Mood: ovattato
Reading: Salvador Dalì, La mia vita segreta (ancora e di nuovo)
Watching: Variabili Umane, della compagnia teatrale Atopos, per la regia di Marcela Seri. Chiunque ne avesse l’opportunità, vada a vederlo! Al momento è in scena al Teatro Ringhiera di Milano. (“Un canto di esseri umani. / Un canto d’amore e d’odio per “essere” umani./ Una dedica all’incomprensione. / Un canto per chi non capisce. / Un urlo di rabbia, di vita. / Un urlo parossistico, fottutamente indigesto./ Una danza di corpi buffi e belli che desiderano essere amati. / Una tragicommedia sull’ignoranza e una ricerca continua… / Chi sono io veramente? E ciò che sto guardando: sei tu o sono io? / Le variabili umane entrano nelle menti come un elettroshock. Guardami! / Guardami: cosa devo fare per farmi amare?”)
Eating: cioccolata Lindt
Drinking: te







Nessun dubbio all’orizzonte, sono io. Io, proprio io, me mededima.
Appunto perché, appunto… appunto.

Insomma, lo diceva sempre mia mamma! Me ne sto attaccata al riccio come Linus alla coperta. Al riccio, sì. Uno specifico, sempre lo stesso. Sulla spalla a sinistra quando avevo i capelli lunghi, in cima alla capoccia da che ho tagliato i capelli, per altro scomodissimo, ma tanto meglio la fiacchezza muscolare di un esaurimento nervoso. Dopotutto ognuno ha i suoi personali anti-metodi da stress communis.
Appunto perché, appunto… appunto.

Potrei vivisezionarmi, elencare i fatti, farne la disamina ed emettere il rapporto patologico. Ma nell’ultimo periodo, non sono il meglio sul mercato con le parole. Sto sperando in una svendita da fiondarmici e farne mambassa. Intanto, meglio passare la frequenza a qualcuno più appropriato al caso.






Appunto perché, appunto… appunto.

Mood: aggressivo, dicono
Listening to: Manu Chao – Bongo Bong
Drinking: caffè, dovrei diminuirne il consumo, dicono, mi rende più aggressiva, dicono




Sebbene non siano spuntati subito (piuttosto con parecchio ritardo), in fase d’assemblaggio, sono stata dotata, oltre che di una quarantina di centimetri di fronte su cui è possibile affrescare il ciclo della vita di S. Francesco e di un viso pallido, ben tornito e liscio come il culo di bebè, anche di una massa non indifferente di lunghi riccioli boccoleggianti, tutto il necessario, dicono, per assurgere all’immagine gentile (con accezione provenzale) di dama d’altri tempi o di bambolina di porcellana, osservazione quest’ultima che odio dal profondo, per ovvie implicazioni di carattere emotivo, cui ho l’incapacità di resistere, applausi, prego, per questo periodo manzoniano!


Ieri ho detto alla parrucchiera di dare un taglio netto ai capelli e di non pensarci, di scalarli sempre di più. Per una volta poteva non preoccuparsi di lasciarmi pelata, che i parrucchieri, si sa, non hanno il senso della misura quando hanno una forbice in mano.


Li ho guardati ancora una volta, morbidi attorno ai muscoli del collo e giù per l’incavo delle spalle, poi hanno iniziato a cadermi addosso. Tempo dieci minuti e ho potuto dire ciao ad una piccola chioma rigonfia, irsuta ed evidentemente non domabile con quei ricci più corti che sfuggono in cima, vagamente aggressiva come un neonato che scalcia per farsi posto nel peso del mondo circostante e che piange a squarciagola per prendere aria.


“Ti sei alleggerita la testa, eh!” mi ha detto la parrucchiera.
Le ho detto che sì, me l’ero alleggerita.


Di tutti i granelli di polvere e le gocce di sudore dopo corse affannate verso il traguardo per poi restare ugualmente nel dubbio e nell’attesa, di ogni sguardo e carezza tra risate o lacrime, di tutto il peso dell’amore e della rabbia, di ogni cosa che nei riccioli è facile resti incagliata.


Non so perché, mancano i dati scientifici, ma l’atto di tagliare i capelli porta con sé la convinzione leggera di aver chiuso i conti col passato, di poter ricominciare a camminare a testa alta.
Forse perché, i pesi del cuore sembrano concentrarsi fisicamente all’altezza della testa e la comprimono, la costringono sottovuoto.
Forse perché, vivendo sempre insieme ai propri capelli, come cantava qualcuno, la separazione è un atto che richiede un pizzico di coraggio.
Forse perché, dopo averlo fatto, cambiano i lineamenti del viso, i miei si induriscono, è una dichiarazione di guerra.
Forse perché è archetipo umano, mitologia pura, chissà se Eva si è tagliata i capelli dopo la cacciata dal Paradiso.