Oggi, come di retaggio

marzo 8, 2013

Mood: nostalgico di qualcosa che ancora non ho perso
Reading: David Grossman, Caduto fuori dal tempo
Listening to: Susanne Sundfør – The Silicone Veil
Watching: Vita di Pi, di Ang Lee
Eating: pasta panna, limone e pinoli
Drinking: caffè




dorotea pace | Photography

Lago di Garda, 29 febbraio 2013. Da una macchina in corsa.

Eppure,
ce ne sarebbero di altri colori se smettessi – adesso, basta, smettila adesso! – di attingere al nero, quello enorme che tanto tempo fa ho sottomesso e ristretto in un puntino che poi talvolta si mette a pulsare all’improvviso, in mezzo alle viscere, come se pretendesse di espandersi e dominarmi ancora.

Che ha a che fare la mia vita di oggi con le angosce di retaggio?

Forse, l’insicurezza,
il senso di piccolezza ai crocevia,



non dirmelo, l’ho scritto davvero,
è accaduto davvero,
proprio io, proprio a me.

Mood: entusiasta
Reading: David Grossman, Caduto fuori dal tempo
Listening to: Pag – The lady is dead
Watching: il calendario degli eventi milanesi
Eating: pasta impegnata, difficile da digerire
Drinking: te



# mesi prima

“La luce, che è il campo di analisi di questa mia tesi, bisogna concepirla come qualcosa che inizia attraversando a gran velocità lo spazio fisico e il nostro sguardo e finisce negli interstizi della nostra ossatura emozionale e culturale, rimodellandola con sfumature di diversa intensità che conferiscono sempre un registro emotivo [variabile] a una [stessa] situazione o a uno [stesso] ambiente. Per esempio, il pezzetto di Milano che intravedo nella cornice della mia finestra al sesto piano di un palazzo di Viale Romolo, quest’oggi, mi fa sentire fiduciosa. La luce avvolge in un solo abbraccio arancione i nuovi edifici del quartiere Isola e le montagne all’orizzonte, ammorbidisce le ombre e esalta le cromie del paesaggio, neanche si direbbe che il termometro segna zero gradi. Ma ieri, quando su questo stesso pezzetto di Milano gravava una luce bianco lama e non c’era luminosità e non c’erano ombre e neanche un colore, ieri ero certa di non avere un solo motivo per sognare. Fotone, dopo fotone, ombra dopo luce e luce dopo ombra, le mie emozioni si eccitano e si architettano.”

[dall’Introduzione della mia tesi,
«Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo]

# il giorno prima

Sempre a proposito di cose che ho scritto,
La luce è nel modo in cui la si utilizza attraverso il merdium”. Sì, ho scritto proprio così nella copia della mia tesi agli atti, pagina 55. Più che refuso, lo definirei lapsus. Froid mi stringerebbe la mano.
A ogni modo, scoprirlo il giorno prima della discussione ha su di me poteri analgesici.
Qui, a PaRecchia, ogni transito dalla condizione di studente a quella di disoccupato è stato benedetto da un casuale, ma molto concreto tuffo nella merda,
al primo, qualcuno si è inavvertitamente steso nel letame di un canneto per atteggiarsi a fotografo d’assalto,
al secondo, qualcun’altro ha vacillato sotto i colpi della dissenteria, al punto che «Diarrea?» è diventata la parola d’ordine per qualiasi movimento troppo sospetto sulla sedia, arrivando a sostituire il «Buongiorno».
In questo caso, il tuffo nella merda è molto meno fisico, ma è risaputo che si trova l’illuminazione là dove la si vuole riconoscere. Per me una buona parte è nel “merdium”.

# il giorno stesso, il 27 febbraio

«Sono soddisfatta» e «Sono felice»,
dovrei riuscire a dirlo, forse anche più e più volte, ma non vorrei che mai qualcosa cominciasse a sembrare superflua, fosse anche solo una porzione infinitesimale degli abbracci, dei chilometri affrontati dalle persone che amo per esserci – qualcuno persino a sorpresa –, delle emozioni, delle reazioni dentro e fuori la sala, degli entusiasmi, delle strette di mano estranee, delle personali rivincite dialettiche, del mio lavoro, della fatica che mi è costato
arrivare a dire «Sono soddisfatta» e «Sono felice»,
essere soddisfatta, essere felice.

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«Stappo lo spumante», invece,
l’ho detto più e più volte, da procedura. Me l’ero studiata, prevedendo di dover rispondere a necessarie domande sul futuro, dopo l’incoronazione con l’alloro.
Effettivamente, stappare lo spumante è senza dubbio il futuro più sicuro in cui un neolaureato possa avere fiducia. A breve termine, ma pur sempre futuro.

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# i giorni dopo

In verità, a proposito del futuro a lungo termine, non è che ci sia mai stato anche soltanto il sentore del famigerato nulla post-laurea. Qualche ora dopo aver stappato lo spumante [ma nella testa, da molto prima], mi sono immersa tra le rifiniture degli ultimi due video sui quali ho lavorato negli ultimi mesi – tra i due c’è anche quello col quale mi sono laureata, ebbene sì –, una decina di altri progetti nel cassetto, millemila lettere motivazionali in giro per il mondo, un paio di lavoretti spettacolanti e qualche incontro di autopromozione dove conoscere quello o quell’altro, la ricerca di quattro o cinque impieghi saltuari e salutari [possibilmente collaterali, se non proprio sconnessi], un trasloco con meta ballerina, centinaia di itinerari lungo l’Italia e l’Europa, qualche progetto oltreoceano, dozzine di idee, di sogni e bisogni, stimoli, cose che voglio fare, ascoltare, vedere, imparare, sbucano da ovunque, tutte disparate e tutte entusiasmanti, si accalcano contro le pareti del cervello senza mai darmi un momento di pausa, tant’è che il dek del mio Mac non ha smesso di essere afflitto dai post-it colorati e dai calendari!
Ebbene,
qui la questione non è cercare qualcosa da fare nel futuro prossimo, è piuttosto focalizzare un certo numero di priorità.
E io che sono per natura affetta da processi di metabolismo molto lenti, quasi certamente, al momento, più di qualsiasi altra cosa necessito di tempo per vivermi in profondità il presente.

Milano sotto la neve

dicembre 17, 2012

Mood: fiducioso
Listening to: Soley – Pretty face
Watching: Cosmopolis di David Cronenberg
Eating: aria fredda
Drinking: te miele e camomilla



Ho imparato a non confondere mai i luoghi come li percepisco per i luoghi così come sono perché so benissimo che, quando circolano attraverso le mie emozioni, diventano sempre posti vaghi. Questo è un presupposto fondamentale.


dorotea_pace_photography
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Ecco, per la prima volta, Milano non mi sembra un esilio.
Di solito sì.
Milano sotto la neve.
Provo invece un estremo senso di levità e mi emoziono per un sacco di cose al punto che potrei piangere su ognuna di loro. Spesso sono macerie. Per esempio, mi chiedo, guardandole, esattamente cosa c’è di così orrendo nelle rovine se sono state necessarie a rendere possibile quanto di più bello ho conquistato dopo aver perso tutto quello che avevo prima di perdere tutto?
Milano sotto la neve.
Le macerie uno strato sotto i miei piedi.
Io al di sopra, che passo. Piano.

Si capisce, ho incrociato tutto quello che avevo prima di perdere tutto e, per la prima volta, l’idea di non poterlo avere mai più non è stata desolante. Tutt’altro. Mi ha consolata.

Ottobre 2012, «E dopo?»

ottobre 27, 2012

Mood: sereneggiante
Reading: Paola Bressan, Il colore della luna
Listening to: Bonobo – Noctuary
Watching: Nuovomondo di Emanuele Crialese
Eating: latte e biscotti
Drinking: caffè



Questo ottobre 2012 è un mese inequivocabilmente degno di nota nella mia vita. Per la prima volta in ventitré anni, l’inizio di un nuovo anno accademico non mi ha trascinata di fronte a una qualche cattedra con congruo professorone in tale eccelsissima scienza – senza sottigliare sul fatto che quando ero al liceo dovevo rientrare in aula il primo lunedì di settembre, quando, a Sud dove sono cresciuta, tutto il resto dell’umanità se ne sta ancora abbarbicato sugli scogli per sfuggire alla bollitura a secco e mai nessun istituto si sognerebbe di aprire le porte di quella che sarà certamente una fornace, nessuno tranne il mio che era speciale e aveva anche le reti di sicurezza alle finestre.
Ritornando indietro di qualche riga, fino a prima dell’inciso, e riprendendo le fila del discorso, si tratta di una cosa che letteralmente deforma il tempo di ogni giorno per come ero abituata a viverlo e questo un po’ mi confonde, ma per lo più mi sconfinfera perché adesso, senza darmi alla nullafacenza, né sollazzarmi oltre misura, finalmente posso starmene con i muscoli di qualche centimetro più distesi e persino concedermi un diletto di tanto, in tanto.
Facendo i conti in rapidità, a oggi mi trovo a un esame, una tesi e una dissertazione di distanza dal mio brillante foglio di carta da incorniciare nello studio che mai avrò. A febbraio avrò azzerato anche questi numeri,

«E dopo?»
«Dopo arriverà», rispondo generalmente.

Ebbene, la mia potrebbe definirsi una crisi communis da laureando in merito alla quale non c’è bisogno di aggiungere alcunché. Effettivamente ci sono giorni che mai come adesso mi sono sentita tanto uguale a tutti gli altri.
In realtà io, se mi metto la testa alla rovescia, chiunque potrebbe vedere che non è vuota, ma che è frullata ininterrottamente da un gran numero di idee tutte di prima classe, desiderabili e persino attuabili, ma tutte intrugliate con un numero superiore di eventualità, cause e effetti precisabili da me, dagli altri, dalle situazioni, dal caso, cioè da tante cose che – chiunque converrà con me – variano di giorno, in giorno, e sulle quali non si può fare affidamento quando si tratta di prevederne gli esiti. Un matematico definirebbe questa condizione “sistema complesso”, se fosse più pignolo “sistema caotico”.
Del resto io, se mi metto a pensare al dopo, mi distraggo subito perché non voglio fare come chi se ne va lontano dal presente a causa di un’attrazione superiore per il futuro che, invece, io dico, si riempirà delle cose che saranno passate sicché adesso mi limito – se di limitazione si può parlare, senza farmi torto – a vivere al meglio che posso tutto quello che mi circonda, “sistema complesso” incluso.


Accordo però che, tra gli elementi che mi rimescolano il cervello, il più frequentemente a galla è esodo

1 // da me che, determinata come sono nell’inseguire quello che voglio e abituata a superare ogni momento di crisi, non ho voluto riconoscere di essermi ridotta con i nervi a pezzi nell’ultimo anno, errore mai tanto grande perché adesso l’unica cosa che mi va a fagiolo è stare appesa a testa in giù dal ramo di un albero mentre il mondo fa avanti e dietro e io lo interiorizzo per alimentare il mio genio ammutolito.

2 // da uno Stato che, miseria di offerta di lavoro a parte – a maggior ragione per eretiche come me che osano pensare di poter svolgere una professione di appannaggio maschile –, ma non del tutto, si arricchisce di “puttanieri, faccendieri e tragattini”, demolisce continuamente i diritti fondamentali dell’essere umano in virtù di una legge tutt’altro che laica, millanta un ideale di democrazia che non bacia la realtà tanto più perché è vuoto fin dalle origini dei concetti di cittadino e di popolo sicché tutti l’importante è il mio piatto di pasta due volte al dì, per quello si può scendere in piazza, fottere e ammazzare, ma del bene comune, dello Stato sociale – quei famosi – chissenefrega, e quali virtù, quali beni può trasmettere tutto questo al piccolo figlio – che forse mai avrò – quando dovrà insegnargli a stare al mondo, quale serenità a me che non mi ci riconosco e che me ne vergogno? Dicono che ho il dovere di essere arrabbiata e giuro, lo sono. Fino a qualche anno fa, sarei anche stata nelle schiere di chi resta a dare capocciate contro i muri, guadagnando infine [con tempi da olocene] piccole crepe interstiziali – tanta stima a riguardo –. Ma onestamente io, non che abbia mai affinato un forte sentimento di italianità e questo scombussola un po’ i fatti: oggi andrei via perché vedo mancare le condizioni per restare o forse semplicemente perché oggi sono geneticamente italiana più di qualche anno fa e voglio interessarmi di me soltanto e non dell’Italia.

Fra l’altro, prima o poi, dovrà arrivare il momento in cui fare per davvero i conti con la mia irrequietezza che tanto mi spinge a vagabondare, tanto mi tormenta – talvolta morbosamente – con la ricerca delle radici.

Mood: inquieto
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to (but also watching): Smammas
Watching: True Romance – Citizen!
Eating: pane e nutella
Drinking: latte (oggi sono in ritardo)



Oggi, nove ottobre duemiladodici, sembrerebbe che tu non sia mai passato nella mia vita.

Non fosse che hai dimenticato nel cassetto del comò accanto al letto un paio di calzini sformati coi talloni consunti,
che io sto usando per abbracciare il piede malato, quello sul quale ieri sono rovinata, il sinistro,

fatto assai brigante, sfacciato, infame,
mi ragguaglia su quanto [mi] manchi [e sarebbe meglio di no] oggi che proprio sembrerebbe tu non sia mai passato nella mia vita [la stessa che, a volte, costringo in esilio da te per istinto di autoconservazione],

su quel che tu (eri), io (ero) e tu e io (eravamo), ]
mentre quel che siamo è un paio di calzini sformati coi talloni consunti dimenticati [ .

Firma il mio amore problematico problematizzato

Mood: teso
Reading: stupide carte di metodologia di design, ma che frega a me?
Listening and watching: l’arrivo del temporale
Eating: poco
Drinking: tea chai



Mi sono strappata di dosso l’universo che mi ero appiccicata alle ossa, ago e filo,

ho scoperto in stadio avanzato un buco nero emozionale,
– roba da strozza-fiato lacrime a singhiozzo –
l’ho srotolato nel vento.

Adesso ballonzolo nuda a mezz’aria, con uno scafandro gigantesco sulla testa tra milioni di possibilità accese tutt’attorno a fulcri bollenti di necessità in evasione da Sottocontrollo,

prima o poi doveva succedere

Ogni tanto ci sta,
ballonzolare a mezz’aria e niente di più,
è fuori questione una guerra a breve termine per la conquista di scampoli di suoli e materia stellare da addobbo,
ballonzolo a mezz’aria e niente di più,
mi serve per s-gravitare la testa,

Dai fogli di bordo, nodi della crisi

il giorno in cui la mia fantasia ha defezionato
il giorno in cui una bufera spazio temporale mi ha trascinata in un universo lontano (tantissimo) di cose ancora da scoprire
il giorni in cui i cavi comunicazionali con un paio di universi vicini (tantissimo) sono saltati
il giorno in cui ho riconosciuto di essere affetta da una forma gravissima di loco-patia
il giorno in cui ho scoperto che allora l’avvicinarsi della chiusura di un ciclo mi fa paura
i giorni in cui ho desiderato [e anche quelli in cui ho sfiorato]

prima o poi.

Mood: instabile
Reading: Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata
Listening to: The Platters – Only You
Watching: il temporale
Playing: a ungermi di cortisone dopo che uno stuolo di zanzare ha fatto strage di me
Eating: melone
Drinking: acqua



“Questa sera vado a letto desideroso di frugare nel cestino della passione, fra i ricordi e i sogni. Voglio vedere cosa resta del mio vecchio cuore, quello con cui mi sono innomorato.”

[Mathias Malzieu, La meccanica del cuore]


Qualche pezzetto ne è rimasto sotto il cuscino insieme a tutte le cose preziose che ci nascondo fin da quando ero minuscola un pollice e credevo che nel torpore tutte le cose preziose nascoste sotto il cuscino parlassero ai miei sogni li persuadessero a non turbarmi e da allora negli anni il mucchietto è cresciuto ha assunto una morfologia assai consistente e dinoccolata al punto che quando ci appoggio sopra la testa devo farlo con leggerezza per non frantumare o riattizzare alcunché.
Quelle volte in cui succede che sono maldestra, i pezzetti del mio vecchio cuore si mettono a cigolare un sacco a perdere ruggine pieni come sono di condotti di sutura raffazzonati alla meglio più che di capillari ostruiti e rinsecchiti, a farmi male a piantarmi nel petto gli antichi lamenti d’amore di chi tanto amando tanto senza confini noti è rimasto in attesa di una meta che non era stata prevista e implora perdono per aver tollerato di essere ridotto a sussulti e stanchezza dopo aver barattato le corde per vociare un usuale impersonale – così sembrava – e per tradizione sereno ti amo, mi manchi, voglio baciarti con le congetture magnifiche di una nuova forma essenziale scolpita a tutto tondo da rare straordinarie e per tradizione tempestose emozioni, quindi tanto meglio se faccio attenzione.
Mai avrei pensato che a causa dell’infelicità un cuore potesse consumarsi per sempre perdendo un pezzo dietro l’altro e restare in briciole nella conca dell’anca destra senza far dolore prima o poi mi riesce di rimetterlo insieme pensavo, ma dopo tanto rigirarmi per tutto il mondo tra bonzi e stregoni non ho trovato un solo pezzo di ricambio per il mio vecchio cuore vecchia scuola finito fuori serie da qualche anno, nessuna diavoleria avrebbe potuto aggiustarlo.
Perciò ho raccolto qualche pezzetto tra i più grossi rimasti del mio vecchio cuore nella conca dell’anca destra e li ho nascosti sotto il cuscino, quel po’ che restava l’ho soffiato in polvere al vento che ne avesse un po’ d’amore. Nella cava ormai vuota del mio petto ho ficcato un cuore nuovo di fiamma conquistato dopo mille fatiche in fondo a un imbuto, ho allacciato per bene vene e arterie e l’ho azionato.
Il mio nuovo cuore è un prodigio, ha una capienza esagerata dentro un assetto ben saldo e compatto ma estremamente leggero e flessibile sicché mentre pulsa tutto euforico e impaziente i flussi e i deflussi della vita intera vanno avanti e dietro avantiedietro senza che mai la sacca si svuoti o si ingombri, entrano in circolo e con quale fierezza il mio nuovo cuore mi insegna che la vita intera si percepisce nella misura di quello che si decide di accogliere abbracciare incanalare tra possibilità e pesi in atto, con quanta diplomazia svolta malumori in buonumori, eppure
Io col mio nuovo cuore non mi sono ancora mai innamorata. Sembra quasi non ne abbia bisogno tanto è sicuro di se stesso e pago del suo connubio con la vita intera, il mio nuovo cuore si direbbe innamorato del modo in cui ama.
Allora ogni tanto prima di addormentarmi sollevo il cuscino sotto il quale nascondo tutte le cose preziose fin da quando ero minuscola un pollice e rovisto tra i pezzetti rimasti del mio vecchio cuore, del mondo che rappresentava che avevo dove stavo e che non esiste più, resto un po’ in ascolto dei cigolii come della nenia scordata di un carillon di quelli con la ballerina dagli arti sottili che si gira attorno in punta di piede per meccanica reiterazione senz’anima,
poi tutti i pezzetti rimasti del mio vecchio cuore li nascondo di nuovo sotto il cuscino tra le altre cose preziose e vado via per il mondo ‘ché c’è ancora tutto da fare e più che del mio vecchio cuore col quale mi sono innamorata, più che del mondo che rappresentava che avevo dove stavo e che non esiste più non voglio più, io ho bisogno di sentire le emozioni vivide ed espanse di quando sono innamorata. E io col mio nuovo cuore non mi sono ancora mai innamorata,

ho bisogno di pensare che posso ancora innamorarmi che a irrigidirmi non è la paura del mio vecchio cuore in polvere e pezzetti, quello con cui mi sono innamorata.
Che con tutti i flussi e i deflussi della vita intera che fa andare avanti e dietro avantiedietro entrare in circolo prima o poi il mio nuovo cuore, quello con cui non mi sono ancora mai innamorata, busserà al petto e mi dirà ci siamo innamorati.

[2 luglio, non a caso]



***

Comunque sulle pagine de La meccanica del cuore di Mathias Malzieu ho pianto senza risparmiare lacrime ‘ché tanto sulle lacrime la crisi mondiale non prevede tagli. L’ultimo libro che era riuscito a coinvolgermi a tal punto è stato Che tu sia per me il coltello di David Grossman. È successo quasi quattro anni fa ormai, avevo ancora il mio vecchio cuore. In verità, sulle pagine de La meccanica del cuore ho pianto senza risparmiare lacrime per la prima volta da quando ho il mio nuovo cuore.
Insomma, tanto per fare un po’ di vendita promozionale che in certi casi è doverosa.

Dyonisus è il gruppo di cui Mathias Malzieu è frontman e cantante solista. La mécanique du cœur è il disco con il quale mettono in musica l’immaginario del libro.