Il funerale

dicembre 27, 2013

Mood: rigenerato
Reading: Jack Kerouac, On the road
Watching and listening to: Sébastien Tellier – L’amour naissant (Official Video)
Eating: pizza
Drinking: caffè



«A mia nun m’a fari mali o cori.» precisa il signor A., riprendendo un discorso interrotto un pugno di minuti prima per consegnare a un habitué del suo locale la cena da asporto ordinata via telefono. «Altrimenti ti metto la croce sopra.»
Sorrido al modo di dire. Quanto al signor A. non ha ombre di incertezza tra le rughe attorno agli occhi stanchi. Parla con gran serietà. «Nun schirzo.» dice, infatti. «To’!» e ci mostra, cacciandolo fuori dallo scollo della sua t-shirt bianco farina e isolandolo da altri pendagli, un cerchietto d’oro con una croce latina nel mezzo. Se lo gingilla per qualche secondo tra pollice e indice prima di richiuderlo nello scrigno fatto di petto e trame di cotone. «La fedina del mio primo fidanzamento, tant’anni fa.» precisa per cancellare qualsiasi dubbio.

Nel silenzio a seguire, avverto chiaramente un palpito più forte come quando da bambini ci si scopre innamorati e poi la pelle d’oca veloce lungo la spina dorsale.
Con l’immaginazione, rievoco infinite volte una dopo l’altra il signor A. entrare in una gioielleria, lanciare la fedina d’oro sotto il naso dell’orafo ancora ripiegato col monocolo su un pezzo da tre grammi e commissionargli la saldatura di una croce latina all’interno dell’anello in modo tale da dividerlo perfettamente in quattro, impedendo così e sbeffeggiando qualsiasi possibilità di indossarlo ancora nel futuro. Memorabile.


Ci tengo a ringraziare Glauco Canalis per l’aiuto col siciliano.

Dreamer, una postilla

ottobre 18, 2013

Mood: sotto-pressione
Listening to: Kavinsky & Lovefoxxx – Nightcall (Drive Soundtrack)
Watching: Sofia che saltella come una molla sulle gambe di suo padre (grazie Skype!)
Eating: involtini di zucchine
Drinking: acqua



Ieri, scrivendo la sinossi compiuta – che non ho mai scritto – per presentare Dreamer a ThuLab, un’iniziativa pugliese impegnata nella creazione di una rete per l’arte contemporanea sul territorio, a un certo punto ero così entusiasta e coinvolta da cadere fuori dal tempo e dallo spazio, così pura da pensare diamine!, non vedo l’ora che arrivi il primo giorno di set!

Poi ho realizzato che Dreamer esiste già e in quello stesso istante mi si è svuotata la pancia come tutte le volte che, guardando indietro a quei giorni di lavoro, rivivo la sensazione di molteplici fauci oscure spalancate a ogni angolo, pronte a scolarsi ogni slancio e passione.

Ed è arrivato il disagio per quanto poco ho sorriso e quanto male l’ho raccontato, Dreamer – eppure ce ne sarebbe da dire!

Il fatto è che certi processi richiedono più tempo del previsto.

***

Un palazzo a sette piani, dove innumerevoli personaggi si sono barricati al punto da esserne fagocitati, diventa il marchingegno immaginoso per indagare attorno ai fatti umani dell’immobilità e del cambiamento, al significato del distaccarsi da se stessi e cambiare punti di vista e prospettive.
Ciascuno degli appartamenti dello stabile cela turbe così violente da essere diventate irreali e spazi esistenziali sospesi e inerti, anossici. Sembra che più nulla possa riaversi. Eppure, in cima al palazzo, una donna decide di separarsi dalla porta di casa.
Dreamer è il racconto della sua catabasi [o anabasi?], piano dopo piano, ogni piano un dramma [suo o di altri inquilini?, corpo eroe o Caronte?] – per uscire dal palazzo, andare altrove, dove è troppo presto per saperlo.
Un archivio di dieci variazioni luminose,
un percorso dello sguardo complesso e itinerante,
un intimo processo metamorfico di illuminazioni.

Per chi non l’avesse visto, si tratta di questo.

(a me non fa così male riproporlo)




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.
Mood: appesentito
Listening to: Zoe Keating – Tetrishead
Eating: al di là di quello che potrei contenere
Drinking: poco




dorotea_pace_photography

Holland, Rijswijk. 1 luglio 2013

Il video, ecc

aprile 1, 2013

Mood: esaltato
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Woodkid, The Golgen Age
Watching: Django Unchained di Quentin Tarantino
Eating: taralli
Drinking: te



Mettiamola così, in completa onestà [‘ché un po’ ne ho bisogno]:
se non fossero coinvolte tutte le persone meravigliose che, invece, sono coinvolte
se non fosse diventato come, invece, è diventato il videoclip ufficiale di un brano incantevole di un’autrice che stimo parecchio, Dreamer di Miriam Neg,
se non fosse che di tutto questo sono orgogliosa,
probabilmente il progetto video col quale mi sono laureata non sarebbe mai stato reso pubblico.

Questa è quasi certamente la peggior cosa che potrei mai dire, ma tant’è.
Il fatto è che, in ogni secondo di questo video, io mi rivedo, cause che l’hanno concepito come sintesi del mio trascorso umano più recente e poi causa esso stesso della nuova crisi professional-identitaria del mio presente, capro espiatorio in verità di processi e dinamiche più ampie che non starò qui a enumerare,
ormai cancrenizzate,
ormai individuate,
ormai da affrontare.

«Hai imparato tanto da questa esperienza, no?» mi chiedeva spesso il mio relatore durante i nostri incontri. Lui parlava della mia capacità di scrivere un’immagine con la luce, dei miei progressi come direttrice di fotografia che erano l’intento primigenio della mia tesi [per lui], quello che poi, per certi versi, è scivolato sul fondo.
Neanche può immaginare quanto e cosa, avrei voluto dirgli, ma meglio di no, mi limitavo a sgranare gli occhi e alzare le sopracciglia, annuendo, come faccio sempre quando voglio dire «Aivoglia!»
Un pomeriggio, verso la fine, mi è sfuggito «Mi ha devastata.»
E allora è stato lui a annuire.

Ho [in]seguito questo progetto e le sue evoluzioni per quattro mesi dacché l’ho scritto. In tutto quello che è riuscito, in tutto quello che è andato storto, mi sono aggrappata all’idea di farcela e spesso, invece, avrei voluto mollare. L’ho amato, l’ho odiato e lungo i suoi quattro minuti si potrebbe ben riconoscere dove l’ho amato e dove l’ho odiato. Si è preso tutta la mia esaltazione e la mia fatica emozionale, spingendomi sempre al limitare senza darmi fiato,
quando rovistava nei paesaggi della mia immaginazione,
quando mi portava nelle baracche di periferia di Milano a cercare oggetti improbabili e nelle case e nelle vite di persone fuori dall’ordinario,
e infine quando la mattina mi svegliava di soprassalto, senza grazia e io avrei voluto soltanto debellarlo.

“Ogni autore ha un rapporto diverso con il proprio lavoro. Per me è essenziale avvertire il cambiamento evolutivo e la metamorfosi dei processi di illuminazione in atto nella mia intimità, allenare lo sguardo che osserva l’esterno dall’interno e l’interno dalla sua esteriorizzazione. Dopotutto io racconto perché ho urgenza di condividere qualcosa” ho scritto nell’Introduzione della mia tesi, «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo.

Stavolta, però, avrei voluto tenere il mio lavoro per me. Egoisticamente, alla fine, è un po’ normale,
intimo com’è a modo suo
che volessi tenerlo per me, un po’ mi vergogno, abbiate pazienza, voi ci stareste nudi in una piazza di vestiti senza pensarci su un paio di volte?

Ecco, mi è servito un po’ di tempo,
fin quando almeno non ho realizzato quanto questo lavoro fosse diventato per me un’ossessione.
Anche dopo averlo concluso,
anche dopo la prima e le successive proiezione e i primi e i successivi entusiasmi,
questo lavoro ha continuato a ossessionarmi.

E allora, vai,
vattene!
Vai, a farti un giro, un bagno di folla in mezzo alle mille altre cose che circolano nell’etere!
Vai che magari inizio a prenderti meno sul serio, a sorriderti di più – lo meriti anche –,

se diventi un po’ più di tutti e un po’ meno mio.

Ecc[…]

***

A questo punto, animata dai furori eroici del caso, prima che fosse un paio di giorni fa, avevo scritto “Eccovelo!”,
‘ché il mio ultimo video stava per esserci davvero.
Quand’ecco, invece, 17 frames di problemi tecnici da risolvere, sorrisino isterico.

Cancello allora quello che avevo scritto e, con il supplemento di un sentore di condanna per determinismo universale, rimando di qualche giorno.

Ma adesso sono serena, sai?, non mi spaventi più e ti sorrido. Quando la prossima volta scriverò “Eccovelo”, lo farò senza più scagliarti lontano. Lo avverti, vero, che sono tornata a ricomporti senz’ansia?

Mood: entusiasta
Reading: David Grossman, Caduto fuori dal tempo
Listening to: Pag – The lady is dead
Watching: il calendario degli eventi milanesi
Eating: pasta impegnata, difficile da digerire
Drinking: te



# mesi prima

“La luce, che è il campo di analisi di questa mia tesi, bisogna concepirla come qualcosa che inizia attraversando a gran velocità lo spazio fisico e il nostro sguardo e finisce negli interstizi della nostra ossatura emozionale e culturale, rimodellandola con sfumature di diversa intensità che conferiscono sempre un registro emotivo [variabile] a una [stessa] situazione o a uno [stesso] ambiente. Per esempio, il pezzetto di Milano che intravedo nella cornice della mia finestra al sesto piano di un palazzo di Viale Romolo, quest’oggi, mi fa sentire fiduciosa. La luce avvolge in un solo abbraccio arancione i nuovi edifici del quartiere Isola e le montagne all’orizzonte, ammorbidisce le ombre e esalta le cromie del paesaggio, neanche si direbbe che il termometro segna zero gradi. Ma ieri, quando su questo stesso pezzetto di Milano gravava una luce bianco lama e non c’era luminosità e non c’erano ombre e neanche un colore, ieri ero certa di non avere un solo motivo per sognare. Fotone, dopo fotone, ombra dopo luce e luce dopo ombra, le mie emozioni si eccitano e si architettano.”

[dall’Introduzione della mia tesi,
«Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di uno sguardo]

# il giorno prima

Sempre a proposito di cose che ho scritto,
La luce è nel modo in cui la si utilizza attraverso il merdium”. Sì, ho scritto proprio così nella copia della mia tesi agli atti, pagina 55. Più che refuso, lo definirei lapsus. Froid mi stringerebbe la mano.
A ogni modo, scoprirlo il giorno prima della discussione ha su di me poteri analgesici.
Qui, a PaRecchia, ogni transito dalla condizione di studente a quella di disoccupato è stato benedetto da un casuale, ma molto concreto tuffo nella merda,
al primo, qualcuno si è inavvertitamente steso nel letame di un canneto per atteggiarsi a fotografo d’assalto,
al secondo, qualcun’altro ha vacillato sotto i colpi della dissenteria, al punto che «Diarrea?» è diventata la parola d’ordine per qualiasi movimento troppo sospetto sulla sedia, arrivando a sostituire il «Buongiorno».
In questo caso, il tuffo nella merda è molto meno fisico, ma è risaputo che si trova l’illuminazione là dove la si vuole riconoscere. Per me una buona parte è nel “merdium”.

# il giorno stesso, il 27 febbraio

«Sono soddisfatta» e «Sono felice»,
dovrei riuscire a dirlo, forse anche più e più volte, ma non vorrei che mai qualcosa cominciasse a sembrare superflua, fosse anche solo una porzione infinitesimale degli abbracci, dei chilometri affrontati dalle persone che amo per esserci – qualcuno persino a sorpresa –, delle emozioni, delle reazioni dentro e fuori la sala, degli entusiasmi, delle strette di mano estranee, delle personali rivincite dialettiche, del mio lavoro, della fatica che mi è costato
arrivare a dire «Sono soddisfatta» e «Sono felice»,
essere soddisfatta, essere felice.

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«Stappo lo spumante», invece,
l’ho detto più e più volte, da procedura. Me l’ero studiata, prevedendo di dover rispondere a necessarie domande sul futuro, dopo l’incoronazione con l’alloro.
Effettivamente, stappare lo spumante è senza dubbio il futuro più sicuro in cui un neolaureato possa avere fiducia. A breve termine, ma pur sempre futuro.

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# i giorni dopo

In verità, a proposito del futuro a lungo termine, non è che ci sia mai stato anche soltanto il sentore del famigerato nulla post-laurea. Qualche ora dopo aver stappato lo spumante [ma nella testa, da molto prima], mi sono immersa tra le rifiniture degli ultimi due video sui quali ho lavorato negli ultimi mesi – tra i due c’è anche quello col quale mi sono laureata, ebbene sì –, una decina di altri progetti nel cassetto, millemila lettere motivazionali in giro per il mondo, un paio di lavoretti spettacolanti e qualche incontro di autopromozione dove conoscere quello o quell’altro, la ricerca di quattro o cinque impieghi saltuari e salutari [possibilmente collaterali, se non proprio sconnessi], un trasloco con meta ballerina, centinaia di itinerari lungo l’Italia e l’Europa, qualche progetto oltreoceano, dozzine di idee, di sogni e bisogni, stimoli, cose che voglio fare, ascoltare, vedere, imparare, sbucano da ovunque, tutte disparate e tutte entusiasmanti, si accalcano contro le pareti del cervello senza mai darmi un momento di pausa, tant’è che il dek del mio Mac non ha smesso di essere afflitto dai post-it colorati e dai calendari!
Ebbene,
qui la questione non è cercare qualcosa da fare nel futuro prossimo, è piuttosto focalizzare un certo numero di priorità.
E io che sono per natura affetta da processi di metabolismo molto lenti, quasi certamente, al momento, più di qualsiasi altra cosa necessito di tempo per vivermi in profondità il presente.

Mood: alla ricerca della sublimazione
Listening to and watching: A sua immagine, passivamente
Eating: cannoli siciliani
Drinking: caffè






Tesi [di laurea], dal greco ϑέσις, “azione di porre” che a sua volta deriva da τίϑημι, “porre”, “collocare”; propriamente “posizione”, “cosa che viene posta”, quindi proposizione che richiede una dimostrazione.

Qui, allo stato attuale dei fatti, l’unica cosa che può definirsi posta sono le mie spalle contro un muro e il mio cervello sottovuoto.


*

Torna dopo mesi – inaspettatamente persino per me medesima – l’Autoritratto Provvisorio, abbandonato per la tanto-citata-su-questo-blog penuria di tempo.
“Inaspettatamente persino per me medesima” perché in realtà stavo solo cercando un momento di svago dalla gravità dei pensieri, giocando con la luce.

Torna anche – sempre inaspettatamente persino per me medesima – un pizzico di voglia di prendermi poco sul serio. Suvvia, eh!

Finestre

ottobre 18, 2012

Mood: squilibrato
Reading: Ercole Visconti, Parole illuminanti
Listening to: il ticchettio dell’orologio della cucina, passi sul ballatoio, papà che dorme in camera da letto
Watching: Rune Guneriussen’s photography
Playing: a scontornare salamelle e caciottine in photoshop, alias le gioie del mio lavoro
Eating: torta al limone
Drinking: acqua




Holland, Rijswijk, my own home, 15 ottobre 2012

Holland, Utrecht, Eta‘s home, 17 ottobre 2012



Joseph Conrad si domandava come fare a spiegare a sua moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando.

*

Io in questi ultimi giorni sto lavorando tantissimo.
Non faccio molto altro.

*

Nello specifico, le grandi finestre olandesi restano il trip per eccellenza.

*

[Forse] è arrivata la suggestione che mi mancava.
[Forseforse] l’idea.

*

Sono un po’ più felice.