Mood: tritolo [sottopelle]
Reading: Jonathan Safran Foer, Se niente importa
Listening to: Eva Cassidy – Time After Time
Watching: Only God Forgives di Nicolas Winding Refn
Eating: biscotti dolci
Drinking: infuso di zenzero




planimetria

“La conquista dello SPAZIO*

da sognare/da pianificare
da articolare/da solcare
[da illuminare]

da abitare
da vivere.


O ancora:
mi preparo un’altra volta a traslocare.



* Georges Perec, Specie di spazi
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Strutture essenziali

marzo 31, 2014

Mood: zen
Reading: Margaret Mazzantini, Venuto al Mondo
Listening to: Meg – Succhio Luce
Watching: The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson
Eating: con la cannuccia
Drinking: caffè con cannuccia



Comunque vada e ovunque vada, l’artefice della propria vita che si trovi a tras-locare dalla benevola condizione della sua normalità a una realtà del tutto nuova si darà con vigore a ricostituire la forma ideale del proprio spazio esistenziale, essendone mosso il desiderio dalla necessità nonché dalla nostalgia.

Un anno fa ero appena arrivata in Olanda, un anno lento e pesante che ha richiesto uno sforzo esagerato alle mie risorse di entusiasmo. Vivevo all’epoca una specie di atarassia trasformatasi in inadeguatezza sensoriale nei mesi seguenti. Mi aspettavo che in capo a qualche settimana tutta la mia vita si sarebbe riconformata e non soltanto con l’assolvimento dei fatti burocratici, un indirizzo civico e qualche lavoro temporaneo, quanto piuttosto attorno a piccoli embrioni di rapporti e circostanze ideali. Per un lungo periodo di tempo le cose non sono state elettrizzanti. Trovavo la situazione particolarmente frustrante. Mi sembrava che la vita si svolgesse troppo lontana da me. E ci sarebbe da dire che mortificavo i miei piccoli ottenimenti quotidiani tanto più mi crucciavo con l’aspettativa di qualcosa di meglio. Intanto, ne smuovevo di cose e di cose ne accadevano!
L’ho compreso in un abbraccio. Non uno come quelli di circostanza, ma un abbraccio così d’impulso da essere totalmente fuori luogo: una sera in un ristorante fra gente sconosciuta, mentre servo ai tavoli un pasto dietro l’altro tre per volta, bottiglie di vino e vassoi di bicchieri instabili. L’imprevedibilità dell’evento ha di che svuotarmi da ogni asprezza. Mi sento in pace. Respiro stretta contro una spalla amica in Olanda e a mia volta stringo forte.
Ho realizzato in questo momento che, dozzine di volte nel corso dell’ultimo anno, ho sentito mancarmi gli abbracci, chi si muove poco dalle proprie amicizie e consuetudini più preziose farà fatica a immaginarlo.

La mia struttura essenziale – da giorni ci penso – è quella dell’abbraccio. Un abbraccio è un insieme, intendo una forma di più elementi che, sebbene preesistenti singolarmente all’insieme, insieme determinano un nuovo carattere. In questo senso, nella tensione rotonda di un abbraccio coesistono una domanda e una risposta, l’espressione più elementare – attraverso la fisicità – di un’offerta e di una reciproca accoglienza nuda. Di modo che l’interno di questa conca ospitale diventa lo spazio in cui non solo ci si riconosce, ma soprattutto ci si è riconoscenti, grati, meravigliati. Così ci si aggrappa alla vita. E si comincia a sentirsi parte di un luogo, di un’idea, di un gruppo, di un sentimento, di un evento, a conti fatti, del corso dell’esistenza stessa.

La procreazione, il big-bang. Tutto potrebbe cominciare da un abbraccio.


[A Tara.]

Tras-locare #5

agosto 20, 2013

Mood: decisivo
Listening to: Krista Polvere – Jack and Me
Watching: Francesco Paolo Catalano’s
Eating: crema pasticciera fresca
Drinking: caffè



Sono sbarcata all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile per poi fare rotta verso Rijswijk, Olanda. C’era il sole tiepido e qualche fiocco di neve andava per aria. Ho cercato mio padre tra quelli in attesa e tra quelli appena sbarcati in attesa di quegli altri che avrebbero dovuto essere in attesa, ma erano in ritardo. Come ogni volta negli ultimi due anni all’aereoporto di Düsseldorf ho sostato tra quelli della seconda categoria, il che mi ha concesso di starmene per un po’ al sole, offrendo il corpo intero a profonde infiltrazioni di levità. Mi piace tanto quando c’è il sole sulla pelle nuda, ma fa anche un po’ freddo e bisogna stringersi nei vestiti, la considero una disposizione elementare armonica, fra l’altro la più appropriata a figurare i miei sentimenti all’aereoporto di Düsseldorf il 30 aprile, va tutto bene, io sto benissimo.

Nei giorni a seguire, sono rimasta ben salda nella mia serenità, circostanza questa che ho considerato non priva di straordinarietà. Voglio dire, è risaputo che io punti buona parte del mio benessere sull’andare di qua e di là. Ma, trattandosi adesso di un tras-loco, in altri termini di un commiato dalla mia vita passata come fino a allora per andare a destreggiarmi in un’abbondanza di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata che ancora non sapevo – ma per certo differenti –, mi è sembrato quantomeno una diavoleria non provare quella ragionevole misura di eccitazione e timore, di vaghezza baldanzosa e ansia sciolta che potrebbe considerarsi il segnale privilegiato di un qualsiasi tras-loco verosimile. Io, nell’abbondanza di sentimenti e stadi emotivi di cui avrei potuto disporre e tutti insieme, ero serena, mi renderò conto prima o poi di essere migrata?

Tanto ho considerato e riconsiderato la particolarità della situazione che a un certo punto mi è sembrata completamente inopportuna e, andandomene per così dire alla ricerca del turbamento, mi sono spinta nell’attesa di procacciarmelo a rintracciare le cagioni della sua insussistenza.
L’ho buttata su Pasqua – dopotutto uno spostamento dall’Italia per l’Olanda a Pasqua potrei percepirlo, preposta una rimozione coscienziosa, non diversamente dall’intera filiera di partenze per festività degli ultimi due anni,
poi su Parigi – dopotutto andarmene a Parigi con uno zaino in spalla senza neanche essermi sistemata in Olanda, potrebbe farmi sentire, sempre preposta una rimozione coscienziosa, al centro soltanto dell’ennesima peregrinazione.
Tutte analisi queste in proporzione alle quali mi è sembrato quantomeno ragionevole non avvertire da subito il disorientamento.

In tre settimane, entrando giorno dopo giorno sempre più scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata nella mia nuova quotidianità, ho congetturato che con buone probabilità non mi si sarebbe offerto mai neppure un minuscolo traboccamento d’incertezza.
A controprova, è risalito perfettamente verticale il ricordo del mio primissimo tras-loco che, nel suo essere innanzi ai successivi, preserva intatte le tracce di un evento essenziale, istintivo voglio dire e pertanto privilegiato.
Avevo allora diciott’anni e poca familiarità ancora col mio animo da rondine. Me ne andai dal paesello nel barese dov’ero nata a Siena, i documenti ufficiali dicevano per studiare archeologia, ma io non ho mai cercato di nascondere che fosse di fatto per vedere com’era la vita fuori tant’è che rinunciai agli studi sei mesi dopo e mi sistemai a Milano. Fu a Siena che per la prima volta io, dimostrando una sicura benevolenza e un interesse privo di remore e malinconie per la mia nuova situazione di fronte ai messaggi malfermi di quanti tra gli amici di sempre erano anche loro andati via dal paesello verso altre città e con diverse motivazioni, mi crucciai, ma senza espormi più di tanto, col sospetto di non avere un cuore, di averlo affogato magari in qualche risata o in un goccio di troppo in Piazza del Campo.

Ora, io mi aspetto il turbamento a ogni nuovo tras-loco perché mi sembra qualcosa da provare, se così succede in tutti gli altri. Lo cerco dappertutto, ma è una specie di garanzia che non arrivi mai e questo talvolta mi si pone come un difficile problema etico.
Per risolverlo basterebbe ammettere nel mio caso specifico che l’aspettativa del turbamento da tras-loco è un’illusione: comunque vada, è evidente che io nei panni del migrante ci sto comoda.
A ogni nuova stazione, porto, aereoporto, la mia impressione non è quella di arrivare o tornare, ma più spesso quella di stare. Per meglio dire, benché sia chiaro che qualsiasi confine vada rosicato prima di poterlo passare, io mi naturalizzo con serenità ai luoghi differenti che incontro perché, d’accordo, starò pure in un luogo, ma prima di tutto sto nella vita e la vita per me segue i flutti del mare e il soffio del vento, ha luogo, per così dire, ovunque. Sicché – se la familiarità non è che una congerie di costituenti della vita di tutti i giorni – ovunque esistono anche le eventualità con cui nutrire il mio senso di familiarità. Di qui in poi, preso in considerazione un valore temporale più o meno ampio a seconda dei casi particolari, con quel tanto di entusiasmo vitale e di sicurezza disinvolta in me stessa, le coglierò, confacendomi un posto da chiamare casa. Del resto, il sottotesto è per sua natura quello di una sfida, non fosse altro di un’ipotesi da confermare e a me ne basta il sentore per intestardirmi a volerla spuntare.
Sarebbe nient’affatto lungimirante rilevare nel mio sentire un qualsiasi tipo di incapacità d’affezione nei confronti della mia vita passata – come fanno taluni – o un atteggiamento mentale di comodo nei confronti di quanto mi trovo a vivere – come fanno tal altri.
Ci sono uomini che hanno la vita a comparti stagni, in ognuno un certo numero di scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata tra loro isolati – come se già non fosse un abbaglio l’idea di poter ripartire la vita, estromettendo un momento da un altro, una storia dall’altra, una causa dalla sua conseguenza. A queste persone costrette dentro una visione esistenziale striminzita sembra per esempio di iniziare una vita nuova ogni qual volta, mossi da un intento catartico, piombano un contenitore e cominciano a stiparne un altro facendo qualche accomodamento di qua e di là rispetto alla vita precedente, ma per lo più alla rinfusa e in maniera compulsiva finché non raggiungono il limite oltre il quale precipitano in un lungo periodo di stasi che è quando ci convinciamo di essere intrappolati in un universo immobile e non realizziamo di essere invece noi stessi un ganghero guasto e impalato di un sistema che a modo suo mulina senza sosta. In uno stato di cose così, la cassa toracica di questi esseri umani finisce per riverberare il desiderio soltanto di ritornare alle scelte e alle intenzioni, agli eventi e alle persone, agli argomenti di discussione e ai modi di passare la giornata ammassicciati nel reliquario di una vita oltrepassata, nonché perfezionata con disinvoltura e nobilitata nel tempo dai processi della memoria – una ben arzigogolata disfunzione reazionaria questa, tipica della specie.
Io no: la mia geografia esistenziale esprime una sorta di ideale pangenetico in virtù del quale ciascuno dei territori che mi do guarda gli altri, tutti riconoscendosi – sebbene alla deriva e al di là di grandi oceani – appartenenti a una stessa formazione anteriore che si è spezzata e si è dislocata e che continuerà a farlo per naturale moto e andamento delle cose. Non incidentalmente ci si accorgerebbe, analizzandole, che le linee costiere di ogni singola regione non solo aderiscono, ma si richiamano l’un l’altra dacché attaccato a ogni versante c’è un lotto che avrebbe potuto essere degli altri, cose come il piede di un amore dentro la gola di un altro o la secca salmastra di un vecchio fiume di lacrime salito al sole. Nella pratica, non esistono transizioni brusche a carattere volontario nella mia vita. Solo processi lunghi e metabolismi ininterrotti le cui necessità e finalità si formano mentre, così com’è intrinseco in qualsiasi processo evolutivo, certe scelte e intenzioni, eventi e persone, argomenti di discussione e modi di passare la giornata finiscono e, poniamo, ne iniziano altri, mentre il qui diventa l’altrove e l’altrove il qui, mentre un treno mi porta e un altro mi riporta, così io segno la mia rotta nel mondo.
Non che, mi si creda, quest’andamento sia disinvolto al punto da diventare scanzonato. Di tanto in tanto anch’io, avvertendo i presupposti di un tempo tanto diverso dai precedenti, emetto fiati nostalgici in direzione di luoghi lontani, senza necessità, né finalità. Ma non ho mai la sensazione di poter stare completamente bene in un ricordo inerte, inchiodandomici e smettendo di disporre d’una volontà sulle eventualità di ogni giorno. Ho notato, del resto, che la mia nostalgia ha sempre più spesso lo sguardo della tenerezza e della gratitudine, le modalità di un commiato in considerazione del fatto che mi porto dentro, come chi ha conosciuto l’irrequietezza tra le più divoratrici e l’ha sanata andandosene da un posto all’altro per scoprire quanto il mondo ha da sorprendere e emozionare un passo più in là del proprio naso, la convinzione che la vita inizia laddove inizia il movimento – che l’idea stessa di vita coincide con quella di movimento – e che se tutto quello che ho vissuto fa di me la persona che diversamente non sarei stata, non esiste uno stato di cose indegno d’essere o di essere stato esperito. Tutto produce, avendo imparato a coglierlo, nuovo materiale grezzo con cui costituirmi, farmi tesoro, io che in principio non possedevo nulla e questo nulla mi piaceva persino, finché non ho ingerito una molecola d’aria e la mia coscienza non ha iniziato a espandersi. Sicché, pur amando e tanto il punto da cui sono partita e ciascuno di quelli che ho attraversato, non smetto di muovermi, di inseguire il senso di una direzione.
Talvolta mi colgono ascessi di vita come stati febbrili – tanto più pressanti quando realizzo che la misura del mondo è di gran lunga più ampia del tempo a disposizione e dei miei organi di metabolismo. C’è così tanta vita dietro ogni cosa e tutta insieme. Tal altre volte, dallo stesso livello di profondità da cui questi ascessi di vita derivano, esala il timore di perderli e di perdermi per sempre. Ma poi mi rilasso e considero l’idiozia sottesa al tentativo di assicurarmi il vivere dal momento che si tratta di qualcosa che è spontaneo e che in ogni caso va avanti. Al più si tratta di vivere bene, senza affanni superflui.
Allora se di una cosa posso esser certa, parlando di me, è che per nulla al mondo sarei capace di cadere vittima dell’abulia e trarne appagamento. Tra i vari più o meno notabili nel bene e nel male che mi costituiscono, ho esercitato, desiderandoli ardentemente, un paio di marchingegni direi di meraviglia, ovvero l’entusiasmo che mi predispone a notare la bellezza e uno sguardo mobile col quale penetro tra i diversi livelli di esistenza della realtà, nonché la curiosità che mi pungola a non smettere di ricercare, mantenendo a distanza l’orizzonte.
È un’evidenza che in tutto questo ci sia la mia tensione alla felicità. E che in questa certezza ci siano le motivazioni stesse della mia felicità, se non altro della mia capacità di essere felice,

va tutto bene, io sto benissimo.
Effettivamente questa mia natura mi solleva.


[e con Tras-locare #5 chiudo l’argomento, per adesso.]

Spazi a utero

maggio 12, 2013

Mood: sovreccitato
Listening: David Bowie – How Does the Grass Grow
Watching: The Big Wedding di Justin Zackham [per la serie: il gusto del trash]
Eating: se non fossi troppo pigra per alzarmi dal letto adesso
Drinking: birra



Alcuni spazi hanno la forma di un utero.

Spazio [un tipo di] è il contenitore che viene a costituirsi tra due esseri umani quando si mettono a esplorarsi.
Due esseri umani che fanno l’amore sono uno spazio. Anche due esseri umani che si raccontano sono uno spazio.

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Holland, Noordwijk aan Zee
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Holland, Noordwijk aan Zee with Dominic

Ho conosciuto Dominic a Milano quando pensavo non avesse più nulla da offrirmi, l’ultima sera prima di tras-locare verso l’Olanda. Io avevo un tetto e un lenzuolo, lui – tedesco in viaggio a Milano con le scarpe da trekking – un pacco di te alla fragola e una stecca di cioccolata fondente. Tutt’e due un “forte gusto per la boheme tira a campare” – così la definisce Perec.
Quello sera abbiamo passeggiato senza itinerari. Poi si è fatta notte ed è trascorsa fino all’alba a dirci tante cose l’un l’altro e a spiegarci cosa e come ci sentivamo tra un bicchiere di te e un pezzo di cioccolata, rannicchiati sotto lo stesso lenzuolo su un divano tanto piccolo che i piedi si toccavano. Ci siamo addormentati così, dopo un po’ che avevamo iniziato a biascicare e a chiudere gli occhi.
Ora che ci penso, non ero affatto intimidita, né provavo vergogna. L’intimità per me – a maggior ragione con un estraneo – ha spesso questo risvolto, ma quella sera non ci ho proprio pensato. Era naturale com’era.

Come in utero.

Tras-locare #4

aprile 27, 2013

Mood: entusiasta
Reading: notizie dall’Italia
Listening to: Vinicio Capossela – Che coss’è l’amor
Watching: il sole, finalmente il sole
Eating: toast
Drinking: caffè per non addormentarmi sul computer



Avrei potuto andar via da Milano subito dopo aver svuotato l’appartamento del sesto piano, al centro a destra dov’era stata PaRecchia – se non proprio in mezzo ai miei stessi scatoloni e alla pasta fresca in un camion Guanzate-Delftauw. Ma vivere per tre giorni ancora a Milano, usando il mio vecchio appartamento immerso nella luce intensa più che mai ora che a diffonderla erano pareti bianco-vuoto mi è sembrato un opportuno rito di passaggio. In termini pratici: il primo volo abbordabile per l’Olanda sarebbe partito solo tre giorni più in là.

Vuoto, l’appartamento del sesto piano, al centro a destra lo era per davvero, a meno di non voler tenere in elevata considerazione il te e il caffè in uno scaffale in alto della cucina, un bollitore e una caffettiera sul fornello, una valigia con lo stretto necessario per andare altrove-ovunque – pochi vestiti, il computer e la macchina fotografica, un barattolo di peperoncino e uno di cannella – nel corridoio d’ingresso o d’uscita che dir si voglia, il sacco a pelo sul materasso in camera da letto per dormirci la notte,
«e che problema ci sarà mai per una zingara?»

L’eco, forse.

Voglio dire, l’eco è un elemento tale che
quando colto in uno spazio appena occupato, genera un forte senso di appartenenza costruttiva in colui che lo sta abitando, esprimendo tutta la disponibilità dello spazio appena occupato a farsi modellare secondo i desideri e le necessità di colui che lo sta abitando;
quando invece ritrovato in uno spazio un tempo occupato, ma lì lì per essere lasciato in favore di un altro spazio lontano, genera un insalubre senso di disagio e impazienza in colui che lo ha un tempo abitato, ma sta per andare a occupare un altro spazio, rimarcando se non la natura morta dello spazio un tempo occupato, il richiamo da parte di quell’altro lontano che sta per essere occupato,

Devo andare, grazie di tutto” [citazione non a caso], ma

A un uomo che sia in attesa di tras-locare sembra che la vita resti in sospeso fin tanto che non sarà partito. A dire il vero, fintanto che non sarà arrivato
, ma che ci faccio qui, mentre il resto della mia vita è già altrove?
[del resto, proiettandosi tutto il suo concentrato emotivo nel futuro, finisce che davvero la sua vita resti in un certo qual senso in sospeso]


Invece.

Tras-locare #3

aprile 22, 2013

Mood: costruttivo
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: i versi d’amore di mia sorella
Watching: Tutti i santi giorni di Paolo Virzì
Eating: maccheroni pasticciati
Drinking: te alla menta



La signora del quinto a destra dello stabile n° 3 di Viale Romolo dov’era PaRecchia al Tre – sesto piano, al centro a destra –, usava, incontrandomi in ascensore, per le scale – sul pianerottolo del quinto –, rivolgermisi sempre con una saputa valutazione in merito al numero delle mie partenze e dei miei ritorni di cui lei stessa aveva memoria essendone stata per caso o ficcanaso testimone oculare «Ma che bellezza, sempre in viaggio, lei!»

La mattina in cui le cose superstiti considerate di mia proprietà sono partite da Guanzate con un camion di pasta fresca, mittente Teo Pace BV, Delfgauw, Olanda, da dove poi sono state spostate nell’appartamento e nella cantina – per lo più – della mia famiglia a Rijswijk, sempre Olanda,
quella mattina là – saranno state le undici o poco prima – la signora del quinto a destra sembrava essersi messa in mia attesa al pianterreno. Voglio dire che stava di fronte alla porta dell’ascensore spandendo con gli occhi e con le labbra tutto l’entusiasmo del suo consueto approccio: «Ma sempre con una qualche valigia, lei!», gliel’ho intercettato sulla punta della lingua che neanche avevo aperto le porte con finestrella dell’ascensore. Il più delle volte, infatti, la signora del quinto a destra era venuta a trovarsi nella condizione di aiutarmi a uscire dall’ascensore, trattenendo le porte esterne mentre io lottavo per disincastrarmi dalle porte interne troppo strette anche solo per un essere umano senza carico aggiunto al suo corpo.

Di fronte al quantitativo di scatoloni contro il quale mi sono stagliata quando ho aperto la porta dell’ascensore per spingere fuori il primo borsone, la signora del quinto a destra si è fatta d’un tratto confusa. «Ma sempre con una qualche valigia, lei!» le è caduto ai piedi dalla bocca lettera per lettere e lei è rimasta con gli occhi a ciondolare su di me, come sentendo il bisogno di adattarsi a una nuova condizione inattesa.
Il che – la sua tenerezza – mi ha fatto sorridere. «Signora, questa volta parto per un viaggio più lungo», le ho detto. Poi, vedendola ancora turbata: «Ho bisogno di un attimo di tempo in più per scaricare l’ascensore.»
E lei mi ha augurato tante cose belle.

Tras-locare #2

aprile 16, 2013

Mood: disteso
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Little dragoon – Twice
Watching: un bocciolo di orchidea che domattina sarà orchidea
Eating: cantuccini
Drinking: te



Tras-locare.
Por[si] in un luogo (al di là, oltre), passare da un luogo all’altro. Ma prima ancora, selezionare cosa portare con sé che è un modo per spazializzarsi – identificarsi, raccontarsi – nei confronti di un territorio ancora inesplorato, cosa invece buttare che è un’attitudine a fare spazio per quello stesso territorio ancora inesplorato. Ecco perché non è mai così semplice come potrebbe sembrare selezionare cosa portare con sé e cosa invece buttare.
Io, soltanto a pensarci su, mi sentivo parecchio molle.

Ho iniziato enumerando le cose considerate di mia proprietà nel corso di tre anni a Milano, cose dalle più comuni alle più strampalate, ipotizzando e abbozzando montagnole e cumuli dai quali, in sette giorni successivi, ma non consecutivi, sono derivati di fatto n° 10 scatoloni – senza contare le scatole dentro le scatole – rinforzati da scotch [di carta, da pacchi, da elettricista] all’interno dei quali il principio d’ordine per categoria stabilito in un primo momento è diventato sempre meno rigoroso dacché i vestiti in eccesso hanno trovato posto in Libri e Quaderni di viaggio, l’accappatoio in Pentolame, il carillon con la molla allentata in Profumeria e Farmacia, l’analogica Yashica in Scarpe, il sacco a pelo e la maschera da sub con i fori per poter respirare in Necessità di lavoro, così tanto per esemplificare; n° 2 borsoni di biancheria intima, calze, pigiami e qualche vestito ancora; n° 2 bustoni di coperte e cuscini; n° 1 branda; n° 1 mobiletto bucato e svuotato; n° 1 apparato alare con sistema di apertura e chiusura; n° 1 violino scordato e ammaccato.
Quel ch’è rimasto fuori, in altri termini lo scarto indipendentemente da qualsiasi categoria, è stato tale e impietoso che al massimo potrei scrivere n° elevato-ma-assai sacchi da evacuare.

Ho affinato la mia tecnica di scarto col passare dei giorni: dapprima disorientata, ho poi iniziato a destreggiarmi nella strategia uno-sguardo-e-via-nel-sacco-apposito. Le cose da scartare mi sembravano inesauribili e così la voglia di scartare.
È anche vero, infatti, che, dopo le prime incertezze, l’idea stessa di scartare [di alleggerirmi] mi sovreccitava,

vado a reinventarmi un’esistenza, uno-sguardo-e-via-nel-sacco-apposito,
segno virgola e
via-nel-sacco-apposito,

Vado a essere libera, violentemente libera.