Mood: euforico
Listening to: il silenzio insolito di Milano nei giorni di festa
Eating: castagne
Drinking: te arancia e cannella



Tre anni, trentanove esami – anche se a libretto ne risultano ventidue – e tre abilitazioni dopo,
la tesi.

Che poi, nel mio caso specifico, tesi è il nome che si dà a un’occasione e a un pretesto, quello per lavorare a un nuovo progetto al fondo di un semi-lungo periodo di pausa, nel quale ho vissuto una profonda crisi esistenziale causata dalle famigerate abnegazioni da videomaking, mi sono sentita persa, sola e senza nulla da dire, sono andata e tornata dall’oltre oceano e da un altro paio di luoghi, ho cercato e trovato stimoli e storie da raccontare, fatto e disfatto migliaia di progetti e possibilità, dato gli ultimi dieci esami, cercato di fuggire per ritrovarmi all’improvviso più serena e con qualcosa di molto vicino e a me congenito da esprimere.

Questo qualcosa ha a che vedere con un paio di scarpe al contrario e un vecchio comodino pieno di polvere, ma anche con un uovo di struzzo e un veliero di stuzzicadenti raccolto una domenica in un mercatino dell’usato, con un disegno di Apollo radioso e una Singer del 1940 e tante altre cose stupefacenti,
racconta di «Qualcosa intorno alla luce».

Ora abbiate pazienza. Più o meno tutti vi siete laureati e più o meno tutti avete letto in occasioni passate cosa diventa la mia vita quando mi immergo in un nuovo progetto che dilaga in ogni angolo della mia persona. Mi vengono le crisi d’odio e quelle d’amore a una velocità di alternanza fotonica. Ho bisogno di tempo e non c’è mai tempo, è sempre e comunque tardi, con questi ritmi è difficile essere presente. Senza contare che questo progetto in particolare è per me un’occasione parecchio preziosa e complessa, speciale, e che perciò sono impegnata a vivermelo. Non è ancora arrivato il momento di tirare le somme.

Ho il sospetto che il giorno in cui lo farò, sarà anche per me [una sorta di] Capodanno, fine di un ciclo e inizio di uno nuovo.

A voi però, Buon 2013.

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Ottobre 2012, «E dopo?»

ottobre 27, 2012

Mood: sereneggiante
Reading: Paola Bressan, Il colore della luna
Listening to: Bonobo – Noctuary
Watching: Nuovomondo di Emanuele Crialese
Eating: latte e biscotti
Drinking: caffè



Questo ottobre 2012 è un mese inequivocabilmente degno di nota nella mia vita. Per la prima volta in ventitré anni, l’inizio di un nuovo anno accademico non mi ha trascinata di fronte a una qualche cattedra con congruo professorone in tale eccelsissima scienza – senza sottigliare sul fatto che quando ero al liceo dovevo rientrare in aula il primo lunedì di settembre, quando, a Sud dove sono cresciuta, tutto il resto dell’umanità se ne sta ancora abbarbicato sugli scogli per sfuggire alla bollitura a secco e mai nessun istituto si sognerebbe di aprire le porte di quella che sarà certamente una fornace, nessuno tranne il mio che era speciale e aveva anche le reti di sicurezza alle finestre.
Ritornando indietro di qualche riga, fino a prima dell’inciso, e riprendendo le fila del discorso, si tratta di una cosa che letteralmente deforma il tempo di ogni giorno per come ero abituata a viverlo e questo un po’ mi confonde, ma per lo più mi sconfinfera perché adesso, senza darmi alla nullafacenza, né sollazzarmi oltre misura, finalmente posso starmene con i muscoli di qualche centimetro più distesi e persino concedermi un diletto di tanto, in tanto.
Facendo i conti in rapidità, a oggi mi trovo a un esame, una tesi e una dissertazione di distanza dal mio brillante foglio di carta da incorniciare nello studio che mai avrò. A febbraio avrò azzerato anche questi numeri,

«E dopo?»
«Dopo arriverà», rispondo generalmente.

Ebbene, la mia potrebbe definirsi una crisi communis da laureando in merito alla quale non c’è bisogno di aggiungere alcunché. Effettivamente ci sono giorni che mai come adesso mi sono sentita tanto uguale a tutti gli altri.
In realtà io, se mi metto la testa alla rovescia, chiunque potrebbe vedere che non è vuota, ma che è frullata ininterrottamente da un gran numero di idee tutte di prima classe, desiderabili e persino attuabili, ma tutte intrugliate con un numero superiore di eventualità, cause e effetti precisabili da me, dagli altri, dalle situazioni, dal caso, cioè da tante cose che – chiunque converrà con me – variano di giorno, in giorno, e sulle quali non si può fare affidamento quando si tratta di prevederne gli esiti. Un matematico definirebbe questa condizione “sistema complesso”, se fosse più pignolo “sistema caotico”.
Del resto io, se mi metto a pensare al dopo, mi distraggo subito perché non voglio fare come chi se ne va lontano dal presente a causa di un’attrazione superiore per il futuro che, invece, io dico, si riempirà delle cose che saranno passate sicché adesso mi limito – se di limitazione si può parlare, senza farmi torto – a vivere al meglio che posso tutto quello che mi circonda, “sistema complesso” incluso.


Accordo però che, tra gli elementi che mi rimescolano il cervello, il più frequentemente a galla è esodo

1 // da me che, determinata come sono nell’inseguire quello che voglio e abituata a superare ogni momento di crisi, non ho voluto riconoscere di essermi ridotta con i nervi a pezzi nell’ultimo anno, errore mai tanto grande perché adesso l’unica cosa che mi va a fagiolo è stare appesa a testa in giù dal ramo di un albero mentre il mondo fa avanti e dietro e io lo interiorizzo per alimentare il mio genio ammutolito.

2 // da uno Stato che, miseria di offerta di lavoro a parte – a maggior ragione per eretiche come me che osano pensare di poter svolgere una professione di appannaggio maschile –, ma non del tutto, si arricchisce di “puttanieri, faccendieri e tragattini”, demolisce continuamente i diritti fondamentali dell’essere umano in virtù di una legge tutt’altro che laica, millanta un ideale di democrazia che non bacia la realtà tanto più perché è vuoto fin dalle origini dei concetti di cittadino e di popolo sicché tutti l’importante è il mio piatto di pasta due volte al dì, per quello si può scendere in piazza, fottere e ammazzare, ma del bene comune, dello Stato sociale – quei famosi – chissenefrega, e quali virtù, quali beni può trasmettere tutto questo al piccolo figlio – che forse mai avrò – quando dovrà insegnargli a stare al mondo, quale serenità a me che non mi ci riconosco e che me ne vergogno? Dicono che ho il dovere di essere arrabbiata e giuro, lo sono. Fino a qualche anno fa, sarei anche stata nelle schiere di chi resta a dare capocciate contro i muri, guadagnando infine [con tempi da olocene] piccole crepe interstiziali – tanta stima a riguardo –. Ma onestamente io, non che abbia mai affinato un forte sentimento di italianità e questo scombussola un po’ i fatti: oggi andrei via perché vedo mancare le condizioni per restare o forse semplicemente perché oggi sono geneticamente italiana più di qualche anno fa e voglio interessarmi di me soltanto e non dell’Italia.

Fra l’altro, prima o poi, dovrà arrivare il momento in cui fare per davvero i conti con la mia irrequietezza che tanto mi spinge a vagabondare, tanto mi tormenta – talvolta morbosamente – con la ricerca delle radici.

Mood: allegro
Listening to: Raf – Infinito da cantare a squarciagola con Gaga, Yanna e Poppi in macchina, tornando da mare e al testo non avevo mai prestato tanta attenzione
Watching: foto dimenticate
Playing: a ridere forte
Eating: patate al forno
Drinking: acqua, mi sto rammollendo



Scaricando la scheda di memoria della propria macchina fotografica sul computer, un giorno molto tempo dopo l’ultima importazione, può capitare di riesumare alcune cosette che si erano dimenticate.
Per questa strada, stasera mi sono imbattuta in due chicche riguardanti la sessione d’esami appena trascorsa, i due must in verità.

Rispettivamente


il mio pc nel congelatore, ebbene sì, testimonianza dell’ultima tendenza lanciata dalla sottoscritta ed accolta a catena da Laura e Zulio e persino Yanna, tendenza secondo la quale “quando il computer si surriscalda a causa del troppo lavoro e dell’afa, l’unica soluzione per ovviare al problema è infilarlo nel frigo o nel congelatore, a discrezione ed in relazione alla gravità del problema”, motivo per cui, durante la sessione di esami di giugno, aprire il frigorifero di casa (Ap)PaRecchia al Tre alias casa mia e di Yanna, deturnata per l’occasione in bunker e dormitorio, comportava la certezza puntuale di imbattersi in un qualche computer messo in fresco, a contrastare (d’altra parte e violentemente) la miseria estrema di viveri di qualsiasi genere, quasi il tentativo di creare un effimero senso di riempimento;


un’alba milanese, una di quelle che Zulio, Laura ed io abbiamo avuto il privilegio di ammirare dalla finestra di casa (Ap)PaRecchia al Tre a coronamento di lunghe, ma percettivamente brevi nottate di studio e lavoro, affrontate con tenacia e fiducia incrollabile l’uno nell’altro per tagliare il traguardo e con tutto rispetto, quand’anche la situazione si rivelasse troppo disperata, la nostra testa schizzasse eccessivamente fuori bolla, la risata si facesse isterica e la nostra “puzza da maschio” diventasse insostenibile! Ci siamo accorti Zulio, Laura ed io, che Milano all’alba sa essere magica e questo ci ha fatto sorridere parecchio.


Sì, nel degenero complessivo, ci siamo anche ribattezzati, il terzo must è questo.

Certe Psyco-Notti

giugno 24, 2011

Mood: fluttuante incerto
Watching: l’alba
Eating: un cornetto, direi, a breve
Drinking: caffè



Con: Lorenza Fumagalli
Regia: Dorotea Pace
Direzione della Fotografia: Dorotea Pace
Operatore: Giulio Volpe (Zulio mio)
Sound Design: Giulio Volpe (Zulio mio)

Questo è un piccolo video realizzato per l’esame di Direzione della Fotografia in Naba. Lungo una una nottata e insieme ad altri video di altri compagni di corso, c’è bisogno di specificarlo?

No, perché durante le sessioni di esame, certe Psyco-Notti a cercare idee che non sempre arrivano, buttare giù caffè e sentire il tempo correre veloce… sono l’ordine del giorno.


“Puoi pure spegnere la luce, Dò, c’è il sole!”

Così anche oggi abbiamo visto l’alba Zulio, Laura ed io, lavorando e ridendo*, chè non siamo ancora andati a dormire e di fatto non abbiamo più sonno, ma andremo a dormire noi ora, ci andremo, ci stiamo andando, a due ore dalla sveglia!


Buonanotte.





* lavorando e ridendo perché questa notte noi eravamo impegnati nell’ennesima trashata casereccia, in vista di un esame di regia per il quale ci è stato chiesto di pensare ad una programmazione youtube, chè «oggi», ci tengono a ricordarcelo ogni girono, «tutti i media devono essere ripensati nell’ottica della diffusione in rete». Lasciati liberi di fare, noi chiaramente abbiamo dato libero sfogo al nostro inconscio tamarro ultra-represso che, miscelato con un briciolo di spirito critico e di ironia, ha dato vita a Vanilio Aurador con il suo canale Ultim’ora, programma di informazione comedirealternativa e mai in ritardo sui tempi proprio come un’ultim’ora che si rispetti, ché il bello di Ultim’ora non sta tanto nel fatto che usa e rimescola audio ed immagini provenienti dai notiziari per creare cosenuove ché i ready made e i mash-up hanno ormai un secolo di storia alle spalle. Il bello di Ultim’ora sta nel fatto che va in onda su Youtube solo poche ore dopo l’uscita del TG ufficiale comedirepresodimira in TV!
Insomma, all’alba del 24-06-2011, l’Ultim’ora del 23-06-2011 è online. La prossima Ultim’ora è prevista per la serata! Si prospetta una ritmica più caraibica.

Il fatto che a manipolare un’informazione, oggi ci vuole davvero pochissimo, a livello di tempi e soprattutto di mezzi. Il che la dice lunga, mooooolto lunga.
Ovviamente, Vanilio Aurador, c’ha pure il profilo Feiscbùk, sempre al passo coi tempi

The Way back Home

gennaio 25, 2011

Mood: confusa
Reading: Jens Hauser (a cura di), Art Biotech
Listening to: Radiohead – No Surprises (mandata da Laura al contrario e giù di disquisizioni su quanto comunque la canzone non perda la sua musicalità)
Sid Vicious – My Way






Un mese a prendere e partire, fermarmi, poco, mai troppo, per ripartire, un mese intero così, a macinare chilometri e prendere e dare ed intossicarmi di vita, l’Olanda nel grembo della famiglia, mia sorella ed io a letto tra a mamma e papà, Dai, facciamo notte in bianco! Passiamo le ultime ore insieme! Sveglia grassone!, e l’Olanda on the road, uno zaino in spalla, Pauline al collo, piedi nella neve ed occhi ebbri, Come on, come on!… Ein blau tram kard, alstublieft… Excuse me, just an information, e inglese e italiano e olandese, persino francese nella testa *; immediatamente dopo, la mia amata Siena dall’atmosfera quieta, per abbracciare un’Amica che non vedevo da troppi mesi, lasciarmi avvolgere dal suo calore, respirare la sua vita ed i suoi pensieri ed immergermici, Perché devi andare via?, Siena per riabbracciare inaspettatamente un Amico, trovarlo cambiato, ma essere ancora un Noi, come ai tempi della fotografia appesa al muro di fronte, Lui, Lei, io, il caffettino, mancava solo la sigaretta, sia Lui che io abbiamo smesso di fumare, Guardate, quanti mesi erano passati?, due? Eravamo già noi, due anni e più sono passati ormai; poi un treno direzione Vicenza, destinazione Bassano del Grappa, da Zulio, per concludere la stesura della sceneggiatura di Cut off **, il nostro primo cortometraggio da girare in aprile, fare un primo sopralluogo, conoscere le nostre due attrici, stanchi morti alla fine di questo tour de force, ma tanto, tanto soddisfatti di stringere tra le mani una buona porzione di fase di pre-produzione.
Insomma. Un mese, alla fine del quale, risulta difficile disfare una valigia che si è affollata sempre più ad ogni sosta di biglietti usati di aereo-pullman-treno-tram, mappe su tovaglioli di carta e bustine di zucchero ed appunti visivi, odori tanti e diversi per ogni sosta, emozioni nuove, ritrovate, perse,

parole poche e tutte



sul fondo.


Da una settimana sono di nuovo stabilmente a Milano. Ho ripreso a frequentare l’Accademia quotidianamente, a prepararmi per gli esami di febbraio (e a diventare folle dietro la fatica), a lavoricchiare ai progetti futuri, a restare per ore con gli occhi fissi sullo schermo del computer.
Com’è andato il rientro a Milano?, mi domandano, Faccio fatica, rispondo. Effettivamente, solo ieri ho disfatto la valigia, riposto tutto negli armadi e nei cassetti, ma non mi sono arrampicata sulla scala per costringerla sul soppalco in bagno, l’ho lasciata di fianco al letto, Questa stabilità mi destabilizza, no, non sono stanca di viaggiare, perchè ne ho bisogno come l’aria, osservare, ascoltare, confrontarmi, vecchio e nuovo, ricevere stimoli, essere stimolo, ancora una volta luogo da scoprire, non solo,

ci ho pensato. L’ultima sera a Siena, me ne stavo stesa in Piazza del Campo, si usa così a Siena, con l’Amica mia, l’Ex-Coinquilina mia ed un amico suo, più la sambuca. Raccontavo dei miei ultimi spostamenti, di quelli che ho in progetto per il futuro. Accidenti, Soroty (mi chiama così l’Ex-Coinquilina mia), sempre pronta a partire!, Massì, mi piace, sogno una vita a farlo, rispondo io, Eppure prima o poi dovrai fermarti, salta su l’amico dell’Ex-Coinquilina mia. Mi sono sentita inspiegabilmente in imbarazzo, non ho risposto, mi si è piantato un chiodo fisso nella testa.

Per questo motivo ci ho pensato. Sono fatta così io, ho le radici mobili, nulla di troppo visceralmente legato a spazi, luoghi ed oggetti, sicché faccio presto ad affondarle in un qualsiasi nuovo terreno e a trovare nutrimento ed abbellimento, far fiorire gli affetti e sentirmi a Casa, ‘ché io ho una teoria, una tra tante, da quando ero ancora bambina, Casa non è un luogo confinato da pareti, ma un’atmosfera di appartenenza, una serenità diffusa, il rullo di cuore che ti batte al fianco, uno o due o tre, un intermezzo di condivisione emotiva, lo spazio di un abbraccio, poi poco importa in quale angolo del mondo ci si ritrovi. Agli affetti, a quelli sì, mi lego visceralmente, talvolta accuso anche la nostalgia di qualche lontananza, ma solo talvolta perché ogni persona che ho amato, che amo fluisce in me, e serenamente attendo i ritorni, i giri di vita, gli incroci tra strade parallele, mentre continuo a vivere e costruire.

Ho guardato al fondo di questo mese da nomade, straniera, sempre, ad ogni sosta, eppure completamente a mio agio di fronte alle novità, sempre, come fossi autoctona, mentre ad ogni sosta elevavo la mia piccola Casa. Ho capito quanto questa condizione sia necessaria al mio star bene.
A ben pensarci, il mio ultimo mese non è che un mese a rincorrere Casa. A ben pensarci, il mio nomadismo non è che una via verso Casa. A ben pensarci, non escludo la possibilità di fermarmi. Presto o tardi, a ben pensarci.





* prima o poi, ci conto, avrò tempo per selezionare, elaborare e mostrarvi le foto del reportage olandese
** post dedicato, a breve su questi schermi

Io mi giustifico!

novembre 13, 2010

Mood: allegro non troppo, come il film
Reading: Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino
Listening to: respiro
Eating: pizza
Drinking: acqua




Nel caso in cui la mia scarsa presenza presenza sul blog non l’avesse già suggerito, ci tengo a precisare, a mia discolpa, che da una settimana sono ripresi i corsi annuali in NABA(carcere), la mia accademia, con disastrose conseguenze per il mio equilibrio psico-fisico.

Se ne deduca che

Frequento i corsi per 8 ore al giorno in media dal lunedì al venerdì, il martedì dalle 9 a.m. alle 8 p.m., parliamone.
Il tempo libero dai corsi, pausa pranzo inclusa, ci pensa il lavoro a renderlo impegnato. Questo è l’anno deputato al battesimo, quello in cui, per farla breve, iniziamo ad usare videocamere, luci, etceteraetcetera.
Perciò senza perder tempo, ho iniziato a lavorare contemporaneamente allo sviluppo di un paio di soggetti con Zulio, – ma è troppo presto per parlarne, ristagnano ancora in fase brainstorming – e ad un booktrailer* con Laura, amicollega, per un’esercitazione del corso di regia – qui è ancora troppo più presto per parlarne poiché ancora stiamo discutendo in merito al libro prescelto –, prima di girarne uno professionale per conto della Marsilio Editori, nel corso della seconda metà dell’anno.
Il week-end sono sul set per il cortometraggio di Laura, la aiuto come segretaria di produzione, mi occupo cioè delle questioni organizzative, logistiche e di spostamento e porto il conto dei ciak, dividendoli in sì/no/ni, ovvero buoni/scarto/considerabili. Primo giorno di riprese sabato scorso al Parco Agricolo Sud, prossimo giorno domenica: solo questo meriterebbe un capitolo a parte – a breve, dai.
Specifico: siamo solo alla prima settimana e l’anno sembra già tutto bell’e programmato, fitto-fitto, ma effettivamente c’è tempo perché si aggiungano tanti e tanti altri progetti.
Intanto porto avanti una casa, magari uno squarcio di vita sociale e mangio e dormo a tempo perso, cioè mai.
Il tempo si dilegua, non l’afferro mica, e voci di popolo mi dicono pallida e smagrita, mentre ho ripreso a mangiucchiarmi le dita sovrappensiero, bene, un vizio da espungere nuovamente.


A volte ho effettivamente l’impressione di non riuscire a dedicarmi a me stessa in tutto questo marasma, ma sbaglio: è proprio a me stessa che sto badando adesso, a quello che mi appassiona ed alla mia soddisfazione. E sto bene, sono carica, ho voglia di fare, studiare, cercare idee, progettare, sperimentare, sbagliare, crescere, riuscire. Mi tuffo a polmoni spalancati in quest’anno appena iniziato molto impegnativo, ma altrettanto costruttivo per me che ho tutto da imparare. E poi ci sono i corsi di teatro sensoriale e quelli di fotografia quest’anno ed il prof di fotografia, Mariano Dallago, le sue camere di cartone, il suo odore forte di tabacco e caffè e il suo immenso-essere-uomo tra rughe profonde, c’è la colazione latte e pan di stelle a prima mattina anche se sono in ritardo e ci sono i piccioni che intralciano la strada ai Milano-corridori**, poi c’è tutto e molto di più.

“E ho buttato via i pensieri via la noia e il magone
li ho buttati tutti quanti stamani tutti dentro a un bidone
e fuoco col kerosene.”

cantano i Negrita a prima mattina nelle mie orecchie.


Insomma, puntare l’obiettivo e fare fuoco!
Basta questo semplice-nontroppo pensiero per recuperare forze e sorriso anche in quei giorni in cui sembro “pesantemente bastonata”.




Piccola nota a piè di pagina, per i Milano-corridori che si trovino a passare per questo luogo.
Gli amici miei Fajele e Davidellis, organizzano quest’anno a furor di popolo il cineforum in NABA, ogni lunedì alle 19, nell’aula 5 dell’edificio Smeraldo, a partire da lunedì 15 Novembre.
Chiunque si senta libero di partecipare. L’ingresso è libero.
Il programma verrà aggiornato di volta in volta sul blog del cineforum, indi, tenerlo d’occhio per esserne informati!





* dicasi “booktrailer” il trailer di un libro, per l’appunto.
** dicasi “Milano-corridori”, gli abitanti di Milano, il cui impegno primario è correre, correre ed anche correre.
Mood: lunatica
Reading: blogs a caso
Listening: la musica che sfugge dagli auricolari di qualcun’altro



La mia non è una casa di studenti fuori sede, ma un ristorante.
E noi non siamo studenti fuori sede, ma porcelli all’ingrosso.

Ora. La regola dello studente fuori sede medio prevede cibi in scatola, surgelati e pasta al sugo, pizza quando c’è pecunia.
A casa mia invece si affoga nei vapori e negli odori da cucina.

Sorvoliamo sulla mia passata (ed accantonata) convinzione di essere negata per i fornelli e di non aver alcuna voglia di impegnarmi per superare questa mia condizione di deficienza, aspetto che, al dire d’ogni nonna, compromette ogni possibilità di trovar marito.

*
Io “allegra casalinga” mode on:
guardami, nonna, posso sposarmi (se mi trovi l’homo)!

Sorvoliamo sulla nutella e sui sandwich con la frittata del muratore, che anche noi, di tanto in tanto, si sente la necessità di affogare nei fiumi della perdizione, ma anche sulla pastina col formaggino per le sere in cui si ha bisogno delle coccole.

Sorvoliamo sull’onnipresenza sul tagliere delle zucchine che qualsiasi genitrice deplora per assenza di proprietà nutrienti, ma che io difendo a spada tratta come gustose, versatili e pluri-abbinabili.

Sorvoliamo sul fatto che se apriamo un barattolo di pelati mangiamo pelati per due giorni, così come se lasciamo per metà una zucchina, unamelanzana, unascatolaladifunghi, unaconfezionedigorgonzolaoqualsiasialtracosa e che il frigo puzza sempre di cipolla per una da finire.

 

Da quando, nelle ultime due settimane, in libreria sono comparsi i libri di cucina, tra i siti recentemente visitati quelli gastronomici ed in dispensa le spezie e gli aromi, sulla tavola hanno sfilato timballi ed involtini vari di melanzana, pasta al forno, risotti seri sedano-carote&zafferano / funghi&zafferano / funghi&nocelle, pennoni zucca-carote&zucchine, brodi vegetali rigorosamente artigianali, spaghetti con funghi-zucchine-piselli&PINOLI (i pinoli, voglio dire, quattro euro pochi grammi, m’è preso un infarto!), ciambella di yogurt con frappè annesso.

E si prospettano ancora mille e mille sperimentazioni, tanto per citarne qualcuna lasagne, panbrioches salato, torta salata ai formaggi, muffin cocco&cioccolato, cheesecake double chocolate, biscotti di zucca.

Il giorno in cui abbiamo preso casa, un mese fa, il problema più impellente era trovarle un nome. Gli elementi salienti erano i cognomi di Yanna e mio, rispettivamente Recchia e Pace e il numero civico che si ripeteva anche nel numero del citofono, il 3, per altro numero base dello stare insieme in quest’anno milanese. In assemblea, si votò all’unità per (Ap)PaRecchia al Tre!, che ci sembrava anche una soluzione carina per un sms con cui invitare gente a cena.

Non l’avessimo mai fatto! Quando dici che un nome può segnare il corso di una vita!

… Finiremo grassi e sul lastrico!
(ma con Amore)

*
Yanna ed io, poeticamente ritratte in uno dei
non rari momenti di concentrazione in una qualche pentola