Mood: concitato
Reading: Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni
Listening to: Tove Lo ft. Hippie Sabotage – Stay High (Habits Remix)
Eating: pizza
Drinking: caffè



Videomaking e fotografia, gioca con e sulla luce come “fenomeno complesso”, un linguaggio in grado di produrre emozioni diverse anche all’interno di una medesima situazione, grazie alle sue innumerevoli variazioni. I suoi lavori sono personali, intimi, specchio del suo passato e in qualche modo del suo presente, alla ricerca di un’espressività e di una verità dell’essere estreme. Le sue opere sono legate alla visione che ciascuno ha di se stesso, una percezione spesso caotica e mascherata, a volte in conseguenza di quello che gli altri riflettono su di noi. I video sono incentrati sull’identità, sul concetto di decadenza e di smarrimento che pervade gli esseri umani, mettendo in scena i fatti umani a cui ogni giorno assistiamo nel silenzio e nell’indifferenza di una vita troppo piena di eventi. Fatti umani che ci coinvolgono in prima persona e che ci vedono spesso bloccati dal prendere decisioni azzardate e complesse eppure così naturali e innovative. Siamo in grado di vedere e ascoltare? Siamo esseri viventi e attivi o lasciamo che gli eventi ci piombino addosso accogliendoli in maniera passiva? Siamo in grado di oltrepassare la sottile linea che separa il sogno dalla realtà? Tutto ciò è Dreamer. I suoi video ci accolgono in atmosfere sospese, silenziose, riflessive… Probabilmente l’invito da cogliere è quello di “distaccarsi da se stessi” per guardare da una prospettiva altra e alta e collegarsi così al senso intimo delle cose.

Daniela Confetti,
per ThULab – Spazio per le Arti Visive.




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.

Migratoria

giugno 24, 2014

Mood: disordinato
Reading: Bruce Chatwin, Invasioni nomadi, in Che ci faccio qui?
Listening to: Woodkid – The Great Escape
Watching: Sia – Chandelier (Official Video)
Eating: fragole
Drinking: caffè



Ci sono 2444 km tra me, la mattina specifica del 13 giugno, e me, la particolare sera del 17 giugno. Sono migrata in una notte da Rijswijk, a Rotterdam, a Gent, a Anversa, a Lille, a Londra – stop di due ore –, attraversando la Manica su un traghetto che ha costeggiando le Bianche Scogliere di Dover all’alba successiva, poi da Londra a Sheffield, a Wakefield, a Newcastle, a Edimburgo nelle prime ore della sera e indietro, tre giorni dopo, da Edimburgo a Newcastle, a Wakefield, a Sheffield, a Londra tutta una filata nel buio e da Londra a Lille, incapsulata in un autobus in un treno in un budello sotto le acque de La Manica, e poi a Anversa, a Gent, a Rotterdam, a Rijswijk, al calare del sole.

Ho portato sulle spalle il mio cosmo per 2444 km, la terra e il cielo, l’orizzonte e le sue stelle, ogni ciclo di vita, morte e rinascita. 2444 km non sono pochi. E in 2444 km sono uscita dalla vita e ci sono rientrata tante volte quante l’autobus che mi conduceva da una stazione all’altra, insieme a un carico scialbo di passeggeri più un essere umano a me caro, si è fermato ed è ripartito, di volta in volta ricompattando il mosaico di paesaggi e linee di fuga nello spazio sterile di un parcheggio già deputato a una successiva e immediata disintegrazione in nuovi paesaggi e linee di fuga, così per 2444 km.

È difficile in questa sede andare fino in fondo ai pensieri e alle emozioni del mio cosmo in quei giorni, sono complessi e riguardano troppi aspetti differenti della mia vita, ma si dà il caso che spostamenti simili a quello di cui sopra soddisfino per allegoria la mia necessità enterica di nuovi inizi: “la migrazione è di per sé un fatto rituale”, mi ricorda Chatwin, “una catarsi ʿreligiosaʾ, rivoluzionaria nel senso più stretto della parola in quanto l’atto di piantare e togliere il campo rappresenta ogni volta un nuovo inizio. Ciò spiega la violenza con cui un nomade reagisce quando qualcuno blocca le sue migrazioni. Per di più, se accettiamo la premessa che la religione sia una risposta all’inquietudine, allora il nomadismo deve soddisfare certe fondamentali aspirazioni umane che la stabilità non soddisfa.”
Il mio definiamolo nomadismo è nato, qualche anno fa, da un territorio troppo sterile perché potessi ipotizzare cosa fosse un sereno appagamento, il riguardo nei confronti di me stessa che è una cosa meno fine a se stessa di quanto possa sembrare. Per quel che mi riguarda, il movimento è metabolismo. Inizia di solito con un certo imbarazzo, se non proprio con la fame o con un’indigestione violenta. Di conseguenza, non posso far altro che spostarmi, pena la morte per astinenza subita o auto inflitta nel tentativo angoscioso di ritrovare la leggerezza. Mi lascio dietro qualcosa a ogni fermata e nuova partenza, è un dato di fatto che il movimento innesca le reazioni chimiche e fisiche di degradazione e trasformazione della materia e che allo stesso tempo, se non per concausa, sintetizza e libera nuove energie, alimentando lo spirito a nuove prospettive. Tutti i miei stati migliori li partorisco alla fine viaggiando, quando creo spazio espandendomi. C’è in questa formula qualcosa che tanto mi consola quanto mi eccita ed è nel cuneo tra queste due impressioni che respira la mia serenità.

Avrei potuto prendere un aereo: Amsterdam-Edimburgo, avendo fondamentalmente bisogno di essere a Edimburgo il 15 giugno in occasione della proiezione di Dreamer all’Edinburgh Short Film Festival. Ma avvertivo di più l’esigenza particolare di un passaggio intorno alla geografia delle mie emozioni e così ho rivendicato come miei 2444 km totali dentro un autobus. Credo volessi stremarmi, scivolarmi fino al limite delle mie sensazioni, abbandonata come sarei stata di fatto a un movimento organizzato e immutabile nell’alcova fastidiosa di una poltroncina strizzata tra cento altre.
Si aggiunga che allo stesso tempo io abbia avuto l’opportunità di segnare un percorso predisposto, di intaccarlo con decisione e questo perché i 2444 km che ho appena compiuto non sono stati per me un percorso a caso, piuttosto un sentiero che ha collegato alcuni dei luoghi e degli esseri umani che, in momenti molto diversi, sono stati tra i più fecondi e sui quali riverso un particolare attaccamento affettivo. Mi piacciono gli spazi del ritorno perché fanno luce sul presente e a loro volta si fanno illuminare da esso: in questo modo diventano la prova visibile dell’intreccio delle migliaia di vie del sentire e la vita si arricchisce all’istante col senso del cambiamento che è quando realizziamo di essere, esseri umani – materia emotiva – all’interno di un intrinseco processo evolutivo senza fine, processo evolutivo noi stessi, atto nobile di libertà spirituale.
Riconosco in questa visione dei fatti il mio impulso tenace a travalicare, forse anche a travalicarmi. Come se un giorno potessi salirmi in cima e da lì sopra stare a guardarmi,

mi sto guardando.


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Scotland, Edinburgh, Arthur’s seat, 16 June 2014,
tre mesi esatti dopo la prima scalata.
Mood: energico
Reading: Clément Chéroux, L’errore fotografico
Listening to: UnpezzoalgiornoVideo musicale in cui cammino
Watching: The Amazing Spider-Man 2 di Marc Webb
Eating: patate e mayonese
Drinking: litri di tea in compagnia




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ESFF Official Selection 2014 LAUREL WREATH

Dreamer, una postilla

ottobre 18, 2013

Mood: sotto-pressione
Listening to: Kavinsky & Lovefoxxx – Nightcall (Drive Soundtrack)
Watching: Sofia che saltella come una molla sulle gambe di suo padre (grazie Skype!)
Eating: involtini di zucchine
Drinking: acqua



Ieri, scrivendo la sinossi compiuta – che non ho mai scritto – per presentare Dreamer a ThuLab, un’iniziativa pugliese impegnata nella creazione di una rete per l’arte contemporanea sul territorio, a un certo punto ero così entusiasta e coinvolta da cadere fuori dal tempo e dallo spazio, così pura da pensare diamine!, non vedo l’ora che arrivi il primo giorno di set!

Poi ho realizzato che Dreamer esiste già e in quello stesso istante mi si è svuotata la pancia come tutte le volte che, guardando indietro a quei giorni di lavoro, rivivo la sensazione di molteplici fauci oscure spalancate a ogni angolo, pronte a scolarsi ogni slancio e passione.

Ed è arrivato il disagio per quanto poco ho sorriso e quanto male l’ho raccontato, Dreamer – eppure ce ne sarebbe da dire!

Il fatto è che certi processi richiedono più tempo del previsto.

***

Un palazzo a sette piani, dove innumerevoli personaggi si sono barricati al punto da esserne fagocitati, diventa il marchingegno immaginoso per indagare attorno ai fatti umani dell’immobilità e del cambiamento, al significato del distaccarsi da se stessi e cambiare punti di vista e prospettive.
Ciascuno degli appartamenti dello stabile cela turbe così violente da essere diventate irreali e spazi esistenziali sospesi e inerti, anossici. Sembra che più nulla possa riaversi. Eppure, in cima al palazzo, una donna decide di separarsi dalla porta di casa.
Dreamer è il racconto della sua catabasi [o anabasi?], piano dopo piano, ogni piano un dramma [suo o di altri inquilini?, corpo eroe o Caronte?] – per uscire dal palazzo, andare altrove, dove è troppo presto per saperlo.
Un archivio di dieci variazioni luminose,
un percorso dello sguardo complesso e itinerante,
un intimo processo metamorfico di illuminazioni.

Per chi non l’avesse visto, si tratta di questo.

(a me non fa così male riproporlo)




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.

Altrove

febbraio 20, 2012

Mood: divertito
Reading: Desmond Morris, La scimmia nuda
Listening to: Explosions in The Sky – First Breath After Coma
Watching: palloncini che continuano a ballonzolare per casa a seguito del festino di ieri sera con tema – si presti orecchio all’originalità – pane sì pane, abbiamo da consumarne!
Playing: a riordinare ogni cosa dopo mesi d’incuria
Eating: risotto funghi e zucchine
Drinking: teh



Prima di essere altrove non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice. Prima di andare in anossia per la mancanza di tutta la vita che vivendo non avevo vissuto non avrei potuto essere altrove.

Altrove è quando tra i flussi riflussi cicli ricicli dei giorni delle settimane dei mesi degli anni si fa spazio la disposizione a sradicare le arterie dai territori esistenziali noti che sono sistemi complessi di eventi e meccanismi e nomi ed emozioni, per familiarizzare con la mobilità sperimentare gli impulsi e le necessità che tramano e ordiscono la felicità.
Il problema è che gli uomini hanno natura assai abitudinaria la sola idea del cambiamento li pietrifica, si sono convinti di avere un’identità ferrea figurarsi la facilità estrema con la quale si assuefanno ai territori esistenziali noti e ci rimangono anche quando stanno cadendo in pezzi a causa di un continuo inaridimento. Gli uomini si dicono felici piangono tantissimo. Per dire che

Prima di vivere come se il mio territorio esistenziale noto fosse il solo generoso il solo possibile, non avrei potuto andare in anossia per la mancanza di tutta la vita che vivendo non avevo vissuto, non avrei potuto essere altrove, non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice.

Oggi sono altrove.

Quando porto alle spalle lo sguardo e mi perdo nei campi lunghi squartati dalle arsure continue iniziate ormai troppi anni fa, penso che mi viene da arrabbiarmi avrei potuto lasciare i miei territori noti per essere altrove già troppi anni fa, ma poi penso anche che essere altrove non è stato e non avrebbe potuto essere come girare una frittata nella pentola al volo voilà!, ieri vivevo come se il mio territorio esistenziale noto fosse il solo generoso il solo possibile oggi sono altrove. No, proprio no.
Per mesi ogni mattina al risveglio ancora nel letto, ho oliato tutte le giunture delle ossa legnose i tessuti degli organi interni battuti da malinconie e cacofonie i meccanismi delle sinapsi affette da idiosincrasie e falle temporali i sentimenti i cimeli poveri dei miei territori esistenziali noti che un giorno avevano fatto sbam!
Per mesi ogni mattina al risveglio ancora nel letto, ho sentito le assenze marciare il cuore indietreggiare e prima della sopraffazione prima del cuore in mille pezzi ero ancora viva non potevo ignorarlo non potevo restare in attesa dovevo andare sapevo dove
non potevo
che possibilità c’erano di essere felice?
eccome se potevo
dovevo
altrove,
allora ho oliato – tutte le giunture delle ossa legnose i tessuti degli organi interni battuti da malinconie e cacofonie i meccanismi delle sinapsi affette da idiosincrasie e falle temporali i sentimenti i cimeli poveri dei miei territori esistenziali noti che un giorno avevano fatto sbam! – per sradicarmene piano senza fare crack!
E sono passati i mesi le mattine i risvegli ancora nel letto che era come essere in utero, non bene o male, semplicemente essere e sentire i piedi allontanarsi distintamente passo dopo passo dai territori esistenziali noti sperimentare l’altrove forzandone i confini sentire di aver vissuto una vita intera senza ricordarne che pochi istanti flosci e amorevoli sentire di dover nascere una volta ancora sentire di poter nascere una volta ancora forse anche più sentire tutta la forza propulsiva di un evento creativo.

Oggi sono altrove che è l’esito in divenire di un lungo processo esistenziale ri-creativo, non già un sistema complesso di eventi e meccanismi e nomi ed emozioni sarebbe prematuro, piuttosto un numero incalcolabile di possibilità per essere felice e insieme la libertà di correrci attraverso, sentire sottopelle il solletico e ridere tantissimo ridere di gusto avvertendo il corpo danzare distendersi espandersi prolungarsi con tutto il suo peso.
Oggi sono altrove e prende bene oggi che soltanto ieri non mi sarebbe riuscito così spontaneo ridere tantissimo ridere di gusto perché nel mio territorio esistenziale noto un solo motivo per cui piangere sarebbe stato più violento di mille motivi per cui ridere – mille motivi per cui ridere che non facevano un solo motivo per cui piangere, ieri –.
Prima di essere altrove non avrei potuto sapere che altrove c’erano incalcolabili possibilità per essere felice.
Oggi sono altrove e prende bene oggi che altrove ci sono incalcolabili possibilità per essere felice.

‹‹Ma guardala lei che finalmente ride quanto ride!››

(Grazie)


***

Comunque dedico queste parole a Eta perché Altrove le appartiene. In una certa misura, ne ha reso possibile per me la consapevolezza in questi ultimi mesi. Altrove è il titolo che chiude (?) il percorso del suo progetto di tesi di diploma accademico ‹‹di frattura›› (viscerale).

Mood: quello di quando neanche il dizionario della lingua italiana contiene un termine adeguato
Listening to: la sospensione sonora di Milano sotto la neve
Watching: le distese di bianco che non mi spaventano più tantotroppo
Eating: biscotti di riso
Drinking: caffelatte



Assente



Avevo una suggestione, tipo






Mi sembra chiaro abbastanza.


Ma

– segue una lista infinita da ma

non siamo qui per annoiarci con i ma quelli di sempre.


Me lo tengo come post-it tra le sinapsi

– uno in più di certo non farà capitombolare la situazione. –

Come I sei personaggi in cerca di autore di Pirandello.

Chissà che prima o poi non mi riesca di staccarlo.

Legge costituzionale

dicembre 29, 2011

Mood: compagnone
Reading: Chatwin, Che ci faccio qui?
Listening to: Tom Waits – Time
Playing: a correre nel vento per le strade di Delft
Watching: fulmini in lontananza
Eating: cheesecake da Uit de Kunst
Drinking: cappuccino



Che in me i momenti del piacere siano annodati all’esplosione in gola delle sacche del dolore in quarantena è una legge non scritta.
Perciò adesso non mi sorprende la sensazione tutta fisica dell’anima che si lacera in più pezzi senza preavviso in momenti impensati della giornata, facendo i salti mortali tra le cime del piacere, per l’appagamento e per tutte le prospettive che sta fruttando il mio lavoro, e le slavine del dolore, per quello che è caduto a pezzi e per quello che forse verrà, ma intanto si ostina a mancare.
Nella mia realtà del momento, i cambiamenti si incuneano con una rapidità da capogiro, qualcuno lo graffio dalla pietra dei giorni, qualcuno mi capitombola in braccio e lo puntello. Entusiasmo, fierezza, timori e incertezza si fondono insieme e fin qui niente di strano, ogni sentimento rende possibile il dannato vivere.
Ma spesso, alla fine di un giorno qualunque, dopo aver tanto corso e tanto sudato energia, mi sento persa. Nel mezzo è capitato più volte di aver lasciato cadere un sassolino lungo l’aorta, sperando negli angoli più buoni per poter rimettere ogni cosa e cercare conforto, leggerezza o semplice e ineducata condivisione. Altrettante volte è capitato di sentire ritornare solo le eco stridenti dei luoghi del cuore che un tempo furono giardini e ormai sono deserti sconfinati.
Con i tempi che corrono sarebbe meglio tenersi vicini, scaldarsi col fiato. Allora com’è che i doppi legami in cui mi cullavo giacciono sfilacciati nella terra e già ingrassano i primi giacinti? Ricordo sorpresa di aver creduto in ognuno di quegli amabili avanzi così tanto da sentirmi troppo piccola per non correre il rischio di esplodere. Sono consapevole che qualsiasi cosa finisce, ma come può qualsiasi cosa finire? È come prendere nello stomaco un pugno e vedere dischiudersi un gorgo. Rimpicciolisco. Mi risucchio al centro. Ed esco dalla felicità. Se c’è una cosa che mi fa male è non capire dove, quando e perché le direzioni sono diventate opposte. E valicando i patetismi di un necrologio qualunquista, scivolo in una delicata rassegnazione. Mai, prima d’ora, mi era capitato di sentirmi così.

Ecco, bisognerebbe che io sondi e argini una volta per tutte il meccanismo per il quale un’ondata di gloria non possa restar tale per più di un secondo prima di sprofondare in una qualche falda putrida. Bisognerebbe perché inizio a esserne stufa. L’udienza è aperta.
Per mirare il nocciolo della faccenda, non mi nascondo che tanto sono tronfia di gratificazioni lavorative, tanto sono sul lastrico dei sentimenti. Ma se c’è qualcosa di puramente umano, questo è l’incapacità di sorridere davvero alla vita quando i ritagli più intimi ed emozionali dell’esistenza sono scoperti al freddo. D’altra parte, con me il gioco è particolarmente facile. Qualunque idiota potrebbe intuire che il mio punto di massima vulnerabilità e contraddizione è negli affetti. In tutta onestà, ho un talento particolare per le circostanze squilibrate. Forse un istinto naturale.
Certo, adesso potrei lasciarmi andare ai venti nuovi che soffiano da ovunque, stringere legami più freschi, mappare nuovi riferimenti. Non mi diverte stare inchiodata mani e piedi a far arieggiare il cuore dalle scie degli amori persi. Vorrei anch’io sapermi concedere l’occasione per bruciarne di nuovi. Ma è come se, al momento, la mia anima fosse priva della capacità di avvicinarsi veramente a qualcuno e di incastrarsi.
Perciò, quantunque mi sfogli la pelle con scrupolo, il volto più viscerale della mia vita resta, fuori da un taglio qualsiasi di luce, con le orbite senz’occhi. E date le circostanze, quel sentimento di nuda verginità in un presente che non mi è amico, rattoppo i pozzi profondi che, fissandomi, m’affliggono con tutto ciò che di più vicino all’umano raggranello in fretta sui lidi della mia anima, sassi e conchiglie per lo più, postumo, spurgo, rimasuglio, sedimento di vecchi fiati e battiti cardiaci. Presenze che testimoniano assenze, assenze che riempiono vuoti. A ognuno il suo personale portagioie.

Ordunque si manifesta il valore costituzionale della legge non scritta per la quale in me i momenti del piacere sono annodati all’esplosione in gola delle sacche del dolore in quarantena.
Eppure sarei ingenua a pensare che non c’è modo di andare al di là. Dopotutto, in questo mondo non esiste legge, finanche la più costituzionale, non aggirabile con un affabile cavillo da azzeccagarbugli. Forse questa storia ha che fare con la meschinità più di quanto non voglia riconoscere. Più di quanto non voglia riconoscere, ho detto. Ebbene. Mi calo nell’etilene, poi di faccia in un cesso e mi assento dalla dignità. Faccio passare la notte. Epuro lo stomaco dei succhi gastrici. All’alba ho passato troppo tempo spezzata in due per voler continuare come fin’ora. Perché credere di poter riempire le mancanze con le assenze, perché se una vita può esser piena di presenze? A volte devo fare qualcosa di molto brutto quantomeno per farmi forte di una serenità nuova e accomodarmi quelle stesse possibilità che ho troppo ostacolato. Non so granché, soltanto che andare da questo luogo a un altro, quale chissà, mi bacerà, nutrirà, terrà viva.
L’udienza è sospesa.



[in merito a questa storia, si ringraziano – con tutto il cuoricinoinoino
Lou e Yanna per la luminosa sempreveravicinanza]