Suon di #lutto

novembre 15, 2015

Mood: addolorato
Reading: aria fritta
Listening to: Brett Dennen – Ain’t No Reason
Watching: The Salt of the Earth by Wim Wenders
Eating: uova
Drinking: caffè

Troppo spesso negli ultimi anni ho assistito a lutti clamorosi a suon di ashtag e non serve un filosofo per capire che il sensazionale motiva l’opinione. Troppo più spesso il populismo.

Io risparmio il fiato e penso alla vita, alle bombe, al cielo che avvampa nella luce delle fiamme, ai cadaveri disseminati su tutto il Globo, alle anime in fuga dal Globo – dal Libano a Parigi, dalla Siria all’Iraq e poi ancora in Afghanistan, Pakistan, Nigeria, Ucraina, Gaza, Somalia, Yemen e Tanti Altri Ancora difficili da tenere a mente. È un’epoca di massacri orribili, la nostra: il Mondo intero sta andando in briciole. E il cuore mi salta all’aria ogni giorno più volte al giorno.

Basta essere uomini per vergognarsi di essere uomini. Certo, la vita continua perché la vita continua anche quando ne avvertiamo il peso per le troppe lacrime raccolte nelle tasche, persino quando con le tasche ossidate pronunciamo l’ulteriore chiamata alle armi. Ma a essere onesti per la prima volta mi sto chiedendo se davvero la vita valga tutta la pena che viene dal vivere. E, nell’infinito numero di storie da raccontare e già raccontate, non trovo una sola risposta soddisfacente.

Mood: irrequieto
Reading: Jack Kerouac, On the road
Listening to: Cowboy Bebop OST 2 No Disc – Don’t Bother None
Watching: Arcade Fire – Afterlife live agli YouTube Music Awards. Diretto da Spike Jonze.
Eating: pane nero
Drinking: latte di nocciola



Domani voglio salire sul primo treno che capita e non badare alle destinazioni perchè tutto quello che mi interessa é consegnarmi al movimento del mondo e leggere finchè ne ho voglia.

Parentesi grassa

“Non riuscivamo neanche a immaginarlo, il viaggio. Era il più incredibile di tutti quelli che avevamo fatto.”

[Jack Kerouac, On the road, Parte Quarta]
Mood: nauseato
Listening to: alt-J (∆) – Breezeblocks
Watching: voli Amsterdam-Parigi
Eating: yogurt ai cereali
Drinking: caffè



* 1 chilo di patatine rigorosamente-sottomarca Fidel
* 2 litri bi birra rigorosamente-sottomarca Menabrea
* 1 stecca di Kinder Cereali
* 1 pacco convenienza di brodo Maggi, gusto classico
* 1 confezione di pomodorini Pachino


Al supermercato, io mi perdo sempre dentro la spesa delle persone in cassa, ‘ché, se traccio percorsi da un prodotto all’altro, decifro vite e identità nascoste dietro facce immobili, immagino storie, fino a provare, per un breve istante, la certezza di non essere estranea a niente e nessuno.

Ebbene, la lista della spesa delle 18.30 a PaRecchia al Tre deve essere stata assai eloquente anche per uno che non abbia la mia tara da osservatrice.

Anossia

marzo 30, 2012

Mood: almost easy-going
Reading: Nick Hornby, Non buttiamoci giù
Listening to: le storie sospese tra la Istanbul e Barcellona del primo couch surfer di PaRecchia al Tre
Playing: a sfoggiare con poca grazia il mio inglese maccheronico
Watching: spazi vuoti
Eating: pizza
Drinking: tanta acqua



‹‹Cos’avete da raccontare?››

Io in tutta risposta, si poterono sentire i moscerini fare l’amore chilometri più in là.


È come l’anossia.
È l’anossia.
Ho bisogno di aria, io me ne nutro di conseguenza le storie che io racconto. Il problema è che sono a digiuno da un po’.

Intrografie

ottobre 6, 2011

Mood: vago
Reading: Yuri Herrera, La ballata del re di denari
Listening & Watching: Florence + The Machine – Shake It Out
Eating: Ringo Black
Drinking: acqua



Di Intrografie avevo già scritto. Del viaggio geografico ed emotivo che è alle sue fondamenta e delle mie dinamiche di interiorizzazione ed estetizzazione del reale esterno ho scritto ancora di più su questo spazio, nel corso di tutto un anno. Fondamentalmente Intrografie è il primo archivio parziale di storie, un libricino nero che ho rigorosamente voluto tascabile. Perché potesse stare dentro una giacca vicino al cuore come ci stavano i Canti di Catullo del mio professore di Letteratura Latina a Siena. Ed anche perché chiunque si ritrovi a guardarlo non lo liquidi in fretta, ma si soffermi ad analizzarlo per ricostruire i frammenti della storia nelle immagini con la stessa attenzione e lo stesso esercizio all’osservazione che richiede la possibilità di riscoprire e carpire i dettagli nel mondo reale per rintracciare i fili rossi dei propri racconti, chè io, ne sono convinta, ogni narrativa ed ogni visione non sono che il frutto del sentimento soggettivo del reale.
Insomma, ecco infine – alias, con le mie solite tempistiche dilatate – Intrografie. Meglio tardi che mai, oh!


Circonvoluzioni



Milano, Italia
Ventidue Febbraio Duemiladieci, ore diciannove e quarantatrè


Nantes, Francia
Quattordici Marzo Duemiladieci, ore diciannove e ventisette


Rijswijk, Olanda
Ventisei Dicembre Duemiladieci, ore quindici e otto


Monopoli, Italia
Tre Aprile Duemilaundici, ore diciotto e quaranta


Den Haag, Olanda
Ventisette Dicembre Duemiladieci, ore diciotto e quarantadue


Monopoli, Italia
Dieci Dicembre Duemiladieci, ore diciotto e uno


Nantes, Francia
Tredici Marzo Duemiladieci, ore undici e trentotto


Inter-mezzo



Venezia, Italia
Sedici Luglio Duemilaundici, ore quindici e cinquantotto


Milano, Italia
Tredici Febbraio Duemilaundici, ore quattordici e due


Castellana-Grotte, Italia
Nove Aprile Duemiladieci, ore sedici e cinquanta


Milano, Italia
Diciassette Marzo Duemilaundici, ore zero e cinquantotto


Derive


Como, Italia
Ventisei Marzo Duemilaundici, ore diciassette e quarantotto


Milano, Italia
Tredici Febbraio Duemilaundici, ore quattordici e due


Venezia, Italia
Sedici Luglio Duemilaundici, ore dodici e trentuno


Monte Grappa, Italia
Ventidue Luglio Duemilaundici, ore diciannove e cinquanta


Monte Grappa, Italia
Ventiquattro Luglio Duemilaundici, ore diciotto e trentatrè


Monopoli, Italia
Ventinove Luglio Duemilaundici, ore sedici e undici


Pietrapertosa, Italia
Ventisette Agosto Duemilaundici, ore sedici e quindici


Conclusioni provvisorie



Venezia, Italia
Sedici Luglio Duemilaundici, ore sedici e cinquantadue


Milano, Italia
Diciotto Febbraio Duemilaundici, ore quattordici e diciassette


Bassano del Grappa, Italia
Ventitrè Luglio Duemilaundici, ore quattordici e trentanove


Fasano, Italia
Quindici Agosto Duemilaundici, ore diciotto e trentotto

Ed Io Che Mi Pensavo

giugno 16, 2011

Mood: distratto e cantastorie
Listening to: vecchie canzoni, mentre riordino l’mp3
Watching: le millemila punture di zanzare che mi riempiono e deformano il corpo, senza curva escludere
Eating: visioni
Drinking: caffè, ovviamente!






Ed io che mi pensavo che saremmo andati lontani, baby, tu ed io, io e tu, una mano nella mano, l’altra al remo, culo e bermuda, due cuori e una bagnarola, baby, baby, oh babybabybaby!
Ma abbiamo gettato l’ancora al largo, baby, e io guardo te in cagnesco che guardi me in cagnesco ed insieme ci guardiamo in cagnesco e restiamo qui zitti e fermi a guardarci in cagnesco, chè ad andare via un po’ ci fa paura, un po’ ci fa male, non lo capisci, baby, baby, oh babybabybaby, mentre tu guardi me che guardo te in cagnesco ed insieme ci guardiamo in cagnesco?
Facciamoci un piacere allora, baby, e lasciamoci andare, baby, lontano, lontano verso nuove vite da decantare alla luna, grasse di tutto il calore e la complicità che dici di non avere ancora, davvero non siamo che retorica ormai stanca, baby, non credi, baby, baby, oh babybabybaby?


Ad amarti, baby, si perde in partenza.

Mood: accelerato
Listening to: Phil Collins – Figlio di un uomo
Watching: cose belle di gente brava che mi fanno sentire piccola, piccola, ma regalano ispirazione
Playing: come una trottola, corri di qui, corri di lì, non cascherai mica!
Eating: big pizza
Drinking: caffè



Premessa prima, ovvero i presupposti per una sana partenza
1. Svegliarsi presto
2. Prendere un treno
3. Farsi guidare dal ritmo interno
4. Lasciarsi fluire dalla strada
5. Individuare la meta solo davanti al tabellone dei treni in partenza

Premessa seconda, ovvero una parola chiave
Dicasi “serendipità” la disposizione dell’animo a trovare la figlia del contadino nel pagliaio, mentre invece ci si stava cercando l’ago – così l’ha definita il ricercatore biomedico americano Julius H. Comroe – in altri termini, quell’intima condizione che permette di osservascoltare la fiumana del mondo intorno mentre si è impegnati a vivere e di accogliere nell’animo la scoperta di cose non cercate ed impreviste, così come successe tempo addietro a Colombo, per esempio, quando andò a sbattere il muso contro l’America, sognando l’India.
In altri termini ancora, viaggiare, senza troppo badare alla meta, perché il viaggio è nel camminare, non nell’essere giunti.

Con questo spirito, ci siamo lasciati alle spalle Milano per una gitarella, Nicolò, Pauline ed io, sabato mattina e c’era U Can’t Touch This in sottofondo nel bar in metro che mi sembrava davvero di buon auspicio.
E dopo aver spippolato un po’ sull’erogatrice dei biglietti in Centrale, abbiamo puntato su Como.



* Polifonia per lo sguardo di Nicolò

Como per stare lungo il lago ad inventarci anche il mare, nonostante la pioggia a vento, sicché acqua ci siamo beccati dalla terra ed acqua dal cielo, e Como perché mi ricorda l’amata Siena per le distanze raccolte e per i vicoli, in versione molto più nordica.
Como per ondeggiare sul pontile del lago turbolento e Como per passeggiare a lungo nel freddo sotto un ombrello nero troppo piccolo per due ed infine rifugiarsi in un bar squattrinato affacciato sul lago per bere la cioccolata calda densa, Como per parlare barese come due vecchie comari sguaiate e Como per respirare dentro una risata, Como per stare bene.
Como per le suggestioni bambine di Marta Colombi e le poesie bianco-nere di Chiara Albertoni, Como per il violinista che suona sotto i portici di Piazza Duomo e sogna una moneta grande quanto il mondo e Como per gli spaghetti al pesto genovese da Central Perk, Food and Drink di Robi che è napoletano, ha girato il mondo ed invidia la movida di Milano che noi deploriamo, ma ha aperto la sua attività a Como perché lì non c’è la mafia e può vivere tranquillo.
Como per cercare una Moleskine gialla che nessuno ha ancora mai prodotto, Como per leggere gli aforismi di Casiraghy e Como per tornare bambini tra i libri pop-up dell’infanzia nelle piccole librerie con gli scaffali fino al soffitto.
Como per ascoltare fino alla nausea la filastrocca delle galline faraone che studiavano la storia che una mamma cantava al suo bambino per tenerlo tranquillo, verso sera, sul treno di ritorno a Milano e Como per tornarci presto o tardi, possibilmente senza accompagnamento musicale.

Como per vedere cose che non immaginavo esistessero e Como per immaginare cose che non vedevo esistere. Perché semplicemente la realtà veste i colori e le sfumature dell’occhio che la osserva.


Non ho mancato ai miei buoni presupposti di partenza.



Questo slideshow richiede JavaScript.

Mood: sereno andante, ma tanto stanca (10 ore di lezione, non dico altro)
Reading: vecchi scritti…
Listening to: The Smiths – There’s a Light That Never Goes Out
Watching: Francois Trouffaut, Jules et Jim
Playing: a recuperare le unghie smangiucchiate, che schifo, avevo smesso, le avevo lunghe! E a tormentare i capelli, anche con questo avevo smesso!
Eating: fichi secchi con mandorla e limone, nonna rulez!
Drinking: acqua







Ho fatto un sogno.


Tu. Al di là della vetrina di una piccola libreria in un vicolo di paese, affaccendato tra migliaia di libri, ti muovevi con sicurezza tra gli scaffali. Si capiva che eri tu il proprietario di quella piccola libreria in un vicolo di paese e si capiva che quella piccola libreria in un vicolo di paese non era una piccola libreria qualsiasi in un vicolo di paese qualsiasi, ma il tuo ventre caldo, denso delle storie di cui sei autore e protagonista, del tuo mondo di cui sei unico demiurgo.
Io. Al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, inchiodata, gelata, potevo sentire l’odore della carta inchiostrata filtrare attraverso le pareti, ma non potevo entrare. Osservavo voci senza suono, ascoltavo movenze liquide.
Uomini e donne, adulti e bambini, una marea increspata. Andavano e venivano tra l’al di là e l’al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, s’intrattenevano un po’, sfogliavano pagine, estratti della tua storia, magari acquistavano qualche libro da riporre in busta, un’isola nel tuo mondo. Poi andavano via per non tornare mai più.
Ed io ancora al di qua della vetrina della tua piccola libreria in un vicolo di paese, inchiodata e gelata, a sperare di poter entrare e restarci per sempre, con un sorriso amaro a mezze labbra, gli spilli nel cuore e la nostalgia a vorticare nello stomaco, prima ancora di voltarmi ed andare via.


Perché l’ho capito, sai, forse avrei dovuto capirlo prima che per noi tutto l’amore nel cuore non basta più a scegliersi. Ci siamo amati in una cava tossica, squilibrati e distruttivi, mentre sognavamo scenari possibili in cui esser liberi di amarci, senza renderci conto che il tempo è passato e il nostro amore è invecchiato, è ormai stanco, fluisce come acqua piovana opaca e noi gli giriamo attorno come fiere, lo annusiamo, cerchiamo di afferrarlo, di colorarlo nello spazio che ricaviamo tra noi. Invano.
Non c’è più un angolo per me nella tua piccola libreria in un vicolo di paese in cui accucciarmi per vivere le pagine dei tuoi libri, viverti, viverci, scriverne ancora, è troppo tardi ormai, avremmo potuto cercarci di più, sparire di meno, non l’abbiamo fatto, chissà se almeno mi hai dedicato un capitolo a parte in cui respirare per quel che resta.


Probabilmente ha iniziato a piovere, è così che voglio lasciarti andare, libero. Fa ancora un po’ male, certe voci nella testa si combattono a fatica, certe immagini, dove sei, con chi sei, cosa fai, se ridi o se piangi, chi c’è nel tuo letto questa sera, tra le tue braccia, lui o lei, io non ci entro più da troppo tempo.



Passerà. Siamo effimeri anche noi. Sì, lo siamo, provo a convincermene.