Mood: affaticato
Reading: Guido Catalano, Fiesta
[“È Natale
facesse un po’ di neve, almeno
o tu ti trovassi a portata di baci
o io avessi sette anni
ma nessuna delle tre”]
Listening to: Colleen – Captain of None
Watching: Mr. Nobody di Jaco Van Dormael
Eating: bacche di Goji
Drinking: chai nero



Da sempre, una della mie rogne più grandi è lo spazio d’archiviazione digitale, sistematicamente troppo poco, continuamente agli sgoccioli. Colleziono a centinaia di migliaia megabytes per naturale – ahimè – tendenza all’accumulo e non ci bado neppure. Del resto, mentre nel mercato dei supporti di archiviazione digitale è sempre come la corsa allo Spazio, i megabytes peccano di poca concretezza. Soltanto quando, a un certo punto, l’ennesimo supporto gigamega di archiviazione digitale nel quale ho riposto tutta la mia fiducia giunge alla saturazione con una velocità proporzionale al peso incrementale dell’alta qualità elaborata dai miei apparecchi elettronici, soltanto allora quelle centinaia di migliaia di megabytes acquistano un peso specifico.
Si pone a questo punto un atroce dilemma: potrei comprare nuovi spazi esterni gigamega di memoria digitale e continuare a ammassare megabytes a centinaia di migliaia. A voler esagerare, potrei occupare una stanza intera con i miei supporti gigamega di memoria digitale, poi magari un appartamento con vista sul mare. Oppure potrei, con un po’ di pazienza, cominciare a liberarmi di qualche megabytes in eccesso.

Da anni ormai apprezzo gli ambienti essenziali molto più di quelli ridondanti e con l’avvicinarsi della fine dell’anno, mi prende sempre più di frequente una certa smania esagerata di fare spazio e riorganizzare tutta la vita che mi è passata sotto il naso. Con quest’idea in testa di alleggerire i cassetti e dare aria ai polmoni, apro anche i miei archivi gigamega di memoria digitale, un mare magnum di scorci e riflessi, bruciature e sfocature. Esamino una cartella alla volta, file per file, un giorno dopo l’altro per giorni – e, devo aggiungere, non arrivo mai alla fine. Cestino centinaia di migliaia di megabytes assolutamente irrilevanti. Pochi altri invece mi colpiscono profondamente. Non perché siano evidenze della vita che mi è passata sotto il naso. Al contrario mi affascinano in quanto ombre e falle della memoria: luoghi deputati alla fantasia, fonti inesauribili di storie, spazi vivaci di snodo e ritorno, punti cruciali di riferimento. E mi stupisce che per molto tempo questi megabytes siano rimasti intoccati nei miei archivi gigamega di memoria digitale.

Vorrei concepire uno spazio meticoloso, uno spazio inventariato dove giustapporre ciascuno di questi megabytes secondo ordini di causa e effetto variabili a seconda delle circostanze in atto, certamente l’inventario più instabile che sia mai stato concepito, un intrico complesso di percorsi diversi eppur tutti plausibili. D’altronde non c’è niente di più incerto della memoria. Se mai dovessi cominciarlo – considerato il carattere chiaramente confusionario e utopico dei miei presupposti e del mio proposito – questo spazio rappresenterebbe il mio massimo esercizio di stile, un inno innamorato alle affabulazioni. Pur sempre il tentativo di trattenere una traccia, strappare al tempo qualcosa di familiare, accorciare le distanze per i tempi più ostili a venire.


comp_96

Italy, Milan, 30 September 2010.
N., gli occhi grandi di N. / Eravamo decisi a salvarci.
30 December 2015. In quanto a questo, niente è cambiato.

Mappa di uno smarrimento

giugno 10, 2015

Mood: euforico
Reading: Patti Smith, Just kids
Listening to: Pashmak – Let the Water Flow
Watching: il via vai in aereoporto a Maastricht [destinazione: Bari]
Drinking: acqua



Potrà sembrare ai più che io mi stia disperdendo [genio, potenzialità e capacità] praticando da mesi, piuttosto che la mia vocazione al cinematografo, i più svariati e ordinari sbarcalunari, cose come l’impiegata d’ufficio, nonché la cameriera, la lavapiatti, la pastaia, la babysitter e niente poco di meno che le pulizie, io! alla maniera di quelli senza vedute sul futuro e porco mondo!, se uno va fino in Olanda dovrebbe quanto meno inseguire un’ambizione professionale, non ti pare?

Succede senz’altro a taluni di venire alla svelta al dunque della propria affermazione. Io no. Primo sottinteso: l’obbligo a sostenermi, ovverosia a pagare i conti. Che succede se non mangio? Perché l’affitto di un mese costa tre quarti dei miei guadagni? Pago il fisioterapista o il cibo e l’affitto? Ma, querelle pratiche a parte, nel corso di questi due anni ho dedicato un’attenzione particolare alla scoperta delle mie passioni e agli elementi e alle circostanze della mia soddisfazione. Dopotutto il post Milano è l’incarnazione di un’ustione. La dedizione rigida che credevo necessaria a una buona riuscita professionale è diventata un buco gigantesco dove sono caduti l’incanto e l’entusiasmo. E semplicemente, un giorno dopo tanti altri, ogni cosa è diventata triste e insostenibile, il lavoro non retribuito, la raccolta indifferenziata dei progetti, i tempi disperati, la vita che passa e non torna indietro, i sentimenti miei e quelli della gente. ‘Ché, lasciatevelo dire: far film è per gli empatici, è un mestiere che riguarda le emozioni. Allora ho preso le distanze, tanto quanto bastasse a espormi a nuove opportunità e a guardare meglio dentro i nuclei deficitari della mia passione, deve per forza trattarsi di un’aberrazione.

Da due anni a questa parte focalizzo meglio molte delle cose che mi appesantiscono e molte di quelle che mi appagano e di conseguenza compio delle scelte che di volta in volta modificano notevolmente la mia vita. Il che senz’altro non ha portato a un’affermazione incisiva, non ancora e – da un certo punto di vista – tutt’altro: per esempio qualche volta al risveglio avverto chiaramente il mattino morirmi addosso, ricadermi sulla pancia con il suo peso da già giorno esanime e allora mi sento affogare nella paura di diventare vecchia nella routine sbiadita a cui mi sono proporzionata, nonché in quella che noi tutti ci spacciamo come la situazione migliore al momento tra le possibili al mondo: un lavoro umile e rispettoso e un salario nero e onesto a fine mese per qualche tempo. Arriverà il momento di fare altro, ma quando? Ma come? Ma cosa? C’è la crisi, vivo in un Paese dove mi mancano gli stimoli e le opportunità – ‘ché certamente l’Olanda non risplende per attenzione e per professionalità nel settore della cultura visuale – e per stanchezza e frustrazione non so più cosa fare per riuscire a fare le cose che amo, né quali sono le cose che amo, né come fare a essere felice, non c’è speranza. Di tanto in tanto trovo persino la mia vita davvero impossibile. Ecco, nel senso di impasse che ne deriva, certi giorni sembra anche a me di starmi disperdendo e in questo stato di desolazione mi siedo per qualche giorno. Poi torno rinsavita a ballare con tutta me stessa e con ogni cosa che ha senso per me. M’incuriosisce soltanto vedere cosa succederà in futuro. I vettori della mia vita sono in espansione, il teatro mentale della mia ispirazione è affamato e sicuramente arriverà il momento di fare altro. In un certo senso il momento di fare altro arriva tutti i giorni, per esempio

lunedì scorso è uscito in anteprima su rockit.it il videoclip ufficiale di Castles dei Pashmak – پشمک, band indipendente di base a Milano, ma dal tessuto estremamente multiculturale: le storie sulle origini dei Pashmak arrivano, infatti, dall’Iran, dalla Germania, dall’America, dalla Sicilia e dalla Lucania. Castles è il primo singolo tratto da Let the Water Flow, il loro album di esordio prodotto e stampato grazie a una meravigliosa campagna di crowfunding su musicraiser.com che ha raggiunto il suo obiettivo in soli dieci giorni. Dopo un tour promozionale a Berlino e un’anteprima su rockit.it, Let the Water Flow è stato ufficialmente rilasciato su Spotify e su iTunes. Quindi niente scuse: ascoltatelo!
Per quel che riguarda Castles, il videoclip è firmato così: Laura Bianco & Dorotea Pace. Dorotea Pace sono io. Laura Bianco è Lou, la mia compagna di vecchia data. E Castles è il nostro ultimo videoclip, il mio primo dopo due anni di inattività. Ed è prezioso. Se dovessi aggiungere una sola cosa a proposito, sarebbe questa: Castles è uno di quei momenti in cui ci ho visto molto chiaro. Io non mi sto disperdendo, amici.




Official music video for Castles performed by Pashmak
A video by Laura Bianco & Dorotea Pace

with KARUN GRASSO, NEVA MURADOR, MATTEO MUSELLA

direction / editing LAURA BIANCO
cinematography / editing DOROTEA PACE
set design ELENA BECCARO, DENISE CARNINI
costumes CAMILLA CHIERICI
make-up artist CHIARA ADORNO
production assistant MARILU’ PACE
cinematography assistants JOHANNES EBERENZ, ELENA MELLONCELLI

thanks to Fabio Bianco, Nicola Botti, Aurelia Bracciforti, Gaia de Luca, Pino Distefano, Enrico Maisto, Edoardo Mozzanega, Andrea Musella, Giulio Volpe.

HELP US TO SHARE!

Mood: esausto
Reading: J. S. Foer, Se niente importa
Listening to: Patti Labell & Moby – One Of These Mornings
Eating: gnocchi e pizza di patate e pesantezza di stomaco
Drinking: camomilla




dorotea pace photography

Italy, Bergamo-Orio al Serio Airport, 03 December 2014

Milano inizia lontano dai cinema, dai caffè e delle boutique abbaglianti. Inizia negli interstizi vuoti del mio cuore. È andata così fin dal primo momento. E ho l’impressione che, proprio nel rinnovarsi di questa formula, io mi senta a casa, a Milano – una casa possibile.

Mood: boccheggiante
Listening to: Tenacious D – Tribute (The Best Song In The World)
Watching: Interstellar di Christopher Nolan
Eating: patate al forno in quantità tale che non basterà una settimana a digerirle
Drinking: acqua e sale



«[…] e poi dovremmo tornare a collaborare, volevo dirti: siamo una squadra

sì o no?»
[Lou e io un giorno sulla linea lunga Milano – Den Haag]

La prima risposta, così di getto, è questa: una breve animazione che partecipa al bando di gara indetto dal Milano Filmmaker Festival per la scelta della nuova sigla ufficiale d’apertura dell’edizione 2014.

Video by Laura Bianco in collaboration with Dorotea Pace.
Original soundtrack by Stefano Ivan Scarascia.
Animation Video for the Contest “Sigla Filmmaker Festival 2014.

In accordo con le più consolidate logiche da social media, il Milano Filmmaker Festival ha pubblicato online tutte le sigle animate che partecipano al concorso e ha affidato al popolo del web la prima fase delle votazioni: perciò, popolo del web, sappiate che con un click qua e un click là, nella casella email, potete dire la vostra. Avete tempo fino al 21 novembre – pochissimi giorni ancora – op op! Dopodichè una giuria di illustri si riunirà per selezionare la sigla vincitrice tra le quattro con il maggior numero di preferenze e la lancerà sul grande schermo in apertura di tutti i programmi di proiezione del Filmmaker Festival 2014, dal 28 novembre all’8 dicembre.

Per quei giorni, Lou e io ci immaginiamo insieme a Milano a rincorrere il programma del Festival, chiacchierando di cinema e misurando di volta in volta che impressione fa il grande schermo se applicato alle dimensioni del nostro lavoro.
Ma, uno o due tocchi di megalomania a parte, Lou e io ci riteniamo già davvero soddisfatte: il video ha avuto fin dalle prime ore un ottimo riscontro di pubblico – 140 voti e 477 visualizzazioni soltanto nelle prime 24 ore! –, è stato supportato e diffuso costantemente con la più completa spontaneità da amici, conoscenti e sconosciuti e nel corso di un mese intero ha mantenuto la prima posizione in classifica senza mai vacillare.
E al di là di quel che fantastichiamo e a cui è giusto dare spazio, Lou e io abbiamo per di più una certezza rinnovata: siamo una squadra, avevamo soltanto bisogno di tempo a distanza per esplorare liberamente la materia delle nostre storie, prima di ritrovarci a condividere le cose belle a venire.

To burn out

settembre 26, 2014

Mood: ebbro
Reading: Mario Calabresi, A occhi aperti
Listening to: Negrita – Non ci guarderemo inietro mai
Watching: dentro gli archivi
Eating: focaccia
Drinking: acqua




(c) dorotea pace photography

Italy, Milan, Teatro dal Verme, 03 May 2013
Mood: concitato
Reading: Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni
Listening to: Tove Lo ft. Hippie Sabotage – Stay High (Habits Remix)
Eating: pizza
Drinking: caffè



Videomaking e fotografia, gioca con e sulla luce come “fenomeno complesso”, un linguaggio in grado di produrre emozioni diverse anche all’interno di una medesima situazione, grazie alle sue innumerevoli variazioni. I suoi lavori sono personali, intimi, specchio del suo passato e in qualche modo del suo presente, alla ricerca di un’espressività e di una verità dell’essere estreme. Le sue opere sono legate alla visione che ciascuno ha di se stesso, una percezione spesso caotica e mascherata, a volte in conseguenza di quello che gli altri riflettono su di noi. I video sono incentrati sull’identità, sul concetto di decadenza e di smarrimento che pervade gli esseri umani, mettendo in scena i fatti umani a cui ogni giorno assistiamo nel silenzio e nell’indifferenza di una vita troppo piena di eventi. Fatti umani che ci coinvolgono in prima persona e che ci vedono spesso bloccati dal prendere decisioni azzardate e complesse eppure così naturali e innovative. Siamo in grado di vedere e ascoltare? Siamo esseri viventi e attivi o lasciamo che gli eventi ci piombino addosso accogliendoli in maniera passiva? Siamo in grado di oltrepassare la sottile linea che separa il sogno dalla realtà? Tutto ciò è Dreamer. I suoi video ci accolgono in atmosfere sospese, silenziose, riflessive… Probabilmente l’invito da cogliere è quello di “distaccarsi da se stessi” per guardare da una prospettiva altra e alta e collegarsi così al senso intimo delle cose.

Daniela Confetti,
per ThULab – Spazio per le Arti Visive.




Dreamer è un video scritto e prodotto da me e realizzato in collaborazione con gli Acqua Sintetica e promuove il lavoro musicale di Miriam Neg.

Dreamer. News da Edimburgo

maggio 13, 2014

Mood: energico
Reading: Clément Chéroux, L’errore fotografico
Listening to: UnpezzoalgiornoVideo musicale in cui cammino
Watching: The Amazing Spider-Man 2 di Marc Webb
Eating: patate e mayonese
Drinking: litri di tea in compagnia




dreamer_96rgb



ESFF Official Selection 2014 LAUREL WREATH