Mi toglie l’aria

aprile 15, 2013

Mood: sereno
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: James Blake – Overgrown
Watching: Drive di Nicolas Winding Refn
Eating: toast al formaggio
Drinking: caffè-latte



Alle medie, sezione D, quella musicale, tra ventiquattro – se la memoria non mi inganna – elementi, io ero quello ormai deputato a garantire il benvenuto a eventuali nuovi studenti e a controbilanciare gli umori dei più scapestrati, facendo di sensibilità e docilità virtù. Succedeva così che venissi sradicata e impiantata di banco in banco decine di volte per anno scolastico con evidenti scompensi dovuti alle necessità di adattamento in ogni nuova ambientazione quando soltanto pochi giorni prima avevo cominciato a sentirmi a mio agio nel banco precedente.

R. – nuova arrivata nel paese e nella scuola a metà del mio terzo anno, con una storia conturbante dentro il Seven sulle spalle – me la ricordo col sorriso che le prendeva tutta la faccia butterata, ma soprattutto rotonda da occupare tre quarti di banco. Mi toglie l’aria dissi alla professoressa quando a fine giornata andai a rivoltarmi per essere stata piazzata senza batter ciglio al suo fianco.

Sono passati quasi dieci anni da quel giorno e stamattina R. – che non vedevo da pressapoco lo stesso tempo –, nello spazio lapidario di un’ANSA paesana, mi ha di nuovo tolto l’aria. C’era scritto che stamattina R. stava andando all’università a Bari, ma è scivolata sui binari, nella stazione di paese. R. era in ritardo e il treno già in moto. Le è passato sopra.

Ho raccontato subito a mia madre del giorno in cui ho detto alla professoressa che R. mi toglieva il fiato in banco. L’ho fatto a occhi bassi perché la morte di qualcuno che abbiamo conosciuto comporta sempre in noi che restiamo il bisogno di sentirci in colpa per qualcosa,
qualsiasi cosa, eppure una in particolare sarebbe più onesta e produttiva, ovvero:

Che morte fessa, R., nella stazione di paese.
Ma, dopotutto, moriamo sempre come fessi, noi uomini, l’intera faccenda non è che un soffio di vento, uno starnuto sotto il quale
vacilliamo,
cadiamo per non rialzarci mai più.

«Intendo: afferri il motivo per il quale dobbiamo vivere forte ogni giorno e essere felici, vero?»,
ecco, è questo il punto che mi sta molto a cuore.

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Lapsus

marzo 26, 2013

Mood: esaltato
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Mister Lies – False Astronomy
Watching: Der Student von Prag di Hanns Heinz Ewers
Playing: a scalare montagnole per vedere laghi
Eating: spaghetti di soia cinesi e cioccolata svizzera
Drinking: the alla pesca



Oggi,
“Qui c’è l’aria bella. Respiro e mi pizzica nelle radici“,
così ho scritto, raccontando di oggi a una persona tanto cara. Poi ho riletto e, avvertendo di aver architettato un lapsus favoloso, mi sono deliziata di me medesima.

“Radici” fa una storia più grande di “narici”,
quella della mia esistenza ultimamente sottovuoto per intero che oggi torna a sentirsi entusiasta e entusiasmata,
tesa all’infinito verso ognuna delle più piccole cose che mi stanno attorno e che potrebbero stare più in là,
chiamerei questa tensione voglia di [riprendere a] vivermi.

[Ascona, Canton Ticino, Svizzera]