Mood: plumbeo
Watching: Jayne Mansfield’s Car di Billy Bob Thornton
Eating: muffin
Drinking: tea



Ho paura di perdere l’entusiasmo,
di arenarmi in uno spazio neutro, vuoto, ininteressante

– senza più esplorare nè desiderare, del tutto impreparata a meravigliarmi,
in poche parole, inabile alla felicità dentro me.


[Parigi, aereoporto Charles de Gaull. 11 aprile 2013.
A matita su uno scontrino – 2 espresso, 1 bombolone, 7.30 euro – che da giorni continuava a spuntare tra le pagine del taccuino con la copertina rigida verde e in ogni pensiero.
Poi oggi sono anche incappata in certe “reliquie di lavori che vengono conservati come tesori di cani sotto la terra del prato” di Sara Ricciardi, voglio dire i fili rossi.]
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A matita

maggio 9, 2013

Mood: impaziente
Listening: il condominio che dorme
Watching: La febbre del sabato sera di John Badham
Eating: sgraffignando qua e là nel frigo
Drinking: acqua



In onestà, – a differenza di quello che può sembrare – annoto e scrivo alquanto in questi giorni, in ogni momento del giorno. Ma solo su un taccuino con la copertina rigida verde che porto sempre con me. O sugli scontrini, sui retro dei biglietti del treno, sugli involucri dei filtri da te, dappertutto quando non trovo nel giro di pochi secondi il taccuino con la copertina rigida verde che porto sempre con me. Di fatto scrivere a mano per me è un piacere, nel senso che inanellare con accuratezza una lettera all’altra proprio mi riempie di gioia e oltretutto è come fare l’elettrocardiogramma ai pensieri ‘ché io annoto e scrivo essenzialmente quel che sopra ogni altra cosa mi pressa [in questi giorni per lo più traiettorie da un punto a un altro e elenchi].

Dacché annoto e scrivo alquanto a mano in questi giorni, porto sempre con me anche un ciuffo di matite con la punta ben affilata avvolta in carta straccia per non sporcare tutt’intorno.
Le cose che reputo importanti soprattutto, io le annoto e le scrivo da sempre a matita, potendo, firmerei anche i documenti ufficiali a matita,
come se un giorno dovessi cancellare tutto.
Il fatto è che a me la matita piace ben appuntita di modo che la scrittura mi venga fuori sottile e leggera, caratteristiche di non secondaria importanza ai fini della lettura, avendo io la grafia molto, ma molto minuta.
Per questo motivo porto sempre con me anche un ciuffo di matite con la punta ben affilata, continuo a preferirlo al temperino.

Seleziono giorno per giorno il numero di matite di cui potrei aver bisogno, assecondando l’istinto. Spesso arrivo a sera persino con una punta per l’indomani mattina, spesso, invece, mi ritrovo a metà poeriggio a dover annotare e scrivere qualcosa avendo stondato la punta a ciascuna delle matite del ciuffo.
In ragione di questo inconveniente, le mie parole diventano un susseguirsi di lettere tanto piene e appesantite che sulla carta scadente di cui è fatto il taccuino con la copertina rigida verde che porto sempre con me basta passarci sopra il pugno inavvertitamente per sbavare grafite a ogni angolo o far collimare una pagina con un’altra per amalgamare annotazioni e scritti [pensieri] tra loro distanti anni luce,

fin quando tutto quanto non si lava via. Che processo estremamente naturale.

Autumn leaves

ottobre 22, 2012

Mood: rasserenato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: Paolo Nutini – Autumn leaves
Watching: oltre i veli di pioggia
Eating: troppo e a cena
Drinking: caffè





Olanda, Gorinchem, quando è autunno come non l’avevo mai visto e le foglie gialle che piovendo, modellano ai bordi della strada dune alte, ma cartapecorine, sembrano i miei pensieri, un giorno in cui passo tra loro e li sollevo nell’aria.

Lei in fotografia è mia sorella. Se ne andava per strada facendo un gran caos di foglie.

La puttana sacra

dicembre 10, 2011

Mood: sereno
Reading: Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?
Listening to: Robyn – Dancing On My Own
Watching: il cielo su Milano
Eating: risotto radicchio e panna, devo ancora digerirlo
Drinking: caffè



Ho il presentimento che passerà ancora molto tempo prima che il mio impulso migratorio possa dirsi concluso o, se non altro, meno pressante. Scrive Bruce Chatwin, il viaggiatore per eccellenza – grazie a Mariano per avermene parlato – che ‹‹tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l’Uomo “peregrinava per il deserto arido e infuocato di questo mondo” […] e che per riscoprire la sua umanità egli deve liberarsi dei legami e mettersi in cammino.›› Così io che ho ancora molti garbugli tra le sinapsi, non riesco ad accettare la sedentarietà senza essere inquieta e irrequieta, senza domandarmi Cosa ci faccio qui?, dal momento che il viaggio è la strategia con cui vivo e do (nuova) forma la confusione della mia mente. Perché, come scrive Kerouac, ‹‹A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.››



Così, approfittando del ponte milanese Sant’Ambrogio-Otto dicembre, ho calciato con forza tutto il lavoro in un angolo e sono volata a Roma.
Negli ultimi mesi sono stata nella capitale più di una volta, in primo luogo per godere del calore di un’amicizia che mi accompagna dalla pre-adolescenza, malgrado la distanza. Va da sé quanto questo possa essere sufficiente alle volte.
Ma, derivando di viale in vicolo senza parole di troppo, Roma mi ha anche attratta per il suo essere.
Me ne stavo un giorno ai piedi del Pantheon e iniziava appena a farsi sera. Ammucchiavo nella cassa toracica i fusti possenti delle colonne e le gambe veloci dei passanti, l’epigrafe M.Agrippa L.F.Cos. Tertium.Fecit e le melodie di una chiatarra elettrica e di uno xilofono incrociate al brusio insistente degli avventori ai tavolini dei locali, i fori del timpano per i bronzi che non ci sono più e l’isteria delle macchine fotografiche, dei tablet e dei cellulari per fotografare anche il sampietrino più nascosto. Accatastavo tutto in soluzione di continuità, con una ritualità misterica e profana che mi infastidiva e mi rasserenava allo stesso tempo.
In un istante di estasi, ho afferrato la consapevolezza che Roma mi affascina proprio perché si ammanta del contrasto e della simbiosi tra la pietra viva dei secoli e l’ansia metropolitana di un giorno qualunque. Perché indossa una veste da puttana sacra.
Di età in età, Roma è impazzita di vita, ha bruciato senza tregua o negazione ed è esplosa come una fontana d’artificio. Le sue memorie hanno superato il tempo e affiorano tra le crepe dell’asfalto, monche e meravigliose da togliere il respiro, traspirano l’emozione, l’ambizione e l’illusione romantica e tipicamente umana dell’eternità. Eppure oggi, queste stesse memorie affogano in mezzo alla disattenzione e all’incuria urbanistica e turistica. Aggirando di pochissimo i luoghi comuni, Roma non dissimula la stanchezza e la corruzione che i secoli le hanno inflitto e languisce a gambe aperte, mostrando il sorriso sdentato e nostalgico di chi si imbelletta al mattino con la gloria del passato ed esce in strada reggendosi ad una stampella, senza più un sentimento soltanto di rivalsa.



È intimamente umana, Roma, il suo tracciato cardiaco assomiglia a quello dei miei pensieri. A volte, quando le inchiodo gli occhi addosso, mi sembra di essere allo specchio. Per questo mi attrae. Mi attrae a sé per le viscere e mi sbatte, centrifugando i pensieri e sparpagliandoli nel vento tanto rapidamente da lasciarmi su un marciapiedi, sfiancata per la lotta e svuotata all’improvviso come se avessi sudato veleno. Allora l’aria frizzante di pino torna a farsi spazio tra le carcasse dei muscoli e delle ossa ed è l’idillio della catarsi.




Per adesso, tre foto e basta. Concessioni tempistiche premettendo, ci sono buone probabilità che mi metta a lavorare più organicamente sul corpus di scatti romani che ho messo in saccoccia negli ultimi mesi. Perciò tengo tutto al caldo per un po’ ancora.

Concretezza

ottobre 14, 2011

Mood: conciliabile
Listening to: canzoni ad elevata concentrazione di bassi ed energia rabbiosa
Watching: 1°) una valanga di bei films; 2°) un cortometraggio da “non ci resta che piangere ed io che volevo fare il cinema tanti puntini di sospensione” scritto e diretto da Tornatore per Esselunga – prima e seconda parte ricercate appositamente per voi -; 3°) il nuovo videoclip di Brucerò per te dei miei amati Negrita, in merito al quale mi mangio le mani e mi domando perché sprecare immagini bellissime e suggestive come quelle dell’immobilità frammentata nel nulla di fatto del video nella sua complessità.
Playing: a produrre endorfine
Eating: spasmodicamente, considerate le mie abitudini
Drinking: tisane alle erbe



Felicità.
Va a viene. In verità, mai troppo lontana dal nostro intorno e dal nostro giorno più immediato.
Malgrado tutto, si fa. E si rifà.

Ultimamente accuso un troppo diffuso sentimento di costipazione emotiva generata dall’assalto frontale di avvenimenti e pensieri da cui non sono stata veloce a proteggermi, e dopotutto si sa, a piovere viene giù sempre sul bagnato.
Certi giorni, proprio non mi sto nella pelle. Mi sento fisicamente schizzare fuori da me. Non è “come se”, certamente ho all’interno qualcuno che urla e prende a pugni gli organi e fracassa le ossa, mentre io resto con le mascelle serrate a millantare uno stoicismo che devo ancora sviscerare tra i respiri più profondi. Mi fa male e senza filtraggio.

“Io darei la mia vita, / le ebbrezze più nauseanti della vita, / per sapere passare in quelle luci / come passa quel giovane / che le ha calme nel sangue, / com’è passata quella donna accesa / che ne ha intorno e negli occhi / tutta la limpidezza allucinante.” scrive Cesare Pavese nella prima de Le Febbri Luminose. Ugualmente io, ed io per me medesima mi depreco! Ho compiuto passi da gigante per alleggerirmi le scarpe e le tasche e le sacche emotive, ma nonostante tutti i sassi sterili lanciati alle spalle, resto un esseruncolo oscuro e grave che la terra magnetizza verso il suo nucleo, stringendo le vie di fuga a giorni alterni. Così mi inchiodo negli occhi di quanti, pur senza necessariamente sciacquarsi soltanto in superficie della vita, non perdono chiarezza e leggerezza, e mi sembrano esseri eterei questi ultimi e splendenti. Sicché inevitabilmente io per me medesima mi depreco! Ho ampiamente bypassato la pretesa tutta paradossalmente umana di cucirmi addosso una qualche forma di perfezione, neanche esistesse su questa terra, la perfezione!, ma fossi diversa, che non necessariamente significa meglio di come sono, sarei certamente meno intimamente sola, ed allora perché semplicemente non mi riesce di smettere di interiorizzare tutto quanto così tanto e di segare ed arzigogolare elucubrazioni celebrali e cardiache fino a farne cavezza?

Concretezza.
Per gente come me, servirebbe quella soltanto.
Di tanto in tanto ed in dosi massicce.



Mood: quieto
Reading: Luiz Ruffato, Sono stato a Lisbona e ho pensato a te
Listening to: Ritchie Valens – La Bamba
Eating: troppi panzerotti
Drinking: acqua



In preda al mio pallino del nomadismo che mi ha portata da Milano a Siena e da Siena a Roma e da Roma a Bari, sempre “proprio zingarella”, come ormai usa definirmi la mia mamma leggermente sconvolta, leggermente divertita, leggermente impotente, me ne andavo ieri all’imbrunire per Piazza Navona, in solitaria e col passo trascinato, intessendo un pensiero dietro l’altro in una cantilena lamentevole ed insieme combattendola, senza sosta né consapevolezza di quanto il giogo mi si fosse stretto attorno al collo e la testa si fosse accartocciata su se stessa, fino a quando ‹‹Un sorriso per favore, signorina!››, schizzato all’improvviso tra i miei rimescolii fumosi, non mi ha fatto sobbalzare, fermare, alzare la testa, girare di scatto, ma che?, un omone di colore, giacca e camicia, occhiali da vista bianchi con scritta dorata, Onnò, ora mi s’appiccica per invitarmi a cenare nel suo ristorante!, ‹‹Italiana?››, ‹‹S-sì››, ‹‹Un sorriso per favore, signorina!››, con la voce profonda ed allegra, tutto serio, e la gesticolazione ad ampie traiettorie, da dove cazzo è sbucato? Dritto, dritto da City of Angels?, m’è venuto da sorridere per davvero a guardarlo, stralunata come mi sentivo e vuota d’un colpo, ‹‹Lo vede? È cambiata da così a così››, rivoltando la mano come la frittata nella padella, ‹‹Ha un sorriso bellissimo. Non smetta mai di sorridere, per favore!›› al qual punto, la faccia ha iniziato a tirarmi da tutti gli angoli, preannunciando un sorriso alla grande, di quelli che sbarcano fin negli occhi, ‹‹Buonasera, signorina!››, e non vuole neanche invitarmi a cenare nel suo ristorante!, ‹‹Ma buona serata a lei!›› e mi sono girata per andarmene, poi mi sono rigirata ‹‹Grazie!›› e mi sono allontanata che mi sembrava di saltellare, sollevata dal centro dello stomaco, sicché sono deflagrata in lacrime e risate, dannato Vivere! ed io che ormai non mi nascondo più e per fortuna!.

L’Intronauta

luglio 7, 2011

Mood: quieto
Listening to: la ninna nanna di questa notte
Watching: le poche finestre ancora accese nei palazzi circostanti
Playing: con i riccioli
Eating: frugalmente
Drinking: caffè, uno per ogni persona che sto rincontrando





Negli ultimi giorni, scrivo tanto, ascolto canzoni, leggo libri, scandaglio in profondità i testi e le parole, le mie e quelle degli altri, compulsivamente direi, con compulsiva-mente, ho fame di parole, le pronuncio a voce alta per avvertirne la consistenza tra il palato e la lingua, per sentirne il fiato che rende tremuli gli organi interni e le ossa anche quand’è già sfuggito alle labbra e all’insidia delle sue screpolature, cerco significati, sinonimi e contrari, scompongo e ricompongo, provo ad abbozzare definizioni ed ora confesso che le definizioni a me non piacciono neanche un po’ perché sono i limiti concreti al vivere e al sentire più profondo e contraddittorio, ma che di tanto, in tanto devo farci ricorso per capire qualcosa di me e companatico, mettere un puntinoeacapo e, a proposito di puntini, rendo manifesta la mia consapevolezza che, negli ultimi giorni, non solo scrivo tanto, ma scrivo anche manzonianamente, che a cercare il punto nelle miei frasi e nei miei raggiri non è sufficiente un binocolo.

Ma si dà il caso, e a quest’altezza del discorso chiunque potrebbe supporlo ben da sé, dicevo, si dà il caso che questo puntinoeacapo a me non riesce proprio di scovarlo e piazzarlo nel tormentoso rimescolio della mia esistenza, prim’ancora che nei miei scritti. Ora, che l’esistenza sia per gran parte tormentoso rimescolio non è certo la dichiarazione più geniale che potessi fare: letterati e pensatori, artisti e scarpari illustrerrimi che mi hanno preceduta tanto per le tempistiche, quanto per l’intelletto, hanno ampiamente disquisito e problematizzato la faccenda. Per quel che mi riguarda, me ne son fatta una ragione senza particolari isterismi e del tormentoso rimescolio sbrodoloso sbrodolino mi sono persino innamorata, fortuna che è così la vita, altrimenti sai la noia!, il che non vuol dire che il tormentoso rimescolio ed io non siamo contemporaneamente acerrimi nemici, ma quel che conta è che grossomodo mi barcameno e di questo farmi spazio a scossoni ho fatto uno stile di vita.
Il vero guazzabuglio è che nell’ultimo periodo, di cose ne sono successe e, repentinamente, ne sono cambiate e ne stanno cambiando ed io, che pure convulsamente cerco di seguire una direzione, non sto capendo nulla di tutto quello che al momento penso, provo, voglio, ché io al momento penso, provo, voglio non una sola cosa per volta, ma infinite cose e contrastanti e neanche so da dove partire per venirne a capo. A voler concretizzare, è come essere seduti davanti ad una montagnola collosa di spaghetti in un piatto troppo piccolo, senza riuscire a rintracciare lo spaghetto da cui iniziare ad arrotolare una forchettata.
Sono preda di una confusione totale e totalizzante che mi confonde – una confusione che confonde! – debilita, corrode, distrae, astrae, svuota, senza mai abbandonarmi per un solo momento, al punto che dopo l’ennesimo muretto a secco e l’ennesimo rinculo dell’auto a precedere scansati per un soffio, ho preso la per me-drammatica decisione di non guidare finché non sarò riuscita a tenermi sotto controllo, donnina coscienziosa. Si direbbe che tra cuore e cervello mi si sia innescato un attacco fork bomb di pensieri ed emozioni e desideri e paure contrastanti che non so decifrare e riequilibrare e che minacciano brutalmente di mandarmi in crash.

Penso che talvolta sarebbe massimamente utile se a vivermi e sentirmi ci fosse qualcun’altro più bravo di me a capire com’è che mi vanno le cose lì dentro, per poi riferirmelo con dovizia di particolari. Certamente sarebbe tutto molto più semplice, ma non sono certa che sarebbe la soluzione migliore, dopotutto è una grande avventura conoscere se stessi e dal confronto e dal conflitto si emerge necessariamente arricchiti e più consapevoli.
Qualche sera fa, tra le pagine de Il giardino dei gerani timidi, ho incontrato il termine “intronauta” e ne sono rimasta estasiata, non c’è dubbio che nel ventaglio di parole che ho rintracciato nel corso delle mie più recenti ricerche allo scopo di darmi un volto e di raccontarmi, “intronauta” sia proprio la più interessante, la più necessaria, “intronauta”, esploratore dell’interiorità. Nella mia immagine, l’intronauta ha uno scafandro sulle spalle, ed in mano una lanterna, una penna e un taccuino, viaggia in silenzio, si fa strada col respiro nei più intimi grovigli e valuta e annota e valuta e separa e valuta e chiarifica. Io sono un intronauta e sono in viaggio, dal cuore della mia nebulosa emotiva tutto sembra stazionario, ma semplicemente perché muove impercettibilmente verso una soluzione d’incastro, centro di controllo, abbi pazienza, qui ci vuole solo tempo, ce n’è di strada da coprire e di fogli da riempire, ma prest’o tardi la nuova strada sarà costruita!