Mood: contento
Reading: un’email dopo l’altra tra quelle per natura in arretrato nella mia casella di posta
Listening to: Anoushka Shankar (ft. Norah Jones) – Traces Of You
Watching: l’autunno alla finestra
Eating: toast
Drinking: frullato di banana




dorotea_pace

Italy, Otranto, Punta dell’Orci, 09 August 2014.
Me, in a picture taken by my dear friend Francesco during a trip to the South End of Italy.

Il 26 giugno scorso, all’imbarco C16 di Schipol già si parlava di mare, di pranzi e di santi Nicola, e per quel che mi riguarda nemmeno mi sentivo pronta a volare. Premesso uno scarso interesse di base per il polpo arricciato, mi domandavo se sarei mai ritornata in Olanda e questo perché mi era chiaro che volevo restare, ma in che modo e a fare cosa senza più un lavoro e senza grandi visioni?, domande del genere figuravano nella mia testa al pari di concetti quali il mistero della fede. Tutto quel che sapevo indugiava nella zona ristretta in un angolo della coscienza illuminato da una spia rossa a intermittenza soltanto: così come ho vissuto fin’ora non fa al caso mio perché non mi soddisfa, ma cosa fa al caso mio e cosa mi soddisfa? Che ci fosse una certa esigenza di ritirarmi a riflettere, era diventato quantomeno evidente e quell’imminente partenza contribuiva a ansimarmi negli occhi una certa impellenza.

Ho trascorso in Italia due mesi di grande precarietà emotiva e territoriale su più piccola scala, ma sempre tenacemente attaccata alla molla principale del mio confino: guardarmi dentro alla ricerca di un qualche sogno sfolgorante rimasto insabbiato nel grigiore confuso di mille visioni iperboliche in totale decadenza prima ancora di iniziare a delineare i famigerati traguardi.
Nonostante quel che potrebbe sembrare, la mia non è mai stata una ricerca rigida, né tanto meno ristretta al suo stesso fine. Per lo più mi sono data l’opportunità di vivere dando spazio a quel di cui sentivo il bisogno, ‘ché io mi chiarifico le idee sperimentando la vita per poi restare a guardare lì da dove mi trovo che effetto fa come con la massa del pane lasciata a lievitare nel forno. Anche se può sembrare difficile da credere, in due mesi, per combinazione, sono andate a succede tantissime cose belle. Se non fosse della mia vita che sto scrivendo, neanch’io crederei che l’Universo intero possa essersi messo a ruotare attorno a me per rendermi un giorno possibile e felice. Ma pare lo faccia, quando attirato dalla più dolce delle disposizioni.

Ho trattenuto il benessere, scandagliandone il fondo per scarnificarlo dalle paure di troppo, ho disgiunto la sfiducia dall’entusiasmo e a un certo punto ho capito di non essere più agitata, ma serena, ho guardato meglio, non si sa mai: ero proprio serena. E ho iniziato a vederci chiaro. Meglio del benessere c’è soltanto il benessere accompagnato dalla serenità perché la serenità ci dispone ad accogliere il benessere e a trattenerlo, a dedicargli tutto il tempo che serve, a maggior ragione quando ne siamo spaventati perché non si riflette nei valori comunemente accettati dalle persone attorno a noi. Con lo zaino gonfio delle mie nuove consapevolezze infangate di determinazione, sono rientrata in Olanda la notte del 28 agosto.

Mi chiedo se la vita non vale la fatica di costruirsi il proprio benessere. Voglio dire, non è stato uno scherzo il giorno in cui mi sono licenziata dall’azienda in cui lavoravo a contratto indeterminabile e sono rimasta disoccupata e con un pugno di spicci, ma con tanta voglia di costruirmi un futuro migliore, non è stato uno scherzo nemmeno il giorno in cui mi sono ritrovata all’improvviso con un amore strano accoccolato tra le braccia. Ma diversamente perché di preciso varrebbe la pena vivere?

Ecco, devo scrivere una cosa, l’ultima per adesso. Tutto questo vagheggiare ha un significato preciso ed è questo: nel corso degli ultimi due mesi, si è fatta calma piatta in questo spazio, ma tendendo l’orecchio nel silenzio dovreste riuscire a sentirlo respirare nudo e crudo, beato e soddisfatto delle storie che in realtà lo ricolmano intimamente già da molte settimane. Presto arriveranno le parole e le immagini a ricoprirlo e allora molto di quello che ho scritto in poche righe disorganiche diventerà chiaro. Ho idea di tornare a condividere quello che è mi successo, un affare di fondamentale importanza qui dentro.

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Mood: plumbeo
Watching: Jayne Mansfield’s Car di Billy Bob Thornton
Eating: muffin
Drinking: tea



Ho paura di perdere l’entusiasmo,
di arenarmi in uno spazio neutro, vuoto, ininteressante

– senza più esplorare nè desiderare, del tutto impreparata a meravigliarmi,
in poche parole, inabile alla felicità dentro me.


[Parigi, aereoporto Charles de Gaull. 11 aprile 2013.
A matita su uno scontrino – 2 espresso, 1 bombolone, 7.30 euro – che da giorni continuava a spuntare tra le pagine del taccuino con la copertina rigida verde e in ogni pensiero.
Poi oggi sono anche incappata in certe “reliquie di lavori che vengono conservati come tesori di cani sotto la terra del prato” di Sara Ricciardi, voglio dire i fili rossi.]

Hotel Leonardo Royal

luglio 25, 2013

Mood: in rivolta
Reading: di orari di partenza e di orari di arrivo
Listening to: Jimmy Cliff – I can see clearly now
Watching: la farfalla notturna che zampetta su e giù lungo il monitor
Eating: il pane che qualcuno sta cuocendo e che il vento ha sgraffignato
Drinking: acqua



Tra l’una e le due di una già domenica a Düsseldorf, pochi passi in là dalla vacuità e dai corpi che sbattono al Nachtresidenz e più avanti in Bolkerstraße, una donna tra i venti e i trent’anni, schiacciata contro una colonna d’ingresso dell’Hotel Leonardo Royal – Graf-Adolf-Platz numero 8 e10 – si adombra dietro i suoi disagi la cui origine rileva senza tergiversare nell’uomo che le sta di fronte.
Si dedurrà dal fatto inconsueto che quest’uomo e questa donna smezzano un pacco di patatine di mais con indifferenza di fronte a un hotel di un certo lusso – lounge in moquette a motivi geometrici color vinaccio e beige, dotata di portiere in livrea e piano bar dai profili dorati il tutto avvolto in un’atmosfera soffusa e luccicante emessa da abat-jour e luci a cascata –, completamente incuranti della porta a vetri automatica che continua a aprirsi e chiudersi a causa dalla loro eccessiva vicinanza, si dedurrà da questo la natura giocosa del loro rapporto, spensierata azzarderei se non andasse in contrasto con l’intimo assetto della donna in questo momento,

E se restassi qui stanotte? Mi intristisce particolarmente sapere che stai andando via.
Perché solo poche ore fa passeggiavamo attorno alla sponda sinistra del Reno e nella piena di gente sull’Oberkassel Brücke, a quarantasette metri e mezzo di altezza dove il vento è più forte, ma non abbastanza da coprire lo sferragliare del Größte Kirmes am Rhein, noi ci siamo fermati in silenzio a vedere il sole spegnersi dietro la linea dell’orizzonte e tingerla di un arancio così intenso che per qualche secondo di seguito avremmo visto il mondo in blu e tu ti sei stupito che nessun altro lo facesse come noi, a me sorrideva proprio lo stomaco.
Insomma, se restassi? Te lo chiedo perché ci sono tante cose che succedono quando ti guardo e quando ti ascolto e non tutte le capisco. Allora desidero sapere se secondo te esiste – nel caso – una possibilità per noi di riempire tempi più lunghi di un incontro fuggevole, intendo dire più lungo, non per forza per sempre perché in tanti – immagino – dicono «Per sempre» e poco dopo non si riconoscono più, io non sono così.
Dopotutto c’è questo fatto che da mesi ci ritroviamo con naturalezza a qualche capo improbabile del mondo, in circostanze di volta in volta diverse e di sorpresa e, questa è la cosa più straordinaria, sempre mi emoziono in quel modo lì che rende distanti e superflui molti altri aspetti del mondo. Come oggi quando ti ho lasciato un messaggio e tu sei arrivato, il portiere ti ha detto in quale camera mi avresti trovata – 306 – e tu mi sei venuto incontro con una scatola di te e dissimulando a fatica un certo imbarazzo per il luogo inusuale finché non mi hai vista a piedi nudi. Non hai tardato a dirmi che sei davvero curioso di sapere dove ci incontreremo a questo punto la prossima volta,
ma se restassi?

E proprio qua, si fanno avanti le traveggole: ovvero il sospetto che la sola domanda possa fare male a entrambi, riaccendere la malinconia che dietro allo sfoggio dei sorrisi poggia appena sopra una polveriera, nello specifico una somma di piccole immagini e gradi sensazioni di retaggio dalle rispettive storie d’amore del passato, intendo amori di quelli massicci tanto massicci da sembrare unici e inamovibili anche – e a maggior ragione – quando restano spogli del loro quotidiano, a meno di non considerare il richiamo incessante alla memoria che avviene attraverso le più piccole cose di ogni ora e le riempie, per meglio dire amori di quelli in cui – ne sono consapevoli entrambi, vivendoli – si resta in una qualche forma nel più ostinato dei modi come al limite di un vizio insostituibile, sicché la sola domanda – ma se restassi? – sarebbe come insinuarsi senza garbo, né discrezione in uno status quo e profanarlo, questa è l’ipotesi sconcertante e insopportabile. Meglio seppellirle domande così,
come si fa a restare essendo ancora appesantiti lungo il fianco di un altro amore insoluto?
Non che in linea etica non si possa, questa donna lo sa, ma a meno di non avere due vite da passare la prima con l’uno e la seconda con l’altro, servono scioltezza e stabilità interiore per amare in modo schietto e genuino – incredibilmente profondo – un essere umano avendone già in animo un altro con tutta la geografia enucleata. Perché qui non si tratta di essere una misura in più o in meno di qualcun altro del passato, né si tratta di trovarsi a un livello di amore più o meno elevato, piuttosto di essere qualcun altro e nel cuore di un altro sentimento, motivo per cui potrebbero esserci due amori grandi uguale, ma in modo diverso. Se esistessero termini di paragone oggettivi, sarebbe più semplice ponderare gli amori, ma di fatto si tratta soltanto di moti, coincidenze e impressioni in evoluzione e dacché sulla Terra viviamo in sette miliardi, si vorrà mica che davvero esista una sola combinazione esclusiva tra due esseri umani?
La vita continua e il tempo passa, ogni giorno ci svegliamo e siamo un po’ più agili, un po’ meno appesantiti. Scegliamo di andare via o scegliamo di restare per condividere un pezzo di storia in più con qualcun altro. Troviamo il modo di sorridere.
E a ragion veduta da dove ci troviamo cosa c’è di così malvagio nel modo in cui facciamo parte l’uno dell’altra, se sempre alla fine di un incontro ci accorgiamo di aver trascorso una bella giornata e ci sorridiamo?

Adesso, a voler essere proprio audace così come sembra nelle sue vesti di narratrice – i più svegli avranno colto la coincidenza –, questa donna potrebbe confessare il suo stato d’animo all’uomo che le sta di fronte facendo verso di lui tutti i passi necessari a portarsi alla distanza di un fiato per poi irrigidirsi lì con lo sguardo recalcitrante a battere i piedi sul posto, incapace di andare tanto avanti quanto indietro, fino a crollare per lo sforzo, ammesso che lui non l’abbracci per primo.
Invece declama «Il mio problema è che il più delle volte credo di amare il mio sentimento d’amore per Qualcuno molto più di Qualcuno» che è una cosa che ha serbato per così tanto tempo nel cuore da non riuscire più a distinguere se si tratta di una verità o di una bugia reiterata al punto da diventare una verità, ma che comunque sia si rivela inadeguata all’illimitatezza dei suoi desideri più teneri del momento, il cuore stesso svuotato le casca nello stomaco.
Lui intuisce la distonia e gli balena in tutt’e due gli occhi lo sconcerto e poi al di fuori delle palpebre, tra le mani di colei che l’ha concepito e lei, ritrovandoselo così innocente e palpitante sotto lo sguardo, stringe i pugni e li nasconde dietro la schiena, mi domando se non possiamo per caso fare finta che siamo rimasti in silenzio a smangiucchiare patatine di mais con indifferenza di fronte a un hotel di un certo lusso.
Ma entrambi si sono persino accorti che la porta a vetri automatica continuava a aprirsi e chiudersi a causa dalla loro eccessiva vicinanza e si sono spostati per permetterle di bloccarsi. Ci si potrebbe aspettare che lui su due piedi la saluti con gentilezza malgrado lei gli abbia insterilito un battito e percorra i centocinquanta metri fino alla stazione centrale di Düsseldorf con la scusa che si è fatto tardi, che lei cammini i suoi passi indietro nella hall dell’Hotel Leonardo Royal – che il portiere le auguri la buonanotte –, indietro per i corridoi foderati di moquette a motivi geometrici color vinaccio e beige, indietro nella stanza 306, indietro nel letto e punti lo sguardo perpendicolare al soffitto, la distanza tra te e me quando l’avvertirai sappi che sono io.

Lui invece resta sulla porta d’ingresso. Certo non si fa gabbare dai pugni stretti dietro una schiena attorno al suo disorientamento. Ma sorride alla donna che l’ha provocato, senza ipocrisie, le allunga di nuovo il pacco di patatine di mais, invitandola a lasciare la presa delle mani e a rimettere il cuore tra le costole. Ci sono esseri umani così, che rivoltano la tristezza perché semplicemente sanno che qualche volta capita di essere più prossimi alla tristezza che alla felicità, ma non per questo si è inabili alla felicità e alla serenità. Dice «Io credo che quando mi innamorerò il corpo lo riconoscerà. Me lo diranno i muscoli, le ossa, ogni movimento. Secondo me anche tu. Voglio dire, non c’è bisogno tu ti convinca di alcunché.» e il ventre di lei sboccia con molte varietà di sentimenti che tremolano come sotto la carezza di mille gocce di rugiada e più di una foresta intera consumano anidride carbonica e producono ossigeno.

Molte e tali cose meravigliose si potrebbero scrivere in merito a questa circostanza, volendo vagare tra le sue proiezioni nello spazio e nel tempo. Ma ad allontanarsi dai frangenti, affannandosi sconsideratamente dietro ai concetti e alle esasperazioni sentimentali, si esce spesso dalla felicità, se non altro la si scoraggia e questa donna così attratta dai contrasti e dalle disfunzioni emozionali potrebbe allontanarsi e allontanarsi e allontanarsi fino a perdere l’orientamento in capo a un secondo, è evidente. Imprevedibile era, invece, che l’uomo sul quale si era capovolta la trattenesse con uno sguardo così tanto limpido. Limpido è quando trovandocisi a fronteggiare un grande guazzabuglio esistenziale di quelli che è risaputo possono succedere ogni giorno, si risolve in prima analisi di non restare indifferenti e immediatamente dopo di non ridurne la misura né di ingigantirla d’un colpo, tentando di trovare un capo per mezzo del quale, facendo scivolare il groviglio, scioglierlo secondo il naturale accadere e divenire delle cose. Leggendo tra le parole, limpido è questione di non spezzare un respiro, riassettando tutti i nodi alla gola nell’esatto momento in cui ci si sente vivere,

adesso, proprio adesso, tra l’una e le due di una già domenica a Düsseldorf, pochi passi in là dalla vacuità e dai corpi che sbattono al Nachtresidenz e più avanti in Bolkerstraße, di fronte all’Hotel Leonardo Royal, una donna e un uomo tra i venti e i trent’anni. Si abbracciano. Nel mezzo c’è un pacchetto di patatine di mais. Il portiere in livrea sbircia. Qualche taxi passa a velocità sostenuta con l’insegna luminosa in cima come un lampo. L’olezzo delle ultime friggitorie internazionali si spande per l’aria. E una donna e un uomo si abbracciano.

Non è un fermo immagine, tuttalpiù una sequenza lunga cinematografica.

Il video, ecc

aprile 1, 2013

Mood: esaltato
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Woodkid, The Golgen Age
Watching: Django Unchained di Quentin Tarantino
Eating: taralli
Drinking: te



Mettiamola così, in completa onestà [‘ché un po’ ne ho bisogno]:
se non fossero coinvolte tutte le persone meravigliose che, invece, sono coinvolte
se non fosse diventato come, invece, è diventato il videoclip ufficiale di un brano incantevole di un’autrice che stimo parecchio, Dreamer di Miriam Neg,
se non fosse che di tutto questo sono orgogliosa,
probabilmente il progetto video col quale mi sono laureata non sarebbe mai stato reso pubblico.

Questa è quasi certamente la peggior cosa che potrei mai dire, ma tant’è.
Il fatto è che, in ogni secondo di questo video, io mi rivedo, cause che l’hanno concepito come sintesi del mio trascorso umano più recente e poi causa esso stesso della nuova crisi professional-identitaria del mio presente, capro espiatorio in verità di processi e dinamiche più ampie che non starò qui a enumerare,
ormai cancrenizzate,
ormai individuate,
ormai da affrontare.

«Hai imparato tanto da questa esperienza, no?» mi chiedeva spesso il mio relatore durante i nostri incontri. Lui parlava della mia capacità di scrivere un’immagine con la luce, dei miei progressi come direttrice di fotografia che erano l’intento primigenio della mia tesi [per lui], quello che poi, per certi versi, è scivolato sul fondo.
Neanche può immaginare quanto e cosa, avrei voluto dirgli, ma meglio di no, mi limitavo a sgranare gli occhi e alzare le sopracciglia, annuendo, come faccio sempre quando voglio dire «Aivoglia!»
Un pomeriggio, verso la fine, mi è sfuggito «Mi ha devastata.»
E allora è stato lui a annuire.

Ho [in]seguito questo progetto e le sue evoluzioni per quattro mesi dacché l’ho scritto. In tutto quello che è riuscito, in tutto quello che è andato storto, mi sono aggrappata all’idea di farcela e spesso, invece, avrei voluto mollare. L’ho amato, l’ho odiato e lungo i suoi quattro minuti si potrebbe ben riconoscere dove l’ho amato e dove l’ho odiato. Si è preso tutta la mia esaltazione e la mia fatica emozionale, spingendomi sempre al limitare senza darmi fiato,
quando rovistava nei paesaggi della mia immaginazione,
quando mi portava nelle baracche di periferia di Milano a cercare oggetti improbabili e nelle case e nelle vite di persone fuori dall’ordinario,
e infine quando la mattina mi svegliava di soprassalto, senza grazia e io avrei voluto soltanto debellarlo.

“Ogni autore ha un rapporto diverso con il proprio lavoro. Per me è essenziale avvertire il cambiamento evolutivo e la metamorfosi dei processi di illuminazione in atto nella mia intimità, allenare lo sguardo che osserva l’esterno dall’interno e l’interno dalla sua esteriorizzazione. Dopotutto io racconto perché ho urgenza di condividere qualcosa” ho scritto nell’Introduzione della mia tesi, «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo.

Stavolta, però, avrei voluto tenere il mio lavoro per me. Egoisticamente, alla fine, è un po’ normale,
intimo com’è a modo suo
che volessi tenerlo per me, un po’ mi vergogno, abbiate pazienza, voi ci stareste nudi in una piazza di vestiti senza pensarci su un paio di volte?

Ecco, mi è servito un po’ di tempo,
fin quando almeno non ho realizzato quanto questo lavoro fosse diventato per me un’ossessione.
Anche dopo averlo concluso,
anche dopo la prima e le successive proiezione e i primi e i successivi entusiasmi,
questo lavoro ha continuato a ossessionarmi.

E allora, vai,
vattene!
Vai, a farti un giro, un bagno di folla in mezzo alle mille altre cose che circolano nell’etere!
Vai che magari inizio a prenderti meno sul serio, a sorriderti di più – lo meriti anche –,

se diventi un po’ più di tutti e un po’ meno mio.

Ecc[…]

***

A questo punto, animata dai furori eroici del caso, prima che fosse un paio di giorni fa, avevo scritto “Eccovelo!”,
‘ché il mio ultimo video stava per esserci davvero.
Quand’ecco, invece, 17 frames di problemi tecnici da risolvere, sorrisino isterico.

Cancello allora quello che avevo scritto e, con il supplemento di un sentore di condanna per determinismo universale, rimando di qualche giorno.

Ma adesso sono serena, sai?, non mi spaventi più e ti sorrido. Quando la prossima volta scriverò “Eccovelo”, lo farò senza più scagliarti lontano. Lo avverti, vero, che sono tornata a ricomporti senz’ansia?

A-(f)fondo

ottobre 24, 2012

Mood: distratto
Reading: Pastoureau Michel and Simonnet Dominique, Il piccolo libro dei colori
Listening to: Electric Guest – Waves
Watching: Laura Guilda’s collection for MUUSEx VOGUE TALENTS Young Vision Award 2012 [let’s everybody vote, c’mon!]
Eating: senza freno
Drinking: caffè



Da bambina ero ossessionata dal timore di poter smettere di respirare da un momento all’altro per sbadataggine.
Mi tornava in mente, sempre all’improvviso in mezzo a un altro pensiero particolarmente immersivo, che prima di quel particolare momento epifanico io avevo considerato la sequenza inspirare, espirare ovvia, per il solo fatto di essere fisiologica, al punto da averla ignorata, dimenticata. Allora mi prendeva l’angoscia e iniziavo a spingere aria in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto,
a-(f)fondo,
fino a tranquillizzarmi.
Oggi credo che a ossessionarmi di più fosse l’idea di non ascoltarmi respirare.
Di non dare al respiro il giusto peso nella vita.

Ho domato tutti questi pensieri col passare degli anni, avendo cura di soffermarmi ogni giorno a esaminare il mio respiro, peso ritmo e densità. Salvo poi sviluppare la claustrofobia che in realtà è un disagio a cui do impropriamente questo nome: io, infatti, non è tanto l’assenza di spazio a stritolarmi, quanto quella di un flusso d’aria nello spazio da sentir passare a fior di pelle, sicché a me anche il contatto eccessivo dei tessuti può causare claustrofobia.

Poi qualche giorno fa, sono ripiombata all’improvviso nell’infanzia delle mie paure acuita dalla coscienza della loro maturità.
Andavo scalpicciando per Gorinchem, lungo la lieve china che, oltre il mulino De Hoop si affaccia sul canale dove stanno ormeggiati i barconi con i vasi verdeggianti sul pontile e i panni chiari stesi al vento da poppa a prua. Salivo, misurando l’angolo di pendenza del suolo e la consistenza della terra sotto la pianta dei piedi. Un passo dopo l’altro. E per ognuno, il fiato si accorciava, io mi appesantivo sempre un po’ di più.
Prima ancora di poggiare l’ultimo in cima, ho avvertito i polmoni gonfiarsi e irrigidirsi, uno scatto a freddo. C’era la luce spigolosa e l’aria aveva le lame, ho avuto paura che mi si spezzassero (tac) e mi sono ripiegata sullo stomaco, infine allora mi sto fermando (tic…
t-a…c)

Invece dal profondo è evaso un rantolo che ha fatto il rumore come di un tappo in sughero sbuffato senza preavviso dal collo di una bottiglia a causa della pressione. Aveva la maniera di un pianto e di un riso violenti con le ragioni da consumare su due piedi nell’intermezzo da capogiro tra un secondo e un altro,
poi basta. Mi ha lasciata lì, sfinita, con la sensazione di dover riprendere fiato e tanta aria.
Ho chiuso gli occhi e, come quando ero bambina, ho iniziato a spingere aria in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto, in petto e fuori dal petto,
a-(f)fondo,
fino a tranquillizzarmi.
Sono rimasta ancora a lungo ad ascoltarla con un piacere estremamente infantile mentre entrava e usciva, sbatacchiando tra la pelle e le ossa.

Io però non è vero che l’ho capito solo in quel momento. Sapevo già da tempo di avere i polmoni ostruiti e di far fatica a respirare – cause a parte –.
Mi dicevo, soltanto finché non avrai raccolto le energie per espettorare tutto.

Ecco, adesso posso tornare a trarre forza dall’aria.
[De Hoop si traduce con “La Speranza”]

Couches on the Road // I

aprile 3, 2012

Mood: malinconico andante
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: Antonella Ruggiero – Inafferrabile (“Sono nata col cuore di scimmia / e non so se lo sai / vivo sopra gli alberi”)
Watching: la pila di libri ai piedi del letto che reclama di essere sfogliata, garantisce ispirazione che non trovo
Playing: per superare una crisi artistica molto drammatica che ha il tempismo perfetto di chi si presenta quando è più inopportuna, tipo quando dovrei progettare la mia tesi, ma questo è un capitolo a parte della mia storia contemporanea
Eating: spaghetti al sugo
Drinking: caffè




I. è un ragazzo di ventitrè anni con la testa spaccata tra il Medio Oriente e l’Occidente, rientra non del tutto nell’uno e non del tutto nell’altro. È nato in Turchia, ha studiato nelle scuole musulmane del suo paese poi genetica nell’università di Istanbul poi ancora medicina all’università di Barcellona dove è arrivato due mesi fa, crede che il progresso scientifico e tecnologico renda l’uomo molto più potente della natura, crede anche che Allah abbia creato il primo uomo e la natura. Beve alcool in compagnia fuma frequenta le feste scatenate guarda senza peccato le mie braccia scoperte di donna, pensa a suo padre solo con la sua famiglia e il suo negozio e non capisce come possa essere felice privandosene per una vita intera perché così la sua cultura gli impone, non vuole tornare a vivere in Turchia, eppure più viaggia attorno al mondo più incontra gli occidentali dallo sguardo triste e pensa a suo padre che è felice senza alcool fumo feste scatenate braccia scoperte di donne solo con la sua famiglia e il suo negozio e non capisce come cosa fare, sicuramente un giorno si sposerà pensa che gli uomini non possano star bene se soli anche se con un buon lavoro e una bella casa, ama una donna americana è difficile che la sua famiglia la accetti gli permetta di sposarla appartiene a una cultura troppo diversa sorgerebbero zizzannie non è bene, ma lui proprio non vuole tornare a vivere in Turchia e questo rende tutto un po’ più semplice, anche il servizio militare che nel suo Paese è obbligatorio per i maschi sani soprattutto è un onore un disonore per chi non può assolverlo, suo zio ha perso cinquanta chili pur di essere ammesso al servizio di leva, a lui poco importa vuole continuare a studiare ottenere la cittadinanza altrove cosicché il suo dovere militare da tre anni si riduca a un mese, gli ho detto che i guai iniziano quando ci si accorge che nella vita ci sono molte più possibilità di una e ho sorriso, ma lui era troppo turbato, naturale, ormai è nei guai.

‹‹I’m not acceptable for Turkish people, do you know?››, mi ha detto I. Mi sono accartocciata sullo stomaco.

I. è stato il primo – di altri – viaggiatore sconosciuto verso il quale ho spalancato le braccia con un sentimento di fiducia prima ancora che di paura perché so che è facile nutrirne quando si sguazza nell’ignoranza di chi si ha di fronte e della sua cultura. Nel corso dei due giorni e mezzo insieme, I. mi ha raccontato mille e una storia sulla politica sulla religione sulla vita di tutti i giorni sulla condizione della donna sulla condizione dell’uomo sulla sessualità sul matrimonio sul lavoro nella terra in cui è nato io gli ho raccontato (sicuramente meno di) mille e una storia sulla politica sulla religione sulla vita di tutti i giorni sulla condizione della donna sulla condizione dell’uomo sulla sessualità sul matrimonio sul lavoro nella terra in cui sono nata. Prima di conoscere I. sapevo che gli esseri umani di tutto il mondo assumono forma e spessore succhiando linfa dall’habitat culturale dentro il quale fanno presa, ma lo sapevo come un enunciato che sta nell’aria un enunciato che bisogna sapere un po’ da buon intellettuale. Ritrovarmelo sotto il naso, tra le mani così fisico denso concreto mi ha emozionata sconvolta esaltata scossa tutta quanta io che non so provare un solo sentimento per volta e poi finisce che mi sento ubriaca come innamorota, iniziano così tutte le mie storie d’amore con l’umanità nomade.
Del resto, il giorno in cui ho iniziato ad aprire la porta di casa ai viaggiatori sconosciuti ai vagabondi della strada per offrire loro un divano un letto un pavimento un piatto di pasta una chiacchierata, tutto quello che volevo era il rovesciarsi del mondo nella mia vita di tutti i giorni. Fare del mio nido il mondo del mondo il mio nido e del mio un nido per il mondo. Questa è un’esigenza per chi come me fa del viaggio una questione ontologica.


Piccolo inciso a proposito dell’idea di fotografare i divani nel quale hanno dormito i viaggiatori sconosciuti che Yanna e io ospitiamo a PaRecchia al Tre. Non è niente di nuovo. Nel 1979, Sophie Calle ha realizzato Les Dormeurs [altre fotografie non troppe si trovano in Google immagini], invitando a dormire per otto ore consecutive nel suo letto ventinove persone conosciute e sconosciute nel corso di una settimana e scattando loro una foto ogni ora nel sonno.
Il mio è un approccio molto maldestro perché, ho scoperto, crea imbarazzo fotografare il letto in cui qualcuno ha dormito è come frugare nella sua intimità assomiglia a un furto. C’è da dire che non intendo smettere di farlo. Ciò che voglio è proprio questo racconto di vita intima attraverso gli oggetti e le mappe del corpo e dei suoi movimenti nelle lenzuola. Non chiedo scusa, al prossimo però chiedo il permesso.

Mood: dis-equilibrato
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: taaaaaanti discorsi in inglese il che fa molto bene
Playing: a scrollarmi di dosso gli imbarazzi linguistici
Watching: itinerari attraverso la Norvegia
Eating: un tipico piatto turco, per l’occasione senza carne, in altri termini le meraviglie del couch surfing
Drinking: tanta acqua





Adesso che ci sono io,
cosa c’è al di là?


‹‹Voglio dire,
nella realtà



(…)
com’è che ci si innamora?››