Mood: contento
Reading: un’email dopo l’altra tra quelle per natura in arretrato nella mia casella di posta
Listening to: Anoushka Shankar (ft. Norah Jones) – Traces Of You
Watching: l’autunno alla finestra
Eating: toast
Drinking: frullato di banana




dorotea_pace

Italy, Otranto, Punta dell’Orci, 09 August 2014.
Me, in a picture taken by my dear friend Francesco during a trip to the South End of Italy.

Il 26 giugno scorso, all’imbarco C16 di Schipol già si parlava di mare, di pranzi e di santi Nicola, e per quel che mi riguarda nemmeno mi sentivo pronta a volare. Premesso uno scarso interesse di base per il polpo arricciato, mi domandavo se sarei mai ritornata in Olanda e questo perché mi era chiaro che volevo restare, ma in che modo e a fare cosa senza più un lavoro e senza grandi visioni?, domande del genere figuravano nella mia testa al pari di concetti quali il mistero della fede. Tutto quel che sapevo indugiava nella zona ristretta in un angolo della coscienza illuminato da una spia rossa a intermittenza soltanto: così come ho vissuto fin’ora non fa al caso mio perché non mi soddisfa, ma cosa fa al caso mio e cosa mi soddisfa? Che ci fosse una certa esigenza di ritirarmi a riflettere, era diventato quantomeno evidente e quell’imminente partenza contribuiva a ansimarmi negli occhi una certa impellenza.

Ho trascorso in Italia due mesi di grande precarietà emotiva e territoriale su più piccola scala, ma sempre tenacemente attaccata alla molla principale del mio confino: guardarmi dentro alla ricerca di un qualche sogno sfolgorante rimasto insabbiato nel grigiore confuso di mille visioni iperboliche in totale decadenza prima ancora di iniziare a delineare i famigerati traguardi.
Nonostante quel che potrebbe sembrare, la mia non è mai stata una ricerca rigida, né tanto meno ristretta al suo stesso fine. Per lo più mi sono data l’opportunità di vivere dando spazio a quel di cui sentivo il bisogno, ‘ché io mi chiarifico le idee sperimentando la vita per poi restare a guardare lì da dove mi trovo che effetto fa come con la massa del pane lasciata a lievitare nel forno. Anche se può sembrare difficile da credere, in due mesi, per combinazione, sono andate a succede tantissime cose belle. Se non fosse della mia vita che sto scrivendo, neanch’io crederei che l’Universo intero possa essersi messo a ruotare attorno a me per rendermi un giorno possibile e felice. Ma pare lo faccia, quando attirato dalla più dolce delle disposizioni.

Ho trattenuto il benessere, scandagliandone il fondo per scarnificarlo dalle paure di troppo, ho disgiunto la sfiducia dall’entusiasmo e a un certo punto ho capito di non essere più agitata, ma serena, ho guardato meglio, non si sa mai: ero proprio serena. E ho iniziato a vederci chiaro. Meglio del benessere c’è soltanto il benessere accompagnato dalla serenità perché la serenità ci dispone ad accogliere il benessere e a trattenerlo, a dedicargli tutto il tempo che serve, a maggior ragione quando ne siamo spaventati perché non si riflette nei valori comunemente accettati dalle persone attorno a noi. Con lo zaino gonfio delle mie nuove consapevolezze infangate di determinazione, sono rientrata in Olanda la notte del 28 agosto.

Mi chiedo se la vita non vale la fatica di costruirsi il proprio benessere. Voglio dire, non è stato uno scherzo il giorno in cui mi sono licenziata dall’azienda in cui lavoravo a contratto indeterminabile e sono rimasta disoccupata e con un pugno di spicci, ma con tanta voglia di costruirmi un futuro migliore, non è stato uno scherzo nemmeno il giorno in cui mi sono ritrovata all’improvviso con un amore strano accoccolato tra le braccia. Ma diversamente perché di preciso varrebbe la pena vivere?

Ecco, devo scrivere una cosa, l’ultima per adesso. Tutto questo vagheggiare ha un significato preciso ed è questo: nel corso degli ultimi due mesi, si è fatta calma piatta in questo spazio, ma tendendo l’orecchio nel silenzio dovreste riuscire a sentirlo respirare nudo e crudo, beato e soddisfatto delle storie che in realtà lo ricolmano intimamente già da molte settimane. Presto arriveranno le parole e le immagini a ricoprirlo e allora molto di quello che ho scritto in poche righe disorganiche diventerà chiaro. Ho idea di tornare a condividere quello che è mi successo, un affare di fondamentale importanza qui dentro.

Intro-[…]

ottobre 21, 2013

Mood: pacato
Reading: Bruno Schulz, Gli uccelli, in L’epoca geniale e altri racconti
Listening to: Laura Marling – Little Love Caster (Live on KEXP)
Watching: Screen Lovers di Eli Craven
Eating: cavatelli con funghi e carote
Drinking: caffè



Sono successe molte cose diverse nell’ultimo mese. Soprattutto mi sono sentita priva di senso, insoddisfatta e inadeguata alla tensione che ne è conseguita tra una docile nostalgia dell’annullamento e un dispotico anelito vitale.

Mi sono messa in cammino. Ho percorso un ritorno silenzioso dalla mia nuova condizione esistenziale alla terra in cui sono nata e alla casa in cui non ho mai avuto più di diciotto anni, a Milano e ai suoi flussi rapidi di ricambio, alla condizione esistenziale infine da cui sono partita, ma non proprio la stessa, piuttosto la condizione esistenziale visibilmente rinnovabile – pertanto già rinnovata in una qualche misura – da cui sono partita.

Il fatto, ho l’impressione nasca da dentro, da uno sforzo titanico eppure minimale all’apparenza di intro-spaziare e intro-ispezionare,
‘ché io sempre, tutte le cose migliori le colgo mentre sono in movimento e, andando, riconquisto la certezza di avere i piedi robusti quanto basta e anche più per poterle inseguire.

“Ma sì, adesso mi faccio trascinare dalla bufera attorno al distributore,
fintantoché non mi spuntano le ali.”
[Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio]


dorotea_pace

Italia, Puglia, Monopoli, 28 settembre 2013


Mia nonna quando sono andata a trovarla in cima a uno dei cinque colli del paesello, se non fosse stata solo una fotografia sul marmo di una lapide, mi avrebbe detto Datti da fare, Dorotea, come se mai fosse abbastanza.

Mood: malinconico
Listening to: Barry Lyndon theme che pulsa un po’ come il mio cuore
Watching: Mozziconi in loop
Playing: a respirare al di là di tutti i nodi in gola
Eating: pietanze raffazzonate
Drinking: caffè, inizio a sentirmi monotona



Ormai sei mesi fa, si era rimasti con Mozziconi, il teaser – quello per il lungometraggio progettato dagli amici Gianvito Cofano e Alberto Mocellin – al punto in cui noi della Crew del Fantabosco sgambettavamo di ostacolo in ostacolo verso il primo ciak [per dettagli aggiunti si rimanda a Mozziconi, Ovvero del Perché Non Ho Scelto di Fare L’impiegata // Part. I]. Crew che per altro, con l’inizio delle riprese, si è completata con Matteo/Maro, l’operatore di Mozziconi – altrimenti detto “Nonna Maro” –, che ha portato con sé sul set la steadycam, Chiara/Ketta, la donna di Maro e l’altra fotografa di scena di Mozziconi, nonché aiutante polivalente sul set, e Matteo/Steffa, il fonico di Mozziconi.

Per Mozziconi mi ero riproposta un resoconto in due puntate perché Mozziconi, per me che l’ho vissuto, è un condensato di gran belle storie che ogni volta che ci penso mi trema lo stomaco e mi vien voglia di raccontarle. Ma il tempo, io non ho mai saputo chiacchierarci granché e prima che la seconda puntata di questo famigerato resoconto passasse dallo stato di bozza nei miei archivi digitali a quello di articolo pubblico, sono andati lontani i giorni le settimane poi i mesi e

Oggi Mozziconi, il teaser è finito online.

Io, insomma, che lo dico a fare, “Ma si capisce, cioè è chiaro, voglio dire, devo ricominciare da capo?”, sono davvero tanto felice di – eccetera, eccetera –
evitiamo le parole scontate.






Al momento, Mozziconi è un non ancora film di Gianvito Cofano e Alberto Mocellin che potrebbe “prima o poi” diventare un film con tutti i connotati al posto giusto – in senso lato, s’intende -.
Perciò.
Lo sosteniamo Mozziconi?
Ne approfitto una volta ancora per segnalarne sito uèb e pagina feisbùc.

Io prima di venire in fiore

gennaio 29, 2012

Mood: stranito
Reading: Aldo Nove, Amore mio infinito
Listening to: i racconti della settimana di Yanna
Watching: Happy family di Gabriele Salvatores
Eating: mandarini
Drinking: acqua finalmente



Io gli stivali vecchi tre anni con cui ho calpestato tanti suoli da averne perso il conto li ho abbandonati nella spazzatura prima di partire di nuovo per Milano. Io mi è sembrato di guardarli guardarmi con malinconia tra le bucce e le carte unte nella spazzatura, ma ho distolto lo sguardo e ho indossato un paio di stivali nuovo fiamma. Io il sacco a pelo l’ho attaccato allo zaino e sono uscita dalla casa in cui sono nata con la sensazione di star partendo non soltanto per Milano, piuttosto per un viaggio molto lungo molto importante, di non avere più motivo per tornare per guardarmi indietro.
Io la terra in cui sono nata ormai sfugge nella cornice dei finestrini dell’ennesimo Frecciabianca Bari-Milano, si straccia per non sottomettersi alle distanze che aumentano di secondo in secondo in secondo insecondo insecondo insecondoinsecondo i n s e c o n d o
– tu-tum tu-tum tu-tum shhh tu-tum tu-tum tu-tum – ho scelto il treno per un saluto tutto stile e già si avvicina il crepuscolo, cieli con un volume così sono solo sulla terra in cui sono nata, di qua

Io questa volta per la prima volta andare via proprio non mi riesce col passo leggero

e non per le scosse del terremoto a Milano, non per l’idiosincrasia da ritorno qualunque a Milano.
Piuttosto per
Io in questa settimana veloce ho sentito il rumore sordo del mio cuore nel vuoto che è il vuoto lasciato da mia nonna che è morta, il vuoto che è la percezione di tutto lo spazio fisico che non occuperà mai più, di tutti gli oggetti che non sfiorerà mai più, perché l’hanno chiusa dentro una tomba dentro un loculo con una foto da diva anni quaranta su di un cielo con cirri e di lì non tornerà mai alla terra mai al ciclo vitale mai pioggia mai vento mai sulla mia pelle e lei mi manca tanto, a volte se si trattengono le lacrime troppo a lungo finisce che scoppia a testa, io mi scoppia la testa.
Io in questa settimana veloce a furia di sentire il rumore sordo del mio cuore nel vuoto che è il vuoto lasciato da mia nonna che è morta, il vuoto che è la percezione di tutto lo spazio fisico che mia nonna non occuperà mai più, di tutti gli oggetti che non sfiorerà mai più, ho finito per sentire anche il rumore sordo del mio cuore nel vuoto che è la percezione di tutto lo spazio fisico che io non occuperò mai più, di tutti gli oggetti che non sfiorerò mai più e che con questa partenza lascio nella terra in cui sono nata che ormai sfugge nella cornice dei finestrini dell’ennesimo Frecciabianca Bari-Milano.
Io questa volta
il divano, il tavolo della cucina, la libreria, gli album per le fotografie, la candela al sandalo, la tomba di mia nonna che è morta, il pianoforte, le strade di campagna, l’abbraccio di un amico, la stazione di Castellana Grotte, la stazione di Conversano, la stazione di Rutigliano, la stazione di Triggiano, il lungomare di Bari, (eccetera)
mi sono commossa
Io questa volta
i luoghi e gli oggetti che raccontano la storia di come io ero prima di conciliarmi con io come ero, prima di diventare donna, prima di diventare adulta, prima di diventare consapevole del mio peso e del mio spazio, prima di capire che l’amore non basta, prima che mia nonna che è morta morisse, prima di attaccare il sacco a pelo allo zaino, prima di imparare a lasciar andare e a lasciarmi andare, prima ancora di tanti eventi che hanno stravolto io come ero
Io questa volta volevo mi inghiottissero mi assimilassero nelle loro viscere per riempire il vuoto che è la percezione di tutto lo spazio fisico che io non occuperò mai più, di tutti gli oggetti che non sfiorerò mai più,
di tutte le emozioni che ho tanto amato, di tutte le emozioni che non

Io mi sembra molto assurdo non capisco cosa mi stia succedendo eppure è tutto molto chiaro e sta capitando adesso a me è capitato a chiunque di
cambiare vedere tutto cambiare, io come ero la vita come era come avrei voluto che fosse
non avere più motivo per tornare per guardarsi indietro
– l’horror vacui –

Io la morte di mia nonna che è morta mi ha reso poetessa
E venne col crepuscolo il cremisi
in fiore

ho scritto perché guardando mia nonna che è morta tutta disarticolata dalla vita ho pensato che io anche voglio morire tutta torta e bruciata dalla vita, non composta come fossi rimasta ferma in poltrona, come avessi consumato il mio tempo prendendo un treno un aereo un passaggio perché e dopo averne persi già altri due altri tre, ho pensato che io anche è giunta l’ora di chiudere dentro una tomba dentro un loculo io come ero e venire in fiore è un giorno importante abbastanza per la mia vita, ma

Io prima di venire in fiore, prima di tutto l’ignoto che arriverà prolungando le radici in ogni direzione sotto la spinta del cuore che freme impazza si arrampica, io a volte la malinconia lascio che mi scavi e per una volta ancora mi affaccio sullo strapiombo di io come ero, di tutte le cose come erano e che di secondo in secondo in secondo insecondo insecondo insecondoinsecondo i n s e c o n d o diventano più lontane.


Io prima di venire in fiore.


(Bari-Milano, treno)




Mood: vagamente in ansia, causa esami in avvicinamento e voglia di lavorarci su pari a zero
Listening to: Soap & Skin – Thanatos
Watching: vecchie fotografie per cavare fuori dal buco il mio progetto di fotografia
Playing: a tenere a bada il cuore che si ostina a capriolare in modo imprevisto e contraddittorio
Eating: spaghetti “alla poverella”
Drinking: caffè



***Plin-Plon. Si informa il buon, caro lettore che quanto segue è la prima uscita di un resoconto a puntate sulle due settimane di lavoro al trailer di Mozziconi, che la parte più sostanziosa delle riprese si è conclusa il DodiciAgosto e che ora restano da fare un nugoletto sparuto di riprese, il montaggio video, il montaggio audio, la color correction etcetera etcetera e che a breve il sito di Mozziconi dovrebbe essere aggiornato con qualche immagine di backstage e tante altre parole e cosettecosà. Si ringrazia per la cortese attenzione e, laddove subentri, per il tifo rumoroso. Plin-Plon.***


Settimana prima, DueAgosto – SetteAgosto

‹‹Hai scritto ai costumisti, hai sentito gli attori, chiesto conferma, inviato il piano di produzione?, e tu hai sentito il tipo della Movie People?, il ballast, i filtri uv, nd, polarizzatori! li abbiamo, sì o no?, le scarpe gialle della bambina, mancano ancora le scarpe gialle!, gliele dipingiamo addosso!, mercato, grande magazzino, mercato, ho fame, cazzo!, hai chiamato per il bikini mimetico gigante?, e gli acrobati, lo sputafuoco, la camicie crema?, il furgoncino, il fuoristrada verde acido, l’elevatore?, scrivi “ricordare il telecomando del monitor e l’alimentatore dell’hard disk”, quando giriamo la scena tal dei tali? e quell’altra?, voglio andare a mare!, il tamburellista anziano non si trova, allora facciamo un giro di chiamate per il vecchio del pony!, lo sputafuoco ha paccato, avete sentito “la carina”? e “la gnocca”?, bisogna ancora costruire lo scheletro per la rete, trovare i cavi e risolvere la faccenda del monitor, recuperare le ciabatte, le prolunghe, ne servono mille mila metri, relax, pezzo a pezzo li troviamo!, devo fumare, girami una sigaretta!, hai sentito la truccatrice?, a che ora la incontriamo?, il pianoforte, le prove in location per la luce ed i punti macchina, alla 4 abbiamo appuntamento con Tizio, alle 4.30 con Caio e alle 5 con Sempronio, c’è un cambio di programma, no, ce ne sono due! e bla blablabla blablabla, dai, ragazzi, dai, che chi si ferma è perduto!››
Niente di straordinario. L’ultima settimana prima del “via alle riprese” è sempre una bolgia di cose da portare a termine che balzano su come funghi turgidi di minuto in minuto, se depenni due righe dalla lista delle cose da fare, sai che ne scriverai almeno il doppio. Sicché noi di Mozziconi, per una settimana intera, falchiamo come corridori di staffetta e nonostante questo siamo sempre sul limes temporis e alla sera siamo stanchi anche solo per uscire a bere una birra fuori, unica eccezione una fuitina serale al mare per un bagno al chiaro di luna. Così al quarto giorno di generale corri-corri organizzativo, con sempre meno ore di sonno al seguito, mi strappo con grande forza di persuasione al sonno prepotente e, mentre mi annaffio col caffè, penso che avrei potuto scegliere di fare l’impiegata o, meglio ancora, mollare tutto, farmi crescere i baffi e fuggire in Brasile, poi lancio un’occhiata alla crew in cui sono capitata e capisco perché invece mi ritrovo in una Fiat Multipla che ingrana la strada e la brucia un chilometro dietro l’altro a velocità così sostenuta e riottosa che il paesaggio si disintegra in squame brillanti di sole, mentre i System Of A Down si incazzano da dietro gli altoparlanti e noi schiamazziamo più di loro, ognuno ha qualcosa da dire o da chiedere o da ricordare agli altri, ma soprattutto un motivo per cui far ridere e ridere sguaiatamente.
Dopotutto le premesse più immediate sono Gianvito, il regista di Mozziconi – altrimenti detto “Il Registro” – lungo, secco e capellone con la testa fasciata da un berretto a visiera giallo con una scritta “Caution” nera a caratteri cubitali, Alberto, il direttore della fotografia di Mozziconi – altrimenti detto “Piccola Tigre” per la sua devozione nella preparazione del caffè quotidiano in dosi industriali – simile al compare, ma con il cilindro rosso di scena sempre in testa, Snerto, il fotografo di scena di Mozziconi – altrimenti detto “Smerdo” o “Slercio” o “Piaga” –, con una camicia coloratissima di personaggi circensi in competizione con i suoi tatuaggi, presa in prestito dal guardaroba di un attore, una fascia gialla tra i capelli ed il barbone che ormai si confondono ed il pantaloncino nonostante tutto in tinta scoordinata, Laura, aiuto-regia di Mozziconi, con una papalina di paglia mal tagliata in testa, il computer sempre in borsa e due cellulari almeno nelle tasche per affrontare qualsiasi evenienza organizzativa. Non ci vuole molto a capire perché all’ingresso di un kebabbaro la gente scoppi a riderci direttamente sul muso e ci chieda se siamo appena usciti da uno spettacolo, osservazione questa che ha l’effetto di renderci oltremodo fieri di noi stessi. Non mi meraviglierebbe se studi scientifici dimostrassero che l’intesa cresciuta di giorno, in giorno nella crew di Mozziconi sia dipesa tanto dalla voglia condivisa di riuscire bene in questo progetto e dal crederci, quanto da un mix di demenze sconclusionate e disperse tra le nuvole, paradossalmente auto-organizzatesi in una qualche fantastica forma non ben precisata di intelligenza che risponde al nome glorioso di “Super amici del Fantabosco”.

Ma al di là di noi “Super amici del Fantabosco” e delle altre figure professionalmente coinvolte in questo progetto, c’è un altro aspetto di Mozziconi che mi carica a molla e mi fa sorridere, fin dal primo contatto, ed è il numero di persone esterne che gli orbita attorno ed assiste ed aiuta e che giorno per giorno fisicamente corre al nostro fianco. In prima fila ci sono Annalaura, arrivata prima ancora di noi altri della crew a mettere a ferro e fuoco la lista delle cose da fare assieme al Registro e al direttore della fotografia, Nicolò, fratello del Registro, uomo forza di Mozziconi – altrimenti detto “World Champion”, non farà il puGGile mica per niente! –, Carlo, papà del Registro, vera e propria divinità amata e stimata dalla Crew intera di Mozziconi, nonché ridicolamente temuta per i suoi ganci leggendari in tutta Fasano – altrimenti detto “Ciccì Carlo Cofano” – e Lucrezia, mamma del Registro e per l’occasione della Crew intera di Mozziconi, li abbraccio con lo sguardo i primi giorni poi prendo coraggio e li abbraccio fisicamente perché loro lavorano con noi e lo fanno con un entusiasmo e una voglia di essere presenti e vicini che mi riempie di stima e di affetto.
È anche l’intera Fasano a mobilitarsi, c’è da fare un film!, chi può dà una mano, amici e conoscenti ed amici di amici, nel corso della prima settimana di preparazione al set e della seconda di riprese, mi passa sotto le mani una valanga inarrestabile di nomi e di volti e di storie ed è in questa valanga la sfida e l’autenticità di Mozziconi perché non è facile fare un film o anche solo un trailer se non sei ad Hollivùd. Come ha scritto Gianvito ‹‹Per girare un film sembra che ci vogliano un sacco di soldi. Io ed Alberto non li abbiamo››, ma lui ed Alberto hanno attorno un sacco di gente che vuole loro bene e che crede in Mozziconi, il che ha il suo valore stronzissimo.
Ed hanno se stessi, se medesimi, neanche questo è un dato ininfluente. In fin dei conti, più entro nel meccanismo Mozziconi-Gianvito ed Alberto, più ne resto affascinata ed ipnotizzata e mi convince l’idea che loro due tutto questo tan-tan lo meritano perché sanno come portarlo a buon fine, lavorando con serietà e leggerezza allo stesso tempo.

Così, nonostante lo scapicollo quotidiano, paradossalmente forse anche in ragione di questo scapicollo quotidiano, noi ci divertiamo come porcelli in un porcile, e mentre il tempo si dilata e si restringe come una placenta, le spinte si rafforzano costantemente e non esistono ostacoli insuperabili nella nostra cavalcata al ciak primogenito.


[to be continued…]



A proposito di Gianvito Cofano ed Alberto Mocellin, ne approfitto per pubblicare qui sotto un paio di lavori con la loro filma in calce, ché ancora non l’avevo fatto e questa non è cosa né buona, né giusta. Il primo è un booktrailer, il secondo un videoclip. Cin-cin!





Mood: sereno
Reading: Salvador Dalì, La mia vita segreta
Listening to: Giorgia – Il Mio Giorno Migliore (“a me basta trovarti stanotte ai confini/ dell’essere o non essere / dammi un attimo e arrivo / mi vesto di scuro”)
Watching: vecchie foto, riorganizzando l’hardisk
Playing: senza tregua
Eating: spaghetti e polpette
Drinking: caffè







Venezia













Bassano del Grappa – Monte Grappa (Vi)





Monopoli (Ba)


Alberobello (Ba)


***

‹‹Possiamo toccare l’immenso e farci mancare altrettanto›› canta Niccolò Agliardi, sono un po’ in fissa con i suoi testi nell’ultimo periodo, lo ammetto, nel caso in cui non si fosse capito di già, ora ho persino un paio di grosse cuffie per immergermici, me le ha regalate Zulio.

Allora, nella mia instabilità spazio-temporale, adesso non è per caso se guardo il mondo attraverso un obiettivo grandangolare e ritraggo paesaggi, volti quasi nessuno, visioni d’insieme piuttosto, terse dal vento e dall’acqua, non è per caso se carico i colori per poi desaturarli, non è per caso se queste immagini mi sembrano tecnicamente ed emotivamente ancora troppo mediocri, ma mi offrono le motivazioni di un ben più ampio progetto fotografico (anche in vista di un esame di fotografia che si avvicina sempre di più e per il quale sono in fase di ricerca da mesi.).


Intanto sono tornata in Puglia da una settimana e domani riparto, questa volta in verità non troppo lontano dalla mia casa materna e per lavoro. Ci sono due ragazzi molto in gamba, Gianvito ed Alberto si chiamano, ma sono un duo così ben assortito che a volte mescolo i loro nomi e li chiamo Gianberto e Alvito, insomma, ci sono questi due ragazzi che si sono messi in testa di fare un film, Mozziconi, con Gianvito alla regia ed Alberto alla fotografia, e a Laura e me è venuta la possibilità bella, bellissima di assistere, Laura alla regia, io alla fotografia, sicché domani si va per le prime fasi produttive di questo grande lavoro, che per una serie di problematiche e difficoltà purtroppo di routine, non è ancora il film vero e proprio tutto bello concluso, ma il teaser da proporre a una qualche produzione
Tocca salutarci ogni dieci giorni, mi ha scritto l’amico mio Francesco-Poppi. Mi sono fatta una risata. Da grande farò la nomade, più di questo non mi sono mai posta il problema di sapere a riguardo del mio futuro.

Ed Io Che Mi Pensavo

giugno 16, 2011

Mood: distratto e cantastorie
Listening to: vecchie canzoni, mentre riordino l’mp3
Watching: le millemila punture di zanzare che mi riempiono e deformano il corpo, senza curva escludere
Eating: visioni
Drinking: caffè, ovviamente!






Ed io che mi pensavo che saremmo andati lontani, baby, tu ed io, io e tu, una mano nella mano, l’altra al remo, culo e bermuda, due cuori e una bagnarola, baby, baby, oh babybabybaby!
Ma abbiamo gettato l’ancora al largo, baby, e io guardo te in cagnesco che guardi me in cagnesco ed insieme ci guardiamo in cagnesco e restiamo qui zitti e fermi a guardarci in cagnesco, chè ad andare via un po’ ci fa paura, un po’ ci fa male, non lo capisci, baby, baby, oh babybabybaby, mentre tu guardi me che guardo te in cagnesco ed insieme ci guardiamo in cagnesco?
Facciamoci un piacere allora, baby, e lasciamoci andare, baby, lontano, lontano verso nuove vite da decantare alla luna, grasse di tutto il calore e la complicità che dici di non avere ancora, davvero non siamo che retorica ormai stanca, baby, non credi, baby, baby, oh babybabybaby?


Ad amarti, baby, si perde in partenza.