Autumn leaves

ottobre 22, 2012

Mood: rasserenato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: Paolo Nutini – Autumn leaves
Watching: oltre i veli di pioggia
Eating: troppo e a cena
Drinking: caffè





Olanda, Gorinchem, quando è autunno come non l’avevo mai visto e le foglie gialle che piovendo, modellano ai bordi della strada dune alte, ma cartapecorine, sembrano i miei pensieri, un giorno in cui passo tra loro e li sollevo nell’aria.

Lei in fotografia è mia sorella. Se ne andava per strada facendo un gran caos di foglie.

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Mood: riflessivo
Listening to: gocce d’acqua nel lavandino
Watching: consueto disordine prepartenza
Eating: il frigo è vuoto
Drinking: latte fresco




Mainz, railway station



Frankfurt Stadion, railway station




Frankfurt, Shoppingmeile Zeil



Frankfurt, Kleinmarkthalle



Frankfurt, Eschenheimer Tor, Post-War New Town architecture and traffic


Frankfurt, marriage in Romer



Frankfurt, Eiserner Steg

‘cause I’m [raining]

settembre 24, 2012

Mood: affaticato
Reading: Daniel Goleman, Intelligenza Emotiva
Listening to: Billie Myers – Kiss The Rain
Watching: pioggia
Eating: pioggia
Drinking: pioggia







Milano, 24 settembre 2012
Mood: annoiato e divertito, mai sia un solo sentimento alla volta!
Reading: Ho freddo alle calze di Eta (brividini)
Listening to: Le luci della centrale elettrica – Un campo lungo cinematografico
Watching: la pioggia
Playing: a trotterellare da un negozio a un altro per procurarmi una tessera ricaricabile per i mezzi di trasporto pubblici olandesi
Eating: cereali
Drinking: caffellatte






Impazzire, giorni interi, per capire il nuovo funzionamento dei mezzi in Olanda.
Riuscirci.
Impazzire, altri giorni interi, per entrare in possesso di tutto il necessario.
Riuscirci.
Uscire di casa finalmente stamattina per prendere il bus 130 che porta a Delft – un giro al mercato e un cappuccito all’Uit De Kunst (persino il sito uèb di questo locale è strafigo!)
Scoprire che acquanevica.
Rientrare in casa per infilarsi negli impermeabili – mai ci furono colori più appropriati!
Uscire di nuovo di casa.
Scoprire che acquanevica più forte e si è alzato un vento da botte.
Rientrare in casa per restarci ‹‹finché non spiove››.

L’esito demenziale è in cima alla pagina: ‹‹Mamma, fai “yo”!››
… 8… 9… 10, click!
Groeten uit Holland!
(Mia mamma è una figa!)


Il fatto è che sto dando di cotenna. Ho urgente bisogno di sfuggire a questa stasi e muovermi, muovermi, muovermi, vedere, fare, viaggiare – e sai la novità?! -. Sicché, potresti, caro caso, non remarmi contro? Cristiddio! Riproviamo a uscire.

Èvento a Milano!

maggio 28, 2011

Mood: tranquilleggiante
Reading: gli appunti di direzione della fotografia, in vista dell’esame
Listening to: Freshlground – Pot Belly
Watching: 27 maggio 2011 – Évento
Eating: pan di stelle
Drinking: latte






Alle 20.30 circa ieri, Milano se ne stava col naso all’insù. Dicono che l’arcobaleno arrivi solo quando il tempo cambia davvero. Ed a Milano, ieri sera, ne è spuntato uno doppio.

Sempre a Milano, sempre ieri sera, in Piazza Duomo, un’orda arancione cantava e ballava “Tutta mia la città, un deserto che conosco, tutta mia la città, questa notte una donna piangerà.


E’ persino bella, Milano, quando spera.




Mood: accelerato
Listening to: Phil Collins – Figlio di un uomo
Watching: cose belle di gente brava che mi fanno sentire piccola, piccola, ma regalano ispirazione
Playing: come una trottola, corri di qui, corri di lì, non cascherai mica!
Eating: big pizza
Drinking: caffè



Premessa prima, ovvero i presupposti per una sana partenza
1. Svegliarsi presto
2. Prendere un treno
3. Farsi guidare dal ritmo interno
4. Lasciarsi fluire dalla strada
5. Individuare la meta solo davanti al tabellone dei treni in partenza

Premessa seconda, ovvero una parola chiave
Dicasi “serendipità” la disposizione dell’animo a trovare la figlia del contadino nel pagliaio, mentre invece ci si stava cercando l’ago – così l’ha definita il ricercatore biomedico americano Julius H. Comroe – in altri termini, quell’intima condizione che permette di osservascoltare la fiumana del mondo intorno mentre si è impegnati a vivere e di accogliere nell’animo la scoperta di cose non cercate ed impreviste, così come successe tempo addietro a Colombo, per esempio, quando andò a sbattere il muso contro l’America, sognando l’India.
In altri termini ancora, viaggiare, senza troppo badare alla meta, perché il viaggio è nel camminare, non nell’essere giunti.

Con questo spirito, ci siamo lasciati alle spalle Milano per una gitarella, Nicolò, Pauline ed io, sabato mattina e c’era U Can’t Touch This in sottofondo nel bar in metro che mi sembrava davvero di buon auspicio.
E dopo aver spippolato un po’ sull’erogatrice dei biglietti in Centrale, abbiamo puntato su Como.



* Polifonia per lo sguardo di Nicolò

Como per stare lungo il lago ad inventarci anche il mare, nonostante la pioggia a vento, sicché acqua ci siamo beccati dalla terra ed acqua dal cielo, e Como perché mi ricorda l’amata Siena per le distanze raccolte e per i vicoli, in versione molto più nordica.
Como per ondeggiare sul pontile del lago turbolento e Como per passeggiare a lungo nel freddo sotto un ombrello nero troppo piccolo per due ed infine rifugiarsi in un bar squattrinato affacciato sul lago per bere la cioccolata calda densa, Como per parlare barese come due vecchie comari sguaiate e Como per respirare dentro una risata, Como per stare bene.
Como per le suggestioni bambine di Marta Colombi e le poesie bianco-nere di Chiara Albertoni, Como per il violinista che suona sotto i portici di Piazza Duomo e sogna una moneta grande quanto il mondo e Como per gli spaghetti al pesto genovese da Central Perk, Food and Drink di Robi che è napoletano, ha girato il mondo ed invidia la movida di Milano che noi deploriamo, ma ha aperto la sua attività a Como perché lì non c’è la mafia e può vivere tranquillo.
Como per cercare una Moleskine gialla che nessuno ha ancora mai prodotto, Como per leggere gli aforismi di Casiraghy e Como per tornare bambini tra i libri pop-up dell’infanzia nelle piccole librerie con gli scaffali fino al soffitto.
Como per ascoltare fino alla nausea la filastrocca delle galline faraone che studiavano la storia che una mamma cantava al suo bambino per tenerlo tranquillo, verso sera, sul treno di ritorno a Milano e Como per tornarci presto o tardi, possibilmente senza accompagnamento musicale.

Como per vedere cose che non immaginavo esistessero e Como per immaginare cose che non vedevo esistere. Perché semplicemente la realtà veste i colori e le sfumature dell’occhio che la osserva.


Non ho mancato ai miei buoni presupposti di partenza.



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Mood: sereno andante, ma tanto stanca (10 ore di lezione, non dico altro)
Reading: vecchi scritti…
Listening to: The Smiths – There’s a Light That Never Goes Out
Watching: Francois Trouffaut, Jules et Jim
Playing: a recuperare le unghie smangiucchiate, che schifo, avevo smesso, le avevo lunghe! E a tormentare i capelli, anche con questo avevo smesso!
Eating: fichi secchi con mandorla e limone, nonna rulez!
Drinking: acqua







Ho fatto un sogno.


Tu. Al di là della vetrina di una piccola libreria in un vicolo di paese, affaccendato tra migliaia di libri, ti muovevi con sicurezza tra gli scaffali. Si capiva che eri tu il proprietario di quella piccola libreria in un vicolo di paese e si capiva che quella piccola libreria in un vicolo di paese non era una piccola libreria qualsiasi in un vicolo di paese qualsiasi, ma il tuo ventre caldo, denso delle storie di cui sei autore e protagonista, del tuo mondo di cui sei unico demiurgo.
Io. Al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, inchiodata, gelata, potevo sentire l’odore della carta inchiostrata filtrare attraverso le pareti, ma non potevo entrare. Osservavo voci senza suono, ascoltavo movenze liquide.
Uomini e donne, adulti e bambini, una marea increspata. Andavano e venivano tra l’al di là e l’al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, s’intrattenevano un po’, sfogliavano pagine, estratti della tua storia, magari acquistavano qualche libro da riporre in busta, un’isola nel tuo mondo. Poi andavano via per non tornare mai più.
Ed io ancora al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, inchiodata e gelata, a sperare di poter entrare e restarci per sempre, con un sorriso amaro a mezze labbra, gli spilli nel cuore e la nostalgia a vorticare nello stomaco, prima ancora di voltarmi ed andare via.


Perché l’ho capito, sai, forse avrei dovuto capirlo prima che per noi tutto l’amore nel cuore non basta più a scegliersi. Ci siamo amati in una cava tossica, squilibrati e distruttivi, mentre sognavamo scenari possibili in cui esser liberi di amarci, senza renderci conto che il tempo è passato e il nostro amore è invecchiato, è ormai stanco, fluisce come acqua piovana opaca e noi gli giriamo attorno come fiere, lo annusiamo, cerchiamo di afferrarlo, di colorarlo nello spazio che ricaviamo tra noi. Invano.
Non c’è più un angolo per me nella tua piccola libreria in un vicolo di paese in cui accucciarmi per vivere le pagine dei tuoi libri, viverti, viverci, scriverne ancora, è troppo tardi ormai, avremmo potuto cercarci di più, sparire di meno, non l’abbiamo fatto, chissà se almeno mi hai dedicato un capitolo a parte in cui respirare per quel che resta.


Probabilmente ha iniziato a piovere, è così che voglio lasciarti andare, libero. Fa ancora un po’ male, certe voci nella testa si combattono a fatica, certe immagini, dove sei, con chi sei, cosa fai, se ridi o se piangi, chi c’è nel tuo letto questa sera, tra le tue braccia, lui o lei, io non ci entro più da troppo tempo.



Passerà. Siamo effimeri anche noi. Sì, lo siamo, provo a convincermene.