Mood: vagante
Reading: cose a proposito di spazi urbani
Listening to: Muse – Madness [in loop]
Watching: Joel Sartore photos
Eating: taralli fino a scoppiare
Drinking: acqua



‹‹Salve signorina Pace, volevo informarla che stiamo proponendo una nuova rivista sulle Sacre Scritture e…››
(“E tu vuoi leggere il racconto erotico che sto scrivendo io giusto adesso?”)


***

Uomini di ogni tipo, età e colore, alti bassi grassi magri volgari trasandati aitanti a perdita d’occhio. Guaine di pelle spesse da sotto i vestiti pezzati stropicciati, ciuffi di peli arricciati dove se ne stanno aggrappati gli umori forti di una giornata accesa a quaranta gradi, così rudi villosi sessuali e rughe pulsanti nelle tempie, nel collo, nei polsi. Ringhiano.
Perché tutta quell’umanità maschile proprio da Ikea il sabato pomeriggio? Con il mercato dell’usato in Senigallia e la mostra sui cubisti a Palazzo Reale.

«Greta…»
Come riescono bene a fingere di valutare il prezzo di un frigorifero di una scrivania di un piatto di una lampadina, mentre fiutano l’aria col naso mettono in mostra sorrisi, occhiolini, bicipidi, spaccazze, richiami, un’infinità di richiami sessuali.
«Greta…»
«Sì?»
Sì?, con quel tono così frettoloso così altrove. Come se non notasse che tutti quegli uomini sono attratti da lei, che le strusciano accanto, la circondano, come se non ne provasse piacere e autocompiacimento, dall’alluce del piede alla punta dei capelli. Lui può sentire i loro umori aggrapparsi alle caviglie di lei, risalirle lungo le cosce fin tra le gambe, solleticarle le grandi labbra, infilarvisi gonfiandole una pulsazione dopo l’altra. La osserva passarsi con disinvoltura una mano tra i capelli, spostare lo sguardo inquisitore da destra a sinistra, languido
«Ma non posso avere tutto?» domanda, birichina, spingendosi in mezzo a una piccola calca umana che sovrasta un tavolino da soggiorno in vimini con ripiano di vetro.
«Santo Cielo, Greta!» esplode lui infastidito, strabuzzando gli occhi verso di lei come se la vedesse in quel momento per la prima volta, ma come fa a non abbassare neanche gli occhi sulle punte dei piedi quando dice certe cose, rompendo in maniera così vistosa il loro patto di finzione? Lui si passa un fazzoletto sulla fronte e sulla pelata, sradicando piccole gocce di sudore dalle rughe spesse, scrolla la testa per scacciare sensazioni e immagini troppo fisiche appese alle palpebre cascanti sugli occhi annacquati, il vestito bianco a fiorellini rosa di lei che accarezza altri tessuti colorati impregnati, la pelle contro la pelle, i fianchi oscillanti, il sorriso, lo sguardo sfuggente, deglutisce vistosamente.
«Dai, Paolo, sto soltanto giocando! Che esagerato.»
Lui sbruffa, sempre più incredulo. Si mantiene in disparte per osservarla meglio, mentre si destreggia tra la gente con il suo tanto familiare equilibrio di fondo, senza fretta, senza forzare dove incontra resistenza, piuttosto distribuendo una carezza col fianco a uno e un tocco sulla spalla a un altro. Per ognuno Greta ha qualcosa di sé da donare. È una donna generosa, senza dubbio. Non puttana, generosa. Tutto il suo corpo è un canto alla bontà e alla piacevolezza del creato e bisogna riconoscere che, con il rotolare dell’età verso i cinquant’anni, Greta diventa sempre più generosa, grande morbida sinuosa che leccarla è un piacere perché tutta la sua pelle si piega al passaggio della lingua, la avvolge, la abbraccia e ce n’è di terra da esplorare, di viaggi da tentare, di certo non passa inosservata, lei con tutto lo stuolo di fantasie che suscita il solo vederla. La insegue costantemente un brontolio di brama, un desiderio condiviso di possesso, non c’è uomo che non le danzi attorno per accaparrarsela, l’uno è nemico dell’altro, ma neanche troppo perché dopotutto un po’ di empatia, di sano cameratismo non guastano, si capisce!
Capita, certe notti, che la visione di Greta addormentata al suo fianco non gli dia riposo. In quelle notti, Paolo si domanda cos’avrebbe fatto se, quindici anni prima, il giorno del loro matrimonio, al punto del «Se c’è qualcuno che ha da dire qualcosa parli adesso o taccia per sempre», quel qualcuno rompi-uova-nel-paniere, ma anche un po’ chiaroveggente, fosse balzato in piedi e, al cospetto di prete, testimoni e cuscinetti con le fedi, avesse detto «Io» più tutto quello che di sua moglie avrebbero rivelato solo gli anni a segire. Ebbene, la risposta è sempre la stessa «Ciò che ho fatto», forse l’amore quello vero vale una grande sofferenza, forse un giorno Greta tornerà a essere solo sua, nel frattempo meglio non dire niente, lei andrebbe via per sempre e questo è fuori discussione, meglio non dire niente e continuare a dividerla con tutto il resto del mondo. Forse per questo motivo Paolo fa fatica a fare l’amore con lei, non è solo per una faccenda di abitudine o di fiacchezza dovuta all’età: a essere indigesta è la forte sensazione che tra loro ci sia sempre qualcun’altro. A volte, da come Greta gli scivola addosso, lungo il busto, da come posa le labbra sul suo pene, facendogli intuire quanto è umida la sua bocca con cui presto lo divorerà, da come gli spinge la lingua tra i denti, facendola guizzare fino a lambire la sua, da come guida le sue mani tra le curve e gli incavi del suo corpo, da come lo accoglie e lo incita dentro di sé, premendogli le natiche con le unghie con fare imperativo e raschiando i piedi contro le lenzuola, da come lo cerca al culmine della passione, premendogli la testa contro il seno, a occhi socchiusi rovesciati, smarriti nelle nebbie dell’eccitazione che le arrossa tutta la pelle, improvvisamente placida, Paolo sospetta che Greta stia facendo l’amore non con lui, ma con un esercito intero. Da dove arrivano fame e sete così intense? Chi le ha insegnato che non c’è parte del corpo che non aneli al piacere? E adesso che le cose stanno così, come potrebbe mai lui appagarla, lui solo, senza mai dividerla con qualcun’altro?

«Greta?», questa volta Paolo l’ha persa di vista davvero, lei si è spostata dalla postazione tavolino di vimini con ripiano di vetro e la folla aggressiva che lo circonda gli impedisce di individuarla, prova un tuffo al cuore, geme, non può fare nient’altro, chi l’ha conquistata nell’interstizio tra una parete lillà e una libreria in un salotto Ikea messo in scena? Potrebbe essere chiunque, l’aitante dalla dentatura brillante che le ha raccolto il foulard sulle scale all’ingresso, quello con un bambino ricciolo e biondo per mano, fa sempre un gran colpo il maschio padre e single, oppure il grasso con la barba da intellettuale che le ha offerto una matita davanti alla sedia da giardino, quello con un libro sotto l’ascella, fa sempre un gran colpo il maschio filosofo e lontano dalla carne, oppure il buzzurro in canotta bianca a costine che le ha pestato il piede camminando contro marcia e non le ha chiesto scusa, quello con la piastrina d’oro al collo, fa sempre un gran colpo il maschio animalesco, oppure tutti e tre insieme e anche qualcuno in più, la condividono con la stessa generosità che lei profonde.
Paolo torna a cercarla con lo sguardo tra un divano giallo e un uomo, una sedia a strisce e un uomo, uno scaffale ciliegia e un uomo, un vaso in plastica e un uomo, ma niente, c’è troppa gente da Ikea il sabato pomeriggio, di quanti salotti nuovi ha bisogno Milano?
Chiude gli occhi e la segue col pensiero, se c’è una cosa che gli fa male, ancora oggi dopo anni passati a fare i conti fin nei minimi dettagli con i suoi tradimenti, quella cosa è la visione del mucchietto di vestiti dismessi per terra che è l’immagine di due corpi che si sono liberati da tutti gli strati di indumenti e sono rimasti nudi l’uno di fronte all’altro per potersi avvicinare piano, offrirsi senza nasconderne l’umanità che li condanna all’imperfezione. Paolo neanche potrebbe immaginare di mostrare la sua pancia flaccida a un’altra donna. E mai e poi mai avrebbe scommesso che, invece, sua moglie un giorno avrebbe mostrato i suoi piedi a panzerotto a un altro uomo, un altro milione di uomini. Si era illuso che quelli fossero un loro segreto.
Questo sì fa male, molto più dell’idea di tutti quegli uomini, l’aitante, l’intellettuale, il buzzurro e tanti altri ancora incollati a sua moglie per mezzo dei loro peni, tutti impegnati uno dopo l’altro a schiacciarla contro il muro lillà come una sottiletta fusa, tenendone stretti i seni tra le mani e le gambe divaricate incrociate sopra i fianchi, lei dea sorta da un mare di carne e da quello stesso mare bramata, accarezzata, baciata, leccata, solcata, immensa e radiosa nell’orgasmo sacro quando la filarmonica di spasmi e respiri in crescita erompe in un urlo che in verità sono dieci, forse venti, ma tanto intrecciati da sembrare uno. No, questo non costa fatica, è ben poca cosa la visione dei loro corpi scolpiti dalla tensione del desiderio, rispetto al mucchietto di vestiti dismessi in mezzo ai cuscini di un salotto Ikea messo in scena, forse stamattina Greta ha indossato reggiseno e mutandine in pizzo rosa, si abbinano al suo vestito e starebbero alla perfezione con dei cuscini verde acido. Così sia,
(s)viene.

***

Quando Gianni Biondillo – architetto, scrittore e prof. di scrittura nel mio ultimo anno in NABA – ci ha invitati a cimentarci in un racconto erotico, ha detto «ricordatevi che farsi una sega è un gesto politico», il sesso in generale il corpo nudo ha a che fare con la politica, pensate alle divisioni culturali di genere, macchinine ai maschietti bambole alle femminucce, alla narrativa erotica, solo autrici e autori con pseudonimi femminili ovviamente, infine al sintagma dell’atto sessuale più rappresentato, il sacrosanto pompino, donna in ginocchio in adorazione di uomo santuario con debolezze nessuna fallo di pietra e seme benedetto che donna incapace di intendere e di volere attende di ricevere in trepidazione, eiaculazione sovrumana tutto sotto controllo. Insomma, ci sono materia su cui riflettere e convenzioni da incrinare. Tant’è che a Biondillo è balzata in testa l’idea di Pene d’amore. A me quella per questo racconto, ci ho provato. E comunque io giocavo con le macchinine e mi lavo con i bagnischiuma maschili.

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Mood: super-infastidito
Reading: news dall’Italia
Listening to: vicende di pazzi raccontate live da Lou a Yanna che reclama storie della buonanotte, ovvero tre donne in un lettone
Playing: a ballare come un’idiota su canzoni tamarre
Watching: Tomboy, di Céline Sciamma
Eating: frittata di spinaci e cioccolata
Drinking: birra e camomilla





“Mr. Berlusconi, 75, is quitting after a parliamentary revolt and a wave of market panic put an end to his 17-year domination of Italian political life, raising global fears of a political crisis in Italy.
Credit: Alessia Pierdomenico/Bloomberg News”
[The New York Times]


Esse Bi ha rassegnato le dimissioni.
Nei miei progetti più storici, avrei segnalato questa data tra quelle capitali, dodicinovembreduemilaundici a fianco, chessò!, di quella del giorno del mio primo ciclo, ecco sì, di tutte le mie prime volte, eventi di passaggio. Avrei sprizzato gioia fin dalle ascelle e me ne sarei andata a correre nuda per strada.
Ebbene, quello che mi fa incazzare è che, invece, non m’è venuto neanche da sorridere. E, ciliegina sulla torta, non ero la sola in questa mesta condizione.
Più che voglia di sognare mi sembra che ci sia voglia di tornare subito a dormire”, twitta Sabina Guzzanti – che di divertente c’è che in questa faccenda, come in molte altre, Twitter funziona più dell’Ansa – e c’ha ragione! Per sognare davvero c’è bisogno di aprire gli occhi. E ad aprire gli occhi ci si rende conto che con Esse Bi non vanno via vent’anni di (fanta)politica italiana, né tanto meno un secolo e mezzo di magagne, ché la politica italiana, diceva la mia prof.s-sa di letteratura italiana al liceo, è nata col peccato originale.
Ora il fu Bel Paese affoga nella merda economica, sociale, culturale, ecchissenefrega dell’eufemismo e chi più ne ha, più ne metta! E non solo è carente di maghi e geni della lampada per disintegrare il lercio in uno schiocco, ma anche della più minima coscienza nazionale e quindi della capacità di lavorare su larga intesa per il bene comune, senza disperdersi in beghe da taverna di basso rango, vecchie storie anche queste.
D’accordo, un po’ ci spero sempre, ma stando così le cose, che c’è da sorridere?

A ben pensarci però, tanto per non fare i disillusi persi, un motivo ci sarebbe. Se non altro, sul prossimo tram in Olanda, non dovrò vergognarmi di essere italiana quando il conducente mi chiederà ‹‹Uer du iu cam from?›› e, rispondendogli io ‹‹Italia››, lui mi dirà ‹‹Oh, Italia, nais president!››, provocando uno scoppio di risate clamoroso fino all’ultimo sedile.

A Roma soltanto

ottobre 15, 2011

Mood: inquieto
Watching and listening to: la diretta RaiNews da Roma
Drinking: tanta acqua



Oggi 952 città in oltre 82 Paesi sono state occupate dagli Indignados.

A Roma soltanto la protesta si è fatta guerriglia. In diretta RaiNews io vedo autonomi sfondare le banche ed i negozi, le agenzie e le sedi istituzionali, polizia e carabinieri caricare la folla, fumogeni e sampietrini volare, bombe carta esplodere, autonomi mettere a fuoco automobili, polizia e carabinieri manganellare, fumogeni e sampietrini volare, bombe carta esplodere, autonomi fare razzie, polizia e carabinieri lanciarsi tra i manifestanti in camionetta, senza frenare se qualcuno gli si para davanti, fumogeni e sampietrini volare, bombe carta esplodere, ambulanze andare avanti ed indietro, autonomi feriti, polizia e carabinieri feriti, un blindato della polizia esplodere in mezzo alla gente, sembra un bollettino di guerra, sembra Genova durante il G8.

A Roma non c’è nessuno che abbia ragione e nessuno che abbia torto. A Roma non si sta costruendo nulla, in nessun modo la violenza è legittimabile. Ma senza ingegnarsi in semplicistiche considerazioni di giudizio, a Roma, sta traboccando dal vaso un concentrato di disperazione per un futuro che sta morendo. E, al di là della crisi mondiale, che un tale concentrato di violenza ci sia a Roma soltanto dovrebbe far riflettere su certi modi particolarmente oligarchici ed offensivi tutti all’italiana di considerare la dimensione statale, sociale, economica, politica, culturale ed umana.
Peccato ci sia ancora chi banalmente parla di teppisti e di polizia. Peccato perché non c’è un bel cazzo di niente da minimizzare.

Oggi io mi sento davvero tanto indignata.

C’era una volta…

ottobre 5, 2011

Mood: in movimento
Reading: Wikipedia: comunicato 4 ottobre 2011
Wathcing: Leica Fail
Listening to: le parole spezzate dentro
Eating: uva
Drinking: acqua



C’era una volta lo spirito tecno-utopico della rete Internet: concatenare persone ed informazioni, liberandole dall’egemonia culturale (o sculturale come ogni egemonia) dei media tradizionali, per valorizzare il dibattito e la cooperazione.

Poi è arrivato il porco governo italiano.

Ed ullallà, il comma 29!
Salutiamo, caliamoci le braghe e prostriamoci.
E adesso fuori i manganelli.

Èvento a Milano!

maggio 28, 2011

Mood: tranquilleggiante
Reading: gli appunti di direzione della fotografia, in vista dell’esame
Listening to: Freshlground – Pot Belly
Watching: 27 maggio 2011 – Évento
Eating: pan di stelle
Drinking: latte






Alle 20.30 circa ieri, Milano se ne stava col naso all’insù. Dicono che l’arcobaleno arrivi solo quando il tempo cambia davvero. Ed a Milano, ieri sera, ne è spuntato uno doppio.

Sempre a Milano, sempre ieri sera, in Piazza Duomo, un’orda arancione cantava e ballava “Tutta mia la città, un deserto che conosco, tutta mia la città, questa notte una donna piangerà.


E’ persino bella, Milano, quando spera.




Mood: confusione mode on
Listening to: il vento, il cane in strada, il silenzio
Watching: la luna
Playing: con gli scherzi di un cervello annebbiato
Drinking: litri e litri d’acqua



Dopo un numero infinito di tentativi di esportazione video falliti uno dietro l’altro per i motivi più assurdi, stasera ho finalmente concluso Deus ex Machina! (si rimanda qui per delucidazioni)



Una delle mie prime lezioni di politica l’ho appresa da mia madre che ero parecchio piccola, recitavo ancora il Brutto Anatroccolo a memoria.

“Il Signor S.B ha un sorriso viscido”.

Fosse solo per il sorriso viscido!


Forse è vero, sai?,
che confondo
rabbia personale
e rabbia sociale.
Mood: interrogativo
Reading: National Geographic
Playing: con After Effects




Ed ecco che l’Egregio Sig. S.B. ed i suoi lacchè si appellano alla Costituzione per tenere su le braghe. A loro dire, un governo tecnico sarebbe anti-Costituzione poiché l’Egregio su citato con lacchè annessi sono stati democraticamente (?) eletti dal popolo italiano.
E dire che fino a qualche giorno fa, per questi (dis)onesti Signori, la Costituzione poteva essere pubblicamente paragonata a carta straccia, buona neanche per pulircisi il culo, perché catto-comunista, filo-sovietica e companatico.

Insomma, sventolano gli stendardi, così come vuole il vento.

Ma, dal profondo della mia ignoranza, mi domando

anti-costituzionale non è anche la pretesa da parte di un governo che non ha più la maggioranza, di restare in carica?