Parole

aprile 13, 2015

Mood: terso
Reading: Italo Calvino, Lezioni americane
Listening to: Paolo Nutini – Iron Sky
Watching: Kacper Kowalski’s
Eating: cioccolata, un pensiero fisso
Drinking: fiori ed erbette



A metà pomeriggio della domenica di Pasqua, sono stata sopraffatta da una domanda infinitamente pressante e ho trascorso minuti lunghi a guardare la neve cadere bianca sulle cime verdi di Sankt Georgen im Schwarzwald. Ho continuato a guardare anche quando i fiocchi hanno smesso di mulinare per aria e tutto si è fermato a respirare sommesso sotto una spessa coltre lattea. Perché la scrittura mi è venuta a mancare? Scrutavo il paesaggio – silenzio – e a ogni minuto che passava la domanda diventava più assillante, l’assenza di un qualsiasi confronto a tu per tu con le parole più pesante.
Mi dicevo: è perché sto vivendo con un tale slancio che diventa difficile trattenere qualsiasi cosa e, all’improvviso, di fronte a questa osservazione, mi sono sentita sperduta. Peggio della domanda che mi stavo ponendo c’era una cosa soltanto: non provavo alcun disagio. Ma pur sempre qui si parlava della perdita della scrittura, la scrittura! per cui da sempre ho un debole, un certo amore, una certa ossessione. E, si capisce, il fatto di non avvertire alcun disagio mi metteva a disagio, tutto ciò non so se è un bene, non so se è un male. Ma non è poi così necessario venire al bene e venire al male in questi termini.

Sono passata alle uova nascoste in giardino, al te nero con la torta al rabarbaro e al solletico tra le lenzuola pulite, alla fiducia nella felicità che provo d’istinto. E sono rimasta di nuovo con zero parole, ma come prima di domandarmi perché la scrittura fosse venuta a mancarmi, voglio dire serenamente. Ho idea che, se mi lascio respirare, le parole mi torneranno tra le mani.

Italia, sei responsabile.

febbraio 20, 2015

Mood: somewhere tra l’affaticato e l’entusiasta
Reading: J. S. Foer, Se niente importa
Listening to: storie di un viaggio in Brasile
Eating: cioccolata
Drinking: infusi di ibiscus e piante ignote



Italia, sei responsabile.
Per ogni trauma che ti porti sulla carogna.


++ Calcio: danni a Barcaccia dopo passaggio tifosi ++


Un Paese ha il sacro dovere alla tutela del proprio patrimonio. Di quello culturale prima di tutto perchè è garante dell’identità del proprio popolo. Un’altra cosa che potremmo dire è questa: si può difendendere soltanto ciò di cui si ha profonda consapevolezza e per cui si prova rispettoso amore. E, a conti fatti, centocinquantaquattro anni d’Italia hanno dimostrato che questa non è una storia all’italiana.
Impossibile minimizzare: l’evento del giorno è sicuramente un gruppo di scalmanati tifosi del Feyenoord arrivati in Piazza di Spagna col ferro e col fuoco per fare strage della Barcaccia. Ma la riflessione più giusta da fare riguarderebbe la gestione e pianificazione dell’ordine pubblico: mancata. Ancora più a monte, si trattarebbe – a mio parete – di interrogarsi a riguardo di un certo senso civile che porta alla tutela del proprio patrimonio culturale e di consegenza alla gestione e pianificazione dell’ordine pubblico. Mancato anche questo.

Non affannatevi, italiani. Pensateci.

Emicrania

gennaio 13, 2015

Mood: debilitato
Reading: J. S. Foer, Se niente importa
Listening to: Jon Hopkins (with King Creosote) – Immunity
Eating: biscotti e cioccolata
Drinking: tisana della buonanotte




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Sudo l’emicrania e ne sono sopraffatta ogni giorno non so quante volte al giorno.
L’unica cosa peggiore dell’emicrania sono i momenti senza emicrania perché allora raccolgo i pensieri e non ne faccio niente,

io non so cosa fare.




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© Bulent Kilic. Sanliurfa, Turkey, 20 September 2014.
Mood: esausto
Reading: J. S. Foer, Se niente importa
Listening to: Patti Labell & Moby – One Of These Mornings
Eating: gnocchi e pizza di patate e pesantezza di stomaco
Drinking: camomilla




dorotea pace photography

Italy, Bergamo-Orio al Serio Airport, 03 December 2014

Milano inizia lontano dai cinema, dai caffè e delle boutique abbaglianti. Inizia negli interstizi vuoti del mio cuore. È andata così fin dal primo momento. E ho l’impressione che, proprio nel rinnovarsi di questa formula, io mi senta a casa, a Milano – una casa possibile.

Mood: tritolo [sottopelle]
Reading: Jonathan Safran Foer, Se niente importa
Listening to: Eva Cassidy – Time After Time
Watching: Only God Forgives di Nicolas Winding Refn
Eating: biscotti dolci
Drinking: infuso di zenzero




planimetria

“La conquista dello SPAZIO*

da sognare/da pianificare
da articolare/da solcare
[da illuminare]

da abitare
da vivere.


O ancora:
mi preparo un’altra volta a traslocare.



* Georges Perec, Specie di spazi
Mood: boccheggiante
Listening to: Tenacious D – Tribute (The Best Song In The World)
Watching: Interstellar di Christopher Nolan
Eating: patate al forno in quantità tale che non basterà una settimana a digerirle
Drinking: acqua e sale



«[…] e poi dovremmo tornare a collaborare, volevo dirti: siamo una squadra

sì o no?»
[Lou e io un giorno sulla linea lunga Milano – Den Haag]

La prima risposta, così di getto, è questa: una breve animazione che partecipa al bando di gara indetto dal Milano Filmmaker Festival per la scelta della nuova sigla ufficiale d’apertura dell’edizione 2014.

Video by Laura Bianco in collaboration with Dorotea Pace.
Original soundtrack by Stefano Ivan Scarascia.
Animation Video for the Contest “Sigla Filmmaker Festival 2014.

In accordo con le più consolidate logiche da social media, il Milano Filmmaker Festival ha pubblicato online tutte le sigle animate che partecipano al concorso e ha affidato al popolo del web la prima fase delle votazioni: perciò, popolo del web, sappiate che con un click qua e un click là, nella casella email, potete dire la vostra. Avete tempo fino al 21 novembre – pochissimi giorni ancora – op op! Dopodichè una giuria di illustri si riunirà per selezionare la sigla vincitrice tra le quattro con il maggior numero di preferenze e la lancerà sul grande schermo in apertura di tutti i programmi di proiezione del Filmmaker Festival 2014, dal 28 novembre all’8 dicembre.

Per quei giorni, Lou e io ci immaginiamo insieme a Milano a rincorrere il programma del Festival, chiacchierando di cinema e misurando di volta in volta che impressione fa il grande schermo se applicato alle dimensioni del nostro lavoro.
Ma, uno o due tocchi di megalomania a parte, Lou e io ci riteniamo già davvero soddisfatte: il video ha avuto fin dalle prime ore un ottimo riscontro di pubblico – 140 voti e 477 visualizzazioni soltanto nelle prime 24 ore! –, è stato supportato e diffuso costantemente con la più completa spontaneità da amici, conoscenti e sconosciuti e nel corso di un mese intero ha mantenuto la prima posizione in classifica senza mai vacillare.
E al di là di quel che fantastichiamo e a cui è giusto dare spazio, Lou e io abbiamo per di più una certezza rinnovata: siamo una squadra, avevamo soltanto bisogno di tempo a distanza per esplorare liberamente la materia delle nostre storie, prima di ritrovarci a condividere le cose belle a venire.

In linguaggio tecnico

novembre 4, 2014

Mood: sereno
Reading: Mario Calabresi, A occhi aperti
Listening to: Sigur Rós – Varúð
Watching: lunghissime to do list irrisolte [come questo spazio ultimamente]
Eating: torta di mele
Drinking: tisana salvia e rosmarino



Il termine “esposizione” indica lo spazio di tempo durante il quale un materiale sensibile viene colpito dalla luce che passa attraverso un sistema ottico; più spesso, indica la quantità di luce che raggiunge un materiale sensibile, passando attraverso un sistema ottico nel suddetto spazio di tempo. In linguaggio tecnico, si dice che una certa quantità di luce, passando attraverso un sistema ottico in uno spazio di tempo predeterminato, impressiona il materiale sensibile,
imprime sul materiale sensibile un’impressione del mondo.
[estratto da Fotogenia, in «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di una sguardo.]

(c) dorotea pace photography

The Netherlands, Meijendel, 01 November 2014
Picture taken by J., while exploring the dunes together, and edit by me.

«Ora, J., scatta questa fotografia ‘ché c’è una luce da paura!», gli ho detto mentre oscillavamo vicini nel vento e sono rimasta in punta di piedi a rimirare questo pezzo di mondo attraverso l’oculare della mia macchina fotografica contro l’incavo azzurro dei suoi occhi, parlando di luce e di esposizione col batticuore tra le mani, click. Quella sera stessa, J. mi ha raccontato di come si usa tagliare il globo terrestre per rappresentarne un luogo preciso all’interno di un planisfero, poi mi ha spiegato come si legge la superficie del mondo attraverso i colori di una visualizzazione radar. E io dovrei saperlo da qualche tempo ormai, invece mi meraviglia ogni giorno – che ogni giorno da mesi ci scambiamo gli occhi e a occhi nudi ci esponiamo a vicenda e a quattr’occhi così esploriamo il mondo come altrimenti non avremmo potuto, con lo stesso trasporto e con la stessa delicatezza di quando facciamo l’amore e poi giochiamo alla guerra pollice contro pollice. È una sensazione così intensa e multiforme, la compenetrazione.

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