Dalla Genesi a King Kong

settembre 3, 2010

Mood: distratto
Listening to: il traffico giù in strada
Drinking: caffè
Eating: yogurt alla fragola
Sniffing (in via eccezionale): l’odore del soffritto che si intrufola dalla finestra. Non è possibile che ovunque vada ci sia il vicino dal soffritto aggressivo!



“E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.”

[Genesi, 27]


Ore tredicipuntoquarantotto, oggi, casa.

Per la decima volta da che mi sono messa al lavoro, mi alzo dal pc, dove sto disegnando, sempre in Illustrator, una donna in posizione fetale, e vado allo specchio, quello del corridoio, bronzo antico corroso.
Dalla cucina Yanna, all’anagrafe Arianna, amica di cuore fin dalle rispettive condizioni fetali, sgusciata al mondo dieci giorni prima della qui presente autrice, compagna di giochi e pizze nella prima infanzia, in congedo nel corso della seconda infanzia, poi di nuovo compagna d’avventura in adolescenza ed età attualmente neo-adulta, personal reggifrontone ufficiale nel decorso delle sbronze a vomito, mille e mille altre cose che non basta un libro per elencarle perché di vita insieme ne abbiamo ballata davvero tanta, ed ora anche coinquilina nel milanese, capace, lei tra tutti, di uscire dal cesso, esclamando con aria sognante, neanche avesse visto il principe azzurro, che profuma di nuovo e buono, je t’ador!, “non me lo posso perdereeeeee”, dicevo, Yanna mi guarda, sopracciglio alto, mentre mi posiziono di profilo, alzo il braccio destro sopra la testa, ascella in direzione naso tanto da sembrare che me la stia annusando, e piego la testa ora di qui ora di lì.
“Do’, ma che fai?”
Animazione. Devo capire l’inclinazione del corpo per poterlo disegnare.

Una mattina, qualche mese fa, scuola.

Sul grande-pannello bianco, il proiettore rimanda le immagini di alcuni loschi soggetti che fanno smorfie da gorilla davanti agli specchi, saltano da una parte all’altra della stanza come gorilla, urlano come gorilla e s’azzuffano…. come gorilla, sì, arguto chi ha indovinato e no, nessun premio in palio per tanta sottiletta sottigliezza intellettuale, talvolta la vita è amara!
Costoro sono gli animatori di King Kong, nel making of del film, impegnati a dar vita al terribile mostro peloso e ciccione, studiandone i movimenti plausibili ed ogni più piccola variazione nei muscoli, nei dettali del corpo, del volto.
Non nego che a primo impatto, l’alzata di sopracciglia è doverosa, ma, messa da parte la ridarella superficiale per i quattro uomo-scimmia e le riserve in merito allo stesso King Kong, quel che subentra è la fascinazione.

Tutto per dire che

Nella vita non ho molte certezze. Una di queste è che non farò mai l’animatrice per una serie di ovvie ragioni (chi non le conoscesse è rimandato qui) e perché sento che la mia avventura è un’altra, mi porta per il mondo, con al collo un obbiettivo per penetrarlo, direbbe lui, esprimendo tutta la tensione dell’esperienza.
Un’altra convinzione è che se un dio creatore è mai esistito, ogni cosa l’ha forgiata e l’ha dotata d’anima così, come gli animatori di King Kong, come faccio anch’io, seppur in proporzione micro-infinitesimale.
S’è specchiato, questo dio, s’è studiato, un po’ narcisisticamente, un po’ con odio. Ha imparato a conoscere il suo corpo, i suoi muscoli, le sue ossa, come si articolano sotto la pelle e a capirne la bellezza assoluta nell’imperfezione. Che strano marchingegno è il corpo, un’orologeria delicata: “Fragile, fare attenzione”. Sarà perché custodisce l’anima, non deve lasciarla scappare.
Ha anche osservato ogni più impercettibile variazione nel movimento, questo dio, perché nulla è statico, anche quando sembra esserlo. E allora il movimento è conditio sine qua no della vita, quel che non si muove è morto, lo riconosce anche un bambino. “Panta rei”, diceva Eraclito, che se avesse saputo quanto la gente moderna avrebbe abusato di questa idea in tutte le salse, come il prezzemolo, certamente si sarebbe garantito i diritti d’autore per tutta la discendenza. Forse a volte bisogna solo abbandonarsi al flusso e sentirsi andare, serenamente, e mettere in saccoccia quello che capita per le mani, senza affannarsi in cieche ricerche.
Probabilmente, questo dio, ha pastrocchiato con fango e polvere di ossa, non certo ha “smanettato” sul computer, che all’epoca mi sembra non esistesse, ma fango e polvere di ossa o computer, disegno sequenziale o modellazione, stop motion o rotoscope e chi più ne ha più ne metta, quel che resta è il concetto, quest’idea tanto romantica quanto forte.








No. Al momento nessuna anticipazione sul progetto a cui sto lavorando.
E’ ancora in fase embrionale. Lo sto cullando, al caldo.

Il muro. Dietro.

agosto 5, 2010

Listening to: Goran Bregovic – Lullaby (Queen Margot)



Rullino i tamburi,
Squillino le trombe!

Ce l’ho fatta!

L’animazione di cui parlavo qui può dichiararsi chiusa.
Almeno per il momento.

Onestamente non ne sono granchè soddistatta.
Non sono riuscita ad ottenere l’atmosfera intima che cercavo. Avverto troppa freddezza meccanica, troppa distanza.
Inoltre manca tutta una parte finale a cui ho dovuto rinunciare dopo aver considerato che le tempistiche sono sempre più ristrette a causa del lavoro.
E c’è da dire che per questa manciata di secondi ci ho messo una vita, pur restando concentrata sul lavoro – in verità, “una vita” è il tempo necessario per questo tipo di operazioni!

Ma va bene.
Ho sperimentato, ho fatto del mio meglio.

*
Questa è un po’ anche per te, piccolina mia.
Riuscissi a vedere un briciolo della tua bellezza, sapresti amarti di più.
Riuscissi a capire un briciolo del bene che ti voglio e ti vogliamo, abbandoneresti un po’ di quel veleno che mastichi sotto lingua.
Ora sono impotente. Ma non lontana.
Quando ti affaccerai su te stessa, affronta la paura, che non è reato, nè peccato.
Mood: whaaaaaaaaaat?
Watching and Listening to: The Strokes – Heart in a cage
E visto che ci siamo, qui, il remake girato e montato da mia sorella. VEDERE!
Watching: qualsiasi cosa mi possa dare ispirazione.
The Strokes – You only live once (con particolare attenzione al batterista)
Madonna – The Beast Within (senza redenzione)
Playing: con i “sì o no?”
Eating: yogurt con cereali
Drinking: caffè



In questi giorni sto lavorando ad un progetto di animazione per l’esame di settembre in Naba.
Non c’è niente di meglio che svegliarsi a prima mattina, fare una sana colazione e mettersi a disegnare in Illustrator per poi scoprire dopo ore che non hai combinato un bel niente rispetto al quantitativo di lavoro che devi sbrigare. Insomma. Nell’ordinario.

Questo è il primo di un numero spropositato di frames. Si tratta di un rotoscope,

*
Sì, avevo smontato la stanza.
Sì, l’inquadratura fa schifo, ma chissenefrega, mi serviva da base.

la cui modella è me medesima. Fa un po’ strano disegnarmi. A volte mi astraggo da me stessa, quella nel disegno diventa una persona altra, cui non posso riservare che estraneità. Altre volte, invece, mi sembra di scoprire nei frames video dettagli di me stessa che mai prima avevo notato. Allora mi dedico attenzione e delicatezza.

Una cara amica mi ha fatto notare che per la scelta dei colori, questa animazione ricorda molto Persepolis, film di animazione con uno sguardo leggero, ma non per questo superficiale, sulla condizione dell’Iran (si fustighi chi non l’abbia visto!).

Mi sembra una scalata agli onori eccessiva la mia. Semplicemente amo questo film, lo venero e riconosco che pensavo proprio a Persepolis quando ho deciso la gamma tonale.

Alla base della mia piccola animazione c’è un tema che definiscono mio, come dire?, il compare al braccetto! Quello di muro, declinato come incomunicabilità.
Incomunicabilità con se stessi in questo caso. Con la propria immagine speculare.
Effettivamente l’idea è frutto di una reinterpretazione di un mio vecchio concept fotografico.

A breve l’animazione conclusa (CI CONTO!).

E a proposito di fotografia…
Oggi pomeriggio devo andare a trovare la mia bimba di ottiche al centro assistenza.
Lei, la mia prima compagna di viaggio, sudata spicciolo su spicciolo. E di strada insieme ne abbiamo percorsa davvero tanta. Al punto che le mie mani ne hanno assunto la forma di impugnatura. Mi ha insegnato a porre sulla stessa linea stomaco, cuore e mente, occhio e mani, mi ha fornito una chiave di lettura del mondo, il mio. Insieme, di storie ne abbiamo raccontate.
Qualche settimana fa mi è caduta di mano. Mi ucciderei se penso che l’ho sacrificata per salvare la paglietta che mia sorella mi stava cacciando giù dalla testa. Lei si è schiantata sulle chianche con l’obbiettivo aperto. Io ho fisicamente sentito il cuore sprofondare nell’intestino basso.
Al telefono il tecnico, con soave cadenza barese, ha tenuto a specificare che la ritroverò aperta, dal momento che il “danno è superiore alla spesa preventivata” ed ha bisogno di sapere se voglio ugualmente sistemarla o meno. La sola idea mi fa attorcigliare le budella.

*
Nel lontanto duemilasette.
Ci conoscevamo da pochissimo. Quasi non sapevamo che farne l’una dell’altra. Poi… poi è tutt’un’altra storia.