Mood: appesentito
Listening to: Zoe Keating – Tetrishead
Eating: al di là di quello che potrei contenere
Drinking: poco




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Holland, Rijswijk. 1 luglio 2013

Spazi a utero

maggio 12, 2013

Mood: sovreccitato
Listening: David Bowie – How Does the Grass Grow
Watching: The Big Wedding di Justin Zackham [per la serie: il gusto del trash]
Eating: se non fossi troppo pigra per alzarmi dal letto adesso
Drinking: birra



Alcuni spazi hanno la forma di un utero.

Spazio [un tipo di] è il contenitore che viene a costituirsi tra due esseri umani quando si mettono a esplorarsi.
Due esseri umani che fanno l’amore sono uno spazio. Anche due esseri umani che si raccontano sono uno spazio.

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Holland, Noordwijk aan Zee
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Holland, Noordwijk aan Zee with Dominic

Ho conosciuto Dominic a Milano quando pensavo non avesse più nulla da offrirmi, l’ultima sera prima di tras-locare verso l’Olanda. Io avevo un tetto e un lenzuolo, lui – tedesco in viaggio a Milano con le scarpe da trekking – un pacco di te alla fragola e una stecca di cioccolata fondente. Tutt’e due un “forte gusto per la boheme tira a campare” – così la definisce Perec.
Quello sera abbiamo passeggiato senza itinerari. Poi si è fatta notte ed è trascorsa fino all’alba a dirci tante cose l’un l’altro e a spiegarci cosa e come ci sentivamo tra un bicchiere di te e un pezzo di cioccolata, rannicchiati sotto lo stesso lenzuolo su un divano tanto piccolo che i piedi si toccavano. Ci siamo addormentati così, dopo un po’ che avevamo iniziato a biascicare e a chiudere gli occhi.
Ora che ci penso, non ero affatto intimidita, né provavo vergogna. L’intimità per me – a maggior ragione con un estraneo – ha spesso questo risvolto, ma quella sera non ci ho proprio pensato. Era naturale com’era.

Come in utero.

Mood: sereno
Listening to: Hindi Zahra – Stand Up
Watching: Jessica Tremp’s
Eating: assai, troppo… rotolo.
Drinking: tea




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Holland, Kijkduin

A-(f)fondo

ottobre 24, 2012

Mood: distratto
Reading: Pastoureau Michel and Simonnet Dominique, Il piccolo libro dei colori
Listening to: Electric Guest – Waves
Watching: Laura Guilda’s collection for MUUSEx VOGUE TALENTS Young Vision Award 2012 [let’s everybody vote, c’mon!]
Eating: senza freno
Drinking: caffè



Da bambina ero ossessionata dal timore di poter smettere di respirare da un momento all’altro per sbadataggine.
Mi tornava in mente, sempre all’improvviso in mezzo a un altro pensiero particolarmente immersivo, che prima di quel particolare momento epifanico io avevo considerato la sequenza inspirare, espirare ovvia, per il solo fatto di essere fisiologica, al punto da averla ignorata, dimenticata. Allora mi prendeva l’angoscia e iniziavo a spingere aria in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto,
a-(f)fondo,
fino a tranquillizzarmi.
Oggi credo che a ossessionarmi di più fosse l’idea di non ascoltarmi respirare.
Di non dare al respiro il giusto peso nella vita.

Ho domato tutti questi pensieri col passare degli anni, avendo cura di soffermarmi ogni giorno a esaminare il mio respiro, peso ritmo e densità. Salvo poi sviluppare la claustrofobia che in realtà è un disagio a cui do impropriamente questo nome: io, infatti, non è tanto l’assenza di spazio a stritolarmi, quanto quella di un flusso d’aria nello spazio da sentir passare a fior di pelle, sicché a me anche il contatto eccessivo dei tessuti può causare claustrofobia.

Poi qualche giorno fa, sono ripiombata all’improvviso nell’infanzia delle mie paure acuita dalla coscienza della loro maturità.
Andavo scalpicciando per Gorinchem, lungo la lieve china che, oltre il mulino De Hoop si affaccia sul canale dove stanno ormeggiati i barconi con i vasi verdeggianti sul pontile e i panni chiari stesi al vento da poppa a prua. Salivo, misurando l’angolo di pendenza del suolo e la consistenza della terra sotto la pianta dei piedi. Un passo dopo l’altro. E per ognuno, il fiato si accorciava, io mi appesantivo sempre un po’ di più.
Prima ancora di poggiare l’ultimo in cima, ho avvertito i polmoni gonfiarsi e irrigidirsi, uno scatto a freddo. C’era la luce spigolosa e l’aria aveva le lame, ho avuto paura che mi si spezzassero (tac) e mi sono ripiegata sullo stomaco, infine allora mi sto fermando (tic…
t-a…c)

Invece dal profondo è evaso un rantolo che ha fatto il rumore come di un tappo in sughero sbuffato senza preavviso dal collo di una bottiglia a causa della pressione. Aveva la maniera di un pianto e di un riso violenti con le ragioni da consumare su due piedi nell’intermezzo da capogiro tra un secondo e un altro,
poi basta. Mi ha lasciata lì, sfinita, con la sensazione di dover riprendere fiato e tanta aria.
Ho chiuso gli occhi e, come quando ero bambina, ho iniziato a spingere aria in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto,
a-(f)fondo,
fino a tranquillizzarmi.
Sono rimasta ancora a lungo ad ascoltarla con un piacere estremamente infantile mentre entrava e usciva, sbatacchiando tra la pelle e le ossa.

Io però non è vero che l’ho capito solo in quel momento. Sapevo già da tempo di avere i polmoni ostruiti e di far fatica a respirare – cause a parte –.
Mi dicevo, soltanto finché non avrai raccolto le energie per espettorare tutto.

Ecco, adesso posso tornare a trarre forza dall’aria.
[De Hoop si traduce con “La Speranza”]

Autumn leaves

ottobre 22, 2012

Mood: rasserenato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: Paolo Nutini – Autumn leaves
Watching: oltre i veli di pioggia
Eating: troppo e a cena
Drinking: caffè





Olanda, Gorinchem, quando è autunno come non l’avevo mai visto e le foglie gialle che piovendo, modellano ai bordi della strada dune alte, ma cartapecorine, sembrano i miei pensieri, un giorno in cui passo tra loro e li sollevo nell’aria.

Lei in fotografia è mia sorella. Se ne andava per strada facendo un gran caos di foglie.

Holland, 8 am

ottobre 19, 2012

Mood: ansiogenato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: fringuellii e cinguettii
Watching: il sole, finalmente dopo giorni e giorni di pioggia
Playing: a dis-ansiogenarmi
Eating: involtini di melanzane
Drinking: latte e cioccolato, che domande?!




Holland, Rijswijk, 19 ottobre 2012, 8 am


È evidente che, negli ultimi giorni, sto esercitando le facoltà del silenzio più che quelle della parola. Allo stesso tempo, ho l’impressione di comunicare tante e tante cose.

Ma con buone probabilità si tratta soltanto di una mia impressione [non sarebbe la prima volta].

Finestre

ottobre 18, 2012

Mood: squilibrato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: il ticchettio dell’orologio della cucina, passi sul ballatoio, papà che dorme in camera da letto
Watching: Rune Guneriussen’s photography
Playing: a scontornare salamelle e caciottine in photoshop, alias le gioie del mio lavoro
Eating: torta al limone
Drinking: acqua




Holland, Rijswijk, my own home, 15 ottobre 2012

Holland, Utrecht, Eta‘s home, 17 ottobre 2012



Joseph Conrad si domandava come fare a spiegare a sua moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando.

*

Io in questi ultimi giorni sto lavorando tantissimo.
Non faccio molto altro.

*

Nello specifico, le grandi finestre olandesi restano il trip per eccellenza.

*

[Forse] è arrivata la suggestione che mi mancava.
[Forseforse] l’idea.

*

Sono un po’ più felice.

Mood: in pena, causa grave malessere psicosomatico
Listening to: Gotye – Bronte (And your voice still / Echoes in the hallway of this house / But now / It’s the end)
Watching: La principessa e il ranocchio di Walt Disney Studios
Eating: aria
Drinking: caffè






















[Sassenheim – Den Haag]

Ho rincorso
per giorni

(traiettorie opposte)

senza troppo spostarmi.



***

A parte questo, come si può notare, adesso faccio sfoggio di un nuovo logo molto profèscional. L’ha studiato per me Yannamia ‘ché lei è una gra(n)-fica io proprio no, tant’è che mi sono fatta indirizzare anche sul modo migliore di piazzarlo nelle fotografie, siamo alla frutta.
A me il mio nuovo logo molto profèscional piace parecchio, mi sembra appropriato a me medesima, richiama l’infinito le ho detto e lei mi ha detto che mica le faccio a caso le cose io!

Mood: vegetativo post nottataccia
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: Mina Mazzini – Io sono il vento
Watching: la pioggia che si attacca alle finestre
Eating: caramelle Ricola LemonMint, l’assenza della cucina di mamma si fa sentire tanto più se il frigo è vuoto
Drinking: acqua



Quando ho lasciato l’Olanda per l’Italia passando per la Germania, ieri pomeriggio, provavo il solito sentimento misto di nostalgia ed euforia che mi assale a ogni nuova partenza. Succede così alle persone di tutto il mondo che dicono Casa non quando hanno un tetto sulla testa ma quando sentono i piedi stare saldi al terreno le scarpe adeguate e questo tipo alternativo di Casa – si capisce? – non ha problemi logistici burocratici legali può essere piazzata un po’ ovunque in mezzo a milamilioni di esseri umani, per esempio ho visto giustappunto ieri su un’autostrada olandese una casa di legno sopra un camioncino una casa di legno tutta pronta pareti porte e infissi per essere abitata dopo esser stata piazzata così mi ha detto papà e io ho pensato sono un po’ come quella casa pronta per essere abitata, ma molto più impalpabile, molto meno concreta e insomma succede così alle persone di tutto il mondo quelle come me succede che sentono la mancanza e il desiderio di tanti luoghi – si capisce? – emotivi più che geografici tutti quanti insieme e poi un po’ si sentono confusi, occorre sempre un grande sforzo per andare e un grande sforzo per restare.

Quando ho lasciato l’Olanda per l’Italia passando per la Germania, ieri pomeriggio, io mi stavo sforzando, ma tanto e non solo perché così succede alle persone di tutto il mondo quelle come me quando devono andare o restare, ma anche perché io provavo la sensazione scomodissima di avere le scarpe al contrario i lacci ingarbugliati le suole impiastricciate e di non sapere cosa non lo so, forse di non sapere cosa sapere perché nella vita c’è sempre bisogno di sapere qualcosa sennò ci si sente scomodi come mi stavo sentendo io. Adesso, a onor d’onestà, sono giorni forse un mese che mi sento molto scomoda tra un sorriso e un altro e vario da una condizione a un’altra opposta con estrema facilità, se c’è una cosa peggio di tutte le altre è quando non riesco a starmi dietro, vado troppo di corsa e mi viene il fiatone, mi si gonfia nella laringe un nonsochè come una poltiglia, dolore credo nero denso grave mi si gonfia nella laringe e non fa passare l’aria sicché per alleviare il fastidio io continuo a cacciarmi le mani in gola e a suonare forte le corde vocali pizzicarle sfregarle nella speranza di urlare come quando

una notte ho sognato mia nonna che è morta e nel mio sogno mia nonna che è morta era la prima ballerina di uno spettacolo del Mouline Rouge, stava tutta torta e rinsecchita dentro la sua bara che oscillava a metri d’altezza attaccata al soffitto per delle funi tese da un paio di ruzzulani e io lì a guardare che ne avessero cura non la sballottassero troppo facendola piroettare e poi all’improvviso i due ruzzulani hanno calato la bara con dentro mia nonna che è morta e lei ha vomitato un rivolo di sangue giù per una ruga e come se questo l’avesse rianimata come se tutto il sangue fosse tornato a gorgogliare mia nonna che è morta si è alzata mi ha guardata e giuro non faceva nessuna paura voleva rassicurarmi tranquillizzarmi offrirmi una possibilità e quando mi ha abbracciata io le sono caduta in mezzo alle braccia sono caduta in ginocchio di peso e ho iniziato a urlare che sembrava non avrei finito mai che sembrava che mi stessi liberando persino degli organi, urlavo e non avrei mai finito se non quando mi fossi svegliata,

così

pensavo e c’era la luce dorata ad avvolgere l’Erasmusbrug i palazzi vetrati del porto di Rotterdam in lontananza dall’autostrada che porta a Dordrecht Utrecht Havens e pochi chilometri dopo, svoltando per Gorinchem c’erano le nuvole viola pesto a imbrogliare i prati sconfinati le poche costruzioni l’intreccio delle strade e quasi non volevo crederci che già a un angolo dell’orizzonte c’era l’arcobaleno solido e spezzato in cima simile a un marshmallow e che soltanto dopo l’arcobaleno è arrivata la pioggia a chicchi grossi poi a aghi sottili e di nuovo a chicchi grossi verso Venlo Nijmegen Köln fin quando al confine con la Germania non è ricomparso il sole uno spicchio sanguigno di prepotenza che la terra stava inghiottendo per illuminarsi bruciare col fuoco da dentro prima della notte, sembrava che per tanti chilometri noi non avessimo fatto altro che inseguire lo spettacolo finale, in Olanda, un momento prima c’è il sole quello dopo la pioggia così mi ha detto papà e io ho pensato – si capisce? –

Mood: divertito
Listening to: i movimenti della mia famiglia attorno a me
Watching: Alice in Wonderland di Tim Burton tra un po’ con mamma, papà e sorella
Playing: sotto la pioggia e a gradi sotto zero
Eating: risotto alla zucca e focaccia
Drinking: tea, durante un high tea che è una cosa simil così



Si sente nell’aria. Si vede nei portafogli.
Lo Stato olandese sta optando per il cambio di sistema monetario. Il Conio è già all’opera. Scende in campo il Pinguino Verde.
Reazione alla crisi economica mondiale, su questo pochi dubbi.

Quello che ci si domanda invece è se il suddetto Stato olandese non stia sondando il territorio facendo scivolare pezzi della nuova moneta nei portafogli dei suoi cittadini per richiederne l’approvazione all’inserimento ufficiale solo in caso di successo e benessere comunitario.
Le prime dichiarazioni provengono niente poco di meno che da mia sorella la quale ha manifestato la sua soddisfazione in primo luogo su un tram Den Haag- Rijswijk ridendo sguaiatamente per trenta minuti e in secondo luogo su feisbùc il noto social nètuorc del uord uaid uèb:

‹‹Italiani che provano a fregare gli olandesi con la monetina dell’autolavaggio a catania e olandesi che rifregano la sottoscritta al tabacchino. Pinguino, we ♥ u soo much!››

Dai primi dati raccolti, sembrerebbe dunque che l’opinione pubblica reputi il Pinguino Verde molto ma moltomoltissimo più simpatico dell’euro.


(Il fatto è che mia sorella è davvero molto bella quando ride,
chiunque dovrebbe vederla)



***

Rettifica di qualche ora dopo, a seguito di più di un equivoco e numerose domande.
Sì, il Pinguino Verde esiste.
No, il Pinguino Verde non è una nuovo conio olandese, è il gettone di una catena di autolavaggi in Italia che un tabacchi in Olanda ha rifilato a mia sorella qualche giorno fa al posto di una moneta da due euro, ha affrontato un viaggetto notevole questo Pinguino Verde, ma nelle tasche di mia sorella si ferma perché lei sembra non aver intenzione di girarlo ulteriormente, se la ride assai. Il Pinguino Verde con l’idrante.

Mood: nervosetto
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: Liftiba – Il mio corpo che cambia
Watching: The artist di Michel Hazanavicius
Playing: sul pavimento della mia nuova piccola casetta su terra olandese
Eating: assai, succede sempre così quando si torna in famiglia per le vacanze
Drinking: succo al mirtillo frizzante



La rivelazione è che Titanic in lingua originale si ricapitola senza infamia e senza gloria con un loop di

‹‹Come on››

‹‹Truste me››

‹‹I promised››

per finire con un sacrosanto

‹‹Come back››

(senza dimenticare la declinazione in tutte le salse e in tutte le minestre del verbo ‹‹sink›› che mi sembra pure il minimo trattandosi del Titanic)

e mica perché non capisco l’americano stretto con lo straccio in bocca, io, gente sfiduciata, va bene, anche un po’ per quello, ma solo un po’!

Detto questo, cosa io ci facessi in un cinema a Den Haag di sabato sera a vedere Titanic in 3D per il centenario dell’incresciosa questione, bisogna parlarne con mia sorella la quale ha dichiarato con profondo coinvolgimento personale la necessità tanto sentimentale, quanto ormonale di dare una ripassata agli anni novanta che lei e io Titanic quando è uscito, avevamo lei cinque anni io otto e la videocassetta di mia zia l’abbiamo consumata a forza di guardarlo e piangere che in confronto le cascate del Niagara erano fontanelle di paese tanto più perché Leo di Caprio faccia acqua e sapone e caschetto biondo aveva scoccato le sue frecce dorate anche nel nostro cuore, una storia d’amore tremendamente pop nel popolo femminile anni novanta, così tremendamente pop che io la tenevo nascosta sotto i piedi, così come il poster dietro la porta in camera, e durante il giorno ci sputavo sopra e facevo sfoggio delle migliori espressioni di cinismo a disposizione, figurati se mi innamoro di uno del quale si innamorano tutte IO che nella vita i sintomi di disagio non ho tardato a farne sfoggio e già sto cascando in una disamina sui miei tentativi precoci di essere aria e amare ed essere amata sopra il pian terreno, ma vaffanculo non è serata non è momento che poi Titanic se fai i conti è otto ore mano nella mano di cui la metà almeno è uno scappa e fuggi su e giù e avanti e dietro lungo la nave, una scopata, un paio di pomiciate e qualche bacetto qua e là per il dramma meglio riuscito del decennio passato, un amore pop che al confronto i miei amori sopra il pian terreno non si discostano chissà poi quanto e lo ammetto, sono cascata di chiappe dentro un cortrocircuito, non so se mi spiego, neanche Titanic mi riesce di andare a guardare senza farmi traumatizzare e soffrire di rimescolio emotivo un paio di gradini più su della semplicissima versione dei fatti quella nuda e cruda senza sovrastrutture narrative e cioè che Titanic in 3D – ribadisco, in 3D e con questo dovrei già aver ampiamente espresso la mia visione dei fatti, Cameron volpacchiotto – per il centenario dell’incresciosa questione in un cinema a Den Haag di sabato sera con il pacco medium dei pop corn che solo l’odore viene da rimettere e la signora nella poltrona a fianco che invita al silenzio a ogni bisbiglio, insomma, è una faccenda tanto, ma tanto assai trash ed esilarante da meritare di essere vissuta, voto dieci più alle lacrime di mia sorella che non si sono fatte mancare neanche alla trecentomilionesima volta.



‹‹Come back››

Mood: stravolto e galleggiante
Listening to: Ken Ikeda – Pictures
Reading: Aldo Nove, La vita oscena [si consiglia vivamente, sono brividi secchi]
Watching: me medesima che sembro un personaggio di Tim Burton
Playing: a spaccare il ghiaccio nel freezer
Eating: risotto col radicchio
Drinking: caffè

























[Rijswijk. Delft. Kijkduin. Den Haag. Utrecht. Amsterdam.]

Manca una cosa soltanto.




[Sorella. Padre. Madre.]

E questo è quanto.


Giorni. In numero, venti.

Mood: altalenante
Listening to: Jeff Buckley – Lover, You Should’ve Come Over
Watching: gli avanzi della cena
Playing: con la pioggia e le onde dell’oceano, bastarda euforia
Eating: biscotti alla cannella
Drinking: te



Tre detonazioni. Dritte nell’andamento compassato delle mie visioni da dormiveglia. Disserro gli occhi. La luce bianca del primo mattino mi crocifigge.


Bombardano.
Piovono uccelli.
Franano corpi.
Sta andando a fuoco tutto quanto.
Non resteranno che le porte.
Ho dimenticato quand’è scoppiata la guerra. Perché. Dove ho scavato il bunker.
Non sfuggirò alle fiamme per molto tempo ancora.
Mi crolla addosso una risata che non conosce né pietà, né gioia.

(Stacco)


‹‹Trentun dicembre del cazzo.››

Per Capodanno, lo stato olandese accorda il permesso di sparare botti, dalle sette del mattino dell’ultimo dell’anno alle sette del mattino del primo dell’anno successivo. È come concentrare la deflagrazione di tutta l’energia repressa e compressa lungo un anno in ventiquattr’ore. Non si può scialacquare un solo secondo.
Nella settimana prima del trentun dicembre, già si percepisce il fermento chimico di una disposizione scrupolosa in vista del grande fragore. Ovunque stormi umani, vari per età ed estrazione, ammonticchiano pire nelle tasche e ai bordi delle strade.

Le prime scosse vomitano fontane di fuoco che si sollevano sibilando e si sfilacciano sfrigolando a intervalli insufficienti nel cielo. Lo penetrano e lo accendono in blu, rosso e dorato, senza armistizio interporre. Col passare del giorno, si intensificano. I sibili sfrecciano, non contengono lo scoppio che straborda secco. Il cuore sbalza di continuo, è impossibile domarlo per abitudine. Sembra che l’aria stessa stia esplodendo, che tutto possa sprofondare in un baratro bollente da un momento all’altro.
Al calare della notte, osservati dall’interno di un auto in corsa sull’autostrada, i cieli sopra gli abitati sono ormai chiazze fumose giallo marcio, annuvolate di viola, nel nero pesto. E’ desolante. La percezione, post-apocalittica. Soltanto all’orizzonte, i fuochi d’artificio, isolati dal rimbombare, sembrano una risata generosa.
Le città sprofondano nella luce acida dei neon e dei nuovi roghi, si trasformano nel campo di una guerriglia urbana. Ne attraverso un filare ingarbugliato, a notte fonda, passeggera di un furgoncino in transito con cautela. Incornicio impressioni visive nel telaio del finestrino chiuso. Sono barricata dietro una lastra di vetro come chi si tiene a distanza dalla strada bastarda, dove bande di ragazzetti occupano interi quartieri, avanzando un po’ a ogni nuovo scoppio e ammantando le vie con le cartucce ancora fumanti dei petardi esplosi. Il puzzo di zolfo è nauseante. Per quei corpicini, il teppismo contrattato a tempo limitato è eccitante. Confabulano, sbuffano fiato denso come tori. Non si stanno nella pelle. Sono deformarti delle basse propulsioni mentre accendono la miccia dei mortaretti e scappano dal fuoco che erutta. Sono macchie sfocate che accendonoescappano sbam. Si accaniscono contro le abitazioni, i giardini, le automobili. Talvolta contro se stessi. Sullo sfondo, il lamento di un’ambulanza si protrae fino a smembrarsi in una nuova deflagrazione. Fumo nero corpuscolare, in fondo alla via. Forse si è trattato di una camionetta dei pompieri. A ogni angolo, il fuoco scoppietta e risale, innalzando la temperatura di molti gradi. Le pire accatastate in precedenza si consumano, i bidoni della spazzatura rigettano lingue infiammate. Per lo stato olandese, i falò di capodanno sono illegali, ma la notte se ne frega della legge e le pattuglie della polizia sono poche per arrivare nei sobborghi. Pugni di ragazzi con i volti coperti dalle sciarpe si coagulano attorno alle fiamme e si sciolgono nell’alcool, fissano il niente con gli occhi taglienti e le mascelle serrate, si riversano contro le pareti. La pioggerella improvvisa uniforma gli scenari e li lava, li slava. Picchietta sull’asfalto, sollevando la polvere che evacua nell’aria olezzi, sudori e malumori. Dappertutto, stanotte non avverto che un’animalesca necessità di spurgo. Là fuori è scoppiato il conflitto. ‹‹Se riuscissi a provarne, avrei paura.›› bisbiglio. A dir il vero, protetta nel blindato, non sono più a mio agio. Abbasso il finestrino.

Per un momento, l’impressione della guerra mi risulta familiare come gli eventi quotidiani della vita. Mi procura una sorta di incontenibile piacere lercio e infame. Ho voglia di scendere per bagnarmi nello zolfo e affogare nel guizzo di una lingua infuocata. Questa consapevolezza mi attorciglia lo stomaco e me lo appallottola.
Non sfuggirò alle fiamme per molto tempo ancora.
Un petardo esplode all’improvviso sotto gli pneumatici del furgoncino di cui sono passeggera. Lo scoppio è violento. Lo scheletro intero palpita e riverbera il boato per tutto il corpo, ‹‹Non è successo niente››, ‹‹Sto bene››. Dentro si susseguono piccole esplosioni mirate alle giunture. La carcassa vacilla. Crepita. Si affloscia su se stessa. Si sgretola. In fondo all’anima, non ne resta che farina. Guardo la strada fumante. Forse ho voglia di piangere liberazione, ma non posso, ho estirpato le lacrime dalle cavità oculari.
Io ho dimenticato quand’è scoppiata la guerra. Perché. Dove ho scavato il bunker.
Ma adesso sta andando a fuoco tutto quanto.
Non resteranno che le porte.
E tutto da ricostruire. Tutto di cui aver cura.

Pare che l’efficienza di un organismo si valuti in riferimento alle forze che mette in campo per risollevarsi. Per certo, il mio ego non tollererebbe un rapporto negativo.

Esisto // Notturno

dicembre 30, 2011

Mood: amorfo
Listening to: The xx – Basic Space
Playing: a fare i palloncini con metà bigbabol
Watching: a breve, una probabile nuova casa olandese
Eating: panino con philadelphia
Drinking: acqua





Rijswijk


Esisto.

Capirai se non ho più intenzione di darne spiegazioni.


Un giorno sostituirò la carne col vetro per poter guardare attraverso, nello spazio vivente tra le ossa. E non appenderò le tende.

Mood: annoiato e divertito, mai sia un solo sentimento alla volta!
Reading: Ho freddo alle calze di Eta (brividini)
Listening to: Le luci della centrale elettrica – Un campo lungo cinematografico
Watching: la pioggia
Playing: a trotterellare da un negozio a un altro per procurarmi una tessera ricaricabile per i mezzi di trasporto pubblici olandesi
Eating: cereali
Drinking: caffellatte






Impazzire, giorni interi, per capire il nuovo funzionamento dei mezzi in Olanda.
Riuscirci.
Impazzire, altri giorni interi, per entrare in possesso di tutto il necessario.
Riuscirci.
Uscire di casa finalmente stamattina per prendere il bus 130 che porta a Delft – un giro al mercato e un cappuccito all’Uit De Kunst (persino il sito uèb di questo locale è strafigo!)
Scoprire che acquanevica.
Rientrare in casa per infilarsi negli impermeabili – mai ci furono colori più appropriati!
Uscire di nuovo di casa.
Scoprire che acquanevica più forte e si è alzato un vento da botte.
Rientrare in casa per restarci ‹‹finché non spiove››.

L’esito demenziale è in cima alla pagina: ‹‹Mamma, fai “yo”!››
… 8… 9… 10, click!
Groeten uit Holland!
(Mia mamma è una figa!)


Il fatto è che sto dando di cotenna. Ho urgente bisogno di sfuggire a questa stasi e muovermi, muovermi, muovermi, vedere, fare, viaggiare – e sai la novità?! -. Sicché, potresti, caro caso, non remarmi contro? Cristiddio! Riproviamo a uscire.

Mood: taciturno nauseato
Reading: quello che Lou mi scrive in chat, facendomi ridere a orari improponibili
Listening to: Laura Pausini – Bastava (e sì, lo so che Laura Pausini è nella tripletta primordiale dei cantanti italiani che mi stanno sul culo, ma questa canzone è una storia a parte perché il testo è di Niccolò Aglierdi e lo sento molto mia in questi giorni dalle ri-considerazioni affettive. E sì, la canto pure. “Bastava fare a meno delle buone maniere”)
Watching: le vetrate illuminate dei palazzi di fronte
Playing: a ficcanasare nella vita degli altri con papà, grazie feisbùc!
Eating: tortelli in brodo
Drinking: te







‹‹Abbine cura, questa ferita sta andando in cheratosi.››
‹‹Che benedizione!›› Se continua a creparsi, questa volta è perché i nuovi albori premono per germogliare in un sangue purgato. E qualcuno già s’insinua e gorgheggia.

Non mi sono mai considerata una dai modi gentili con se stessa, tanto più nel dolore. Per questo mi piace pensare alla mitezza inaspettata con cui oggi affronto i pungoli tra cuore e cervello, quando penetro nel buio attraverso la gola della ferita più fresca e ne traggo chiarore da spargere fin nel movimento più minuto. In questo ritrovo bellezza. Non più nell’essere coperta di lividi, di rabbia e d’orgoglio.


Questo pomeriggio, in un parco a Rijswijk ho anche visto un uccello ignoto che sembrava una fenice. Una creatura spaventosa e attraente da perfetta sconosciuta.

Zalig Kerstfeast

dicembre 25, 2011

Mood: silenzioso
Listening to: detonazioni nel silenzio
Playing: a conquistare regali lanciando un dado, ché in Olanda pare i regali ce li si scambi così. Degno di nota è il mio nuovo Big Willie, the Hip Hop Dancing Rock Dick, eggià.
Eating: senza pretese
Drinking: caffè



Sto riflettendo sul fatto che la tavolata incerta sotto il peso delle pescagioni sfilettate e lo scatolame imbellettato in carta color flusso mestruale sono i presupposti rivelatori del Natale. Dubito mi stia sfuggendo qualcos’altro. Forse il Nessun dorma in tivvù?

La prima fortuna è che sono vegetariana e balzo a pié pari la minaccia delle palate di grasso fritto sul culo, confidando in una cenina alternativa di funghi e pane tostato, più torta glassata come unica nota dolente in chiusura.
La seconda fortuna è che nel mio scatolame imbellettato color flusso mestruale, mia sorella ha nascosto una take away cup coffee in porcellana a pois colorati per avere sempre con me il caffè caldo. Credo volesse conquistare il podio nel mio Olimpo.

Per tutto il resto c’è sempre il silenzio pudico di un’ordinaria notte in bianco alla fine della sbafata.
A dire il vero, aspettavo con impazienza il Natale per cibarmi di calore familiare. Poi ho scoperto di aver bisogno soltanto di restare chiusa a riccio.

Se stanotte nevicasse nel vento, sarebbe tanto bello.
Vorrei ritrovarmi nel bianco con la paura fottuta e la voglia bastarda di lordarlo e tinteggiarlo.


Comunque, in olandese, Buon Natale si dice Zalig Kerstfeast.
Io lo auguro, ché a dispetto del simil-cinismo, il venticinque di dicembre non ce l’ho sul groppone.

Mood: teso
Listening to: Crystal Castles – Crimewave
Watching: Pina, di Wim Wenders (per la prima volta in vita mia, dico da vedere in 3d)
Playing: a scaricare la tensione accumulata
Eating: patate bollite e taralli ridotti a farina dal viaggio Bari-Milano
Drinking: acqua



Quando ci racconta di come ruota la vita che (si spera) ci aspetta là fuori, una mia professoressa di regia snocciola le “Regole del Fight Club” che non sono propriamente quelle di Chuck Palahniuk, ma un riadattamento delle suddette al nostro habitat professionale. Forse è inutile specificare che non c’è una sola che non ti metta in bocca un sorriso cinico o amaro, ma a me la dicitura “Regole del Fight Club” piace proprio tanto perché ha intrinseco il valore della lotta e della resistenza sul ring dove l’idea stessa del futuro picchia più di una grandinata non preannunciata. Noi uomini siamo stati abituati male con tutti gli omogenizzati e le pappine pronte che ci hanno propinato da cuccioli. Le bestie invece imparano presto che la ciccia si conquista con le unghie e con i denti, pena la vita.

E quindi ieri in mezzo, in mezzo ai tornanti di un discorso, questa mia professoressa si è girata di scatto verso di me e mi ha concesso il privilegio di una bastonata ‹‹Tu vuoi fare il direttore della fotografia? Emigra.››
Ma cazzo, mi è venuto da obiettare, io voglio fare la direttrice della fotografia, non il direttore, possibile che non mi si riconosca mai il genere femminile?
Esperti del settore sono tutt’ora al lavoro per capire se lei pensasse di sconvolgermi con una rivelazione simile. Io sono una bestia.

Emigrare

È la prima regola del Fight Club. Nel fu Bel Paese le uova marciscono. Se si vuole che si schiudano e che i pennuti crescano e vivano, bisogna svolazzare verso lande più favorevoli.

Del resto, per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di restare a vivere nel nido da cui sono sgusciata e mi è venuto spontaneo forzarne da subito i confini per elasticizzarli. Quando le traiettorie migratorie hanno iniziato ad essere le uniche immagini di me che riuscissi a proiettare tanto in là nel futuro, emigrare e vivere “oggi qui, domani lì, dopodomani ancora chissà”, fiutando soltanto l’umanità, era un sogno e l’aspettativa più elevata che potessi coltivare. Non ci ha messo molto a diventare la dinamica essenziale di tutta la mia vita, e-migrare, andare da un luogo ad un altro, ma anche da un’emozione ad un’altra, da uno status quo ad un’altro.

In certi momenti, ho pensato che sarebbe stato massimamente bello nascere su un aereo in volo, originaria di nessun posto in particolare e di tutti insieme. Ebbene, chi l’avrebbe mai detto, guarda il caso birichino!, tra qualche ora sarò concretamente e non solo emotivamente una persona inuncertoqualsenso di nessun posto in particolare. Anche la mia famiglia emigra ufficialmente, mamma e sorella raggiungono papà in Olanda. E qualcosa in me cambia.
Mi sarebbe piaciuto nascere su un aereo, ma sono nata a Sud, in provincia di Bari. Ho bruciato lì i primi diciott’anni della mia vita e, crescendo, ho sfumato la mia patologia e la mia essenza da e-migrante con l’amore e la sofferenza per il nido in cui sono nata. Un tempo sapevo che, per quanto potessi prendere, andare, partire, vivere altrove, di tanto in tanto e ad un certo punto non ben precisato avrei affrontato un viaggio di ritorno al mio vecchio Sud, inteso come luogo degli affetti, ma anche come puro confine geografico. Perché, al di là di qualsiasi poltiglia patetica, lì ci vivevano mamma, papà e sorella e anche il più volatile degli esseri umani, tra un viaggio e un altro torna indietro per baciare la propria famiglia natale.
Tra qualche ora però anche la mia famiglia emigra ufficialmente, si svuotano gli armadi, si stacca l’elettricità, si chiudono le imposte alle finestre della nostra casa e si fa silenzio o quasi perché la vita che ha percorso un luogo difficilmente si stacca dalle sue pareti. E allora faccio il conto delle ore che restano, dodici per approssimazione, e non so bene come districare il groviglio emotivo e celebrale che mi sta dentro, mi stringo nelle spalle perché è come se mi mancasse la terra sotto i piedi. E tra l’esaltazione e l’insicurezza, mi riesce persino di incazzarmi, non avevo previsto che il caso mi fottesse e svoltasse senza ritegno nella direzione delle mie vedute da vita sperimentale, enfatizzandole fino a privarle di quel po’ di nostalgia classicheggiante da ritorno che serbavo nel profondo. Ma soprattutto non avevo previsto che potesse svoltare investendo il mio sogno e l’aspettativa più elevata che potessi coltivare con la forza inderogabile di un’imposizione impartita addirittura a tutta la mia famiglia, ché, non fosse stato per la visita da parte di Madame Disoccupazione e Monsieur Come Cazzo Sbarchiamo il Lunario, mamma e papà sarebbero rimasti volentieri nel nido, e sorella avrebbe a buon diritto preferito rotte più libere ed indipendenti.

Ma bando ai piagnistei e benvenuti al Fight Club, miei amati Signori. Qui si combatte e, come vuole la settimana regola del Fight Club di Chuck Palahniuk, “i combattimenti durano per tutto il tempo necessario.”

Mood: in rapido recupero (a te, grazie, perché ci sei)
Reading: Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni
Listening to: Kings of Leon – Cold Desert
30 Seconds to Mars – This is War
Eating: ciò che avanza nel frigo e va consumato
Drinking: tanta, tanta acqua, ho abbondato col peperoncino



Casa. Trolley e/o valigia. Stradastradastrada. Aereoporto. Check-in, al bisogno. Imbarco. Aereo. Posto xx. Decollo. Atterraggio. Sbarco. Recupero bagagli, al bisogno. Stradastradastrada. Casa. Sempre trolley e/o valigia.
Negli ultimi anni lo spostamento è diventato una costante della mia vita, talvolta percorro lunghe distanze anche più di una volta nel giro di una settimana, tutto d’un fiato o a tratti. Mi guardo nelle porte a scorrimento di un’aereoporto o di una stazione e riconosco in me la giovane viaggiatrice che ho sempre sognato di essere, con la valigia fatta all’ultimo secondo, povera di vestiti e carica di emozioni tutte stropicciate.


Domani parto per Amsterdam, raggiungo papà e mamma e sorella. Disastri meteorologici permettendo e ritardi secolari.
Intanto galleggio nel disordine che sempre comporta il tentativo di costringere la mia vita dentro una valigia in una sintesi striminzita e costantemente imperfetta, prima di lasciare un posto per un altro.
Mucchietti di vestiti, quelli da portare, quelli da lasciare e gli ultimi panni stesi ad asciugare per tutta la casa, sui mobili e sui termosifoni. Pile di libri e pile di fogli, quelli da portare, quelli da lasciare e penne e matite sparse sul suolo e tra le lenzuola. Collane di musica e canzoni, quelle da portare, quelle da lasciare e macchine fotografiche e rullini e schede di memoria e via così.
Di fronte alla valigia, il mio è un disordine tanto concreto quanto emotivo, ha molto a che fare con l’intimità, con chi sono e chi non sono, chi sono stata e chi non voglio più essere:

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Mettere da parte quello
Cancellare quest’altro


Proprio per questo stavolta trovo particolarmente difficile fare la valigia. Niente a che vedere con le pelli di montone da farci entrare per affrontare l’inverno sui polder, chè tanto ho sviluppato una personale metodologia per far entrare in valigia il possibile e l’impossibile, all’occorrenza. Tutto a che vedere, invece, con l’ontologia.

Sì, è uno strano momento, lo avverto fisicamente, mi stringo i polsi, in vena mi scorre un’onda frequenza silenziosa, non dolorosa, non angosciante, ma sottile, penetrante.
Ho bisogno di far posare i pensieri.

A distanza di cinque anni, l’Olanda resta per me una meta emotivamente molto forte. Allora avevo sedici anni e la vita crepata da due. Per un mese, sono stata lontana da casa e da tutto quello che mi era familiare, ho vissuto in Olanda con mio zio, lavoricchiato in un suo piccolo alimentari con mia cugina, per lo più mi sono cercata disperatamente, dilaniata tra il desiderio di “fare strage di me” e quello di “restare in piedi e non avere paura”. Per questo sono stata lontana da casa e da tutto quello che mi era familiare e per questo sono andata in Olanda. Era la mia prima volta.
A distanza di cinque anni, ne ho percorsa di strada, tanta davvero e ho avuto coraggio, sono cresciuta. Non ho più tempo per vivere nel passato, piuttosto lo recupero per distendere le pieghe e perdonarmi finalmente, riconciliarmi con me stessa. Ho raggiunto la dose di stabilità sufficiente per presentarmi al faccia-a-faccia con la ragazzina che sono stata come la donna che sono oggi, dimostrarle che non abbiamo più nulla a che vedere l’una con l’altra ed allo stesso tempo tutto a che vedere. Sorriderle ed abbracciarla, e sollevarla, respirarle dentro aria pulita, rassicurarla, dirle di non passare la vita a morire dentro perché sa ridere forte da spaccare i cristalli, che arriverà il bello ed ancora il brutto, ma lei potrà essere debole, piangere e avere paura, essere umana perché anche in questo c’è coraggio e sarà più facile star bene. Ringraziarla per la donna che sono oggi. Non più un rewind, ma un flash forward.

Sì, è uno strano momento, lo avverto fisicamente, mi stringo i polsi, in vena mi scorre un’onda frequenza silenziosa, non dolorosa, non angosciante, ma sottile, penetrante.
In verità, è solo un po’ di tensione. E’ sufficiente non ingigantirla perché torni il sereno.

E’ ora di fare questa valigia e chiuderla.
La mia famiglia è già lì, mi sta aspettando. Io sola manco. Ed in verità, non vedo l’ora di stringere tutti in un abbraccio collettivo.

Bari-Milano-Den Haag

ottobre 7, 2010

Mood: metereopatico
Reading: siti informativi vari
Listening to: il ronzio delle stampanti in aula computer
Playing: con Pauline
Drinking: cappuccino



Da una settimana

mia mamma ha il cuore diviso ormai in tre, è una questione logistica, così dice lei.
Io vivo a Milano.
Lei e mia sorella vivono a Bari.
Mio papà vive vicino Den Haag, Olanda, ci sono suo fratello, cognata e nipoti lì, i miei zii e i miei cugini insomma. Non è uno sfizio quello del mio papà, né la crisi da mezza età, piuttosto una corsia obbligata, chiamasi lavoro.
Mio papà ha cinquantun’anni suonati e alla sua età, ci vuole coraggio e tanto Amore per rimettere in gioco tutta una vita. Se hai sempre vissuto nel posto in cui sei nato, le radici sono ben annodate alla terra. Lì ci sono la famiglia, la casa, un par d’amici, le abitudini. Alla sua età si dovrebbe essere un passo in qua dal godersi la vecchiezza, quella del Cicerone. Ma in quel lì non c’è più un lavoro e senza un lavoro non si campa, neanche il pane sulla tavola si può mettere. Nel Bel Paese ormai si campa di disoccupazione, che gioco di parole del cazzo. E i Belpaesini sono storicamente emigranti, buon sangue non mente, sangue un corno, si tratta di contingenze. Ma raccontiamoci quel che vogliamo e crediamoci pure, ché ci fa tanto bene, davvero tanto.
Intanto per noi resta la difficoltà di tener sotto controllo il meteo in luoghi così distanti, differenti tra loro. Ciascuno ha il suo cuore diviso in tre.
Bari-Milano-Den Haag.

A Natale

per il mio ritorno alla famiglia, non ci sarà la Puglia, ma l’Olanda.
E quando anche mia mamma chiuderà la sua valigia con lo spago, forse anche mia sorella, qualsiasi altro mio rientro non significherà più il mare, in Puglia, ma i fiumi, a Dordrecht, e più in là l’Oceano. A Dordrecht c’è quella che sarà la nostra nuova casa ed il wine bar di prossima apertura di mio zio, l’unico della zona. Il mio papà ha detto che è un paese di piccole dimensioni, ma molto caratteristico, in cui il tempo sembra essersi fermato. Ha detto che tante strade sono chiuse al traffico automobilistico, per lui questo è importante, piace correre al mio papà.
Ho fatto una ricerca. Ho letto che Dordrecht con il suo retroterra è l’Olanda in formato tascabile, l’ombelico della Nazione e lo snodo per tutto il resto d’Europa. Dordrecht si trova su di un’isola, all’incrocio tra la Mosa Vecchia, la Mercede inferiore, la Nuova Merwede, l’Hollands Diep e il Dordtsche Kil, mentre il Wantij attraversa le terre nord e l’Oceano rumoreggia ad Ovest. “L’incrocio fluviale più trafficato d’Europa”. I turisti, tanti, ci arrivano con i battelli, così mi ha raccontato il mio papà. Ne va e ne viene di gente a Dordrecht. Se ne porta dietro di storie. E basta seguire i fiumi, per incontrare le vie del nord, del sud, dell’est e dell’ovest. Penso sia bello.
Comprerò una bicicletta. E avrò la mia famiglia tutta quanta insieme.



Cinque anni fa

cercai accoglienza in Olanda per un mese e poco più. Partii con una valigia scombinata, volevo provare a trovarvi un ordine, lontano da tutto ciò che era quotidianità, rabbia, amaro, amore. Leggevo Resterò in piedi e non avrò paura, all’epoca, e cercavo di tradurlo in un imperativo di vita.
Tornando, non avevo ottenuto una valigia ordinata, ma sapevo che l’Olanda, per una serie di ragioni, non sarebbe stato il Paese in cui avrei scelto di vivere la vita.
Continuo a crederlo.
Vorrei poter continuare a scegliere.
Anche se solo di cambiare quel che credo.
Non voglio una corsia obbligata nella mia vita. Credo nessuno la voglia.

Da mesi, a giorni alterni

il mio papà mi raccomanda di star tranquilla, si sistema tutto, mi vuole bene.
Me lo ricorda anche la mia mamma.
Dura, tutt’un pezzo, m’impongo di esserlo. Fuori, per me e per gli altri. Dentro, è tutta un’altra storia. Loro lo sanno. Perciò mi tranquillizzano di continuo.
E io di loro mi fido. Ciecamente.

Perciò cambio prospettiva, mi educo alla tranquillità.
A Natale, andiamo a conoscere l’inverno e il desiderio del calore in un brodo bollente o una cioccolata calda, dopo aver visto la neve cadere, pattinando sul ghiaccio. Vorrei regalarci un cappottino rosso per l’occasione, con il cappuccio largo, mi sembra fiabesca l’immagine.
Torniamo ad Amsterdam, è bellissima Amsterdam, non ci sono solo puttane e coffee shops, c’è arte, movimento, colore ed il museo del sesso con una fila chilometrica di maschi per i cessi, divertente da matti.
Andiamo a Berlino a vedere la ferita che spacca la terra e l’aria, è vicina Berlino, a un tiro di schioppo, dicono lasci il segno, come tutto quel ch’è segnato.
Soprattutto torniamo a sognare. Lo meritiamo anche noi.

Vi amo.