Oranje

luglio 5, 2014

Mood: lento
Reading: i mondiali di calcio in un buco di culo di Nicolò Pertoldi
Listening to: Daniele Silvestri – Io non mi sento italiano [“Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido ʽItalia, Italiaʼ
c’è solo alle partite.”]
Watching: tramonti rossi e viola sull’orizzonte dell’Adriatico
Eating: frutta
Drinking: caffè, pomeriggi interi a caffè.




(c) dorotea pace

The Netherlands, Den Haag, 23 June 2014. Oranje’s supporter during the Netherlands vs Chile World Cup 2014 match.

Annunci

Pane e formaggio, latte e pane

settembre 16, 2013

Mood: reattivo
Reading: le ultime venti pagine di tutti i libri lasciati in sospeso
Listening to: Rhye – One of Those Summer Days
Watching: Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau
Eating: come se non avessi pensieri più importanti
Drinking: caffè



Ritrovandomi in anticipo alla stazione di Delft – una mattina presto di ritorno da una notte fuori casa – a dover aspettare a lungo la coincidenza per Delfgauw dove lavoro, mi risolsi di cercare una colazione e un posto caldo. Il poco sonno mi rallentava e a maggior ragione mi fiaccava tutta l’acqua che durante la notte mi era piovuta sotto le ossa e che ancora continuava a asciugarmisi addosso, avevo per di più sulle spalle uno zaino enorme e i vestiti qualche taglia in più stropicciati, l’odore forte sulla pelle di luoghi e persone diversi dai soliti, tutti mescolati. Avevo parecchia fame. C’era il vento e io barcollavo con gli occhi stretti.
Al barista del Gran Cafè Verderop, un uomo di colore dallo sguardo sveglio e amichevole, devo essere sembrata una reduce, una di quelli che in questo periodo dell’anno camminano in lungo e in largo per l’Europa inseguendo una somma di situazioni per lo più casuali. Stavo in piedi al bancone così accartocciata da far fatica a arrivare al piano, davo l’impressione di essere ancor più piccola in una sala tanto ariosa e minimale.
Gli ho chiesto un cappuccino e qualcosa da mangiare, mi ha detto la cucina apre a mezzogiorno, gli ho detto un cappuccino va bene e me l’ha servito. Mi ha chiesto hai fame?, gli ho detto un po’, come a colazione, mi ha detto ho pane e formaggio se ti piace e me l’ha allungato prendendolo da una busta mezza vuota attorcigliata attorno a altri tre sandwich di pane nero con un quadro di formaggio bianco bianco al centro, il suo pranzo. Gli ho detto grazie, sei molto gentile, non è necessario, mi ha detto c’mon hai fame, devi mangiare, l’ho preso, gli ho detto grazie davvero, mi ha detto è formaggio olandese, ti piace?, gli ho detto sì, molto, mi ha detto non devi pagare, condivido con piacere.

Mezz’ora prima ero sul treno che da Rotterdam va a Den Haag. All’altezza di Schiedam, un ragazzo avrà avuto la mia età con una felpa scura e un pantalone sporco sui bordi sopra le scarpe da ginnastica percorreva la corsia del vagone facendo mostra di un rettangolo di cartone col quale chiedeva latte e pane in pennarello celeste.
Era arrivato in fretta a me e si era fermato con un sorriso di fiducia, io stavo in fondo. Nessuno lo aveva guardato. Il disappunto soltanto lo aveva talvolta seguito allo spalle sollevandosi dalle ginocchia dov’era rintanato. Io invece lo guardavo e lui mi guardava. Mi aveva chiesto – questo avevo capito, parlava in olandese – tu latte pane e me? Io gli avevo detto scusami e avevo distolto lo sguardo e lo stomaco ce l’avevo tutto un nodo, non c’era una moneta soltanto nel mio zaino enorme sul quale accampare bisogni e desideri.
Qualche secondo dopo, il treno si era fermato nella stazione di Schiedam e lui era sceso, forse aveva cambiato vagone. Io avevo pensavo potrei scendere dietro di lui a comprare latte e pane e potrei offrirglieli in cambio della sua storia, per esempio, potrei ripartire col prossimo treno, rischierei di fare tardi a lavoro e intanto il treno aveva ripreso velocità. Mi ero ritrovata in anticipo alla stazione di Delft a dover aspettare a lungo la coincidenza per Delfgauw dove lavoro. Nello zaino enorme avevo ritrovato dei biscotti alla cannella. E pure cinque euro, ma voglio dire

qui non si tratta del latte e pane che avrei potuto non negare e del pane e formaggio che, invece, avevo tra le mani, sarebbe un inganno. Piuttosto della prontezza a distogliere l’attenzione da qualsiasi esistenza minacci di disturbare lo stato dei fatti istituito e riconosciuto dal nostro tempo e del bisogno di gerarchia e degli sfoggi di potere, sono modus operandi, i miei – ancora in parte ahimè – e quelli della società civile in cui sono nata e cresciuta.
Mi sono vergognata tantissimo.
La vergogna di se stessi stimola a tentare nuovi esiti.

Mood: calmo
Reading: fogli pseudo-muti su un certo linguaggio di programmazione
Listening to: The Tallest Man on Earth – I Won’t Be Found [risveglio suggerito da Eta]
Watching: Price is Rice
Eating: frutta
Drinking: caffè



Nella caosmosi sociale contemporanea, il numero infinito di informazioni e immaginari inviato simultaneamente da macchine trasmittenti di ogni tipo verso innumerevoli riceventi provoca nelle menti umane una diffusa perdita di coscienza e di intensità a causa dell’impossibilità biologica a assorbire e elaborare (“secondo le modalità intensive del godimento e della conoscenza”) tutti gli stimoli in arrivo con la stessa velocità (sempre più) impetuosa con la quale invece la tecnologia-comunicazione li genera.

“L’esperienza dell’altro si snerva, si banalizza; l’altro, divenuto parte di una stimolazione ininterrotta e frenetica, perde la sua ricchezza e singolarità, perde la sua bellezza. L’altro suscita sempre meno curiosità, sempre meno sorpresa, tende a divenire fonte di irritazione. Nella relazione interumana prevale allora il fastidio, l’ansia, la paura e alla fine l’aggressività. […]
Si deve partire dalla sofferenza della relazione, si deve catturare il piacere della relazione se si vuole riformare la sfera sociale, se si vuole sottrarre la società alla paura, all’aggressione, alla guerra al fascismo.

[Franco Berardi Bifo, Ciberspazio e cibertempo]


“Oggi non è più possibile pensare o parlare del mondo, dell’esteriorità, come se fosse qualcosa di completamente indipendente da noi. Anche e soprattutto dal punto di vista delle trasformazioni sociali, il mondo è sempre di più una nostra costruzione. Il mondo è sempre di più un campo di possibilità, e non qualche cosa che viene dato una volta per tutte. Comprendere questo è la precondizione indispensabile per poter costruire qualunque strategia di riqualificazione del simbolico, anche di riscrittura delle regole del patto di convivenza che lega gli uomini l’uno all’altro.”

Mood: vagante
Reading: cose a proposito di spazi urbani
Listening to: Muse – Madness [in loop]
Watching: Joel Sartore photos
Eating: taralli fino a scoppiare
Drinking: acqua



‹‹Salve signorina Pace, volevo informarla che stiamo proponendo una nuova rivista sulle Sacre Scritture e…››
(“E tu vuoi leggere il racconto erotico che sto scrivendo io giusto adesso?”)


***

Uomini di ogni tipo, età e colore, alti bassi grassi magri volgari trasandati aitanti a perdita d’occhio. Guaine di pelle spesse da sotto i vestiti pezzati stropicciati, ciuffi di peli arricciati dove se ne stanno aggrappati gli umori forti di una giornata accesa a quaranta gradi, così rudi villosi sessuali e rughe pulsanti nelle tempie, nel collo, nei polsi. Ringhiano.
Perché tutta quell’umanità maschile proprio da Ikea il sabato pomeriggio? Con il mercato dell’usato in Senigallia e la mostra sui cubisti a Palazzo Reale.

«Greta…»
Come riescono bene a fingere di valutare il prezzo di un frigorifero di una scrivania di un piatto di una lampadina, mentre fiutano l’aria col naso mettono in mostra sorrisi, occhiolini, bicipidi, spaccazze, richiami, un’infinità di richiami sessuali.
«Greta…»
«Sì?»
Sì?, con quel tono così frettoloso così altrove. Come se non notasse che tutti quegli uomini sono attratti da lei, che le strusciano accanto, la circondano, come se non ne provasse piacere e autocompiacimento, dall’alluce del piede alla punta dei capelli. Lui può sentire i loro umori aggrapparsi alle caviglie di lei, risalirle lungo le cosce fin tra le gambe, solleticarle le grandi labbra, infilarvisi gonfiandole una pulsazione dopo l’altra. La osserva passarsi con disinvoltura una mano tra i capelli, spostare lo sguardo inquisitore da destra a sinistra, languido
«Ma non posso avere tutto?» domanda, birichina, spingendosi in mezzo a una piccola calca umana che sovrasta un tavolino da soggiorno in vimini con ripiano di vetro.
«Santo Cielo, Greta!» esplode lui infastidito, strabuzzando gli occhi verso di lei come se la vedesse in quel momento per la prima volta, ma come fa a non abbassare neanche gli occhi sulle punte dei piedi quando dice certe cose, rompendo in maniera così vistosa il loro patto di finzione? Lui si passa un fazzoletto sulla fronte e sulla pelata, sradicando piccole gocce di sudore dalle rughe spesse, scrolla la testa per scacciare sensazioni e immagini troppo fisiche appese alle palpebre cascanti sugli occhi annacquati, il vestito bianco a fiorellini rosa di lei che accarezza altri tessuti colorati impregnati, la pelle contro la pelle, i fianchi oscillanti, il sorriso, lo sguardo sfuggente, deglutisce vistosamente.
«Dai, Paolo, sto soltanto giocando! Che esagerato.»
Lui sbruffa, sempre più incredulo. Si mantiene in disparte per osservarla meglio, mentre si destreggia tra la gente con il suo tanto familiare equilibrio di fondo, senza fretta, senza forzare dove incontra resistenza, piuttosto distribuendo una carezza col fianco a uno e un tocco sulla spalla a un altro. Per ognuno Greta ha qualcosa di sé da donare. È una donna generosa, senza dubbio. Non puttana, generosa. Tutto il suo corpo è un canto alla bontà e alla piacevolezza del creato e bisogna riconoscere che, con il rotolare dell’età verso i cinquant’anni, Greta diventa sempre più generosa, grande morbida sinuosa che leccarla è un piacere perché tutta la sua pelle si piega al passaggio della lingua, la avvolge, la abbraccia e ce n’è di terra da esplorare, di viaggi da tentare, di certo non passa inosservata, lei con tutto lo stuolo di fantasie che suscita il solo vederla. La insegue costantemente un brontolio di brama, un desiderio condiviso di possesso, non c’è uomo che non le danzi attorno per accaparrarsela, l’uno è nemico dell’altro, ma neanche troppo perché dopotutto un po’ di empatia, di sano cameratismo non guastano, si capisce!
Capita, certe notti, che la visione di Greta addormentata al suo fianco non gli dia riposo. In quelle notti, Paolo si domanda cos’avrebbe fatto se, quindici anni prima, il giorno del loro matrimonio, al punto del «Se c’è qualcuno che ha da dire qualcosa parli adesso o taccia per sempre», quel qualcuno rompi-uova-nel-paniere, ma anche un po’ chiaroveggente, fosse balzato in piedi e, al cospetto di prete, testimoni e cuscinetti con le fedi, avesse detto «Io» più tutto quello che di sua moglie avrebbero rivelato solo gli anni a segire. Ebbene, la risposta è sempre la stessa «Ciò che ho fatto», forse l’amore quello vero vale una grande sofferenza, forse un giorno Greta tornerà a essere solo sua, nel frattempo meglio non dire niente, lei andrebbe via per sempre e questo è fuori discussione, meglio non dire niente e continuare a dividerla con tutto il resto del mondo. Forse per questo motivo Paolo fa fatica a fare l’amore con lei, non è solo per una faccenda di abitudine o di fiacchezza dovuta all’età: a essere indigesta è la forte sensazione che tra loro ci sia sempre qualcun’altro. A volte, da come Greta gli scivola addosso, lungo il busto, da come posa le labbra sul suo pene, facendogli intuire quanto è umida la sua bocca con cui presto lo divorerà, da come gli spinge la lingua tra i denti, facendola guizzare fino a lambire la sua, da come guida le sue mani tra le curve e gli incavi del suo corpo, da come lo accoglie e lo incita dentro di sé, premendogli le natiche con le unghie con fare imperativo e raschiando i piedi contro le lenzuola, da come lo cerca al culmine della passione, premendogli la testa contro il seno, a occhi socchiusi rovesciati, smarriti nelle nebbie dell’eccitazione che le arrossa tutta la pelle, improvvisamente placida, Paolo sospetta che Greta stia facendo l’amore non con lui, ma con un esercito intero. Da dove arrivano fame e sete così intense? Chi le ha insegnato che non c’è parte del corpo che non aneli al piacere? E adesso che le cose stanno così, come potrebbe mai lui appagarla, lui solo, senza mai dividerla con qualcun’altro?

«Greta?», questa volta Paolo l’ha persa di vista davvero, lei si è spostata dalla postazione tavolino di vimini con ripiano di vetro e la folla aggressiva che lo circonda gli impedisce di individuarla, prova un tuffo al cuore, geme, non può fare nient’altro, chi l’ha conquistata nell’interstizio tra una parete lillà e una libreria in un salotto Ikea messo in scena? Potrebbe essere chiunque, l’aitante dalla dentatura brillante che le ha raccolto il foulard sulle scale all’ingresso, quello con un bambino ricciolo e biondo per mano, fa sempre un gran colpo il maschio padre e single, oppure il grasso con la barba da intellettuale che le ha offerto una matita davanti alla sedia da giardino, quello con un libro sotto l’ascella, fa sempre un gran colpo il maschio filosofo e lontano dalla carne, oppure il buzzurro in canotta bianca a costine che le ha pestato il piede camminando contro marcia e non le ha chiesto scusa, quello con la piastrina d’oro al collo, fa sempre un gran colpo il maschio animalesco, oppure tutti e tre insieme e anche qualcuno in più, la condividono con la stessa generosità che lei profonde.
Paolo torna a cercarla con lo sguardo tra un divano giallo e un uomo, una sedia a strisce e un uomo, uno scaffale ciliegia e un uomo, un vaso in plastica e un uomo, ma niente, c’è troppa gente da Ikea il sabato pomeriggio, di quanti salotti nuovi ha bisogno Milano?
Chiude gli occhi e la segue col pensiero, se c’è una cosa che gli fa male, ancora oggi dopo anni passati a fare i conti fin nei minimi dettagli con i suoi tradimenti, quella cosa è la visione del mucchietto di vestiti dismessi per terra che è l’immagine di due corpi che si sono liberati da tutti gli strati di indumenti e sono rimasti nudi l’uno di fronte all’altro per potersi avvicinare piano, offrirsi senza nasconderne l’umanità che li condanna all’imperfezione. Paolo neanche potrebbe immaginare di mostrare la sua pancia flaccida a un’altra donna. E mai e poi mai avrebbe scommesso che, invece, sua moglie un giorno avrebbe mostrato i suoi piedi a panzerotto a un altro uomo, un altro milione di uomini. Si era illuso che quelli fossero un loro segreto.
Questo sì fa male, molto più dell’idea di tutti quegli uomini, l’aitante, l’intellettuale, il buzzurro e tanti altri ancora incollati a sua moglie per mezzo dei loro peni, tutti impegnati uno dopo l’altro a schiacciarla contro il muro lillà come una sottiletta fusa, tenendone stretti i seni tra le mani e le gambe divaricate incrociate sopra i fianchi, lei dea sorta da un mare di carne e da quello stesso mare bramata, accarezzata, baciata, leccata, solcata, immensa e radiosa nell’orgasmo sacro quando la filarmonica di spasmi e respiri in crescita erompe in un urlo che in verità sono dieci, forse venti, ma tanto intrecciati da sembrare uno. No, questo non costa fatica, è ben poca cosa la visione dei loro corpi scolpiti dalla tensione del desiderio, rispetto al mucchietto di vestiti dismessi in mezzo ai cuscini di un salotto Ikea messo in scena, forse stamattina Greta ha indossato reggiseno e mutandine in pizzo rosa, si abbinano al suo vestito e starebbero alla perfezione con dei cuscini verde acido. Così sia,
(s)viene.

***

Quando Gianni Biondillo – architetto, scrittore e prof. di scrittura nel mio ultimo anno in NABA – ci ha invitati a cimentarci in un racconto erotico, ha detto «ricordatevi che farsi una sega è un gesto politico», il sesso in generale il corpo nudo ha a che fare con la politica, pensate alle divisioni culturali di genere, macchinine ai maschietti bambole alle femminucce, alla narrativa erotica, solo autrici e autori con pseudonimi femminili ovviamente, infine al sintagma dell’atto sessuale più rappresentato, il sacrosanto pompino, donna in ginocchio in adorazione di uomo santuario con debolezze nessuna fallo di pietra e seme benedetto che donna incapace di intendere e di volere attende di ricevere in trepidazione, eiaculazione sovrumana tutto sotto controllo. Insomma, ci sono materia su cui riflettere e convenzioni da incrinare. Tant’è che a Biondillo è balzata in testa l’idea di Pene d’amore. A me quella per questo racconto, ci ho provato. E comunque io giocavo con le macchinine e mi lavo con i bagnischiuma maschili.

Mood: zen
Reading: dispense sinonimo di esami in avvicinamento
Listening and Watching: Devendra Banhart – A Sight To Behol (Live Jools Holland 2004)
Eating: crepes ai funghi
Drinking: caffè



Se “una persona ben nutrita, ben vestita, bene alloggiata e per ogni altro rispetto ben assistita, può essere persuasa a fare una data scelta tra un rasoio elettrico e uno spazzolino da denti elettrico” – lo scrive il più illustre di me J. K. Galbraith ne Il nuovo stato industriale, io che per grazia concessa al principio del mio tempo appartengo a questa specie di persone posso permettermi – volendo, il lusso sfrenato – di ragionare su cosa mangio cosa voglio mangiare sul perché sì perché no traendone conclusioni da porre in atto.

Si risolve con questo articolato esercizio linguistico celebrale il tormento di anni e anni di pranzi – con amici parenti amici di parenti amici di amici parenti di amici parenti di parenti – causato dal non sapere come dire perché sono vegetariana al lì presente curioso incredulo sconvolto estremista mistico onnivoro altrimenti carnivoro di turno [a cui il boom economico degli occidentali anni Cinquanta sembra aver lasciato il sospetto della panza vuota del dopoguerra più che la consapevolezza dei tempi più prosperi bene o male e checché se ne dica] senza ammorbarlo con dissertazioni meno concettualmente concentrate – oltre che meno romantiche rispetto alle aspettative – in merito a non condivise meccaniche economiche sociali ecologiche date al contemporaneo dai secoli dei secoli amen, Vuoi sapere perché non mangio carne?, prova a pensarci almeno nel mentre smetti di ammorbarmi.


A onor del vero, le discussioni alimentari in special modo quelle protratte davanti ai piatti pieni nelle ore cruciali della giornata sono quelle che più mi esasperano tanto più perché io col cibo, vegetarianismo a parte ma non del tutto, ho instaurato da subito un rapporto molto intimo e complesso che a sviscerarlo ne verrebbe fuori un trattato programmaticamente abortito fintanto che non avrò trovato il modo adeguato per scongiurare i patetismi.

“Donne da merito”

dicembre 11, 2011

Mood: stacanovista
Listening to: Yanna che spettegola al telefono con Francesco in vivavoce e io insieme a loro
Eating: pasta pomodoriezucchine
Drinking: caffè



Dopo la manifestazione dello scorso 13 febbraio, oggi, a Roma, è tornato in piazza il movimento autonomo Se non ora quando?, nato con l’obiettivo di reagire al modello degradante della femminilità proposto dalle istituzioni e dai mass media (vedere alle voci “Signor Esse Bì”, “festini ad Arcore” e “Forza Gnocca”) e di riportare le donne al centro del dibattito politico italiano in tema di lavoro, maternità, servizi, rappresentanza e comunicazione. ‹‹Abbiamo detto e continuiamo a dire con tutta la nostra voce che l’Italia non è un paese per donne. Noi vogliamo che lo sia.›› Questo è il punto di partenza del comitato.
In risposta alle più recenti manovre economiche, l’iniziativa di oggi si chiama Se non le donne chi? ‹‹Senza una presenza forte e autonoma delle donne, il cambiamento non ci sarà›› dichiara il comitato in una nota sul web. ‹‹Vogliamo segnare questa stagione politica con la nostra forza, contare sulla scena pubblica. Vogliamo far capire che l’uscita dalla crisi passa attraverso il lavoro e il Welfare per le donne, e che per questo serve una democrazia paritaria e una nuova rappresentazione della donna nei media.››

Per presentare l’appuntamento, Se non ora quando, ha realizzato un video con donne della cultura e dello spettacolo, diretto da Carlotta Cerquetti e Sara De Simone.



Il caso ha voluto che Lou e io iniziassimo a collaborare come videomakers con Womenmag – una neonata testata giornalistica (in edicola dal 20 settembre scorso) dedicata al femminile, diretta da Cristina Sivieri Tagliabue – e che Womenmag contribuisse alla realizzazione del video di promozione dell’evento. Per cui anche noi siamo balzate sulla barca.

Nello specifico di questo video, siamo state dietro la camera quando davanti c’era Giorgia, Giorgia-Giorgia dico, la cantante. E io che a lei sono legata attraverso parole e ricordi molto personali, io che non avevo capito un piffero di quello che stavo per fare tanto tutto è stato veloce, quando me la sono ritrovata a pochi centimetri in carne, ossa e voce, mi sono emozionata tanto da perdere la concentrazione, come una pischella al primo amore – che poi banalmente tutto con questo ha a che fare. Ma questa è una storia a parte.


In occasione della nuova mobilitazione di Se non ora quando, Womenmag inaugura la sua versione online, interrogandosi su cosa significhi parlare di uguaglianza oggi. La versione online del magazine, oltre a dare l’opportunità di sfogliare il numero cartaceo del mese appena passato, integra i contenuti con documentari e videointerviste, oltre che un blog collettivo che mira a coinvolgere sempre più donne – e uomini – per ricostruire l’immaginario complesso della femminilità oggi.
In una società in cui il ruolo della donna è riconosciuto ed emancipato solo nella misura in cui mette in mostra culo e tette in un qualche talk show – un articolo interessante in merito l’ha scritto la Tagliabue, Wikiwomen per snoq –, Womenmag si pone come una rivista culturale al femminile che vuole prendere le distanze dalle testate al femminile già in circolazione. In un altro suo articolo, Merito o marito? – non chiederci la parola, la Tagliabue scrive ‹‹Ragazze da merito, e non da marito, potrebbe anche essere il nostro slogan. […] La nostra realizzazione viene prima di tutto, sia personale sia professionale.
In questo senso Women è un progetto che parla al nostro egoismo oltre che alla nostra intelligenza. Perché abbiamo scelto – la chiamano “linea editoriale” – di raccontare le eccellenze del mondo delle professioni. Per forza di cose, donne che hanno deciso di puntare su se stesse e i propri sogni. Oppure che, nonostante l’inevitabile e insito altruismo, provano a dedicarsi con energia al proprio destino.››


Buona lettura quindi, donne, ma anche uomini!