Mood: affaticato
Reading: Guido Catalano, Fiesta
[“È Natale
facesse un po’ di neve, almeno
o tu ti trovassi a portata di baci
o io avessi sette anni
ma nessuna delle tre”]
Listening to: Colleen – Captain of None
Watching: Mr. Nobody di Jaco Van Dormael
Eating: bacche di Goji
Drinking: chai nero



Da sempre, una della mie rogne più grandi è lo spazio d’archiviazione digitale, sistematicamente troppo poco, continuamente agli sgoccioli. Colleziono a centinaia di migliaia megabytes per naturale – ahimè – tendenza all’accumulo e non ci bado neppure. Del resto, mentre nel mercato dei supporti di archiviazione digitale è sempre come la corsa allo Spazio, i megabytes peccano di poca concretezza. Soltanto quando, a un certo punto, l’ennesimo supporto gigamega di archiviazione digitale nel quale ho riposto tutta la mia fiducia giunge alla saturazione con una velocità proporzionale al peso incrementale dell’alta qualità elaborata dai miei apparecchi elettronici, soltanto allora quelle centinaia di migliaia di megabytes acquistano un peso specifico.
Si pone a questo punto un atroce dilemma: potrei comprare nuovi spazi esterni gigamega di memoria digitale e continuare a ammassare megabytes a centinaia di migliaia. A voler esagerare, potrei occupare una stanza intera con i miei supporti gigamega di memoria digitale, poi magari un appartamento con vista sul mare. Oppure potrei, con un po’ di pazienza, cominciare a liberarmi di qualche megabytes in eccesso.

Da anni ormai apprezzo gli ambienti essenziali molto più di quelli ridondanti e con l’avvicinarsi della fine dell’anno, mi prende sempre più di frequente una certa smania esagerata di fare spazio e riorganizzare tutta la vita che mi è passata sotto il naso. Con quest’idea in testa di alleggerire i cassetti e dare aria ai polmoni, apro anche i miei archivi gigamega di memoria digitale, un mare magnum di scorci e riflessi, bruciature e sfocature. Esamino una cartella alla volta, file per file, un giorno dopo l’altro per giorni – e, devo aggiungere, non arrivo mai alla fine. Cestino centinaia di migliaia di megabytes assolutamente irrilevanti. Pochi altri invece mi colpiscono profondamente. Non perché siano evidenze della vita che mi è passata sotto il naso. Al contrario mi affascinano in quanto ombre e falle della memoria: luoghi deputati alla fantasia, fonti inesauribili di storie, spazi vivaci di snodo e ritorno, punti cruciali di riferimento. E mi stupisce che per molto tempo questi megabytes siano rimasti intoccati nei miei archivi gigamega di memoria digitale.

Vorrei concepire uno spazio meticoloso, uno spazio inventariato dove giustapporre ciascuno di questi megabytes secondo ordini di causa e effetto variabili a seconda delle circostanze in atto, certamente l’inventario più instabile che sia mai stato concepito, un intrico complesso di percorsi diversi eppur tutti plausibili. D’altronde non c’è niente di più incerto della memoria. Se mai dovessi cominciarlo – considerato il carattere chiaramente confusionario e utopico dei miei presupposti e del mio proposito – questo spazio rappresenterebbe il mio massimo esercizio di stile, un inno innamorato alle affabulazioni. Pur sempre il tentativo di trattenere una traccia, strappare al tempo qualcosa di familiare, accorciare le distanze per i tempi più ostili a venire.


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Italy, Milan, 30 September 2010.
N., gli occhi grandi di N. / Eravamo decisi a salvarci.
30 December 2015. In quanto a questo, niente è cambiato.

Mappa di uno smarrimento

giugno 10, 2015

Mood: euforico
Reading: Patti Smith, Just kids
Listening to: Pashmak – Let the Water Flow
Watching: il via vai in aereoporto a Maastricht [destinazione: Bari]
Drinking: acqua



Potrà sembrare ai più che io mi stia disperdendo [genio, potenzialità e capacità] praticando da mesi, piuttosto che la mia vocazione al cinematografo, i più svariati e ordinari sbarcalunari, cose come l’impiegata d’ufficio, nonché la cameriera, la lavapiatti, la pastaia, la babysitter e niente poco di meno che le pulizie, io! alla maniera di quelli senza vedute sul futuro e porco mondo!, se uno va fino in Olanda dovrebbe quanto meno inseguire un’ambizione professionale, non ti pare?

Succede senz’altro a taluni di venire alla svelta al dunque della propria affermazione. Io no. Primo sottinteso: l’obbligo a sostenermi, ovverosia a pagare i conti. Che succede se non mangio? Perché l’affitto di un mese costa tre quarti dei miei guadagni? Pago il fisioterapista o il cibo e l’affitto? Ma, querelle pratiche a parte, nel corso di questi due anni ho dedicato un’attenzione particolare alla scoperta delle mie passioni e agli elementi e alle circostanze della mia soddisfazione. Dopotutto il post Milano è l’incarnazione di un’ustione. La dedizione rigida che credevo necessaria a una buona riuscita professionale è diventata un buco gigantesco dove sono caduti l’incanto e l’entusiasmo. E semplicemente, un giorno dopo tanti altri, ogni cosa è diventata triste e insostenibile, il lavoro non retribuito, la raccolta indifferenziata dei progetti, i tempi disperati, la vita che passa e non torna indietro, i sentimenti miei e quelli della gente. ‘Ché, lasciatevelo dire: far film è per gli empatici, è un mestiere che riguarda le emozioni. Allora ho preso le distanze, tanto quanto bastasse a espormi a nuove opportunità e a guardare meglio dentro i nuclei deficitari della mia passione, deve per forza trattarsi di un’aberrazione.

Da due anni a questa parte focalizzo meglio molte delle cose che mi appesantiscono e molte di quelle che mi appagano e di conseguenza compio delle scelte che di volta in volta modificano notevolmente la mia vita. Il che senz’altro non ha portato a un’affermazione incisiva, non ancora e – da un certo punto di vista – tutt’altro: per esempio qualche volta al risveglio avverto chiaramente il mattino morirmi addosso, ricadermi sulla pancia con il suo peso da già giorno esanime e allora mi sento affogare nella paura di diventare vecchia nella routine sbiadita a cui mi sono proporzionata, nonché in quella che noi tutti ci spacciamo come la situazione migliore al momento tra le possibili al mondo: un lavoro umile e rispettoso e un salario nero e onesto a fine mese per qualche tempo. Arriverà il momento di fare altro, ma quando? Ma come? Ma cosa? C’è la crisi, vivo in un Paese dove mi mancano gli stimoli e le opportunità – ‘ché certamente l’Olanda non risplende per attenzione e per professionalità nel settore della cultura visuale – e per stanchezza e frustrazione non so più cosa fare per riuscire a fare le cose che amo, né quali sono le cose che amo, né come fare a essere felice, non c’è speranza. Di tanto in tanto trovo persino la mia vita davvero impossibile. Ecco, nel senso di impasse che ne deriva, certi giorni sembra anche a me di starmi disperdendo e in questo stato di desolazione mi siedo per qualche giorno. Poi torno rinsavita a ballare con tutta me stessa e con ogni cosa che ha senso per me. M’incuriosisce soltanto vedere cosa succederà in futuro. I vettori della mia vita sono in espansione, il teatro mentale della mia ispirazione è affamato e sicuramente arriverà il momento di fare altro. In un certo senso il momento di fare altro arriva tutti i giorni, per esempio

lunedì scorso è uscito in anteprima su rockit.it il videoclip ufficiale di Castles dei Pashmak – پشمک, band indipendente di base a Milano, ma dal tessuto estremamente multiculturale: le storie sulle origini dei Pashmak arrivano, infatti, dall’Iran, dalla Germania, dall’America, dalla Sicilia e dalla Lucania. Castles è il primo singolo tratto da Let the Water Flow, il loro album di esordio prodotto e stampato grazie a una meravigliosa campagna di crowfunding su musicraiser.com che ha raggiunto il suo obiettivo in soli dieci giorni. Dopo un tour promozionale a Berlino e un’anteprima su rockit.it, Let the Water Flow è stato ufficialmente rilasciato su Spotify e su iTunes. Quindi niente scuse: ascoltatelo!
Per quel che riguarda Castles, il videoclip è firmato così: Laura Bianco & Dorotea Pace. Dorotea Pace sono io. Laura Bianco è Lou, la mia compagna di vecchia data. E Castles è il nostro ultimo videoclip, il mio primo dopo due anni di inattività. Ed è prezioso. Se dovessi aggiungere una sola cosa a proposito, sarebbe questa: Castles è uno di quei momenti in cui ci ho visto molto chiaro. Io non mi sto disperdendo, amici.




Official music video for Castles performed by Pashmak
A video by Laura Bianco & Dorotea Pace

with KARUN GRASSO, NEVA MURADOR, MATTEO MUSELLA

direction / editing LAURA BIANCO
cinematography / editing DOROTEA PACE
set design ELENA BECCARO, DENISE CARNINI
costumes CAMILLA CHIERICI
make-up artist CHIARA ADORNO
production assistant MARILU’ PACE
cinematography assistants JOHANNES EBERENZ, ELENA MELLONCELLI

thanks to Fabio Bianco, Nicola Botti, Aurelia Bracciforti, Gaia de Luca, Pino Distefano, Enrico Maisto, Edoardo Mozzanega, Andrea Musella, Giulio Volpe.

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Mood: esausto
Reading: J. S. Foer, Se niente importa
Listening to: Patti Labell & Moby – One Of These Mornings
Eating: gnocchi e pizza di patate e pesantezza di stomaco
Drinking: camomilla




dorotea pace photography

Italy, Bergamo-Orio al Serio Airport, 03 December 2014

Milano inizia lontano dai cinema, dai caffè e delle boutique abbaglianti. Inizia negli interstizi vuoti del mio cuore. È andata così fin dal primo momento. E ho l’impressione che, proprio nel rinnovarsi di questa formula, io mi senta a casa, a Milano – una casa possibile.

Mood: boccheggiante
Listening to: Tenacious D – Tribute (The Best Song In The World)
Watching: Interstellar di Christopher Nolan
Eating: patate al forno in quantità tale che non basterà una settimana a digerirle
Drinking: acqua e sale



«[…] e poi dovremmo tornare a collaborare, volevo dirti: siamo una squadra

sì o no?»
[Lou e io un giorno sulla linea lunga Milano – Den Haag]

La prima risposta, così di getto, è questa: una breve animazione che partecipa al bando di gara indetto dal Milano Filmmaker Festival per la scelta della nuova sigla ufficiale d’apertura dell’edizione 2014.

Video by Laura Bianco in collaboration with Dorotea Pace.
Original soundtrack by Stefano Ivan Scarascia.
Animation Video for the Contest “Sigla Filmmaker Festival 2014.

In accordo con le più consolidate logiche da social media, il Milano Filmmaker Festival ha pubblicato online tutte le sigle animate che partecipano al concorso e ha affidato al popolo del web la prima fase delle votazioni: perciò, popolo del web, sappiate che con un click qua e un click là, nella casella email, potete dire la vostra. Avete tempo fino al 21 novembre – pochissimi giorni ancora – op op! Dopodichè una giuria di illustri si riunirà per selezionare la sigla vincitrice tra le quattro con il maggior numero di preferenze e la lancerà sul grande schermo in apertura di tutti i programmi di proiezione del Filmmaker Festival 2014, dal 28 novembre all’8 dicembre.

Per quei giorni, Lou e io ci immaginiamo insieme a Milano a rincorrere il programma del Festival, chiacchierando di cinema e misurando di volta in volta che impressione fa il grande schermo se applicato alle dimensioni del nostro lavoro.
Ma, uno o due tocchi di megalomania a parte, Lou e io ci riteniamo già davvero soddisfatte: il video ha avuto fin dalle prime ore un ottimo riscontro di pubblico – 140 voti e 477 visualizzazioni soltanto nelle prime 24 ore! –, è stato supportato e diffuso costantemente con la più completa spontaneità da amici, conoscenti e sconosciuti e nel corso di un mese intero ha mantenuto la prima posizione in classifica senza mai vacillare.
E al di là di quel che fantastichiamo e a cui è giusto dare spazio, Lou e io abbiamo per di più una certezza rinnovata: siamo una squadra, avevamo soltanto bisogno di tempo a distanza per esplorare liberamente la materia delle nostre storie, prima di ritrovarci a condividere le cose belle a venire.

To burn out

settembre 26, 2014

Mood: ebbro
Reading: Mario Calabresi, A occhi aperti
Listening to: Negrita – Non ci guarderemo inietro mai
Watching: dentro gli archivi
Eating: focaccia
Drinking: acqua




(c) dorotea pace photography

Italy, Milan, Teatro dal Verme, 03 May 2013
Mood: concitato
Reading: Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni
Listening to: Tove Lo ft. Hippie Sabotage – Stay High (Habits Remix)
Eating: pizza
Drinking: caffè



Videomaking e fotografia, gioca con e sulla luce come “fenomeno complesso”, un linguaggio in grado di produrre emozioni diverse anche all’interno di una medesima situazione, grazie alle sue innumerevoli variazioni. I suoi lavori sono personali, intimi, specchio del suo passato e in qualche modo del suo presente, alla ricerca di un’espressività e di una verità dell’essere estreme. Le sue opere sono legate alla visione che ciascuno ha di se stesso, una percezione spesso caotica e mascherata, a volte in conseguenza di quello che gli altri riflettono su di noi. I video sono incentrati sull’identità, sul concetto di decadenza e di smarrimento che pervade gli esseri umani, mettendo in scena i fatti umani a cui ogni giorno assistiamo nel silenzio e nell’indifferenza di una vita troppo piena di eventi. Fatti umani che ci coinvolgono in prima persona e che ci vedono spesso bloccati dal prendere decisioni azzardate e complesse eppure così naturali e innovative. Siamo in grado di vedere e ascoltare? Siamo esseri viventi e attivi o lasciamo che gli eventi ci piombino addosso accogliendoli in maniera passiva? Siamo in grado di oltrepassare la sottile linea che separa il sogno dalla realtà? Tutto ciò è Dreamer. I suoi video ci accolgono in atmosfere sospese, silenziose, riflessive… Probabilmente l’invito da cogliere è quello di “distaccarsi da se stessi” per guardare da una prospettiva altra e alta e collegarsi così al senso intimo delle cose.

Daniela Confetti,
per ThULab – Spazio per le Arti Visive.




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.

Dreamer. News da Edimburgo

maggio 13, 2014

Mood: energico
Reading: Clément Chéroux, L’errore fotografico
Listening to: UnpezzoalgiornoVideo musicale in cui cammino
Watching: The Amazing Spider-Man 2 di Marc Webb
Eating: patate e mayonese
Drinking: litri di tea in compagnia




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ESFF Official Selection 2014 LAUREL WREATH

Intro-[…]

ottobre 21, 2013

Mood: pacato
Reading: Bruno Schulz, Gli uccelli, in L’epoca geniale e altri racconti
Listening to: Laura Marling – Little Love Caster (Live on KEXP)
Watching: Screen Lovers di Eli Craven
Eating: cavatelli con funghi e carote
Drinking: caffè



Sono successe molte cose diverse nell’ultimo mese. Soprattutto mi sono sentita priva di senso, insoddisfatta e inadeguata alla tensione che ne è conseguita tra una docile nostalgia dell’annullamento e un dispotico anelito vitale.

Mi sono messa in cammino. Ho percorso un ritorno silenzioso dalla mia nuova condizione esistenziale alla terra in cui sono nata e alla casa in cui non ho mai avuto più di diciotto anni, a Milano e ai suoi flussi rapidi di ricambio, alla condizione esistenziale infine da cui sono partita, ma non proprio la stessa, piuttosto la condizione esistenziale visibilmente rinnovabile – pertanto già rinnovata in una qualche misura – da cui sono partita.

Il fatto, ho l’impressione nasca da dentro, da uno sforzo titanico eppure minimale all’apparenza di intro-spaziare e intro-ispezionare,
‘ché io sempre, tutte le cose migliori le colgo mentre sono in movimento e, andando, riconquisto la certezza di avere i piedi robusti quanto basta e anche più per poterle inseguire.

“Ma sì, adesso mi faccio trascinare dalla bufera attorno al distributore,
fintantoché non mi spuntano le ali.”
[Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio]


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Italia, Puglia, Monopoli, 28 settembre 2013


Mia nonna quando sono andata a trovarla in cima a uno dei cinque colli del paesello, se non fosse stata solo una fotografia sul marmo di una lapide, mi avrebbe detto Datti da fare, Dorotea, come se mai fosse abbastanza.

Dreamer, una postilla

ottobre 18, 2013

Mood: sotto-pressione
Listening to: Kavinsky & Lovefoxxx – Nightcall (Drive Soundtrack)
Watching: Sofia che saltella come una molla sulle gambe di suo padre (grazie Skype!)
Eating: involtini di zucchine
Drinking: acqua



Ieri, scrivendo la sinossi compiuta – che non ho mai scritto – per presentare Dreamer a ThuLab, un’iniziativa pugliese impegnata nella creazione di una rete per l’arte contemporanea sul territorio, a un certo punto ero così entusiasta e coinvolta da cadere fuori dal tempo e dallo spazio, così pura da pensare diamine!, non vedo l’ora che arrivi il primo giorno di set!

Poi ho realizzato che Dreamer esiste già e in quello stesso istante mi si è svuotata la pancia come tutte le volte che, guardando indietro a quei giorni di lavoro, rivivo la sensazione di molteplici fauci oscure spalancate a ogni angolo, pronte a scolarsi ogni slancio e passione.

Ed è arrivato il disagio per quanto poco ho sorriso e quanto male l’ho raccontato, Dreamer – eppure ce ne sarebbe da dire!

Il fatto è che certi processi richiedono più tempo del previsto.

***

Un palazzo a sette piani, dove innumerevoli personaggi si sono barricati al punto da esserne fagocitati, diventa il marchingegno immaginoso per indagare attorno ai fatti umani dell’immobilità e del cambiamento, al significato del distaccarsi da se stessi e cambiare punti di vista e prospettive.
Ciascuno degli appartamenti dello stabile cela turbe così violente da essere diventate irreali e spazi esistenziali sospesi e inerti, anossici. Sembra che più nulla possa riaversi. Eppure, in cima al palazzo, una donna decide di separarsi dalla porta di casa.
Dreamer è il racconto della sua catabasi [o anabasi?], piano dopo piano, ogni piano un dramma [suo o di altri inquilini?, corpo eroe o Caronte?] – per uscire dal palazzo, andare altrove, dove è troppo presto per saperlo.
Un archivio di dieci variazioni luminose,
un percorso dello sguardo complesso e itinerante,
un intimo processo metamorfico di illuminazioni.

Per chi non l’avesse visto, si tratta di questo.

(a me non fa così male riproporlo)




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.

Spazi a utero

maggio 12, 2013

Mood: sovreccitato
Listening: David Bowie – How Does the Grass Grow
Watching: The Big Wedding di Justin Zackham [per la serie: il gusto del trash]
Eating: se non fossi troppo pigra per alzarmi dal letto adesso
Drinking: birra



Alcuni spazi hanno la forma di un utero.

Spazio [un tipo di] è il contenitore che viene a costituirsi tra due esseri umani quando si mettono a esplorarsi.
Due esseri umani che fanno l’amore sono uno spazio. Anche due esseri umani che si raccontano sono uno spazio.

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Holland, Noordwijk aan Zee
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Holland, Noordwijk aan Zee with Dominic

Ho conosciuto Dominic a Milano quando pensavo non avesse più nulla da offrirmi, l’ultima sera prima di tras-locare verso l’Olanda. Io avevo un tetto e un lenzuolo, lui – tedesco in viaggio a Milano con le scarpe da trekking – un pacco di te alla fragola e una stecca di cioccolata fondente. Tutt’e due un “forte gusto per la boheme tira a campare” – così la definisce Perec.
Quello sera abbiamo passeggiato senza itinerari. Poi si è fatta notte ed è trascorsa fino all’alba a dirci tante cose l’un l’altro e a spiegarci cosa e come ci sentivamo tra un bicchiere di te e un pezzo di cioccolata, rannicchiati sotto lo stesso lenzuolo su un divano tanto piccolo che i piedi si toccavano. Ci siamo addormentati così, dopo un po’ che avevamo iniziato a biascicare e a chiudere gli occhi.
Ora che ci penso, non ero affatto intimidita, né provavo vergogna. L’intimità per me – a maggior ragione con un estraneo – ha spesso questo risvolto, ma quella sera non ci ho proprio pensato. Era naturale com’era.

Come in utero.

Mood: sovraccarico
Reading: Daniel Clowes, Justin M. Damiano in The book of other people
Listening to: respiri dormienti
Eating: formaggio di capra e pomodoro
Drinking: tisana di camomilla e valeriana



Tra gli elementi umani che proprio mi sconcertano [per non scrivere “mal tollero”], più ancora di quelli-della-sottocultura ci sono quelli che fanno erudizione con la sottocultura, per esempio quel provincialotto milanese – giacca, cravatta, zainetto – in vacanza olandese tutto fiero del figliolo ingegnere Erasmus a Delft che, domandandomi questa sera «E tu, invece, da dove vieni precisamente?» e sentendosi rispondere «Sono nata a Bari, ho passato gli ultimi tre anni ufficialmente a Milano e adesso vivo qui in Olanda», ha osservato «Certo che da Bari a qui…».
Al che, Just to be sure, gli ho domandato «Cosa intende, mi scusi?»
«Beh, questioni di cultura… Non deve essere facile adattarsi qui per uno di Bari.»
Mi è cascato nella testa un secondo di silenzio.

Non è possibile. Che un tale elemento prodotto dalla sottocultura venga a parlarmi di cultura è quantomeno un ossimoro. «In onestà, signore, non accuso alcuna controindicazione.»
«Beh, magari il passaggio intermedio da Milano…»
Mi è salito alla testa un litro di sangue, a me? sta parlando proprio a me? «Mi permetta, signore. Sono nata a Bari. Ma sono certa di poter affermare di aver visto, Milano a parte, più mondo io negli ultimi due anni che lei in tutta la sua vita. E, la voglio anche rassicurare, mi sono adattata e integrata con serenità ovunque, così come continuo a fare,» il che fa sì che il mio cervello a differenza del tuo non vada sempre in tondo su se stesso come la circonvalla.«Le auguro una buonissima serata,» zaquar!

E vedete, da tempo ipotizzavo di mettermi a analizzare più a fondo cause e conseguenze di una certa sottocultura da luoghi [geografici] comuni tipo non ci sono più le mezze stagioni e è tutto un mangia mangia, ma stanotte corro il rischio di essere poco polite, sicchè.

Tras-locare #4

aprile 27, 2013

Mood: entusiasta
Reading: notizie dall’Italia
Listening to: Vinicio Capossela – Che coss’è l’amor
Watching: il sole, finalmente il sole
Eating: toast
Drinking: caffè per non addormentarmi sul computer



Avrei potuto andar via da Milano subito dopo aver svuotato l’appartamento del sesto piano, al centro a destra dov’era stata PaRecchia – se non proprio in mezzo ai miei stessi scatoloni e alla pasta fresca in un camion Guanzate-Delftauw. Ma vivere per tre giorni ancora a Milano, usando il mio vecchio appartamento immerso nella luce intensa più che mai ora che a diffonderla erano pareti bianco-vuoto mi è sembrato un opportuno rito di passaggio. In termini pratici: il primo volo abbordabile per l’Olanda sarebbe partito solo tre giorni più in là.

Vuoto, l’appartamento del sesto piano, al centro a destra lo era per davvero, a meno di non voler tenere in elevata considerazione il te e il caffè in uno scaffale in alto della cucina, un bollitore e una caffettiera sul fornello, una valigia con lo stretto necessario per andare altrove-ovunque – pochi vestiti, il computer e la macchina fotografica, un barattolo di peperoncino e uno di cannella – nel corridoio d’ingresso o d’uscita che dir si voglia, il sacco a pelo sul materasso in camera da letto per dormirci la notte,
«e che problema ci sarà mai per una zingara?»

L’eco, forse.

Voglio dire, l’eco è un elemento tale che
quando colto in uno spazio appena occupato, genera un forte senso di appartenenza costruttiva in colui che lo sta abitando, esprimendo tutta la disponibilità dello spazio appena occupato a farsi modellare secondo i desideri e le necessità di colui che lo sta abitando;
quando invece ritrovato in uno spazio un tempo occupato, ma lì lì per essere lasciato in favore di un altro spazio lontano, genera un insalubre senso di disagio e impazienza in colui che lo ha un tempo abitato, ma sta per andare a occupare un altro spazio, rimarcando se non la natura morta dello spazio un tempo occupato, il richiamo da parte di quell’altro lontano che sta per essere occupato,

Devo andare, grazie di tutto” [citazione non a caso], ma

A un uomo che sia in attesa di tras-locare sembra che la vita resti in sospeso fin tanto che non sarà partito. A dire il vero, fintanto che non sarà arrivato
, ma che ci faccio qui, mentre il resto della mia vita è già altrove?
[del resto, proiettandosi tutto il suo concentrato emotivo nel futuro, finisce che davvero la sua vita resti in un certo qual senso in sospeso]


Invece.

Tras-locare #3

aprile 22, 2013

Mood: costruttivo
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: i versi d’amore di mia sorella
Watching: Tutti i santi giorni di Paolo Virzì
Eating: maccheroni pasticciati
Drinking: te alla menta



La signora del quinto a destra dello stabile n° 3 di Viale Romolo dov’era PaRecchia al Tre – sesto piano, al centro a destra –, usava, incontrandomi in ascensore, per le scale – sul pianerottolo del quinto –, rivolgermisi sempre con una saputa valutazione in merito al numero delle mie partenze e dei miei ritorni di cui lei stessa aveva memoria essendone stata per caso o ficcanaso testimone oculare «Ma che bellezza, sempre in viaggio, lei!»

La mattina in cui le cose superstiti considerate di mia proprietà sono partite da Guanzate con un camion di pasta fresca, mittente Teo Pace BV, Delfgauw, Olanda, da dove poi sono state spostate nell’appartamento e nella cantina – per lo più – della mia famiglia a Rijswijk, sempre Olanda,
quella mattina là – saranno state le undici o poco prima – la signora del quinto a destra sembrava essersi messa in mia attesa al pianterreno. Voglio dire che stava di fronte alla porta dell’ascensore spandendo con gli occhi e con le labbra tutto l’entusiasmo del suo consueto approccio: «Ma sempre con una qualche valigia, lei!», gliel’ho intercettato sulla punta della lingua che neanche avevo aperto le porte con finestrella dell’ascensore. Il più delle volte, infatti, la signora del quinto a destra era venuta a trovarsi nella condizione di aiutarmi a uscire dall’ascensore, trattenendo le porte esterne mentre io lottavo per disincastrarmi dalle porte interne troppo strette anche solo per un essere umano senza carico aggiunto al suo corpo.

Di fronte al quantitativo di scatoloni contro il quale mi sono stagliata quando ho aperto la porta dell’ascensore per spingere fuori il primo borsone, la signora del quinto a destra si è fatta d’un tratto confusa. «Ma sempre con una qualche valigia, lei!» le è caduto ai piedi dalla bocca lettera per lettere e lei è rimasta con gli occhi a ciondolare su di me, come sentendo il bisogno di adattarsi a una nuova condizione inattesa.
Il che – la sua tenerezza – mi ha fatto sorridere. «Signora, questa volta parto per un viaggio più lungo», le ho detto. Poi, vedendola ancora turbata: «Ho bisogno di un attimo di tempo in più per scaricare l’ascensore.»
E lei mi ha augurato tante cose belle.

Tras-locare #2

aprile 16, 2013

Mood: disteso
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Little dragoon – Twice
Watching: un bocciolo di orchidea che domattina sarà orchidea
Eating: cantuccini
Drinking: te



Tras-locare.
Por[si] in un luogo (al di là, oltre), passare da un luogo all’altro. Ma prima ancora, selezionare cosa portare con sé che è un modo per spazializzarsi – identificarsi, raccontarsi – nei confronti di un territorio ancora inesplorato, cosa invece buttare che è un’attitudine a fare spazio per quello stesso territorio ancora inesplorato. Ecco perché non è mai così semplice come potrebbe sembrare selezionare cosa portare con sé e cosa invece buttare.
Io, soltanto a pensarci su, mi sentivo parecchio molle.

Ho iniziato enumerando le cose considerate di mia proprietà nel corso di tre anni a Milano, cose dalle più comuni alle più strampalate, ipotizzando e abbozzando montagnole e cumuli dai quali, in sette giorni successivi, ma non consecutivi, sono derivati di fatto n° 10 scatoloni – senza contare le scatole dentro le scatole – rinforzati da scotch [di carta, da pacchi, da elettricista] all’interno dei quali il principio d’ordine per categoria stabilito in un primo momento è diventato sempre meno rigoroso dacché i vestiti in eccesso hanno trovato posto in Libri e Quaderni di viaggio, l’accappatoio in Pentolame, il carillon con la molla allentata in Profumeria e Farmacia, l’analogica Yashica in Scarpe, il sacco a pelo e la maschera da sub con i fori per poter respirare in Necessità di lavoro, così tanto per esemplificare; n° 2 borsoni di biancheria intima, calze, pigiami e qualche vestito ancora; n° 2 bustoni di coperte e cuscini; n° 1 branda; n° 1 mobiletto bucato e svuotato; n° 1 apparato alare con sistema di apertura e chiusura; n° 1 violino scordato e ammaccato.
Quel ch’è rimasto fuori, in altri termini lo scarto indipendentemente da qualsiasi categoria, è stato tale e impietoso che al massimo potrei scrivere n° elevato-ma-assai sacchi da evacuare.

Ho affinato la mia tecnica di scarto col passare dei giorni: dapprima disorientata, ho poi iniziato a destreggiarmi nella strategia uno-sguardo-e-via-nel-sacco-apposito. Le cose da scartare mi sembravano inesauribili e così la voglia di scartare.
È anche vero, infatti, che, dopo le prime incertezze, l’idea stessa di scartare [di alleggerirmi] mi sovreccitava,

vado a reinventarmi un’esistenza, uno-sguardo-e-via-nel-sacco-apposito,
segno virgola e
via-nel-sacco-apposito,

Vado a essere libera, violentemente libera.

Il video, eccovelo

aprile 12, 2013

Mood: stancherrimo
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: James Blake – Retrograde
Watching: Les Ninfeas di Monet all’Orangerie
Eating: orecchiette al sugo dopo una settimana a baguettes e croissants
Drinking: te



Dopo una presentazione [in]formale al Patio Cafè di Monopoli, il mio ultimo video col quale di recente vi ho [e mi sono] abbondantemente ammorbato/a è comparso ufficialmente su YouTube, una settimana fa.

Tra queste pagine arriva, infine, una settimana dopo perché Parigi val bene una passeggiata – tanto più se con una sorella con la quale non si condivide un po’ di vita da anni – e la mia è iniziata, guarda caso, il giorno stesso della presentazione del mio video e si è protratta fin’ora, facendo ben attenzione a tenersi lontana da Internet e da ogni comunicazione precostituita, ma adesso senza impastare ulteriormente parole

Il video, eccovelo.

Amatelo, sputatelo, fatene un po’ quel che volete, ma ecco, fatene. Qualcosa.




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.
Per eventuali ulteriori curiosità in merito, voilà
!

Tras-locare #1

marzo 31, 2013

Mood: lieve
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Bonobo – First Fires
Watching: Bellas Mariposas di Salvatore Mereu
Eating: cioccolata fondente
Drinking: caffè



Il giorno in cui siamo entrati per la prima volta a PaRecchia al Tre, Yanna, Nicolò, io e una teglia da forno nuovanuova per cuocere il dolce d’inaugurazione [e pressapoco nient’altro],
in mezzo all’imbroglio dei palazzi all’orizzonte cimavano tre gru.
Nel corso dei due anni a PaRecchia, le tre gru sono sempre rimaste sulla scena, enormi, immobili, sacre,
un approdo sicuro per lo sguardo.

Finché una mattina, tre settimane fa, non abbiamo assistito allo smantellamento dell’ultima delle tre gru. Da qualche tempo, avevano iniziato a scomparire una dopo l’altra. Era solo questione di giorni perché non ne restasse più una soltanto, forse di minuti a Milano dove tutto cambia rapidamente. L’ultima delle tre gru si è abbassata senza vacillare, ha ruotato su se stessa, è scomparsa in mezzo ai palazzi. Credevo avrebbe fatto fragore. E invece.
Ho sentito il silenzio come mai prima a PaRecchia.

Abbiamo pensato È finita un’era. Non ricordo se una di noi lo ha detto. Può anche darsi che il pensiero sia stato così animoso da aver instillato in me il dubbio della parola.
Primo colpo al cuore.

dorotea pace | photography

Il secondo colpo al cuore è arrivato quando Yanna è andata via da PaRecchia all’improvviso due settimane prima della data prestabilita per la consegna delle chiavi, il trenta marzo.
Il terzo colpo al cuore è arrivato quando ho chiuso il primo scatolone e ho scritto sul lato corto in alto Libri e Quaderni di viaggio.

L’ipotesi di lasciare PaRecchia, ma anche Milano, ma anche L’Italia, andava nell’aria da un po’. Eppure mi è sembrato che la decisione arrivasse all’improvviso a inizio marzo, quando è diventato evidente che non avrei trovato le condizioni [economiche in questo caso prima ancora che umane] per restare. Qualche parte di me deve essersi augurata una soluzione un secondo prima dell’ultimo.
Dopotutto PaRecchia è Casa mia. Il luogo fisico più stabile che abbia vissuto negli ultimi due anni, quello che più di tutti mi ha assomigliato, contenendo i miei ritmi e le mie necessità, trasformandosi, giorno per giorno, nel mio personale porto di mare, un approdo anche se piccolissimo per una moltitudini di storie e di esseri umani. Ne è passata di vita per PaRecchia. Tutt’ora che è vuota, che suona diversamente a ogni passo – il mio passo già diverso in un luogo caro –, continuo a riconoscere i segni degli ancoraggi nell’intonaco scrostato, nelle strisciate di colore e nei segni lasciati dalla colla e dallo scotch sulle pareti bianche, nei calzini spaiati dentro i cassetti e nei cappelli sull’attaccapanni, nella polvere sotto al letto, tutt’ora
Persino Milano, che non ho mai compreso davvero, che non so raccontare, persino Milano, quando resto a guardarla da quassù in una qualche forma, lo sento chiaramente, appartiene ai miei affetti.
Oppure qualsiasi cosa appartiene gli affetti quando si è sul punto di andare via. Gli affetti che sono ciò che suscita l’idea della stabilità e in contraddizione sono ciò che di più suscettibile c’è nella vita di chiunque. [L’Italia effettivamente richiede un discorso più articolato. Ma, sintetizzando, non potrei forse intendere disgusto e disinteresse come conseguenze dell’amore?]
Questo pensiero mi ha strizzato le ghiandole lacrimali per qualche giorno.

Mood: euforico
Reading: George Perec, La vita, istruzioni per l’uso
Listening to: Autre Ne Veut – Counting
Watching: Robert Doisneau. Paris en liberté
Playing: a costruire castelli esistenziali con cartoni e bustoni che contengono tre anni di vita a Milano
Eating: tortelli ai formaggi + valeriana
Drinking: caffè



Dacché mi sono laureata, ormai pressappoco un mese fa, è capitato tante volte che mi si chiedesse il video, il video dov’è? il video cos’è? il video quand’esce?, il video, con una curiosità collettiva che passando di bocca in bocca dal giorno della prima proiezione con il proiettore penoso dell’ex Aula Magna Spazio Elastico della mia Accademia, mi gonfia la casella mail di Facebook puntella ogni conversazione incrementa a angolo retto le visite al mio canale Vimeo, e io ne resto meravigliata, non mi era capitata una cosa del genere con nessun altro video prima d’ora [e dopotutto ma puntini puntini puntini].

Ebbene, «Qualcosa intorno alla luce». Oscillazioni costitutive di una sguardo, che è il titolo della mia tesi di Diploma Accademico, potrebbe essere definita dagli addetti al settore una tesi molto tecnica di direzione della fotografia, un esercizio di stile con la luce. Questo è ciò che avrebbe dovuto essere in principio. Di fatto, come esito della riflessione che ho inseguito per mesi, il discorso si è fatto molto più personale, si è messo a masticare pezzi su pezzi della mia personalità del mio sguardo della mia immaginazione, inevitabilmente essendo io incapace e poco propensa a tenere fuori le viscere da ogni dannata cosa che faccio.
Ecco, il video che ho scritto mi piace definirlo come un archivio di dieci variazioni luminose [messe in luce per tecnica e concetto] tenute assieme da un sottile fil rouge che s’attorciglia attorno ai fatti umani dell’immobilità e del cambiamento di visione in visione, di spazio esistenziale in spazio esistenziale, guarda caso, temi estremamente miei dove ho fatto coincidere la sperimentazione con la luce e l’autoritratto emozionale.
Probabilmente avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, ma Gianvito e Alberto, che non solo hanno lavorato con me per questo video, ma mi hanno fiancheggiata assai, un giorno quando ancora eravamo alla ricerca della colonna sonora adatta per questo tipo di lavoro e ascoltavamo musica su musica di artisti più o meno sconosciuti da ogni parte del mondo, un giorno dicevo mi hanno fatto conoscere Miriam Neg, un’autrice pugliese che ho pensato subito parecchio talentuosa. Miriam ci ha fatto ascoltare Dreamer, un suo brano già registrato per un suo personale progetto musicale e noi abbiamo trovato Dreamer parecchio incantevole e dacché la sceneggiatura del mio video abbracciava alla perfezione i fianchi delle parole e le curve delle note di Miriam e le parole e le note di Miriam rispondevano all’abbraccio con altrettanta delicatezza primordiale, coincidenza dalla quale subito sono derivati flussi di entusiasmo reciproco, si è reputato opportuno stabilire tra noi una collaborazione.
Il mio archivio di dieci variazioni luminose è diventato così il videoclip ufficiale di Dreamer di Miriam Neg, cose belle che succedono solo lavorando.

Attualmente il video è in cammino verso il web. Tra qualche giorno dovrebbe essere online, “dovrebbe” perché poco prima ho scritto “tra qualche giorno” e in casi di simile prossimità è buona norma non usare certezza.

Nel frattempo, qualche prima immagine dal set per fomentare la curiosità.

_MG_0675 [Nicolò Pertoldi e Gianvito Cofano, nell’atto dell’illuminazione]
IMG_3714 [l’immancabile Alessandra Gianotti e le sagome della troupe]
IMG_3727[Me medesima e Gianvito Cofano]
_MG_0841 [Giulia Trincardi]
IMG_3895 [Alberto Mocellin e i laterali di Mariella Amabili e Angelo Monacelli]

_MG_0927 [Giovanni Storti]

IMG_4100[Me medesima, nell’atto dell’illuminazione]
IMG_4104 [Miriam Neg, prima]
IMG_4197[Mariliana e Pierluca Petruzzi nel vento del Sud]
IMG_4156 [Miriam Neg, seconda]
Mood: nauseato
Listening to: alt-J (∆) – Breezeblocks
Watching: voli Amsterdam-Parigi
Eating: yogurt ai cereali
Drinking: caffè



* 1 chilo di patatine rigorosamente-sottomarca Fidel
* 2 litri bi birra rigorosamente-sottomarca Menabrea
* 1 stecca di Kinder Cereali
* 1 pacco convenienza di brodo Maggi, gusto classico
* 1 confezione di pomodorini Pachino


Al supermercato, io mi perdo sempre dentro la spesa delle persone in cassa, ‘ché, se traccio percorsi da un prodotto all’altro, decifro vite e identità nascoste dietro facce immobili, immagino storie, fino a provare, per un breve istante, la certezza di non essere estranea a niente e nessuno.

Ebbene, la lista della spesa delle 18.30 a PaRecchia al Tre deve essere stata assai eloquente anche per uno che non abbia la mia tara da osservatrice.

Milano sotto la neve

dicembre 17, 2012

Mood: fiducioso
Listening to: Soley – Pretty face
Watching: Cosmopolis di David Cronenberg
Eating: aria fredda
Drinking: te miele e camomilla



Ho imparato a non confondere mai i luoghi come li percepisco per i luoghi così come sono perché so benissimo che, quando circolano attraverso le mie emozioni, diventano sempre posti vaghi. Questo è un presupposto fondamentale.


dorotea_pace_photography
_DSC0537

Ecco, per la prima volta, Milano non mi sembra un esilio.
Di solito sì.
Milano sotto la neve.
Provo invece un estremo senso di levità e mi emoziono per un sacco di cose al punto che potrei piangere su ognuna di loro. Spesso sono macerie. Per esempio, mi chiedo, guardandole, esattamente cosa c’è di così orrendo nelle rovine se sono state necessarie a rendere possibile quanto di più bello ho conquistato dopo aver perso tutto quello che avevo prima di perdere tutto?
Milano sotto la neve.
Le macerie uno strato sotto i miei piedi.
Io al di sopra, che passo. Piano.

Si capisce, ho incrociato tutto quello che avevo prima di perdere tutto e, per la prima volta, l’idea di non poterlo avere mai più non è stata desolante. Tutt’altro. Mi ha consolata.

Non dormo più

dicembre 14, 2012

Mood: quietato
Reading: Orzo solubile
Listening to: il risveglio di Milano
Watching: la luce di Milano
Playing: a respirare piano
Eating: desidero una dutch breakfast stamattina
Drinking: acqua



Mi sono svegliata all’improvviso nella notte con fiati alcolemici in bocca e filacce di pelle riarsa, due giorni fa una bambina sulla linea del 13 si è spolmonata tanto ha implorato acqua, questo mi è tornato in mente perché mi ha colpita al punto da aver desiderato di esser nata fontana piuttosto che essere umano. Ho vacillato un po’. Milano rapprendeva in un’atmosfera arancio fuliggine che è quella di quando c’è la neve per terra e la luce dei lampioni si riflette nel bianco, ungendo tutto senza decoro, così ho pensato perché a me non è mai piaciuta questa sporcizia da bianco e la intuisco subito. Tant’è che c’era la neve, per terra per aria nel cielo, anche se stanotte un cielo non c’è, devono averlo strappato via o deve essere cascato al suolo con la neve e quando si farà giorno qualcuno lo troverà e lo riattaccherà al suo posto con chiodi e martello. Adesso ci sarebbe un silenzio tombale se non fosse per gli spalaneve perché i fiocchi continuano a venire giù, non hanno smesso un secondo soltanto da quando mi sono svegliata all’improvviso nella notte.

Io è da tre ore che ci provo, ma non dormo più.
Sono le sei e mezza qualcosa.

Mi sono fissata nel respiro della persona alla mia destra, nelle deformazioni percettive degli spiragli della tapparella socchiusa alla mia sinistra, nel mio respiro, con le mani sullo stomaco, sul cuore, nei capelli, rincantucciata sul fianco destro, sul fianco sinistro, a pancia in su, ho scritto messaggi, l’incipit mentale della mia tesi di laurea, una lettera a un amore mai amato, e tanto altro
ma non dormo più, io è da tre ore che ci provo,
non dormo più.

Fin’ora erano tre settimane che dormivo tanto a lungo e tanto profondamente, ma non per riposare, piuttosto per non fronteggiare il parapiglia mentale.
Adesso non so, forse sta meglio concludere con un punto interrogativo.

Punto interrogativo