Parole

aprile 13, 2015

Mood: terso
Reading: Italo Calvino, Lezioni americane
Listening to: Paolo Nutini – Iron Sky
Watching: Kacper Kowalski’s
Eating: cioccolata, un pensiero fisso
Drinking: fiori ed erbette



A metà pomeriggio della domenica di Pasqua, sono stata sopraffatta da una domanda infinitamente pressante e ho trascorso minuti lunghi a guardare la neve cadere bianca sulle cime verdi di Sankt Georgen im Schwarzwald. Ho continuato a guardare anche quando i fiocchi hanno smesso di mulinare per aria e tutto si è fermato a respirare sommesso sotto una spessa coltre lattea. Perché la scrittura mi è venuta a mancare? Scrutavo il paesaggio – silenzio – e a ogni minuto che passava la domanda diventava più assillante, l’assenza di un qualsiasi confronto a tu per tu con le parole più pesante.
Mi dicevo: è perché sto vivendo con un tale slancio che diventa difficile trattenere qualsiasi cosa e, all’improvviso, di fronte a questa osservazione, mi sono sentita sperduta. Peggio della domanda che mi stavo ponendo c’era una cosa soltanto: non provavo alcun disagio. Ma pur sempre qui si parlava della perdita della scrittura, la scrittura! per cui da sempre ho un debole, un certo amore, una certa ossessione. E, si capisce, il fatto di non avvertire alcun disagio mi metteva a disagio, tutto ciò non so se è un bene, non so se è un male. Ma non è poi così necessario venire al bene e venire al male in questi termini.

Sono passata alle uova nascoste in giardino, al te nero con la torta al rabarbaro e al solletico tra le lenzuola pulite, alla fiducia nella felicità che provo d’istinto. E sono rimasta di nuovo con zero parole, ma come prima di domandarmi perché la scrittura fosse venuta a mancarmi, voglio dire serenamente. Ho idea che, se mi lascio respirare, le parole mi torneranno tra le mani.

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Mood: contento
Reading: un’email dopo l’altra tra quelle per natura in arretrato nella mia casella di posta
Listening to: Anoushka Shankar (ft. Norah Jones) – Traces Of You
Watching: l’autunno alla finestra
Eating: toast
Drinking: frullato di banana




dorotea_pace

Italy, Otranto, Punta dell’Orci, 09 August 2014.
Me, in a picture taken by my dear friend Francesco during a trip to the South End of Italy.

Il 26 giugno scorso, all’imbarco C16 di Schipol già si parlava di mare, di pranzi e di santi Nicola, e per quel che mi riguarda nemmeno mi sentivo pronta a volare. Premesso uno scarso interesse di base per il polpo arricciato, mi domandavo se sarei mai ritornata in Olanda e questo perché mi era chiaro che volevo restare, ma in che modo e a fare cosa senza più un lavoro e senza grandi visioni?, domande del genere figuravano nella mia testa al pari di concetti quali il mistero della fede. Tutto quel che sapevo indugiava nella zona ristretta in un angolo della coscienza illuminato da una spia rossa a intermittenza soltanto: così come ho vissuto fin’ora non fa al caso mio perché non mi soddisfa, ma cosa fa al caso mio e cosa mi soddisfa? Che ci fosse una certa esigenza di ritirarmi a riflettere, era diventato quantomeno evidente e quell’imminente partenza contribuiva a ansimarmi negli occhi una certa impellenza.

Ho trascorso in Italia due mesi di grande precarietà emotiva e territoriale su più piccola scala, ma sempre tenacemente attaccata alla molla principale del mio confino: guardarmi dentro alla ricerca di un qualche sogno sfolgorante rimasto insabbiato nel grigiore confuso di mille visioni iperboliche in totale decadenza prima ancora di iniziare a delineare i famigerati traguardi.
Nonostante quel che potrebbe sembrare, la mia non è mai stata una ricerca rigida, né tanto meno ristretta al suo stesso fine. Per lo più mi sono data l’opportunità di vivere dando spazio a quel di cui sentivo il bisogno, ‘ché io mi chiarifico le idee sperimentando la vita per poi restare a guardare lì da dove mi trovo che effetto fa come con la massa del pane lasciata a lievitare nel forno. Anche se può sembrare difficile da credere, in due mesi, per combinazione, sono andate a succede tantissime cose belle. Se non fosse della mia vita che sto scrivendo, neanch’io crederei che l’Universo intero possa essersi messo a ruotare attorno a me per rendermi un giorno possibile e felice. Ma pare lo faccia, quando attirato dalla più dolce delle disposizioni.

Ho trattenuto il benessere, scandagliandone il fondo per scarnificarlo dalle paure di troppo, ho disgiunto la sfiducia dall’entusiasmo e a un certo punto ho capito di non essere più agitata, ma serena, ho guardato meglio, non si sa mai: ero proprio serena. E ho iniziato a vederci chiaro. Meglio del benessere c’è soltanto il benessere accompagnato dalla serenità perché la serenità ci dispone ad accogliere il benessere e a trattenerlo, a dedicargli tutto il tempo che serve, a maggior ragione quando ne siamo spaventati perché non si riflette nei valori comunemente accettati dalle persone attorno a noi. Con lo zaino gonfio delle mie nuove consapevolezze infangate di determinazione, sono rientrata in Olanda la notte del 28 agosto.

Mi chiedo se la vita non vale la fatica di costruirsi il proprio benessere. Voglio dire, non è stato uno scherzo il giorno in cui mi sono licenziata dall’azienda in cui lavoravo a contratto indeterminabile e sono rimasta disoccupata e con un pugno di spicci, ma con tanta voglia di costruirmi un futuro migliore, non è stato uno scherzo nemmeno il giorno in cui mi sono ritrovata all’improvviso con un amore strano accoccolato tra le braccia. Ma diversamente perché di preciso varrebbe la pena vivere?

Ecco, devo scrivere una cosa, l’ultima per adesso. Tutto questo vagheggiare ha un significato preciso ed è questo: nel corso degli ultimi due mesi, si è fatta calma piatta in questo spazio, ma tendendo l’orecchio nel silenzio dovreste riuscire a sentirlo respirare nudo e crudo, beato e soddisfatto delle storie che in realtà lo ricolmano intimamente già da molte settimane. Presto arriveranno le parole e le immagini a ricoprirlo e allora molto di quello che ho scritto in poche righe disorganiche diventerà chiaro. Ho idea di tornare a condividere quello che è mi successo, un affare di fondamentale importanza qui dentro.

Tras-locare #5

agosto 20, 2013

Mood: decisivo
Listening to: Krista Polvere – Jack and Me
Watching: Francesco Paolo Catalano’s
Eating: crema pasticciera fresca
Drinking: caffè



Sono sbarcata all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile per poi fare rotta verso Rijswijk, Olanda. C’era il sole tiepido e qualche fiocco di neve andava per aria. Ho cercato mio padre tra quelli in attesa e tra quelli appena sbarcati in attesa di quegli altri che avrebbero dovuto essere in attesa, ma erano in ritardo. Come ogni volta negli ultimi due anni all’aereoporto di Düsseldorf ho sostato tra quelli della seconda categoria, il che mi ha concesso di starmene per un po’ al sole, offrendo il corpo intero a profonde infiltrazioni di levità. Mi piace tanto quando c’è il sole sulla pelle nuda, ma fa anche un po’ freddo e bisogna stringersi nei vestiti, la considero una disposizione elementare armonica, fra l’altro la più appropriata a figurare i miei sentimenti all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile, va tutto bene, io sto benissimo.

Nei giorni a seguire, sono rimasta ben salda nella mia serenità, circostanza questa che ho considerato non priva di straordinarietà. Voglio dire, è risaputo che io punti buona parte del mio benessere sull’andare di qua e di là. Ma, trattandosi adesso di un tras-loco, in altri termini di un commiato dalla mia vita passata come fino a allora per andare a destreggiarmi in un’abbondanza di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata che ancora non sapevo – ma per certo differenti –, mi è sembrato quantomeno una diavoleria non provare quella ragionevole misura di eccitazione e timore, di vaghezza baldanzosa e ansia sciolta che potrebbe considerarsi il segnale privilegiato di un qualsiasi tras-loco verosimile. Io, nell’abbondanza di sentimenti e stadi emotivi di cui avrei potuto disporre e tutti insieme, ero serena, mi renderò conto prima o poi di essere migrata?

Tanto ho considerato e riconsiderato la particolarità della situazione che a un certo punto mi è sembrata completamente inopportuna e, andandomene per così dire alla ricerca del turbamento, mi sono spinta nell’attesa di procacciarmelo a rintracciare le cagioni della sua insussistenza.
L’ho buttata su Pasqua – dopotutto uno spostamento dall’Italia per l’Olanda a Pasqua potrei percepirlo, preposta una rimozione coscienziosa, non diversamente dall’intera filiera di partenze per festività degli ultimi due anni,
poi su Parigi – dopotutto andarmene a Parigi con uno zaino in spalla senza neanche essermi sistemata in Olanda, potrebbe farmi sentire, sempre preposta una rimozione coscienziosa, al centro soltanto dell’ennesima peregrinazione.
Tutte analisi queste in proporzione alle quali mi è sembrato quantomeno ragionevole non avvertire da subito il disorientamento.

In tre settimane, entrando giorno dopo giorno sempre più scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata nella mia nuova quotidianità, ho congetturato che con buone probabilità non mi si sarebbe offerto mai neppure un minuscolo traboccamento d’incertezza.
A controprova, è risalito perfettamente verticale il ricordo del mio primissimo tras-loco che, nel suo essere innanzi ai successivi, preserva intatte le tracce di un evento essenziale, istintivo voglio dire e pertanto privilegiato.
Avevo allora diciott’anni e poca familiarità ancora col mio animo da rondine. Me ne andai dal paesello nel barese dov’ero nata a Siena, i documenti ufficiali dicevano per studiare archeologia, ma io non ho mai cercato di nascondere che fosse di fatto per vedere com’era la vita fuori tant’è che rinunciai agli studi sei mesi dopo e mi sistemai a Milano. Fu a Siena che per la prima volta io, dimostrando una sicura benevolenza e un interesse privo di remore e malinconie per la mia nuova situazione di fronte ai messaggi malfermi di quanti tra gli amici di sempre erano anche loro andati via dal paesello verso altre città e con diverse motivazioni, mi crucciai, ma senza espormi più di tanto, col sospetto di non avere un cuore, di averlo affogato magari in qualche risata o in un goccio di troppo in Piazza del Campo.

Ora, io mi aspetto il turbamento a ogni nuovo tras-loco perché mi sembra qualcosa da provare, se così succede in tutti gli altri. Lo cerco dappertutto, ma è una specie di garanzia che non arrivi mai e questo talvolta mi si pone come un difficile problema etico.
Per risolverlo basterebbe ammettere nel mio caso specifico che l’aspettativa del turbamento da tras-loco è un’illusione: comunque vada, è evidente che io nei panni del migrante ci sto comoda.
A ogni nuova stazione, porto, aereoporto, la mia impressione non è quella di arrivare o tornare, ma più spesso quella di stare. Per meglio dire, benché sia chiaro che qualsiasi confine vada rosicato prima di poterlo passare, io mi naturalizzo con serenità ai luoghi differenti che incontro perché, d’accordo, starò pure in un luogo, ma prima di tutto sto nella vita e la vita per me segue i flutti del mare e il soffio del vento, ha luogo, per così dire, ovunque. Sicché – se la familiarità non è che una congerie di costituenti della vita di tutti i giorni – ovunque esistono anche le eventualità con cui nutrire il mio senso di familiarità. Di qui in poi, preso in considerazione un valore temporale più o meno ampio a seconda dei casi particolari, con quel tanto di entusiasmo vitale e di sicurezza disinvolta in me stessa, le coglierò, confacendomi un posto da chiamare casa. Del resto, il sottotesto è per sua natura quello di una sfida, non fosse altro di un’ipotesi da confermare e a me ne basta il sentore per intestardirmi a volerla spuntare.
Sarebbe nient’affatto lungimirante rilevare nel mio sentire un qualsiasi tipo di incapacità d’affezione nei confronti della mia vita passata – come fanno taluni – o un atteggiamento mentale di comodo nei confronti di quanto mi trovo a vivere – come fanno tal altri.
Ci sono uomini che hanno la vita a comparti stagni, in ognuno un certo numero di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata tra loro isolati – come se già non fosse un abbaglio l’idea di poter ripartire la vita, estromettendo un momento da un altro, una storia dall’altra, una causa dalla sua conseguenza. A queste persone costrette dentro una visione esistenziale striminzita sembra per esempio di iniziare una vita nuova ogni qual volta, mossi da un intento catartico, piombano un contenitore e cominciano a stiparne un altro facendo qualche accomodamento di qua e di là rispetto alla vita precedente, ma per lo più alla rinfusa e in maniera compulsiva finché non raggiungono il limite oltre il quale precipitano in un lungo periodo di stasi che è quando ci convinciamo di essere intrappolati in un universo immobile e non realizziamo di essere invece noi stessi un ganghero guasto e impalato di un sistema che a modo suo mulina senza sosta. In uno stato di cose così, la cassa toracica di questi esseri umani finisce per riverberare il desiderio soltanto di ritornare alle scelte e alle intenzioni, agli eventi e alle persone, agli argomenti di discussione e ai modi di passare la giornata ammassicciati nel reliquario di una vita oltrepassata, nonché perfezionata con disinvoltura e nobilitata nel tempo dai processi della memoria – una ben arzigogolata disfunzione reazionaria questa, tipica della specie.
Io no: la mia geografia esistenziale esprime una sorta di ideale pangenetico in virtù del quale ciascuno dei territori che mi do guarda gli altri, tutti riconoscendosi – sebbene alla deriva e al di là di grandi oceani – appartenenti a una stessa formazione anteriore che si è spezzata e si è dislocata e che continuerà a farlo per naturale moto e andamento delle cose. Non incidentalmente ci si accorgerebbe, analizzandole, che le linee costiere di ogni singola regione non solo aderiscono, ma si richiamano l’un l’altra dacché attaccato a ogni versante c’è un lotto che avrebbe potuto essere degli altri, cose come il piede di un amore dentro la gola di un altro o la secca salmastra di un vecchio fiume di lacrime salito al sole. Nella pratica, non esistono transizioni brusche a carattere volontario nella mia vita. Solo processi lunghi e metabolismi ininterrotti le cui necessità e finalità si formano mentre, così com’è intrinseco in qualsiasi processo evolutivo, certe scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata finiscono e, poniamo, ne iniziano altri, mentre il qui diventa l’altrove e l’altrove il qui, mentre un treno mi porta e un altro mi riporta, così io segno la mia rotta nel mondo.
Non che, mi si creda, quest’andamento sia disinvolto al punto da diventare scanzonato. Di tanto in tanto anch’io, avvertendo i presupposti di un tempo tanto diverso dai precedenti, emetto fiati nostalgici in direzione di luoghi lontani, senza necessità, né finalità. Ma non ho mai la sensazione di poter stare completamente bene in un ricordo inerte, inchiodandomici e smettendo di disporre d’una volontà sulle eventualità di ogni giorno. Ho notato, del resto, che la mia nostalgia ha sempre più spesso lo sguardo della tenerezza e della gratitudine, le modalità di un commiato in considerazione del fatto che mi porto dentro, come chi ha conosciuto l’irrequietezza tra le più divoratrici e l’ha sanata andandosene da un posto all’altro per scoprire quanto il mondo ha da sorprendere e emozionare un passo più in là del proprio naso, la convinzione che la vita inizia laddove inizia il movimento – che l’idea stessa di vita coincide con quella di movimento – e che se tutto quello che ho vissuto fa di me la persona che diversamente non sarei stata, non esiste uno stato di cose indegno d’essere o di essere stato esperito. Tutto produce, avendo imparato a coglierlo, nuovo materiale grezzo con cui costituirmi, farmi tesoro, io che in principio non possedevo nulla e questo nulla mi piaceva persino, finché non ho ingerito una molecola d’aria e la mia coscienza non ha iniziato a espandersi. Sicché, pur amando e tanto il punto da cui sono partita e ciascuno di quelli che ho attraversato, non smetto di muovermi, di inseguire il senso di una direzione.
Talvolta mi colgono ascessi di vita come stati febbrili – tanto più pressanti quando realizzo che la misura del mondo è di gran lunga più ampia del tempo a disposizione e dei miei organi di metabolismo. C’è così tanta vita dietro ogni cosa e tutta insieme. Tal altre volte, dallo stesso livello di profondità da cui questi ascessi di vita derivano, esala il timore di perderli e di perdermi per sempre. Ma poi mi rilasso e considero l’idiozia sottesa al tentativo di assicurarmi il vivere dal momento che si tratta di qualcosa che è spontaneo e che in ogni caso va avanti. Al più si tratta di vivere bene, senza affanni superflui.
Allora se di una cosa posso esser certa, parlando di me, è che per nulla al mondo sarei capace di cadere vittima dell’abulia e trarne appagamento. Tra i vari più o meno notabili nel bene e nel male che mi costituiscono, ho esercitato, desiderandoli ardentemente, un paio di marchingegni direi di meraviglia, ovvero l’entusiasmo che mi predispone a notare la bellezza e uno sguardo mobile col quale penetro tra i diversi livelli di esistenza della realtà, nonché la curiosità che mi pungola a non smettere di ricercare, mantenendo a distanza l’orizzonte.
È un’evidenza che in tutto questo ci sia la mia tensione alla felicità. E che in questa certezza ci siano le motivazioni stesse della mia felicità, se non altro della mia capacità di essere felice,

va tutto bene, io sto benissimo.
Effettivamente questa mia natura mi solleva.


[e con Tras-locare #5 chiudo l’argomento, per adesso.]

Io il giorno che muoio

agosto 13, 2012

Mood: tra felicità e nostalgia per un tempo che non c’è più
Listening to: deliri adolescenziali alla barese sull’autobus Bari-Castellana Grotte
Watching: certi volti lasciati sul pullman Bari-Castellana Grotte sei anni fa e ritrovati allo stesso identico posto
Playing: a sorridere per non .
Eating: panzerotto al forno
Drinking: birrino peroncino



Io il giorno che muoio avrò vissuto una vita bellissima anche se oggi non so dire bellissima in che modo esistono mille e un modo d’essere “bellissima”, sarò vecchissima con i capelli bianchissimi e un mare di rughe profondissime sulla pelle una per ognuna delle cose che avrò vissuto e avrò vissuto mille e una cosa camminato su mille e una terra sotto mille e una pioggia e io il giorno che muoio tutte queste mille e una cosa mi cascheranno fino ai piedi dagli occhi grandissimi che diranno invece della bocca per fare silenzio sentire com’è la morte quando arriva la vita tutta fino all’ultimissimo respiro quando smette, guarderò il cielo ci saranno un drago bianchissimo d’ovatta che insegue un porcello bianchissimo d’ovatta e un colibrì che intreccia una corona con le corde rossissime del mio cuore sfiatatissimo, mi succhierò il pollice paffutellissimo, mi accoccolerò tra i miei capelli bianchissimi mi addormenterò nell’utero di mia madre e tutto sarà come non so dire, ma ne sono certa io il giorno che muoio avrò vissuto una vita bellissima.

[Nove Agosto Duemilaundici, sera quasi notte,
autobus Bari-Triggiano-Capurso-Noicattaro-Rutigliano-Conversano-Castellana Grotte, casa dove sono stata bambina-ragazza, letto, profumo.
Tra le bozze del cellulare.]

Fabulazioni

giugno 17, 2012

Mood: ridicolo-insofferente
Reading: Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi [a rilento purtroppo]
Listening to: la voce del mare, io che adesso non posso averlo e tanto lo vorrei, il mio
Watching: Elephant di Gus Van Sant
Playing: a sciogliere il corpo ballando su Elle Me Dit
Drinking: birra
Eating: cornetto Algida



In principio ero metà meno qualcosa. Metà è quando si avverte in ogni secondo di una giornata la necessità d’altre metà per diventare rotondità. In principio ero metà meno qualcosa e da un certo momento in avanti ho iniziato a essere sempre qualcosa in meno di metà meno qualcosa fino a [fi-iiiiiiiiiiiiiiiiiu].

Allora io che ero preoccupata per me stessa e nutrivo la scomodissima sensazione di essere stata fregata ho cercato a lungo il modo di essere rotonda. Camminavo per l’universo intero col naso per aria nell’aria la annusavo la interrogavo finché non ho iniziato a ingerirla per ogni molecola che valesse la pena di essere ingerita – un quantitativo comunque molto elevato considerata una certa natura compulsiva che mi ha colta all’improvviso – e mi sembrava che quelle si stessero appiccicando alle pareti interne del mio corpo e stessero premendo verso l’esterno dandomi nuova sagoma, le molecole d’aria.
Un giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! mi sono riscoperta rotondità, talmente piena e densa che se mi percuotevo la pelle assottigliata dalla tensione rimandavo un suono sordo come il brontolio di una rotondità regale. A incantarmi c’era la nuova consapevolezza d’essere rotondità io stessa, non metà io più metà altra che fanno una rotondità ma rotondità proprio io stessa con me per me stessa, lo vedi? ho ribattuto una volta a un’altra metà dispersa in un via vai di metà disperse Non possiedo niente più che me stessa e mi basto non mi sento sola affatto

e (non) mi piacerebbe sapere come mai potrei provare solitudine io se in me stessa – che sono ciò che possiedo e niente in più – ho tutte le molecole d’aria dell’universo intero che valga la pena di ingerire e metabolizzare come fossi un grande stomaco primordiale, eccoci qui, questo è l’orifizio, per aprirlo un palpito è già di troppo ‘ché io sono diventata rotonda, adesso lo so, quando ho cancellato la linea di confine tracciata spessa tra me stessa e l’universo intero, è stato come rinascere a vita nuova, per tutto ho provato curiosità per la prima volta e per la prima volta mi sono sentita incredibilmente vicina a tutto. Senza un ingombro simile, l’aria dell’universo intero si riversa contro l’orifizio del mio essere come fossi uno stomaco, non sempre è generosa a volte picchia duro ma perennemente seduce disarma. Io ho fame sempre abbastanza di una fame che è come un bambino recalcitrante collerico impaziente, inspiro espiro con forza e ogni flusso d’aria che mi percorre scatena lungo l’esofago un canto esultante che ripercorre fibre muscolose e vasi sanguigni anche i più insignificanti niente resta impermeabile perché ciascuno di quei flussi d’aria seduce con una bellezza perturbante, il fracasso delle ossa sotto le onde d’urto di una grancassa il riverbero lungo la schiena di un sussurro la metafisica del volo di un aquilone la banalità di una vulva bianca in mezzo a mille altre frantumate tutto mi incanta e mi esalta fino all’ebetudine come fosse un prodigio, io stessa sono un prodigio sono nel posto giusto e nel momento giusto, il mio corpo è il posto giusto e il momento giusto la sede di un piacere profondo capace di legittimare l’esistenza dell’universo intero il suo splendore, come sei bello universo intero!
Oh, quanto mi piace essere rotonda che è come essere innamorata, un rigoglio assoluto di soddisfazione e appagamento rinsanguato da un’armonia di ruggiti arroganti di ancora ancora e ancora che non accettano di restare inascoltati.

Ho vissuto tantissima vita in questi mesi, ne ho trovata ovunque abbia posato lo sguardo, non tutta bella non tutta brutta eppure sempre conturbante. A chi mi ha fatto domande, non ho saputo mai raccontare senza avere l’impressione che le mie parole fossero troppo poco, mai in grado di restituire neanche le briciole di tutto quello che stavo provando tanto era intenso e connaturato alla mia realtà fisica e mentale del momento e dopo giorni passati a domandarmi perché – io che col racconto ci vado a nozze io che ogni cosa diventa un racconto mentre ancora sono impegnata a viverla – ho capito di non possedere una soltanto delle parole adeguate a questo genere di storie.
Il vero dio creatore della mia crisi del fabulare però è stata la sensazione cattiva di perdere squarci e percezioni importanti ad ogni nuovo tentativo smangiucchiato muto cieco di fare della mia vita un racconto, ero ancora troppo nuova nella mia rotondità per accettare con serenità che qualcosa digradasse da me per diventare un po’ meno intima un po’ più condivisa, sarebbe stato come perder forze. Ho smesso di fare della mia vita una storia e non mi è sembrato di commettere un’azione brutta perché nel frattempo semplicemente ho vissuto, tantissima vita.
Un giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! ero un po’ più forte sicura del mio modo di stare nell’universo intero, è successo dopo una caduta laterale dei sentimenti che mi ha sconvolto la rotondità e mi ha trascinata in una condizione di crescente disagio e disorientamento finché non ho riafferrato al volo la giusta corrente del momento per tornare a essere rotondità piena e densa ‘ché dopotutto l’unico rimedio alla vita è la vita stessa e io appartengo a quella specie che le lezioni si imparano dimenticano ricordano vita vivendo, mica una volta fino alla fine dei giorni.
Un altro giorno poi mi sono guardata nello specchio e meraviglia! ho vocalizzato parole nuove come “prodigio” e “piacere” e il loro corpo il loro suono mi sono sembrati come la pioggia che piove all’improvviso quando hai voglia di ballarci sotto.

Sicché

“In principio ero metà meno qualcosa ecceteraeccetera”


che è da considerarsi un primo [rinnovato] tentativo verso l’esterno.

Soltanto

maggio 24, 2012

Mood: rintontito, ma soddisfatto
Reading: Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi
Listening to: Devendra Banhart – Baby
Watching: disordini domestici
Playing: su un nuovo set di cui Lou scrive qualcosa qui
Drinking: acqua, tanta per alleviare il raffreddore
Eating: macine con nutella





Strano è che dopo giorni e giorni e giorni – e giorni? – a tentare di esprimere [qualcosa di più], alla fine, tutto ciò che mi torna in mente è questa fotografia ancora sempre e soltanto.

“Soltanto” non è qualcosa che è meno di qualcos’altro. “Soltanto” è qualcosa che è un tutto tondo.

Ragion per cui così tanto strano non è che dopo giorni e giorni e giorni – e giorni? – a tentare di esprimere [qualcosa di più], alla fine, tutto ciò che mi torna in mente è questa fotografia ancora sempre e soltanto.


La verità è che per il momento l’horror vacui l’assenza nel mondo di tracce di macchie di me medesima a caratteri vivi bianco su nero nero su bianco non mi turba affatto tutt’altro, ma di questo scriverò ai primi sintomi di necessità suppongo qualcuno si sia già manifestato se stasera sono qui

è perché

[…]


Nella fotografia che mi torna in mente ancora sempre e soltanto, Nicolò e il suo fantoccio alto due metri e più di nome Fantoccio.
Mood: sereno
Reading: il nuovo blog vuordpréss di Lou, hippippippihurrà!
Watching: vecchi video ignobili
Playing: a soffiarmi il naso
Eating: risotto piselli e zafferano
Drinking: te



Pochi metri dietro di te e già sei fradicia. Il firmamento intero si rovescia a secchiate, sciogliendo sfavillii e contorni della città e paralizzando il viavai di pinco pallini e carretti a motore. Ritrarsi alla pioggia per te è delitto, ti rende felice concederti e sentire che ti possiede, centimetro dopo centimetro, accarezzando e picchiando, non smettere, e ormai i capelli si sono appiccicati alla fronte, i solchi delle labbra si sono raffinati dal color melograno rappreso e ti costa fatica focalizzare il mondo oltre la coltre di gocce appese a stento tra le ciglia e respirare senza rimettere il fiato, non smettere ancora, ed ecco che la pioggia ti scivola sotto i vestiti appesantiti, ti percorre, ti svela, non fa sconti sulle distanze e ti senti esposta e pietosa, ma non opponi resistenza, né cerchi di celare difetti e abrasioni, non smettere adesso, e le tempie martellano d’impazienza, poi la pioggia filtra attraverso la pelle e inizia a gorgogliare come antidoto benefico tra le ossa e la carne viva dove ogni ferita esterna è radicata e incerta e reclama clemenza, non smettere mai, posso ancora guarire.
Stanotte la pioggia è densa e viscida, si trascina nel collasso polveri e gas armonizzati nelle flebili variazioni degli stessi odori intimi e ferrosi che ti sono stati nell’incavo della spalla e tra le cosce per così tanti anni che scinderli dalla piena delle orgie olfattive di ogni giorno per te è diventato istintivo. Be my baby, implori, cercando appigli nello spazio, ma no, non è colpa del tizio che cammina pochi passi avanti e che per ironia della sorte si è annaffiato con fragranze simili, è proprio la pioggia che si è imbellettata con i feticci di tale storia vecchia anni e anni, bagascia traditrice, e adesso ti sta scivolando senza ritegno nel petto e nella testa, rivitalizzando crepe anestetizzate e visioni oppressive. Resti in silenzio ad ascoltare. Hai difeso l’anima, confidato nel tempo e nelle distanze, magari ci mancheremo, ma la vita andrà avanti, funziona così, e ci renderà bimbi cresciuti e consapevoli che a modo nostro ci siamo amati anche noi. Così sono passati gli anni e sei arrivata a pensare che se avessi beccato lo stronzo che ha detto che il tempo è santo nella scienza della convalescenza, gliene avresti contate a caterva. Ma ciò che devi accettare è che la guarigione non procede a ritmo preimpostato e a te, pare, è toccato il posto speciale tra i lenti. Perciò se mettessi il freno al traino scapestrato del groviglio di serpi annidato nella gola e ti concentrassi nell’oscillazione pacifica dell’anca e della gamba a passo costante, ti renderesti conto che stanotte le condizioni non sono particolarmente aspre e che non provi dolore, ma nostalgia.
Tempo fa, al limitare dei sobborghi maleodoranti dei metabolismi interrotti, non eri sola sotto la pioggia a tentare di lavare via le lacrime e i sorrisi disincantati ereditati dalla vita. C’eravate entrambi, smagriti bimbi tremolanti, e vi esistevate accanto con mostri pelosi e giganteschi sotto i letti e meccaniche emotive che vi atterrivano. L’amore per cosa differisce dal resto? Per un bacio soltanto? Cercavate chiarezza, speravate di farla prima o poi, ma in fondo perché? L’amore va sentito e improvvisato, non schematizzato. Avevate aspettative grandi e presenti striminziti. Idealizzavate troppo, sognavate di giorni migliori, come se la felicità fosse programmabile, e terre grandi abbastanza da riversarci le vostre anime incendiate per risanarvi a vicenda, vi giravate attorno, aspirandovi e scarabocchiando mappe e diagrammi di scolo, senza però stabilire contatti a braccia aperte, oltre i limiti della vostra interezza divisa e moltiplicata. Vi baciavate con le lamette tra i denti e le sacche del piacere e del dolore esplodevano insieme alla prima vicinanza. Spariremo nella pioggia, non è vero? Siete rimasti a vedere come vi perdevate senza passo mettere e avete impiegato le distrazioni momentanee per scappare e ammansire le passioni. Vorrei che vi foste amati e vi foste salvati, per certo vi avrebbero atteso tempi meno bastardi.
Ma nel mezzo ha circolato la vita ed ecco che stanotte la pioggia odora di voi, gli stessi ormai diversi che secoli fa si sono sciolti in pozze fangose di scrosci torrenziali. E se soltanto smettessi di agitare le catene e allentassi la tensione stridente che hai imposto alle carni, ti renderesti conto che ora le circostanze sono cambiate. Ti sorprenderesti allora a pensare che non hai mai desiderato davvero il cambiamento, che ti fiacca e ti allarma. Ma stanotte la pioggia ha finalmente decantato nel vento le emozioni violente e violate. E se soltanto smettessi di ostinarti nei circuiti noti, scopriresti nel nevrotico di sempre il sereno e i bisogni novelli che non hai confessato. Ti stringeresti allora nelle spalle e ti scioglieresti in sorrisi mesti e commossi, indifferente al viavai asfissiante di pinco pallini e carretti a motore, e ti sorprenderebbe scoprire che hai gli occhi di chi ha scritto l’epilogo senza troppo permettere alla vita di sbalzare acredini e rigidità.


***

Il presente non è che l’ennesimo esercizio di stile, liberamente ispirato a fatti di cronaca personale e vita navigata, in cinquemilacentoventitre caratteri, senza mai scrivere la “u”.
Così voleva Gianni Biondillo, architetto, scrittore e nuovo prof. di scrittura. All’incirca. La comanda precisa era un racconto in quattromila battute, togliendo una vocale. Lì per lì, ho pensato di uscirci scema. In verità, mi ha divertito dover fare tanta attenzione alle parole.
Concludo scrivendo che è fin troppo evidente che nell’ultimo periodo sono tornata a leggere David Grossman.