sciogliere il corpo ballando su Elle Me Dit
Drinking: birra
Eating: cornetto Algida



In principio ero metà meno qualcosa. Metà è quando si avverte in ogni secondo di una giornata la necessità d’altre metà per diventare rotondità. In principio ero metà meno qualcosa e da un certo momento in avanti ho iniziato a essere sempre qualcosa in meno di metà meno qualcosa fino a [fi-iiiiiiiiiiiiiiiiiu].

Allora io che ero preoccupata per me stessa e nutrivo la scomodissima sensazione di essere stata fregata ho cercato a lungo il modo di essere rotonda. Camminavo per l’universo intero col naso per aria nell’aria la annusavo la interrogavo finché non ho iniziato a ingerirla per ogni molecola che valesse la pena di essere ingerita – un quantitativo comunque molto elevato considerata una certa natura compulsiva che mi ha colta all’improvviso – e mi sembrava che quelle si stessero appiccicando alle pareti interne del mio corpo e stessero premendo verso l’esterno dandomi nuova sagoma, le molecole d’aria.
Un giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! mi sono riscoperta rotondità, talmente piena e densa che se mi percuotevo la pelle assottigliata dalla tensione rimandavo un suono sordo come il brontolio di una rotondità regale. A incantarmi c’era la nuova consapevolezza d’essere rotondità io stessa, non metà io più metà altra che fanno una rotondità ma rotondità proprio io stessa con me per me stessa, lo vedi? ho ribattuto una volta a un’altra metà dispersa in un via vai di metà disperse Non possiedo niente più che me stessa e mi basto non mi sento sola affatto

e (non) mi piacerebbe sapere come mai potrei provare solitudine io se in me stessa – che sono ciò che possiedo e niente in più – ho tutte le molecole d’aria dell’universo intero che valga la pena di ingerire e metabolizzare come fossi un grande stomaco primordiale, eccoci qui, questo è l’orifizio, per aprirlo un palpito è già di troppo ‘ché io sono diventata rotonda, adesso lo so, quando ho cancellato la linea di confine tracciata spessa tra me stessa e l’universo intero, è stato come rinascere a vita nuova, per tutto ho provato curiosità per la prima volta e per la prima volta mi sono sentita incredibilmente vicina a tutto. Senza un ingombro simile, l’aria dell’universo intero si riversa contro l’orifizio del mio essere come fossi uno stomaco, non sempre è generosa a volte picchia duro ma perennemente seduce disarma. Io ho fame sempre abbastanza di una fame che è come un bambino recalcitrante collerico impaziente, inspiro espiro con forza e ogni flusso d’aria che mi percorre scatena lungo l’esofago un canto esultante che ripercorre fibre muscolose e vasi sanguigni anche i più insignificanti niente resta impermeabile perché ciascuno di quei flussi d’aria seduce con una bellezza perturbante, il fracasso delle ossa sotto le onde d’urto di una grancassa il riverbero lungo la schiena di un sussurro la metafisica del volo di un aquilone la banalità di una vulva bianca in mezzo a mille altre frantumate tutto mi incanta e mi esalta fino all’ebetudine come fosse un prodigio, io stessa sono un prodigio sono nel posto giusto e nel momento giusto, il mio corpo è il posto giusto e il momento giusto la sede di un piacere profondo capace di legittimare l’esistenza dell’universo intero il suo splendore, come sei bello universo intero!
Oh, quanto mi piace essere rotonda che è come essere innamorata, un rigoglio assoluto di soddisfazione e appagamento rinsanguato da un’armonia di ruggiti arroganti di ancora ancora e ancora che non accettano di restare inascoltati.

Ho vissuto tantissima vita in questi mesi, ne ho trovata ovunque abbia posato lo sguardo, non tutta bella non tutta brutta eppure sempre conturbante. A chi mi ha fatto domande, non ho saputo mai raccontare senza avere l’impressione che le mie parole fossero troppo poco, mai in grado di restituire neanche le briciole di tutto quello che stavo provando tanto era intenso e connaturato alla mia realtà fisica e mentale del momento e dopo giorni passati a domandarmi perché – io che col racconto ci vado a nozze io che ogni cosa diventa un racconto mentre ancora sono impegnata a viverla – ho capito di non possedere una soltanto delle parole adeguate a questo genere di storie.
Il vero dio creatore della mia crisi del fabulare però è stata la sensazione cattiva di perdere squarci e percezioni importanti ad ogni nuovo tentativo smangiucchiato muto cieco di fare della mia vita un racconto, ero ancora troppo nuova nella mia rotondità per accettare con serenità che qualcosa digradasse da me per diventare un po’ meno intima un po’ più condivisa, sarebbe stato come perder forze. Ho smesso di fare della mia vita una storia e non mi è sembrato di commettere un’azione brutta perché nel frattempo semplicemente ho vissuto, tantissima vita.
Un giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! ero un po’ più forte sicura del mio modo di stare nell’universo intero, è successo dopo una caduta laterale dei sentimenti che mi ha sconvolto la rotondità e mi ha trascinata in una condizione di crescente disagio e disorientamento finché non ho riafferrato al volo la giusta corrente del momento per tornare a essere rotondità piena e densa ‘ché dopotutto l’unico rimedio alla vita è la vita stessa e io appartengo a quella specie che le lezioni si imparano dimenticano ricordano vita vivendo, mica una volta fino alla fine dei giorni.
Un altro giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! ho vocalizzato parole nuove come “prodigio” e “piacere” e il loro corpo il loro suono mi sono sembrati come la pioggia che piove all’improvviso quando hai voglia di ballarci sotto.

Sicché

“In principio ero metà meno qualcosa ecceteraeccetera”


che è da considerarsi un primo [rinnovato] tentativo verso l’esterno.

Soltanto

Maggio 24, 2012

Mood: rintontito, ma soddisfatto
Reading: Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi
Listening to: Devendra Banhart – Baby
Watching: disordini domestici
Playing: su un nuovo set di cui Lou scrive qualcosa qui
Drinking: acqua, tanta per alleviare il raffreddore
Eating: macine con nutella





Strano è che dopo giorni e giorni e giorni – e giorni? – a tentare di esprimere [qualcosa di più], alla fine, tutto ciò che mi torna in mente è questa fotografia ancora sempre e soltanto.

“Soltanto” non è qualcosa che è meno di qualcos’altro. “Soltanto” è qualcosa che è un tutto tondo.

Ragion per cui così tanto strano non è che dopo giorni e giorni e giorni – e giorni? – a tentare di esprimere [qualcosa di più], alla fine, tutto ciò che mi torna in mente è questa fotografia ancora sempre e soltanto.


La verità è che per il momento l’horror vacui l’assenza nel mondo di tracce di macchie di me medesima a caratteri vivi bianco su nero nero su bianco non mi turba affatto tutt’altro, ma di questo scriverò ai primi sintomi di necessità suppongo qualcuno si sia già manifestato se stasera sono qui

è perché

[…]


Nella fotografia che mi torna in mente ancora sempre e soltanto, Nicolò e il suo fantoccio alto due metri e più di nome Fantoccio.

Altrove

febbraio 20, 2012

Mood: divertito
Reading: Desmond Morris, La scimmia nuda
Listening to: Explosions in The Sky – First Breath After Coma
Watching: palloncini che continuano a ballonzolare per casa a seguito del festino di ieri sera con tema – si presti orecchio all’originalità – pane sì pane, abbiamo da consumarne!
Playing: a riordinare ogni cosa dopo mesi d’incuria
Eating: risotto funghi e zucchine
Drinking: teh



Prima di essere altrove non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice. Prima di andare in anossia per la mancanza di tutta la vita che vivendo non avevo vissuto non avrei potuto essere altrove.

Altrove è quando tra i flussi riflussi cicli ricicli dei giorni delle settimane dei mesi degli anni si fa spazio la disposizione a sradicare le arterie dai territori esistenziali noti che sono sistemi complessi di eventi e meccanismi e nomi ed emozioni, per familiarizzare con la mobilità sperimentare gli impulsi e le necessità che tramano e ordiscono la felicità.
Il problema è che gli uomini hanno natura assai abitudinaria la sola idea del cambiamento li pietrifica, si sono convinti di avere un’identità ferrea figurarsi la facilità estrema con la quale si assuefanno ai territori esistenziali noti e ci rimangono anche quando stanno cadendo in pezzi a causa di un continuo inaridimento. Gli uomini si dicono felici piangono tantissimo. Per dire che

Prima di vivere come se il mio territorio esistenziale noto fosse il solo generoso il solo possibile, non avrei potuto andare in anossia per la mancanza di tutta la vita che vivendo non avevo vissuto, non avrei potuto essere altrove, non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice.

Oggi sono altrove.

Quando porto alle spalle lo sguardo e mi perdo nei campi lunghi squartati dalle arsure continue iniziate ormai troppi anni fa, penso che mi viene da arrabbiarmi avrei potuto lasciare i miei territori noti per essere altrove già troppi anni fa, ma poi penso anche che essere altrove non è stato e non avrebbe potuto essere come girare una frittata nella pentola al volo voilà!, ieri vivevo come se il mio territorio esistenziale noto fosse il solo generoso il solo possibile oggi sono altrove. No, proprio no.
Per mesi ogni mattina al risveglio ancora nel letto, ho oliato tutte le giunture delle ossa legnose i tessuti degli organi interni battuti da malinconie e cacofonie i meccanismi delle sinapsi affette da idiosincrasie e falle temporali i sentimenti i cimeli poveri dei miei territori esistenziali noti che un giorno avevano fatto sbam!
Per mesi ogni mattina al risveglio ancora nel letto, ho sentito le assenze marciare il cuore indietreggiare e prima della sopraffazione prima del cuore in mille pezzi ero ancora viva non potevo ignorarlo non potevo restare in attesa dovevo andare sapevo dove
non potevo
che possibilità c’erano di essere felice?
eccome se potevo
dovevo
altrove,
allora ho oliato – tutte le giunture delle ossa legnose i tessuti degli organi interni battuti da malinconie e cacofonie i meccanismi delle sinapsi affette da idiosincrasie e falle temporali i sentimenti i cimeli poveri dei miei territori esistenziali noti che un giorno avevano fatto sbam! – per sradicarmene piano senza fare crack!
E sono passati i mesi le mattine i risvegli ancora nel letto che era come essere in utero, non bene o male, semplicemente essere e sentire i piedi allontanarsi distintamente passo dopo passo dai territori esistenziali noti sperimentare l’altrove forzandone i confini sentire di aver vissuto una vita intera senza ricordarne che pochi istanti flosci e amorevoli sentire di dover nascere una volta ancora sentire di poter nascere una volta ancora forse anche più sentire tutta la forza propulsiva di un evento creativo.

Oggi sono altrove che è l’esito in divenire di un lungo processo esistenziale ri-creativo, non già un sistema complesso di eventi e meccanismi e nomi ed emozioni sarebbe prematuro, piuttosto un numero incalcolabile di possibilità per essere felice e insieme la libertà di correrci attraverso, sentire sottopelle il solletico e ridere tantissimo ridere di gusto avvertendo il corpo danzare distendersi espandersi prolungarsi con tutto il suo peso.
Oggi sono altrove e prende bene oggi che soltanto ieri non mi sarebbe riuscito così spontaneo ridere tantissimo ridere di gusto perché nel mio territorio esistenziale noto un solo motivo per cui piangere sarebbe stato più violento di mille motivi per cui ridere – mille motivi per cui ridere che non facevano un solo motivo per cui piangere, ieri –.
Prima di essere altrove non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice.
Oggi sono altrove e prende bene oggi che altrove ci sono incalcolabili possibilità per essere felice.

‹‹Ma guardala lei che finalmente ride quanto ride!››

(Grazie)


***

Comunque dedico queste parole a Eta perché Altrove le appartiene. In una certa misura, ne ha reso possibile per me la consapevolezza in questi ultimi mesi. Altrove è il titolo che chiude (?) il percorso del suo progetto di tesi di diploma accademico ‹‹di frattura›› (viscerale).

Roghi

dicembre 14, 2011

Mood: esausto
Reading: Chatwin, Che ci faccio qui?
Listening to and watching: Birdy – Skinny Love (un piccolo regalo in una casella di posta)
Eating: pasta gorgonzolaezucchine
Drinking: camomilla






‹‹Voglia di non farcela?›› mi ha chiesto Eta.
‹‹Mai. […]›› ho risposto. E pochi secondi dopo ‹‹Forse sì, invece. Non lo so.››

Mood: quieto e stanco
Listening to: le prime sei ore di lezione consecutive dell’anno, stranamente con molta attenzione sottolineerei
Watching: I love Radio Rock, di Richard Curtis
Playing: con Lou a stilare una lista totalmente inutile di film visti, ricorrendo solo alla memoria
Eating: minestrone ai cinque cereali
Drinking: la birra quotidiana dell’ultimo periodo, poi mi lamento della panzetta






Si definisce “transizione di fase”, in fisica e in chimica, o più comunemente “cambiamento di stato” la trasformazione di un sistema termodinamico da uno stato di aggregazione ad un altro. Per dirla in una maniera che mi piace di più, si definisce “transizione di fase” quel processo per cui, posto il movimento come condizione necessaria, un sistema che in prima analisi tende ad una sua propria regolarità, si rompe improvvisamente e repentinamente per assemblarsi solo successivamente in una nuova forma di equilibrio e così di seguito, senza mai giungere a conclusione effettiva. Non è necessaria una veggente per capire che preferisco questa definizione perché esprime senza alcuna ombra di dubbio il legame del principio fisico e chimico con la vita stessa – e sticazzi! non avrei mai scommesso che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei creato un ponte da parte e parte!


Non resta che dichiarare che questo è per me un momento di delicatissima transizione di fase in cui ‹‹non so›› è l’ordine del giorno, ‹‹bene›› e ‹‹male›› sono azzardi entrambi. L’impressione è quella di stare appesa per un capello sulla vita con il culo al vento, nella speranza che una folata imprevista mi butti di sotto. Soprattutto quassù si vive a comparti stagni.

Lavorativa-mente parlando, è come aver dato una capocciata alla giusta tessera del domino ed è tutto un gran darsi da fare ed sperare nelle opportunità che piovono di giorno in giorno, con un’energia propositiva che è paradossale anche solo a dirsi nell’Italia dove tutto sta rotolando a puttane senza freni. Storie da Fantabosco e gran culi rotti, insomma! Non fosse che – essì, i “però” fanno sempre da pandant alle faccende della vita – in mezzo ad una valanga di progetti totalmente differenti, ma ugualmente complessi, la testa minaccia a schiaffi e urla di diventare un colabrodo, buono solo a cagare acqua sporca e qui mi fermo, che in merito mi sono già sfogata. Non si deve poi sottovalutare che in questa dimensione, il lavoro non si contempla a tempo contrattuale, ma a trecentosessantagradi e ventiquattroacca su ventiquattroacca così che quello del lavoro diventa il tempo stesso della vita. Ma questo, chiunque dovrebbe essere d’accordo con me, non è una storia da Fantabosco e da gran culi rotti perché, fatta salva la passione, ché io al momento ho la stragrande fortuna di lavorare per passione ed emozione, nel tempo di una vita di un uomo c’è bisogno anche, chessò, per farla banale, del tempo per passeggiare senza meta e fermarsi di fronte alle vetrine dei negozi, per chiacchierare di tutto e niente con gli amici su una birra al bar, per fare l’amore e restare nudi e vicini dopo l’orgasmo, cosette piccole, ma dannatamente essenziali. Umana-mente parlando, non si vive mica di solo pane! (ce lo metto perché ci sta a pennello e perché uno di questi pluriaccennati lavori riguarda proprio il pane, ma questa è un’altra storia e per ora non la racconto)
A questo livello, quello dell’umana-mente parlando, la questione si acuisce per complessità, è come vivere una convalescenza perpetua e perpetuata in cui lo scricchiolio delle crepe accumulate nell’intimità perdura, ma rivelandosi meno intenso di giorno in giorno, va a finire che io puntualmente mi spacco tra la voglia di continuare ad arginarle con gocce di miele per salvarmi e racimolare l’energia necessaria per una corsa nuova e il desiderio opposto di insistere a cibarle di nostalgia per restare al riparo delle costanti che, per quanto taglienti come lamette, inscrivevano i flussi della mia vita all’interno di uno schema di punti più o meno stabile, ma anche per non affrontare il crollo di tutte le illusioni romantiche da “per sempre”, sì, le ho persino io!, ché l’amore in tutte le sue sfumature mi confonde e quando non lo ho più, mi scervello per non disperdere quanto ho sentito nel profondo e per incanalarlo in nuove forme. Benchè dolorosa, stiamo pur sempre parlando di vita vissuta e cara al cuore. Il mio problema è che guardo troppo in alto, gioco per sbancare la cassa e regolarmente perdo il senso di qualsiasi limite prima di tutto personale, volevo solo essere immensa, che gran pezzo d’idiota!, per questo ogni fallimento conseguente è troppo violento e il mio metabolismo inadempiente su tempistiche mignon.
Quindi respiro, ma afissio, mi muovo, ma sto ferma, vorrei balzare su un treno, ma più di qualsiasi altra cosa aspetto, paziento nei miei affetti come una Penelope, osservo ed ascolto di amori bellissimi e mi sazio, poi mi stanco e mi nauseo come un guardone incollato da troppo ad uno spioncino, allora stordita ed incazzata sento il peso di tutte le cose desiderate che sono passate e se ne sono andate senza che io le intascassi e di tutto il tempo che ho sprecato a leggere negli eventi prima di viverli, intendiamoci, per esempio, ho conosciuto l’amore, ma, prima ancora che mi dicesse “ciao”, gli ho innalzato una tomba sacra con tanto di epitaffio di pessima qualità, ché all’epoca ancora non sapevo che le poesie si scrivono fino a diciott’anni, dopo di che o sei un idiota o sei un poeta e gli idioti in media sono il novanta per cento della fauna, ma io quando ho scritto queste quattro parole in fila avevo diciassette anni e sono giustificata. Potrei spremerti, cuore, / conficcarti le dita nelle viscere, / fino a sradicare, in effluvio / di sangue, il seme ch’ora / ti pompa, sempre più rapido, / svuotandomi d’aria.
S’è forse fatta alata la larva?

Bene, cioè male, o forse né male, né bene. Semplicemente una storia. Per certo è paradossale voler conservare nel sangue come il più prezioso degli atomi quanto elargisce cancrena. Mi sento vecchia, grinzosa e narcolettica, non ci sto. Dovrei evacuare i fiumi rossi dal superfluo, per l’appunto, principalmente avrei bisogno di sfogarmi, ma a furia di spremerle in un catino, ho inaridito entrambe le ghiandole oculari, a meno di non voler considerare pianto quel conato di singhiozzi asciutti che mi assale di tanto in tanto quando mi chiudo nel cesso e mi calo i pantaloni per pisciare e si esaurisce pure in pochi secondi, che poi ancora non me la sono spiegata del tutto l’associazione singhiozzi-cesso. Ma non solo le lacrime spurgano le tossine, dovrei trovare la mia pratica ludica di liberazione personale. Perché voglio tuffarmi nella vita come un cucciolo d’uomo appena sgorgato dalla terra e rabbrividire fin nelle ossa di umanità, è impellente.

Poi c’è questa storia che qualche giorno ormai mi sveglio ansimando ancora per l’eco di sogni sgradevoli e avverto, attorcigliata con le viscere, l’esigenza di slanciare il corpo nello spazio. Allora cosa faccio? Mi metto a ballare e a ondeggiare lungo tutto il giorno per scongelare i muscoli e snodare le ossa e sudare tutte le tensioni ed il patetismo che ho accumulato negli ultimi giorni. Ballo da sola, con la caffettiera, col nelsen piatti, con i vestiti appallottolati, con gli attori di I love Radio Rock, sulla musica e sul silenzio, ovunque e senza freni. Ritualità da tempi andati, ma per certo efficiente.

Mood: divertito
Reading: Alan Moore & David Lloyd, V per vendetta
Listening to: Negrita, Dannato vivere
Eating: cioccolato fondente
Drinking: tisana alle erbette



AVETE MAI VISTO I PUFFI E PIPPO BAZZICARE DI SERA PER LE COLONNE? alcuni si!

alcuni vogliono chiamarlo flash mob, altri lo chiamano ritrovo di babbi, altri movimento artistico, altri ancora semplicemente “figata”, tendenza culturale, espressione giovanile dell’underground milanese, festa in maschera, gigante appuntamento al buio, la ricerca di puffetta, ecc ecc…

Fatto sta che venerdì 28 ottobre l’accesso alla piazza del colonnato è riservato e caldamente a disposizione di chiunque volesse passare una serata in compagnia di altre persone che hanno deciso di prendere a pugni la banalità e uscire di casa travestiti da un personaggio diverso a libera scelta!

esempi utili:
pippo
puffi
uomo tigre
gladiatore
lavandino
spongebob
charizard
lady oscar
cappellaio matto
bart simpson
pochaontas
ciccio.

ma poi, scatenate la vostra fantasia, vale tutto!


Questa la réclame per l’evento Travestiti (in costume) in Colonne, pubblicizzato su feisbùc qualche tempo fa.
Ebbene dunque. Facendo d’ingegno virtù, Yanna, Lou, l’amico Claudio ed io, ci siamo dati da fare per una vestizione low budget, impiegando abiti di possesso più un mestolo per uno Specchio delle brame, un sacco della spazzatura per un mantello ed un mascherino, tre asciugamani per un’impalcatura da culo del Settecento, un rotolo di stagnola per ogni varia ed eventuale e spille da balia a volontà.


Non che Mercoledì, la Strega di Biancaneve, Zorro e la Sorellastra di Cenerentola c’entrassero molto l’uno con l’altro, ma come per l’ingegno, eravamo certi che avremmo fatto della nostra discrepanza virtù, un cocktail di personalità e facoltà come le nostre si sarebbe per certo risolto in una squadra di supereroi. Tant’è vero che, nel corso della serata, abbiamo, in ordine cronologico, (oltre che allegramente cazzeggiato con altri ignoti travestiti, sott’inteso) assistito un diciannovenne sconosciuto sulla strada del coma etilico fino all’arrivo dell’ambulanza, interrotto un qualcosa di simile ad una rapina da parte di due pusher alla loro amichetta strafatta – per inciso, Milano dopo mezzanotte è il male di vivere – e persino sollevato una bicicletta accasciata contro un lampione. Al che eravamo tanto calati nella parte che, ad un semaforo, Zorro ha ritenuto doveroso girarsi verso due ragazze ferme dietro di noi per chiedere tutto serio ‹‹C’è bisogno d’aiuto?››.

La faccenda principale però è un’altra. Prendiamo Milano, l’exploit del corri, corri generale, dei musi lunghi, dell’indifferenza e delle regole imposte a priori, ma se preferiamo, Roma e Bari o un’altra città qualsiasi del mondo. Liberiamo dalle gabbie un manipolo di ragazzi travestiti e riversiamoli con naturalezza in metro, per le strade, nei locali, un po’ dovunque. Poniamo anche come assunto fondamentale che non sia il giorno di Carnevale, ma neanche quello di Allovuìn, ché ormai l’abbiamo ampiamente adottato.
All’improvviso il corri, corri generale, i musi lunghi, l’indifferenza e le regole imposte a priori subiscono una pausa, la reazione è istintiva e non potrebbe essere diversamente, un qualche tipo di follia si è infiltrato nel tessuto della normalità condivisa. C’è chi trattiene le risate e passa oltre, chi sorride, chi se ne frega e ride, chi suona i clacson e gesticola, chi saluta e chi acclama, chi si preoccupa di ricordare che è presto per Carnevale ed anche per Allovuìn, chi fa domande ed attacca a chiacchierare, ‹‹E tu chi sei?››, ‹‹Io, Genoveffa!››, ‹‹Ma dov’è la festa?››, ‹‹Quale festa? Non ce n’è!››, ‹‹E allora perché sei vestita in questo modo?››, ‹‹Perché stasera m’andava così!››, insomma, cosa cambia rispetto alla maschera che indosso a calzamaglia per sfilare nelle vie di tutti i giorni? Cosa rispetto a quella che indossi tu, ora e qui? La forma, non certo il concetto! Sant’iddio, babe, sembri sconvolto! Hai forse dimenticato che gli uomini tutti santificano Carnevale ed Allovuìn ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo? Per chiarimenti, battere un colpo alla Pirandello & Co s.r.l. Mi piacerebbe, lo ammetto, ma non sono stata io a raccontare per prima questa storia.

Così pensavo ieri sera. E dentro di me sorridevo a iosa. Per quanto mi riguarda, a sorprendermi è solo la facilità con cui si può crepare il corso naturale del reale per come lo abbiamo conciato ed indossato.

Paradossi Cardio(a)ritmici

ottobre 7, 2011

Mood: stranamente ansiogeno
Reading: Salvador Dalì, La mia vita segreta
Listening to: la ventola del computer che si incazza e minaccia di andare in orbita
Watching: disordini
Eating: chissà quando se non mi sbrigo a cucinare qualcosa
Drinking: effettivamente necessiterei litri liquidi alcolici



Dopo più di due anni di totale assenza dalle scene sanitarie per la noia di sentir prima ricondotto ogni mio malessere fisico alla somatizzazione e per il cipiglio di sentirlo poi elevato senza ragioni sufficienti a grave male degenerativo, dopo più di due anni di totale assenza dalle scene sanitarie, dicevo, mi sono persuasa per forze di causa maggiore ad andare a far visita al mio medico curante che, effettivamente sorpreso, mi ha chiesto se non mi avesse per caso costretta mia madre. E, dopo i convenevoli di rito, ‹‹Come stai?››, ‹‹Alla grande!››, non iniziamo subito con la storia della somatizzazione, ‹‹Dove vivi?››, ‹‹A Milano.››, ‹‹In che zona?››, ‹‹Sui Navigli.››, ‹‹Mia figlia anche sta a Milano…››, eccetera eccetera, andiamo al dunque che c’ho da fare, gli ho raccontato che da quando un giorno di qualche mese fa sono caduta al suolo come una pera marcia dal suo pero in mezzo ad un gregge umano nel cesso pubblico di un multisala, continua costantemente a girarmi tutto intorno alla testa, poi improvvisamente e frequentemente la testa suddetta mi si svuota e mi affloscio, ma cosa assai peggio ed imbarazzante – che tanto di tenermi su mi riesce per il momento – mi sciolgo in un bagno di sudore, sospetto di soffrire di violenti cali di pressione, gli ho raccontato anche, subito, subito, che, non stia a chiedermelo, tutto questo mi succede per lo più in spazi chiusi o molto affollati, sono affetta da claustrofobia io e contemporaneamente dalla smania di tenerla sotto controllo, e frequentemente quando provo dolore e disgusto, ciò è strano, ché io ho una soglia di sopportazione del dolore molto, ma molto elevata, e che, neanche s’immagini di domandarmelo, ho una vita dai ritmi stressanti, dormo poco e male, lavoro tanto e vanto una tragedia shakespeariana per vita sentimentale, disastrata e priva di certezze, ora più che mai confusa, sicché neanche provi a tirarmi fuori la storia della somatizzazione, so da me, voglio solo controllarmi con degli esame del sangue, una cernita di valori, nero su bianco, me li prescriva, che tra le varie sono anche vegetariana e nell’ultimo periodo non mi sono alimentata da brava vegetariana, nonostante possa vantare un ciclo mestruale stabile, e non si sa mai.
Al che il mio medico curante mi ha puntato al cuore lo stetoscopio che è un aggeggio che mi affascina decisamente e massimamente, al punto che, dovessi possederne uno, rischierei la dipendenza da auscultazione delle mie viscere. ‹‹Sei agitata?›› mi ha domandato il mio medico curante, ‹‹No! Sto un pascià!››. Allora mi ha punzonato il dito con un altro aggeggio elettronico che schizzava bmp a caratteri squadrati gialli e non me lo ha tolto fino alla fine della visita, ‹‹Lo vedi?, questa è la tua frequenza cardiaca regolare››, 102,103,108, e mi ha notificato che normalmente il cuore di un adulto ha frequenza regolare di 80 battiti per minuto, da che ho dedotto che io non rientro nella famiglia “Normalmente”, dovremmo vedere, fare, controllare questa dinamica, in verità sono anni che ci provo, gli ho detto, ma nessuno sa dirmi niente ed io resto col cuore in gola vita natural durante.
‹‹Questo fatto che il tuo cuore è sempre in corsa con se stesso…›› ha esordito ad un certo punto il mio medico curante per dirmi che questo fatto è un problema da non sottovalutare nella diagnostica della problematica e per lanciarsi infine in una lunga spiega che accompagnava con una mano misurandomi la pressione, ‹‹Regolare››, con l’altra mimando il mio cuore come fosse una pompetta, ‹‹Lo vedi? Il cuore fa così››, solo che il mio, pulsando tanto rapidamente, ‹‹non ha il tempo sufficiente per pompare bene il sangue in tutto il tuo corpo e nemmeno per riempirsi a sufficienza di ossigeno››, sicché a me viene da mancare, negli atleti, dovrei saperlo, sono un battito cardiaco ed una respirazione regolari il passpartout per le migliori prestazioni!, e poi non dobbiamo svalutare le crisi di panico, che sarò anche brava a controllare, ma mica sempre!, ed il dolore che ‹‹mia cara, stende anche i più forti.››, ché c’è un comportamento fisico, m’ha spiegato, o qualcosa di simile, per cui il cuore rallenta all’improvviso il suo ritmo usuale, sicché il mio, che d’uso batte accelerato, non riconosce quella nuova aritmia ed a me ugualmente viene da mancare.

Ad ascoltare il mio medico curante, a me è venuto da sorridere, quasi da ridere, ché appena recepite queste parole, direi fin dalle prime ineluttabili, ‹‹Il tuo cuore è sempre in corsa con se stesso››, il mio cervello s’è messo in opera per definire e ridefinire strutture e sovrastrutture, sensi e sovrasensi scientifici ed emotivi, a me lo racconti che il mio cuore è sempre in corsa con se stesso?, a me proprio che sono condannata a sentirmelo ogni giorno nelle vene, ed esserne animata, incalzata, bruciata!
Mi riempio gli occhi di strade e stazioni, di esseri umani comuni, ma sopra le righe e di storie e racconti di gioie e dolori che sono tanto i miei, quanto i loro e di corolle di amori, do nuovi nomi alle cose ed al centro di questa ritmica incalzante mi si dispiega nello stomaco il sentimento stesso della vita, la sua complessità e la sua bellezza, come posso spiegarlo diversamente con le parole?, lo spazio sconfinato ed estremamente essenziale che interconnette me a quello che è fisicamente fuori da me, ma emotivamente già dentro di me. Il mondo mi colma e mi nutre ad ogni palpito ed io, che pulso tanto veloce, raccolgo più ossigeno nei polmoni, non meno, diffondo più sangue in vena, non meno!
Eppure.
Talvolta, tra una strada ed una stazione, mi coglie impreparata il ritmo del mio passo solitario, comincio ad andare oltre più adagio, meno spasmodicamente, mi appesantisco. Negli anni, ho sviluppato concezioni di vita che travalicano il senso comune, imbevute di platonismo, amore e casa prima di ogni altri sono diventati per me eteree ed incorruttibili parentesi di condivisione nel corso del viaggio. Eppure a dispetto di tutto ciò che di ascetico e di fuori le righe penso e faccio, “una qualunque” ci sono nata e ci sono rimasta anch’io, mi è toccato crescere prima di riuscire a raccontarmelo in serenità. È questa la mia umana contraddizione in cui si annida, guarda caso, il desiderio di un passo che si confonda col mio, un comunissimo desiderio di stabilità nel mio caso emotiva, più che propriamente geografica. ‹‹Beata te›› mi dicono quando racconto delle mie pratiche di nomadismo ‹‹Per tutto l’amore che non ho, anche per questo›› ho confessato l’ultima volta ad un’amica fidata, ché ora, per dirla pane al pane, vino al vino, sempre a dispetto di tutto il mio sistema filosofico plurinominato e non rinnegato sul movimento come condizione necessaria al sentire la vita per intero e complessa e sul sentire la vita per intero e complessa come condizione necessaria al nutrimento dell’anima, nei miei vagabondaggi convivono anche tutte le folgoranti possibilità del non essere legata a niente e nessuno in particolare come “una qualunque” e la speranza timida di un giorno diverso da questi in cui stringere tra le mani i miei sogni lontani da “una qualunque”, quelli su un buon motivo per cui smettere di andare oltre spasmodicamente in primis. Non che io non ne abbia mai riscontrato nessuno, anzi, in tutta onestà, ce n’è in particolare uno che mi assilla, ma, non nascondiamocelo, mai un “Baby, please don’t go” come quello che gorgheggia nelle radio a mezzanotte, che imbarazzo io che sogno ed aspetto una professione sentimentale così tanto banale, ma ebbene sì, talvolta l’aspetto. Voglio dire, i buoni motivi per cui smettere di andare oltre spasmodicamente, finanche quello in particolare che mi assilla, mi si sono affacciati al cuore eccome, ma sono stati miseramente sviliti e snaturati dalla consapevolezza di restare ancora una volta miei soltanto e di nessun’altro, iperglicemica monnezza non condivisa. Questo certe volte, ché certe volte altre invece andare oltre spasmodicamente si è rivelato per me più facile, meno compromettente e più opportuno che restare e soffrire ancora, intendo quando i buoni motivi per cui smettere di andare oltre spasmodicamente hanno iniziato a svilupparsi e sviluppandosi mi hanno fatto paura.
In buona sostanza, quando talvolta tra una strada ed una stazione, mi coglie impreparata la crisi da “una qualunque” ci sono nata e ci sono rimasta anch’io, mi sembra che la mia vita intera annaspi in un corollario di strade e stazioni ed esseri umani e storie e racconti e gioie e dolori ed amori interrotti o esauriti nel ciclo di un attimo, di cui non restano che le briciole come eroiche vestigia al limitare della strada di cui non m’è dato sapere se sarebbero diventati castelli semplicemente perché sono andata oltre spasmodicamente. Allora il mondo mi scivola via dagli occhi ad ogni palpito, strano, fino a poco prima erano colmi, o almeno così mi pareva, adesso invece mi sembrano disabitati, ed io che pulso tanto velocemente, raccolgo meno ossigeno nei polmoni, non di più, diffondo meno sangue in vena, non di più!

Per farla breve, paradosso cardio(a)ritmico migliore non avrei potuto fantasticarlo. A volte mi ritrovo a pensare che prima o poi dovrò smettere di essere in corsa con me stessa e di professare la vitalità e l’equilibrio della squilibratezza per allenarmi invece ad una qualche forma di regolarità più comunemente intesa. Ne gioverebbe anche la salute, pare. Ma che pretendo?, non sono nata per far l’atleta io! Pur volendo, non me ne sono stati forniti i connotati neanche biologicamente!

Istinti alla Sopravvivenza

agosto 16, 2011

Mood: sereno
Reading: Salvador Dalì, La mia vita segreta
Listening to: Woodkid – Iron
Watching: tante cose e tutte insieme
Playing: ad ascoltare quello che sta gravitando attorno al cuore, senza preoccuparmi di capirlo
Eating: gnocchettizucchinepomodori
Drinking: caffè




Portrait [Photo by Nicolò]


Mi chiedo se le scarpe ti si appesantirebbero, sapendo che ti ho mentito istintivamente con un ‹‹Rientrerò più tardi per motivi di lavoro›› piuttosto che ‹‹Rientrerò più tardi perché per la prima volta dopo anni mi guardo dentro e mi riscopro felice e con le cicatrici nell’anima distese››.
In tutta onestà, a me le scarpe si sono appesantite e parecchio, constatando una tua certa tendenza a svalutare la misura della felicità nella vita di ciascuno e a reputare la mia felicità una cosa buona e giusta solo per essere istintivamente rinfacciata e raggelata.

Lo capisco, è istinto alla sopravvivenza la mia ricerca della felicità, è istinto alla sopravvivenza anche il tuo adattamento all’assenza della felicità. Perciò mi chiedo se capirai, ma non me la sono affatto sentita di essere onesta.

Mood: sereno
Reading: Salvador Dalì, La mia vita segreta
Listening to: Giorgia – Il Mio Giorno Migliore (“a me basta trovarti stanotte ai confini/ dell’essere o non essere / dammi un attimo e arrivo / mi vesto di scuro”)
Watching: vecchie foto, riorganizzando l’hardisk
Playing: senza tregua
Eating: spaghetti e polpette
Drinking: caffè







Venezia













Bassano del Grappa – Monte Grappa (Vi)





Monopoli (Ba)


Alberobello (Ba)


***

‹‹Possiamo toccare l’immenso e farci mancare altrettanto›› canta Niccolò Agliardi, sono un po’ in fissa con i suoi testi nell’ultimo periodo, lo ammetto, nel caso in cui non si fosse capito di già, ora ho persino un paio di grosse cuffie per immergermici, me le ha regalate Zulio.

Allora, nella mia instabilità spazio-temporale, adesso non è per caso se guardo il mondo attraverso un obiettivo grandangolare e ritraggo paesaggi, volti quasi nessuno, visioni d’insieme piuttosto, terse dal vento e dall’acqua, non è per caso se carico i colori per poi desaturarli, non è per caso se queste immagini mi sembrano tecnicamente ed emotivamente ancora troppo mediocri, ma mi offrono le motivazioni di un ben più ampio progetto fotografico (anche in vista di un esame di fotografia che si avvicina sempre di più e per il quale sono in fase di ricerca da mesi.).


Intanto sono tornata in Puglia da una settimana e domani riparto, questa volta in verità non troppo lontano dalla mia casa materna e per lavoro. Ci sono due ragazzi molto in gamba, Gianvito ed Alberto si chiamano, ma sono un duo così ben assortito che a volte mescolo i loro nomi e li chiamo Gianberto e Alvito, insomma, ci sono questi due ragazzi che si sono messi in testa di fare un film, Mozziconi, con Gianvito alla regia ed Alberto alla fotografia, e a Laura e me è venuta la possibilità bella, bellissima di assistere, Laura alla regia, io alla fotografia, sicché domani si va per le prime fasi produttive di questo grande lavoro, che per una serie di problematiche e difficoltà purtroppo di routine, non è ancora il film vero e proprio tutto bello concluso, ma il teaser da proporre a una qualche produzione
Tocca salutarci ogni dieci giorni, mi ha scritto l’amico mio Francesco-Poppi. Mi sono fatta una risata. Da grande farò la nomade, più di questo non mi sono mai posta il problema di sapere a riguardo del mio futuro.

Mood: sereneggiante
Reading: Anna Marchesini, Il terrazzino dei gerani timidi
Listening to: Niccolò Agliardi – L’ultimo giorno d’inverno e mia sorella che instancabilmente ripete per gli orali della sua maturità
Eating: focaccia
Drinking: acqua



‹‹La stazione mi era familiare, il babbo mi aveva portato molto spesso sulle pensiline del treno, quando avevo avuto la tosse convulsa, per farmi respirare un’aria diversa – così gli aveva consigliato il dottore, di cambiare aria. Mi piaceva tutto lì dentro; i riti di transito dei treni, i rumori che rompevano il silenzio senza turbarlo, il movimento lento ed eccezionale dei passeggeri quasi tutti militari o parenti di militari.
Mi affascinava quella sorta di schiaffo sonoro che faceva girare la faccia e inseguire il treno in corsa, quando sfilava davanti agli occhi, compartimenti di vite estranee l’una all’altra eppure insieme e accanto, lunghi condomini orizzontali disordinati o amorfi, vivaci, con le luci accese, o del tutto segreti, dove l’esistenza si era organizzata per qualche ora attorno ad una stessa casualità. Mi emozionava essere per un istante risucchiata da ogni rettangolo di luce che scorreva veloce, testimone io della fiammella invisibile che quelle famiglie di sconosciuti tenevano accesa senza saperlo e che li costringeva ad una effimera intimità. Dopo aver dormito accanto l’uno all’altro, estranei, si erano intrattenuti in una scandalosa confidenza che aveva aperto un varco involontario nelle loro esistenze abbottonate, il tempo breve della durata di una tratta e poi tutto si sarebbe richiuso frettolosamente, ciascuno uscito dallo scompartimento, appena scivolato via, avrebbe lasciato solo una sfoglia di sé e un posto vuoto, pronto ad accogliere un’altra breve rappresentazione.››

[Anna Marchesini, Il terrazzino dei gerani timidi]


Riflettevo, ieri pomeriggio, a bordo del Freccia Bianca Milano-Bari, in merito al carico di vite tra loro estranee che affollava lo scompartimento e che, scendendo sempre più il treno verso il tacco d’Italia, si organizzava per istinto in un sistema intrecciato di relazioni e scambi e simpatie ed antipatie, è questo che mi piace dei treni, il loro diventare micro-habitat ambulanti ed interinali in cui si accalcano e restano sospese come foschia le vite e le storie, oltre che le possibilità di costruirle queste vite e queste storie e di immaginarle, i signori infervorati di politica senza troppe cognizioni di causa e corrosi dal vivere amaro e gli interventi sporadici di qualcun’altro a caso e gli sguardi tra il sarcastico e il divertito e l’infastidito, il gruppetto aggregato attorno ad una partita a briscola o scopa, la signora preoccupata per le mie gambe deformate dalla reazione allergica alle punture di zanzare e incapace di togliermi gli occhi di dosso e voci e passi uno sopra l’altro e suggerimenti su come trascorrere il tempo di un lungo, lungo viaggio.

In ragione di queste coincidenze relazionali, S. ed io ci siamo conosciute. Stavo ascoltando la musica in cuffia ed elaborando in Lightroom le foto del mio Natale olandese, ché sì, tra una cosa e l’altra, ancora non ho avuto modo di concludere il lavoro, insomma ero così impegnata e S. che mi sedeva accanto se ne stava col naso appiccicato sul mio monitor, ascoltava con attenzione quello che canticchiavo e mi studiava nei gesti, nelle espressione, in quello che avevo attorno, più tardi le avrei confessato che io ho lo stesso vizio all’attenzione e alla curiosità, a trasformare in intimità l’estraneità. Sarà stato all’altezza di questo scarto che a S. non è tornata la ragione per la quale io non facessi le ascoltare quello che stavo ascoltando, sicché, al palesarsi delle sue perplessità, mi è sembrato onesto concederle una cuffia e ascoltare insieme Daniele Silvestri, che poi a lei la cuffia dovevo risistemarla di continuo perché di continuo le sgusciava fuori dall’orecchio troppo piccolo, circondato da ciuffi castano chiaro. Nella ripetitività di questo gesto, mentre mutava il panorama e si trasformava progressivamente in quel Sud caro al mio cuore, S. ed io siamo diventate amiche e lei chiedeva a me cosa stessi guardando e io chiedevo a lei cosa stesse guardando, abbiamo anche affrontato discorsi importanti come il matrimonio, in merito al quale lei mi ha confessato che avrebbe sposato la sua amica I., ma che una volta che la loro storia sarebbe finita, I. avrebbe sposato il suo amico J., gente del futuro!, motivo per cui sarebbe stato opportuno che io, non essendo ancora sposata, sposassi J., così che lei potesse rimanere per sempre con I., io le ho raccontato delle fate nello stomaco e di quelle che portano i sogni e lei mi ha detto che avrebbe pestato le fate dei sogni, che non è bello sognare perché ad ogni sogno si piange e quando le ho chiesto cosa sogna, S. mi ha detto che sogna i morti e non sapevo bene cosa raccontarle a quel punto, se non che non sono tutti brutti i sogni, che ce ne sono di belli e che sono importanti, solo a volte capita che un troll rubi un sogno ad una fata e lo infetti con la paura e per distrarci, S. ed io, abbiamo fatto merenda con i grissini spezzettati ed abbiamo giocato a chi mastica più veloce, uno, due, tre, via! e a chi resiste di più senza ridere e S. rideva tanto con un sorriso davvero bello e profumato di fiori e ad un certo punto, S. mi ha guardata dritto negli occhi e mi ha detto “Perché tu stai sempre così?” e ha ritratto il volto nell’espressione più accigliata ed altezzosa e contrariata che le riuscisse, ha stretto i denti ed ha incrociato le braccia ed io mi sono sentita come colta di sorpresa nella mia nudità di fronte a lei e ho cercato appigli che non esistevano per darle una risposta, storie che non tornavano al computo, ma più avanti, S. mi ha detto anche “Tu mi fai proprio ridere!” e quasi si stava strozzando con le caramelle che le navigavano tra la lingua e il palato ed io mi sono sentita ancora più nuda, come se mi avesse tolto la pelle e mi stesse dando la possibilità di perdonarmi ed arrotondare gli spigoli e ridimensionare ogni cosa in un solo sorso di vita. A Pescara, S. ed io ci siamo salutate, ci siamo abbracciate e ci siamo date un bacio, le ho detto che per questa volta non potevo andare con lei dalla nonna, ma che non è improbabile rincontrarsi un giorno per giocare ancora, magari su un altro treno in corsa ad energia propulsiva “verso il bambino”. S. ha quattro anni, quattro anni complessi e sinceri che in me hanno lasciato molto più di una semplice sfoglia di sé e non hanno svuotato un posto, ma l’hanno riempito.