To burn out

settembre 26, 2014

Mood: ebbro
Reading: Mario Calabresi, A occhi aperti
Listening to: Negrita – Non ci guarderemo inietro mai
Watching: dentro gli archivi
Eating: focaccia
Drinking: acqua




(c) dorotea pace photography

Italy, Milan, Teatro dal Verme, 03 May 2013
Mood: contento
Reading: un’email dopo l’altra tra quelle per natura in arretrato nella mia casella di posta
Listening to: Anoushka Shankar (ft. Norah Jones) – Traces Of You
Watching: l’autunno alla finestra
Eating: toast
Drinking: frullato di banana




dorotea_pace

Italy, Otranto, Punta dell’Orci, 09 August 2014.
Me, in a picture taken by my dear friend Francesco during a trip to the South End of Italy.

Il 26 giugno scorso, all’imbarco C16 di Schipol già si parlava di mare, di pranzi e di santi Nicola, e per quel che mi riguarda nemmeno mi sentivo pronta a volare. Premesso uno scarso interesse di base per il polpo arricciato, mi domandavo se sarei mai ritornata in Olanda e questo perché mi era chiaro che volevo restare, ma in che modo e a fare cosa senza più un lavoro e senza grandi visioni?, domande del genere figuravano nella mia testa al pari di concetti quali il mistero della fede. Tutto quel che sapevo indugiava nella zona ristretta in un angolo della coscienza illuminato da una spia rossa a intermittenza soltanto: così come ho vissuto fin’ora non fa al caso mio perché non mi soddisfa, ma cosa fa al caso mio e cosa mi soddisfa? Che ci fosse una certa esigenza di ritirarmi a riflettere, era diventato quantomeno evidente e quell’imminente partenza contribuiva a ansimarmi negli occhi una certa impellenza.

Ho trascorso in Italia due mesi di grande precarietà emotiva e territoriale su più piccola scala, ma sempre tenacemente attaccata alla molla principale del mio confino: guardarmi dentro alla ricerca di un qualche sogno sfolgorante rimasto insabbiato nel grigiore confuso di mille visioni iperboliche in totale decadenza prima ancora di iniziare a delineare i famigerati traguardi.
Nonostante quel che potrebbe sembrare, la mia non è mai stata una ricerca rigida, né tanto meno ristretta al suo stesso fine. Per lo più mi sono data l’opportunità di vivere dando spazio a quel di cui sentivo il bisogno, ‘ché io mi chiarifico le idee sperimentando la vita per poi restare a guardare lì da dove mi trovo che effetto fa come con la massa del pane lasciata a lievitare nel forno. Anche se può sembrare difficile da credere, in due mesi, per combinazione, sono andate a succede tantissime cose belle. Se non fosse della mia vita che sto scrivendo, neanch’io crederei che l’Universo intero possa essersi messo a ruotare attorno a me per rendermi un giorno possibile e felice. Ma pare lo faccia, quando attirato dalla più dolce delle disposizioni.

Ho trattenuto il benessere, scandagliandone il fondo per scarnificarlo dalle paure di troppo, ho disgiunto la sfiducia dall’entusiasmo e a un certo punto ho capito di non essere più agitata, ma serena, ho guardato meglio, non si sa mai: ero proprio serena. E ho iniziato a vederci chiaro. Meglio del benessere c’è soltanto il benessere accompagnato dalla serenità perché la serenità ci dispone ad accogliere il benessere e a trattenerlo, a dedicargli tutto il tempo che serve, a maggior ragione quando ne siamo spaventati perché non si riflette nei valori comunemente accettati dalle persone attorno a noi. Con lo zaino gonfio delle mie nuove consapevolezze infangate di determinazione, sono rientrata in Olanda la notte del 28 agosto.

Mi chiedo se la vita non vale la fatica di costruirsi il proprio benessere. Voglio dire, non è stato uno scherzo il giorno in cui mi sono licenziata dall’azienda in cui lavoravo a contratto indeterminabile e sono rimasta disoccupata e con un pugno di spicci, ma con tanta voglia di costruirmi un futuro migliore, non è stato uno scherzo nemmeno il giorno in cui mi sono ritrovata all’improvviso con un amore strano accoccolato tra le braccia. Ma diversamente perché di preciso varrebbe la pena vivere?

Ecco, devo scrivere una cosa, l’ultima per adesso. Tutto questo vagheggiare ha un significato preciso ed è questo: nel corso degli ultimi due mesi, si è fatta calma piatta in questo spazio, ma tendendo l’orecchio nel silenzio dovreste riuscire a sentirlo respirare nudo e crudo, beato e soddisfatto delle storie che in realtà lo ricolmano intimamente già da molte settimane. Presto arriveranno le parole e le immagini a ricoprirlo e allora molto di quello che ho scritto in poche righe disorganiche diventerà chiaro. Ho idea di tornare a condividere quello che è mi successo, un affare di fondamentale importanza qui dentro.

سلام

settembre 16, 2014

Mood: pacifico
Reading: scartoffie burocratiche olandesi
Listening to: Meeting Azrael, in Poulet aux prunes OST
Watching: Lucy di Luc Besson
Eating: a fasi alterne
Drinking: acqua




dorotea pace_photography
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The Netherlands, Wassenaar, Iranian Residence, 13 September 2014. Open Monumentendag.
Alireza Jahangiri, Ambassador of the Islamic Republic of Iran in The Netherlands listening to an ensemble playing traditional persian music with violin, tar and daf (above); young Iranian musician playing the Daf (below).

dorotea pace_photography
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Faezeh Rezagholinejad, jewelry designer (above) showing her handmade work mostly done in Iranian traditional style.

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Mood: entusiasta
Listening to: Lynn Johnson on the heroic nature of humanity (nationalgeographic.com)
Watching: Nick Veasey’s Cyanotypes of x-rays
Eating: mozzarella, pomodoro e basilico
Drinking: caffè




dorotea pace_photography

The Netherlands, Den Haag, Moerwijk, 12 September 2014.
Stefanie and Timon who doesn’t know how to fly.

Dietro la macchina fotografica

settembre 11, 2014

Mood: malfermo
Reading: William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate
Listening to: Alt-J (∆) – Taro (Live on KEXP)
Watching: Boyhood di Richard Linklater
Eating: gelato
Drinking: acqua



In certi momenti ricordo con estrema precisione perché, quando ho iniziato, mi sono innamorata del mio lavoro e perché continuo a darmi da fare e a essergli dedita. Sono attratta dagli esseri umani e dai barlumi di storia nei loro occhi, soprattutto mi affascinano quelli che, sostenuti dalla più dolce delle dignità, si impegnano a migliorare la propria esistenza e a trovare nel mondo un posto felice per se stessi. Senza di loro i miei racconti sono sterili. Questo perché, al di là di chi vedrà il mio lavoro e ne percepirà, spero, una qualche emozione, io credo che stare dietro la macchina fotografica serva a fare di me una persona più bella.

dorotea pace_photography
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Qualche mese fa, ho accettato un incarico fotografico che mi ha portata e continua a portarmi nei giardini urbani più umani di Den Haag. È un pullare indescrivibile di energie, ma ci sarà modo di approfondire. Sevda (a destra della foto, in rosso) vive a Moerwijk, un quartierie multiculturale di Den Haag la cui situazione è tutt’oggi socialmente poco agiata, in un appartamento uguale a tanti altri in un complesso uguale a tanti altri della zona che si affaccia come tutti gli altri su un giardino dove, di tanto in tanto, Sevda organizza, con il supporto di una sua vicina di casa, dei piccoli eventi comunitari per le famiglie del quartiere. E quando questo succede, anche se il cielo è grigio, Moerwijk sembra tutto un gran colore di teli, scialli e giocattoli. Sevda e io parliamo poco, in un limbo a metà tra il mio cattivo olandese e il suo cattivo inglese. Ma questo fa sì che la comunicazione sia essenziale, fatta com’è più di gesti e espressioni che parole. Ritrovo tanta bontà nei suoi occhi. E tanta vitalità nelle piccole facce dei marmocchi che per un’ora, fin dal primo passo che ho mosso nel loro giardino, hanno continuato a sciamarmi attorno. Mi insegni a fare le foto, strana italiana anglofona? continuavano a domandarmi e nel frattempo qualcun altro si arrampicava sul cavalletto poco più in là. Ecco, questo pomeriggio è stato proprio uno di quei momenti in cui ricordo con estrema precisione perché, quando ho iniziato, mi sono innamorata del mio lavoro e perché continuo a darmi da fare e a essergli dedita.

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“Strana italiana anglofona” con il gruppo dei bambini del giardino. La foto dovrebbe essere stata scattata dalla ragazzina con la felpa viola.
Mood: entusiasta
Reading: William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate
Listening to: Mr. Probz – Waves (Robin Schulz Remix Radio Edit)
Watching: la mia serenità
Eating: tiramisù
Drinking: caffè



“Quello di UNACCÌ è un percorso aperto:
Oggi le t-shirts, i teli e qualche scarpa, poi…
per richieste e curiosità, lasciate messaggi!”
[a una_cci@yahoo.it o sulla sua pagina fb ufficiale]

dorotea pace | unaccì

Si fa chiamare UNACCÌ – «Nicolò con una cì soltanto», Nicolò quello che ai lettori di Vecchia Moleskine dovrebbe suonare conosciuto quantomeno – e realizza in pezzi unici t-shirts dipinte a mano di tutto rispetto, ma dacché lo conosco – dieci anni ormai –, UNACCÌ ha dipinto di tutto, tele, teli, fogli, pareti, mobili, lampade, scarpe, volti, polsi e corpi e, a detta di chi l’ha visto nascere, UNACCÌ ha sempre dipinto di tutto, in preda a una sorta di horror vacui da combattere col colore, mi sento di aggiungere.
Premessa fondamentale questa perché ci sono, in seno a un tale eclettismo, le motivazioni stesse del suo lavoro di oggi: «portare addosso e per le strade qualcosa di simile all’arte o, come dice qualcuno, “di vicino all’amore”», dare vita con le proprie mani a un corpo consapevolmente comunicante e estremamente vitale e emotivo. Che in questo percorso si risolva anche un certo pensiero critico nei confronti dell’industria della moda e un meticoloso processo al fashion system attuale, UNACCÌ non si preoccupa di sottrarlo alla vista.

Per questo settembre 2014 dai toni decisamente estivi a Sud Italia, UNACCÌ ha presentato la sua prima capsule collection di magliette dipinte a mano, BETHEATMO = sii l’atmosfera. A me il gusto di fotografarla, il Quindici di Agosto a 40° all’ombra, a noi piace così. A voi speriamo anche.

BETHEATMO = sii l’atmosfera.
Per crearne una nuova, devi esserne parte integrante.
Quindi partiamo con te, SU te.
T-shirts dipinte a mano create da UNACCÌ
Fotografie di DOROTEA PACE
Styling e scenografie di FRANCESCO MASTRONARDI & UNACCÌ
Grazie a GIULIA TRINCARDI che ci ha supportati con la sua Canon e il magico cinquantino.
Un ringraziamento speciale a MARIA BIANCOFIORE & BIAGIO RESTA per gli elementi scenografici e tanta roba attorno.
Grazie alla modella più paziente che abbiamo mai conosciuto: PUPAZZA (la nuova arrivata della nostra piccola famiglia. Creata da UNACCÌ).
Un pensiero speciale va a Micaela, alla quale è dedicato questo lavoro. Splendi su di noi, piccola stella.


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Più fotografie sono disponibili sulla pagina fb ufficiale di UNACCÌ

Un’ultima cosa: per la qualità estetica del suo lavoro e per la maturità dell’universo concettuale che lo anima, prima ancora che per affetto, metterei la cosiddetta mano sul fuoco riguardo alle capacità di UNACCÌ. Voi che ne dite di supportarlo e di condividere a tutto spiano il suo lavoro, qualora dovesse apprezzarlo? Perché, lasciatevelo dire, chi come noi sogna e lavora investendo tutto su se stesso ha un grande bisogno del sostegno di quanti lo osservano. BETHEATMO = sii l’atmosfera.

dorotea pace | unaccì

Mood: inquieto
Reading: Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni
Listening to: Pink Floyd – Wish you were here
Watching: Lea, una fotografia di Carla Kogelman
Eating: piadina
Drinking: birra



Sottrai la compassione alla vita e resta la somma delle centinaia di esseri umani smembrati nell’ultima settimana, 298 sul velivolo civile MH17 diretto da Amsterdam a Kuala Lumpur, abbattuto «per errore» da un missile Buk sul confine ucraino-russo, oltre 600 uccisi e più di 4000 feriti palestinesi e circa 30 militari e 2 civili israeliani morti durante i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza e, anche senza contare una per una le centinaia di vittime sconosciute dei conflitti «minori» quotidianamente in corso su tutto il Globo, il bilancio va da sé per le migliaia, migliaia! che mi ballano sulla testa senza tregua, mi sfondano il cranio BOOM madame, ecco il benservito per essere venuti al mondo. Non c’è da star comodi: questa tragedia l’abbiamo avuta in dote restando in vita, ciascuna di queste vite possibili senza più un risvolto ci appartiene e marca un lutto sulla nostra coscienza. Vorrei che tutti ne fossimo consapevoli, ecco cosa vorrei perché penso sarebbe un primo grande passo verso l’umanizzazione della nostra specie: il lutto è metabolismo, il momento in cui realizziamo di essere vivi e di dover provare a vivere meglio e noi siamo vivi per provare a vivere meglio. Che sia il meglio o il peggio a venire lo dovremo a noi stessi come comunità in ogni caso.

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